Cimiteuro – Uscirne e Risorgere

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Cimiteuro – Uscirne e Risorgere

Come ripartire dopo il collasso globale dell’economia

di Marco Della Luna

>> http://goo.gl/Gev9W

In questa nuova e straordinaria opera Marco Della Luna, famoso esperto di politica economica e autore dei bestseller Euroschiavi e Neuroschiavi, ci presenta in maniera chiara e completa l’origine e le motivazioni dietro la crisi.

Finalmente una mappa completa dei diversi meccanismi – alcuni ancora non resi noti – che stanno generando la crisi sistemica, con le loro implicazioni sui piani monetari, finanziari, economici e sociopolitici.

Un nuovo e indispensabile strumento con cui orientarsi per capire e affrontare la crisi.

Il mondo è diventato un grande Schema Ponzi dove gli interessi su un debito globale di 4 milioni di miliardi vengono pagati contraendo continuamente nuovi debiti: lo scoppio è inevitabile.

Grazie a Cimit€uro apprenderete che sono bastati due principi contabili falsi per far precipitare l’economia e la società nel buco nero di un indebitamento che non dovrebbe esistere. Quella che noi percepiamo come una crisi economico-finanziaria è invece una nuova strategia dei potenti della terra per concentrare il potere, dominare e sfruttare tutti noi, che abbiamo sempre meno potere di contrattazione, controllo e partecipazione.

Lo sporco lavoro dell’€uro per il predominio tedesco.

Per i paesi “euro deboli”, con l’appoggio di falsi amici (come la Germania), si varano norme e istituzioni coercitive, attraverso cui il capitale finanziario, dietro l’etichetta “Europa”, li asservisce in una stabile depressione, privandoli di ogni residua libertà e autonomia, e “prendendosi” i loro soldi, la loro capacità industriale e occupazionale. In questa luce divengono comprensibili i troppi, clamorosi “errori” di politica economico-finanziaria che hanno portato all’attuale situazione, e le scelte recessive, adottate anche dal governo Monti per gestirla, che hanno messo l’Italia nella condizione di non poter risollevarsi.

Sullo sfondo, risalta la stupidità e la corruzione della classe politica italiana.

Cimit€uro svela in maniera chiara e completa cosa e chi sta dietro a questa terribile crisi

Le crisi economico-finanziarie sono sempre più chiaramente uno strumento costruito dai potenti della terra, per ridurre i diritti civili e politici dei cittadini, i loro redditi e la loro possibilità di partecipazione alle scelte istituzionali.

La crisi cronica, la finanza informatizzata e il monitoraggio cibernetico della vita delle persone sono sempre più uno strumento di centralizzazione del potere e di ingegneria sociale.

Cimit€uro ci spiega in maniera chiara e completa:

il signoraggio, la natura del debito, del credito e del denaro, e le loro origini, i falsi principi contabili delle banche, il loro impiego per dominarci;
come finanziare investimenti produttivi senza indebitare lo Stato e senza tassare;
come la produzione-regolazione del denaro (sovranità monetaria) potrebbe essere usata praticamente per il bene generale di lungo termine;
che ruolo hanno le illusioni, la disinformazione e gli equivoci nel sistema politico-economico in cui viviamo e in particolare nell’attuale crisi;
il grande inganno dell’austerità, del mercatismo, del liberismo, ma anche l’impraticabilità delle alternative economiche keynesiane e socialiste.
Esiste una via di uscita da questa situazione? Scopri in queste pagine una possibile nuova strada, che passa per la riforma della natura della moneta e dei principi contabili.

Prefazione al libro Cimiteuro a cura del prof. on.le Claudio Pioli

Ho avuto la fortuna di scoprire l’Autore, Marco Della Luna, leggendo le pagine di un suo libro, “Basta (con questa) Italia – Secessione, Rivoluzione o Emigrazione?”, che ritengo costituisca una delle basi indispensabili per comprendere le sue argomentazioni, successivamente illustrate nel presente saggio. Molti di noi sanno che la moneta è considerabile come “misura del valore”, ma anche come “mezzo di scambio nella compravendita dei beni e dei servizi”, o, per chi ha la possibilità di risparmiare, come “riserva di valore, o altro ancora”.

Ma nessuno si era ancora occupato, più che delle definizioni, della “moralità” della moneta, ritenendola “angelica” o “diabolica”. Giudicando l’albero (cioè il sistema monetario) dai suoi frutti (sicuramente tossici per la società), l’Autore ci riesce, e con particolare maestria, ricordando, indirettamente ed implicitamente, la lunga storia della moneta, sin dai tempi in cui questa non esisteva e gli scambi venivano regolati con il “baratto”. Poi, la specializzazione del lavoro e lo sviluppo dei mercati richiesero l’introduzione di altri mezzi di pagamento, sempre più sofisticati. I Templari, ed i mercanti fiorentini, furono tra i più noti banchieri privati della storia, tanto da essere invidiati dai re della loro epoca, che ai loro finanziamenti facevano abitualmente ricorso, per affrontare le costosissime guerre.

E’ in tal modo che il Re di Francia, Filippo il Bello, con l’aiuto del Papa Clemente V, fu il primo a ” nazionalizzare”, in un certo senso, le attività dei banchieri dell’epoca, e cioè dell’ordine dei Templari, che da un momento all’altro fu abolito ed i partecipanti mandati in galera o al rogo. In tal modo i debiti della corona verso di loro furono del tutto cancellati, ed il tesoro, frutto di donazioni e di accorte gestioni bancarie, confiscato. Indubbiamente il conflitto tra i Templari ed il Re di Francia è da considerarsi come uno dei primi grandi scontri tra lo Stato1 sovrano ed i banchieri privati.

Ma la storia della moneta, all’epoca di Filippo il Bello, doveva ancora essere scritta: l’evoluzione dei mercati ed il moltiplicarsi degli scambi richiesero lo sviluppo e la nascita di altri mezzi di pagamento, quali le lettere ed i titoli di credito più complessi e sofisticati. Il fatto è che, nella maggior parte dei casi, furono sempre dei privati a gestire la circolazione creditizia, mentre gli Stati sovrani si limitavano quasi esclusivamente a battere (Zecca) moneta metallica : tutto questo fino a quando si rese necessaria, per l’ampliarsi degli scambi economici, una vasta circolazione di carta moneta, più facilmente utilizzabile e trasferibile di quella metallica. La convertibilità della moneta cartacea in oro costituiva sempre, comunque, una garanzia per il “portatore” di banconote, definite “moneta fiduciaria”. In seguito, come anzidetto, i vari Stati lasciarono alle banche private il compito di stampare moneta cartacea, sino a quando i grandi dissesti finanziari richiesero di concentrare e di riservare il diritto di stampare moneta cartacea ai soli istituti centrali di emissione. Ma non dimentichiamo che questi, come al giorno d’oggi, erano allora gestiti nella forma giuridica di società di capitali, i cui soci erano pur sempre i principali istituti di credito del paese, posseduti da privati.

Nei tempi più vicini ai nostri, a causa dell’ulteriore incredibile sviluppo degli scambi internazionali, gli USA riuscirono a far prevalere il loro Dollaro come mezzo di pagamento internazionale e, a poco a poco, anche come moneta di riserva degli istituti di emissione dei principali paesi del mondo, che li potevano e che li possono utilizzare, unitamente all’oro, per regolare i saldi negativi delle bilance commerciali e dei pagamenti. Gli USA garantirono la convertibilità in oro del Dollaro sino al 1971: poi decisero che non l’avrebbero più fatto, essendo impossibile far fronte ad una massa circolante ormai non più quantificabile e fuori controllo. Il sistema mondiale si adeguò alle decisioni delle autorità monetarie statunitensi, e la possibilità di veder convertire la propria moneta, alla quale gli Stati sovrani riconoscevano lo statuto giuridico di mezzo legale di pagamento, è diventata ormai soltanto un lontano ricordo per i “portatori” di banconote.

Ed è proprio qui che sorge il problema “morale”: l’istituzionalizzazione, di fatto o di diritto, ed il riconoscimento giuridico di mezzo ufficiale di pagamento, dato alla moneta cartacea, permetteva di affidare definitivamente a dei privati la gestione della circolazione monetaria, costituita in gran parte, con il passare del tempo, dai depositi bancari e dalla moneta elettronica. Il tutto senza alcuna garanzia “reale” per i terzi. Abbiamo purtroppo recentemente visto che i grandi dissesti bancari americani, dovuti alla concessione di crediti ad una clientela non solvibile, hanno creato un effetto a catena in tutto il mondo, che ingesserà le economie dell’intero pianeta per un bel po’ di anni. Gli Stati hanno cercato di arginare gli effetti negativi di tanta “mala gestio” dei banchieri d’assalto, creando una pericolosissima commistione tra gli interessi pubblici ed i dissesti privati del mondo bancario: ed infatti i debiti pubblici sono esplosi, accompagnati da forme diverse di garanzie offerte ai depositanti-risparmiatori.

Avverrà in tal modo che gli errori dei suddetti banchieri ricadranno immancabilmente sul contribuente: in un prossimo futuro giocherà altresì moltissimo il rapporto tra il tasso d’interesse ed il tasso reale d’inflazione, ed anche il risparmiatore dovrà pagare la sua parte, soprattutto in vista di un aumento di tutti i tassi (d’inflazione reale e di interesse, che sono altamente correlati), in una logica ed attendibile prospettiva di medio – lungo termine. Il fenomeno avrà effetti ancor più perversi, se i bilanci degli istituti di credito non risponderanno a criteri di prudenza amministrativa, e se continueranno ad occultare o a mascherare parte delle sofferenze, cioè dei crediti inesigibili verso la loro clientela. Se si avvererà questa ipotesi, aumenterà la domanda di liquidità, e cioè di moneta corrente, per la pluralità di cause elencate in precedenza. Diventa logico chiedersi se sono state sempre e comunque rispettate tutte le regole, civili e costituzionali, e se tutti i controlli sono stati effettuati.

Mi pare necessario ripetere questo concetto, e nessuno si stupisca: se la nostra Costituzione si prefigge di difendere il risparmio, che si serve della moneta, pare giusto chiedersi se tutti coloro che appartengono al sistema bancario abbiano fatto il proprio dovere. L’Autore si pone egregiamente questo quesito. In “Basta Italia” (Macroedizioni, 2008) l’Autore disegna uno scenario piuttosto completo e fosco del nostro Paese, che viene gestito come uno dei tanti del terzo mondo. In questo saggio, di quattro anni successivo, egli dispiega un’analisi molto più avanzata dei processi in corso e delle prospettive, che divengono insieme più fosche e più concrete.

Ora purtroppo si sa che le due civiltà, quella occidentale e quella terzomondista, entrambe ormai presenti in Italia, sono decisamente incompatibili, si destabilizzano a vicenda, per cui non è più possibile prevedere alcun miglioramento e cambiamento futuro. Se non ci fossero le premesse, ampiamente descritte nelle precedenti opere dell’Autore, si poteva dire che il saggio del 2008 potrebbe essere considerato soltanto come uno dei tanti testi “controcorrente”, in netto contrasto con l’informazione proposta dai mass media. Ma non è così, se si analizzano l’evoluzione del sistema-paese dal 2008 ad oggi, le cause che hanno condotto e che continuano a condurre l’Italia verso un baratro, del quale non si conosce il fondo, e dal quale, comunque, al punto in cui si è arrivati, non è più possibile uscire.

Far ritornare “in bonis” i bilanci dei paesi deboli incontra delle resistenze sociali (la media delle remunerazioni è già molto bassa per i ceti bassi, mentre la pressione fiscale è troppo elevata per la media borghesia), come abbiamo visto in Grecia, in Spagna ed in Italia. La Storia insegna che certe situazioni diventano insanabili e che bisogna rimettere il “contatore a zero” (questo è già stato fatto, in gran parte, con l’affossamento delle borse : l’investitore istituzionale e privato ha mediamente perso il 50% – 60 % del proprio capitale investito in azioni, obbligazioni, fondi ed altro, a partire dal 1987).

Il fatto è che sarebbe bastato rispettare i parametri di Maastricht (soprattutto il limite all’indebitamento che non “avrebbe” dovuto superare il 60% del PIL), ma i mass media compiacenti hanno sempre minimizzato la catastrofe alla quale si stava andando incontro per far piacere alla partitocrazia ladra e collusa, … “l’Italia è sulla strada giusta, Tizio plaude, Sempronio si dimostra d’accordo”, eccetera). Le Banche, già a corto di liquidità a causa dei subprimes e dei derivati, hanno fatto da servizio “cassa” ai paesi deboli, anche con incroci “internazionali” negli investimenti in titoli dei debiti pubblici sovrani: ne sanno qualche cosa le banche francesi e tedesche, che hanno in portafoglio 700 miliardi (valor nominale dei titoli: gli accordi con la Grecia ne hanno falcidiato il 50% circa) del debito sovrano greco. Ed è stato proprio il connubio tra i sistemi bancari e gli stati indebitati che ha permesso alla politica ed alla finanza di vivacchiare, incensandosi a vicenda (le Banche Centrali si son ben guardate dal sottolineare gli sbandamenti ai quali si sarebbe andati incontro: gli accordi di Basilea III sono stati sempre rimandati. Prodi, Barroso e compagnia bella hanno fatto perdere tempo prezioso parlando del sesso degli angeli).

L’anelasticità di comportamento delle popolazioni dei paesi deboli ha così ingessato (le riforme) i cambiamenti strutturali, senza i quali ogni dispositivo diventa “aspirina”, un “placebo”, tanto per calmare i mercati, ma solo per qualche tempo. Un ventennio di stagnazione-inflazione (come diceva Rudiger Dornbush, economista emerito del MIT), ha fatto più danni del ventennio fascista: il perché è semplice. Un tempo vi erano tre riferimenti : la famiglia (che spingeva la media delle popolazioni a lavorare ed a risparmiare, per finanziare internamente gli investimenti) e che permetteva di ricevere le “rimesse dall’estero”. Poi c’era il lavoro, legato, come già accennato nel punto precedente, alla famiglia. E poi la patria, che diventava riferimento per cercare la “quarta sponda” (e non solo). E l’Italia, con la Francia, la Gran Bretagna e la Germania, apparteneva al novero dei “grandi stati”, pur nascondendo le sue pecche, che provenivano dal periodo drammatico della prima guerra mondiale. Questi valori morali non esistono più e non sono stati rimpiazzati da nient’altro.

Ora l’Italia conta meno del due di picche, ed è convocata soltanto per vedere se si sottometterà alle direttive del FMI, della BCE, della UE, del Vaticano, dell’ONU, della NATO (manca solo la società protettrice degli animali). L’Unione Europea è stata creata, apparentemente, ANCHE per evitare le guerre tra i paesi dello stesso continente. Dietro questo paravento è stato fatto passare di tutto, dall’ingresso di popolazioni extracomunitarie non-integrabili, alla/e fuga/he di capitali. Tutto questo, di fatto, impedirà che Francia e Germania si battano fra di loro in campo aperto: gli investimenti incrociati, sia personali (acquisto di case), sia di titoli del debito pubblico “incrociati”, freneranno la voglia di fare una guerra. E’ più facile ritenere che l’elettorato tedesco si sposti a sinistra: in tal caso le due nazioni potrebbero trovare un certo accordo “tarato verso il basso”, e cioè ognuno perderà qualche cosa…, che, comunque, sarà sempre più favorevole alla Germania. Perché questo? Facciamo il confronto tra micro e macro economia: la Germania può chiedere un concordato preventivo, mentre i paesi ad economia debole, come è successo in Italia con il disastroso e poco competente Ciampi, hanno solo ed unicamente la possibilità di ripartire da zero, con l’adozione di una moneta debole. Le porte del fallimento sono già spalancate a questi paesi: bisogna solo che ne oltrepassino la soglia.

Nel corso della mia vita di studio e di lavoro mi sono occupato di diritto, di finanza e di economia, e, in modo del tutto casuale, per un brevissimo periodo di politica (una legislatura, l’XI, notoriamente definita “breve”). I miei studi e le mie esperienze mi hanno costretto, in un certo qual modo, a perseguire obiettivi “cartesiani” e “pragmatici”, ed a farmi un’idea delle situazioni soltanto dopo averle attentamente ed oggettivamente valutate.

Per questi motivi ho voluto rileggere in una chiave personale gli scritti di Marco Della Luna, ed in particolare quest’ultimo. Ho cercato pertanto di partire dalle cause economiche, finanziarie, sociali e politiche dell’innegabile tracollo del Paese, e, soprattutto, dalle contraddizioni di natura storica, che i “poteri forti”, di matrice economica, sociale e politica, ci obbligano ad accettare. Una di queste contraddizioni è l’antitesi esistente tra la democrazia e la partitocrazia: le ultime elezioni “europee” ci dicono che il primo dei partiti (calcolato, com’è ovvio, sulla totalità degli aventi diritto al voto) è quello dell’astensionismo, che evidenzia come un terzo (ora più della metà) degli Italiani non abbia più fiducia nelle attuali strutture politiche, divenute un’intoccabile “casta”, strapagata con i soldi del contribuente. Ed infatti si inneggia a vittorie “democratiche” , appoggiandosi a un modesto 45 % dei votanti, che si sono ridotti ad un 67 per cento degli elettori, e si cerca così di guidare il Paese, ricorrendo arrogantemente alla solita frase trita e ritrita che “bisogna agire nell’interesse e per il bene degli Italiani”.

Un semplice calcolo aritmetico ci fa comprendere invece che l’Italia è gestita soltanto dai supposti rappresentanti di un terzo degli aventi diritto al voto, e quindi da una minoranza ben lontana da quanto ci si attenderebbe da un paese democratico. Se qualcuno pretende di rappresentare il Paese “democraticamente e nell’interesse degli Italiani”, disponendo soltanto del consenso elettorale pari ad un terzo degli aventi diritto a voto, ritiene arrogantemente, “di fatto”, che gli altri due terzi siano “incapaci di intendere e di volere”. Il problema però, a questo punto, è ancora più serio e generale: se, come è probabile, non è possibile avere il consenso consapevole della maggioranza dei cittadini, come si potrà mai produrre una legittimazione democratica del potere esercitato su di loro? Non risulterà, alla fine, che il principio di legittimazione democratica è, o può essere, irrealizzabile, come per altre vie teorizzato da Condorcet e da Arrow, e sostenuto da Marco Della Luna in altre sue opere, come La Moneta Copernicana, Neuroschiavi e Oligarchia per popoli superflui?

Ma, purtroppo, la partitocrazia sa di rivolgersi spesso ad una platea poco istruita: a questo proposito si sa pure che l’OCSE rimprovera all’Italia l’esistenza di una scuola costosissima, ma con un prodotto finale molto deludente ed inutile per l’ingresso nel mondo del lavoro. Gli antichi Romani, per non disturbare il potere, richiedevano “pane e giochi del circo”: oggi le masse richiedono “gioco del pallone e posti di stipendio”. Che cosa è cambiato? Sostanzialmente nulla, salvo il fatto che i Romani vantavano un impero che durò più di mille anni, mentre l’Italia colonizzata dei nostri giorni è diventata il fanalino di coda dei paesi occidentali tecnologicamente avanzati, dovendosi abbassare a trattare con piccoli dittatori dell’altra sponda mediterranea, come nel caso della Libia, per poi tradirli quando il padrone lo comanda; o ad accettarne le decisioni senza alcuna reazione dignitosa (mi riferisco all’atteggiamento della Tunisia, quando accolse il latitante Craxi: ‘Italia non si permise nemmeno di protestare). Domani sarà la stessa cosa con l’asiatica Turchia, se cercherà ancora di entrare in Europa, e se ci riuscirà. C’è da sperare soltanto più nelle resistenze di Sarkozy e di Angela Merkel!

Come ai tempi della seconda guerra mondiale, il nostro Paese attende sempre che siano le altre nazioni a darci una mano per uscire dalle situazioni più disastrose in cui riesce a mettersi! Platone metteva in guardia i cittadini dal cattivo uso della democrazia, che poteva trasformarsi in oligarchia e poi ancora in tirannide. Noi stiamo vivendo questo processo di decomposizione delle istituzioni democratiche, che si identifica, di fatto, nell’annullamento completo della volontà popolare. Per capire come questo deterioramento sia grave, basterebbe leggere le Verrine, orazioni giudiziarie, che Cicerone scrisse duemila anni fa. Già a quell’epoca, Cicerone, attaccando il propretore Verre, che, con comportamento mafioso, aveva dissanguato la Sicilia, scoprendo i legami tra la magistratura, la pubblica amministrazione e la partitocrazia, invitava il Senato a liberarsi dei personaggi indegni e collusi con il mondo malavitoso. Ma, se si pensa che questo non è possibile ai nostri giorni, è facile desumere che, sotto un aspetto “morale”, più che istituzionale, siamo tornati ancor più indietro dei tempi di Cicerone, poiché di deputati e di senatori, condannati spesso per malversazioni e cattivo uso della cosa pubblica, il nostro Parlamento è piuttosto ben rifornito. E, se le clientele politiche richiedono una fetta, in una delle più svariate forme di spesa pubblica del PIL, che, secondo le affermazioni di Confcommercio, comparse su 24 Ore Il Sole nell’ormai lontano giugno del 2009, ritornerà nel 2010 ai livelli “pro-capite” del 2001, era già allora chiaro che la diminuzione della spesa avrebbe prodotto l’affossamento in tutto od in parte della classe politica. Ecco perché i politici sostengono che la spesa pubblica è in gran parte incomprimibile.

Sui finanziamenti diretti ai partiti c’è poco da dire, visto che il referendum del 1993 li aveva ampiamente bocciati dopo i fatti di “Tangentopoli”: ma dal tempo di “Tangentopoli” il Parlamento, non seguendo le indicazioni degli elettori, ha addirittura aumentato le proprie prebende. Chissà perché mi viene in mente la magistrale interpretazione di Jean Gabin nel film “Ne touchez pas au grisbi!”? E non finisce qui. Facciamo un esempio: la gente invoca la soppressione delle province e delle comunità montane, ma queste producono “posti chiave di stipendio” e difficilmente verranno eliminate, come altre migliaia di altre forme di sperpero del denaro del contribuente. I “riformisti” possono attendere, mentre le lobbies si scatenano per accaparrarsi esenzioni contributive e fiscali, pensioni sociali e di invalidità, finanziamenti pubblici a fondo perduto, e soprattutto posti chiave nelle istituzioni.

L'”assalto alla diligenza” è diventato il primo sport nazionale. Eppure, sin dalla caduta di Craxi, indegnamente fuggito in Tunisia per non scontare la condanna inflittagli dalla Magistratura, (indubbiamente non fu il solo colpevole di Tangentopoli: certo è, comunque, che fu uno dei pochi condannati, tra un gran numero di lestofanti, appartenenti direttamente od indirettamente alle varie aree politiche), da destra e da sinistra si continua a parlare di riforme, quando ben si sa che la prima di queste dovrebbe riguardare proprio la partitocrazia, giunta ormai ad un punto di netto contrasto con i principi costituzionali del nostro Paese. Certo è che la partitocrazia non riformerà mai se stessa: se lo facesse si suiciderebbe. Le contraddizioni costituzionali di particolare rilievo sono comunque ben altre: la Costituzione italiana è fondata sul lavoro, ma nessuno specifica che il lavoro non può e non deve identificarsi in semplici “posti di stipendio”, che danneggiano il Paese e che spiazzano il lavoro vero. Le definizioni di lavoro e di capitale sono e resteranno sempre quelle dateci da Adamo Smith, nel suo trattato “La ricchezza delle Nazioni” : non si possono accettare storpiature od interpretazioni personali. Vero è, comunque, che l’Italia è diventato il paese dei “falsi studenti, dei falsi lavoratori e dei falsi imprenditori”.

Chi arriva in Italia l’ha capito da un pezzo, e chi vuol arrivarci è disposto a pagare un prezzo elevato alle mafie per “sedersi a tavola”! É un buon investimento, soprattutto in questi tempi di borsa calante. La Costituzione, poi, difende il risparmio, o, almeno, dovrebbe farlo : la storia italiana, sin dai tempi di Sindona, per poi giungere ai disastri legati alla Parmalat ed alle dimissioni del governatore della Banca d’Italia Fazio, scoperto “troppo amico” dei banchieri d’assalto, ci dice che non è più così da tempo!

Lasciamo ora l’aspetto politico della situazione disastrosa della nostra penisola, e diamo piuttosto uno sguardo al nostro territorio: 300.000 chilometri quadrati, occupati per circa il 40 per cento dalle montagne, notoriamente soggette ai movimenti sismici e, quindi, poco abitabili. Per non parlare delle ampie aree soggette a frane e inondazioni. Eppure la cattiva informazione e l’ONU, gestita da una maggioranza di paesi terzomondisti, vorrebbero un’Italia ancor più popolata, quando si dovrebbe sapere che la sua densità di abitanti per chilometro quadrato (192) è circa il doppio di quella francese (113), e ben superiore di quella cinese (136)! Nel 2012, la condanna della Corte dell’Aja per i respingimenti eseguiti dall’Italia – condanna che è stata richiesta e concessa solo contro l’Italia e non contro gli altri paesi che la praticano anche assai più energicamente e sistematicamente – va nel medesimo senso.

Ma le speculazioni di ogni genere hanno bisogno delle masse, soprattutto se povere ed ignoranti: e, se non sono povere, qualcuno pensa a farle divenire tali, distribuendo ogni tanto qualche “zuccherino per addolcire la pillola”. Scuole spesso diventate inutili, come afferma l’OCSE, trasformate in parcheggi per la gioventù, provvedono a diffondere l’ignoranza ed a creare eserciti di illusi, in gran parte semianalfabeti, impreparati ad affrontare il mondo del lavoro. Ed è proprio a proposito della popolazione, che occorre fare una profonda riflessione: si sa che, negli ultimi dodici anni, l’Italia è stata invasa da una massa di oltre 5 milioni di immigrati, ma pochi sanno che, nello stesso periodo, come risulta dalle iscrizioni all’A.I.R.E., gli Italiani emigrati all’estero sono stati altrettanti. Nessuno si chiede il perché: eppure ci sarebbe tanto da dire, visto che gli Italiani che emigrano e che si trovano in Francia, in Gran Bretagna, in Germania e negli altri paesi del mondo, non sono certamente dei poveracci, senza capacità ed istruzione. Non staranno mica fuggendo? E, in caso affermativo, da chi o da che cosa? Dando uno sguardo alla Bilancia dei Pagamenti, è logico e ragionevole supporre che l’Italia si stia impoverendo, coll’importare popolazioni straniere, difficilmente integrabili, e ad alto costo sociale (scuole, ospedali, giustizia, carceri, abitazioni), perdendo definitivamente capitale umano e finanziario per esportarlo negli altri paesi del mondo.

Il modello economico e produttivo dei nostri giorni è esattamente l’opposto di quello seguito negli anni sessanta, quando la lira ricevette meritatamente l’oscar per la sua stabilità valutaria! In quell’epoca l’Italia vedeva i suoi lavoratori emigrare all’estero per inviare rimesse di denaro alle famiglie, mentre oggi succede proprio il contrario con le rimesse degli immigrati stranieri inviate ai loro paesi di origine. Un buon calcolo da farsi sarebbe quello di stimare il valore aggiunto producibile dagli emigrati italiani e dagli immigrati stranieri, comunitari o extracomunitari che possano essere, tenendo ovviamente conto di tutti i costi, e cioè di quelli sociali, facenti parte della spesa pubblica. Il risultato di questo calcolo, con un PIL fermo da tredici anni e più, è tristemente intuibile. Se già sono seri i problemi attuali, ci sarà da piangere quando l’Italia, paese essenzialmente trasformatore, dovrà battersi nei prossimi anni in presenza di uno scenario mondiale di estrema scarsità di materie prime, quali il petrolio ed i metalli, i cui mercati diventeranno sempre più riferimento delle politiche industriali e finanziarie mondiali. E si sa che i paesi trasformatori, privi di materie prime, non possono di certo praticare politiche protezionistiche.

Già c’è chi paventa il sorgere di nuove speculazioni sul costo delle materie prime: il mio suggerimento è quello di mandare questi signori a rileggersi le differenze tra i mercati in libera concorrenza (anche se imperfetta) ed i mercati in regime di oligopolio, su un buon testo, non politico, ma di economia generale. Purtroppo si sa che, per chi ha il potere, è più facile parlare a vanvera a folle poco istruite, piuttosto che studiare e documentarsi2. Tanto la gente non capisce l’economia e, purtroppo, tante altre cose. La gente della strada, quando viene truffata, piange e basta. Non c’è pertanto da stupirsi, come affermava Rudiger Dornbush, uno dei più noti economisti del MIT di fine secolo, che l’Italia sia ferma sin dagli anni ’90. Ed è proprio da quegli anni che il PIL stenta a crescere o è addirittura è fermo (non va dimenticato che il PIL è soltanto una stima statistica della ricchezza prodotta in un determinato anno), a causa di politiche monetarie, inadatte ad un paese ad “economia debole” come l’Italia, o contributivo-fiscali, destinate, queste ultime, a tassare soltanto ed esclusivamente una parte della popolazione attiva, data la presenza di un’enorme economia sommersa, oscillante tra il 25 ed il 30 per cento del PIL complessivo.

A proposito della debolezza economica del nostro Paese, ricordo il mio attacco a Ciampi alla Camera dei Deputati, quando gli rimproverai lo sperpero di oltre 56.000 miliardi di riserve valutarie nel corso dell’anno 1992 (soprattutto nel mese di settembre) per difendere la presenza della lira nel “serpente monetario” , con un cambio “forte” Lira/DM di circa 745. A quell’epoca, e cioè nel 1993, lasciata la Banca d’Italia per ovvi motivi, Ciampi aveva già fatto carriera, diventando Presidente del Consiglio dei Ministri. L’Italia, a fine del secolo scorso, rifece lo stesso identico errore commesso da Ciampi nel 1992, quando volle entrare “subito” nella zona euro, presentandosi in braghe di tela, con un’economia debole e già con un Debito Pubblico allucinante: gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati è crollato, mentre sta scomparendo la borghesia media.

Gli economisti “di parte”, i cosiddetti “eurotecnocrati”, affermano che, senza l’introduzione dell’euro e con il mantenimento della liretta, avremmo comperato la benzina a chissà quale prezzo. Si è adottato l’euro e la benzina è aumentata comunque, e molto: ed ancora una volta qualcuno ha dimenticato che il mercato del petrolio è gestito in gran parte da un gruppo ristretto di produttori, che agiscono in regime di oligopolio (OPEC), senza preoccuparsi, guarda un po’, dell’Italia. La distribuzione dei prodotti petroliferi, nel nostro Paese, dà poi il colpo di grazia al consumatore finale. Vero è che l’Italia ha visto molti prezzi raddoppiare, dal momento che la distribuzione aveva semplicemente sostituito le mille lire con un euro: l’incremento del prezzo della benzina e del petrolio non possono certamente giustificare questi aumenti. Qualcuno aveva pensato di controllare l’andamento dei prezzi? A quanto mi risulta non vi fu nessuno che si preoccupasse di questo “fenomeno”, né di destra né di sinistra. Nessuno, proprio nessuno, pensò “all’interesse ed al benessere degli Italiani e del Paese”.

Ma continuiamo. L’analisi delle cause che impediscono all’Italia di ritornare un paese sano e civile sono riconducibili anche alla burocrazia, legata ad una pubblica amministrazione troppo spesso inefficiente e non autoriformabile. Le lungaggini della Magistratura nel portare a termine i processi e gli scarsi risultati, condannati dalla Commissione Europea, e la politicizzazione delle istituzioni privilegiano altri fini e non di certo il perseguimento della giustizia. L’illegalità diffusa vede ancora dinnanzi a sé, in Italia, ampi e sconfinati orizzonti : sotto questo punto di vista è ragionevole affermare che, se un tempo ebbe successo il film “Roma, città aperta”, oggi come oggi farebbe furore il suo seguito “Italia, nazione aperta”. Quattro regioni in gran parte occupate dalle mafie equivale a dire: “Mafie di tutto il pianeta : arrivate pure in Italia. Qui si fa quello che si vuole, … o quasi!”.

Questo è il contesto che, a mio avviso, ha portato l’Autore a dedicarsi, questa volta, al sistema bancario ed alla moneta, che da più parti si vuol radicalmente cambiare; e lo ha fatto con un approccio originalmente ampio, che comprende funzionamento monetario e funzionamento sociale. Ma prima di farlo, e non dopo, cerchiamo i veri colpevoli dei dissesti e pretendiamo dei bilanci redatti con il massimo della prudenza del buon padre di famiglia. Portiamo a perdita i crediti inesigibili, azzerando, se del caso, i capitali di rischio, e destiniamo alla galera, e non alle comunità sociali di recupero, i banchieri d’assalto. Vederli circolare liberamente è solo un cattivo modello da proporre alla gente comune. Non ci sono altre soluzioni per difendere i risparmiatori onesti, per dare loro un briciolo di speranza.

Questi bistrattati risparmiatori, formichine sperdute in un mondo gestito dalle cicale, dovrebbero incominciare a costituirsi delle proprie riserve di moneta, veramente valide ed inattaccabili. Il suggerimento è facile: l’oro, nel quale si è abbandonata da tempo, purtroppo, la convertibilità della moneta, è l’unico mezzo per destinare con sicurezza una buona parte dei propri risparmi. Tutto il resto è carta, che viene notoriamente definita da tutti i testi di economia “moneta fiduciaria”, e con quello che è successo, i banchieri, la fiducia, debbono di nuovo conquistarsela. Occorrerà non meno di una generazione per veder ritornare questa fiducia nel mondo bancario e finanziario. Inutile illudersi.

Sullo scenario geostrategico, il Dollaro USA è il fattore più critico: è destinato a perder una gran parte del suo valore, ma quando succederà? Essendo una moneta fiduciaria, come le altre, nessuno può prevederlo. Diciamo che, a lume di naso, il sistema traballante americano, illuso dalle promesse di Obama, può vivacchiare un annetto (la gente mangia tutti i giorni ed ha eletto Obama per la riforma, non facile, del sistema sanitario): poi ci sarà la resa dei conti e la massa di trilioni di dollari, immessi in circolazione per mitigare gli effetti dei “subprime”, produrrà il suo triste effetto sull’economia …. mondiale. Si ripeterà, negli USA, quello che si è visto ai tempi di Evita Peron, in Argentina. Fuga dal Dollaro, e dagli USA, latinizzazione, se mi è concesso questo termine, del paese.
Personalmente ritengo che vi sarà un effetto di tipo “assonanza” rispetto alle altre economie : anche queste soffriranno un aumento dell’inflazione, dovuta all’espandersi della massa monetaria espressa in dollari (come ai tempi di Cortes e all’immissione di grandi quantità di oro – inteso come moneta – nei mercati europei…). Questa sarà misurabile con una tasso a due cifre (o quasi) per almeno 5 o 6 anni. Gli effetti sul sociale e sull’economia sono ampiamente prevedibili. L’economia monetaria è anche matematica: non si scappa.
Quando verrà meno la fiducia “in massa”, il tracollo o default che dir si voglia della FED, del Dollaro Usa, e degli USA, sarà inevitabile ed improvviso. Altre banche chiuderanno: sarà difficile prelevare denaro contante agli sportelli. Se scoppierà una nuova guerra (contro la Corea del Nord o l’Iran), la FED e gli USA avranno qualche scusa per giustificare il tracollo della loro moneta. Non ci sarebbe affatto da stupirsi di trovarci di nuovo tutti coinvolti in un nuovo grande conflitto mondiale, con il ripristino, per motivi di interesse, delle vecchie coalizioni (Cina e Russia da una parte, USA, Giappone ed UE dall’altra).
E’ molto probabile che, nella seconda parte dell’anno, quando aumenterà la domanda del petrolio (sempre più scarso….), i “poteri forti” cerchino di diminuire il cambio del Dollaro rispetto all’Euro (chiamiamola, questa, una manovra diversiva). E’ impossibile pensare al contrario (rafforzamento del Dollaro). In questo modo produrrebbero la caduta delle esportazioni e del PIL europeo in generale (l’Euro è troppo forte e lo diverrebbe ancor di più per diversi paesi mediterranei dell’area Euro), e forzatamente di altri Stati, compresa la Cina e l’India. La diminuzione del valore del Dollaro sarebbe mitigata.
E’ un po’ come dire che tutti i paesi industrializzati e legati all’interscambio sono su una china e stanno scivolando riducendo la loro ricchezza: alcuni scivoleranno di più ed altri di meno.

Ritengo che ci sia stata la concomitanza di diversi fattori che hanno creato le premesse per il fallimento dei paesi PIIGS e, solo dopo, della dubbia sopravvivenza della zona euro. I tempi d’azione di questi fattori sono stati diversi, anche se in certi periodi si sono sovrapposti. Direi che tutto è incominciato una trentina di anni fa, diciamo dalla seconda metà degli anni 80, quando la partitocrazia si è sovrapposta alla democrazia. La spesa facile ha arricchito le industrie, facendo restare in vita quelle incapaci di resistere alla concorrenza. Ricordo la Legge Prodi, tanto per fare un esempio. Ed è da quell’epoca che la partitocrazia, sorretta dai poteri forti internazionali (o sovranazionali), ha scavato la fossa ai paesi mediterranei, notoriamente più propensi a vivere alla giornata ed a privilegiare il populismo. Le spese pubbliche si sono gonfiate, ma anche quelle private, grazie alle scellerate scelte di concedere i crediti al consumo, le carte di credito/debito facili e via dicendo, creando la banca unica, non più dipendente dalla contrapposizione bilanciata di attività e di passività, contraddistinte da criteri temporali di raccolta e di impiego (leggasi necessità di tenere separate le banche di credito ordinario da quelle di affari e di investimento). La partitocrazia costituiva la facciata ben orchestrate dalle lobbies internazionali. L’allargamento del WTO è stato una delle cause esogene all’impostazione del sistema dei paesi PIIGS: questo allargamento trovava contropartita economica nel concetto di mondializzazione che giustificava, in un certo senso, un’accelerazione del consolidamento dell’Europa unita e della creazione di una moneta unica. Bisogna allora chiedersi come venne concepito e poi distorto il disegno di questa Europa unita.

Dapprima (ricordiamone l’evoluzione: la CECA, il Mercato comune eccetera) si parlò soltanto di un accordo mirante al libero scambio ed alla programmazione dei volumi di produzione di alcuni prodotti: carbone ed acciaio furono i progenitori di una politica di interventi e/o di divieti spesso sciocca o asfissiante. Questa graduale evoluzione della CECA e poi del MEC incominciò ad accompagnarsi ad una competizione tra i maggiori paesi industriali europei (UK, Francia, Italia) che volevano primeggiare (la Germania era “fuori concorso”, dovendosi, ad un certo momento, dedicare alla riunificazione del paese ed alla conversione di 100.000 imprese dell’Est: questa riconversione, benché fiscalmente onerosa, aveva ovviamente i suoi riscontri in termini di sviluppo) per contare di più nel miraggio dell’Europa unita. In quest’ottica, nel 1985, Craxi fece rivalutare del 15% il PIL, con la scusa di valorizzare l’economia sommersa, della quale, grazie alle tangenti che riceveva, aveva una buona conoscenza.

Ma, ripeto, qualcuno comprese che i futuri paesi aderenti avrebbero potuto “marciare” con velocità diverse, come in effetti successe e succederà sempre. Si manifestò’ pertanto la presenza di due anime della costruenda Europa unita: quella socialista di Délors e quella liberista dei paesi anglosassoni: la prima spingeva ad organizzare ed a redistribuire le risorse dei vari paesi, tanto da far sperare ai nuovi arrivati di “ricevere di più di quanto essi avrebbero dovuto versare nelle casse comuni europee.” Poi si giunse al trattato di Maastricht, che poneva dei limiti ai deficit ed ai Debiti Pubblici. Prevalse per anni l’idea socialista di chiudere un occhio sui superamenti dei parametri: le lobbies si arricchirono e costituirono una valida alleanza per la partitocrazia spendacciona. “Pane e giochi del circo”: milioni di cittadini europei si arricchirono per acquistare beni e servizi delle imprese controllate dalle lobbies. L’Euro si valorizzò nei confronti del Dollaro USA, giungendo a raddoppiare quasi il suo valore nei confronti della valuta più ambita ed utilizzata nel mondo intero. Era ovviamente un bluff: bluffava l’Europa come bluffava l’America (USA). Gli USA videro di buon occhio (per il turismo) la rivalutazione dell’Euro dovuta alle preferenze dei mercati. Ma le lobbies, soprattutto nell’ultimo decennio, comprendendo che il gioco non avrebbe potuto durare all’infinito, si alzarono dal tavolo spostando gli investimenti nei paesi emergenti (ora definiti BRIC).

Questa è storia economica, che ricorda il secolo precedente alla Rivoluzione francese del 1789 e quella russa del 1917 (in effetti i primi moti si presentarono all’inizio del secolo XX).
L’affondamento della Costa Concordia è una semplice coincidenza, come i 36 morti per il freddo in Italia durante l’inverno. Ho visto il declino della Costa Crociere e non mi stupisco affatto del suo naufragio: la Costa assume manodopera sottopagata. Scrissi personalmente a questa compagnia, della quale ero un ottimo cliente, nel 2009 avendo assistito ad atti di vandalismo da parte di una quindicina di ragazzi e ragazze italiani: mi fu risposto per iscritto spiegandomi che la loro era la nuova politica dei prezzi: abbassamento del livello della clientela, abbassamento dei servizi resi e della professionalità del personale per raggiungere il “break even point”, come si dice in microeconomia. Punto e basta.

L’Italia non è preparata al freddo? No, l’Italia non è preparata a reggere, sotto tutti gli aspetti, l’onere di 60.000.000 di abitanti, la maggior parte dei quali è foraggiata con denaro pubblico. Ora non è più possibile continuare per questa strada. Monti è un generale senza esercito e quello del quale dispone (voti in Parlamento) non è suo, e lo può tradire da un momento all’altro. Fa come può ed è costretto a cercare senza ritardo le risorse necessarie per fermare il deflusso (spesa pubblica marginale, variabile al variare dei tassi di mercato) di interessi, influenzando gli investitori che, fino a quando ci sarà lui, si accontenteranno di minori interessi. E’ un po’ come vedere un ferito grave: prima gli si curano le ferite, di modo che non perda tutto il sangue; e poi, eventualmente, si penserà a fargli una plastica facciale3.

Diversamente da Marco Della Luna, ritengo che Monti non abbia reso irreversibile la recessione, che esista da una vita in Italia, anche se non evidenziata dai dati non attendibili dell’ISTAT – recessione che Rudigher Dornbush, professore emerito del MIT, aveva indicato essere presente in Italia sin dal 1990 (ripeto : 1990). La recessione potrebbe essere eliminata soltanto con un ritorno ad una lira svalutabile, visto che non si possono aumentare i salari, gli stipendi e le pensioni, salvo abbassare la pressione fiscale e contributiva. Un’altra soluzione possibile sarebbe la ristrutturazione del debito pubblico, come si vorrebbe far fare, o il consolidamento di parte del debito (qualcosa come ha fatto l’Islanda…). Ora Monti cerca di agire sull’anelasticità del lavoro[cioè sul fatto che i lavoratori lavorano anche se pagati meno – NdA], ma troverà le sue resistenze. L’esodo dei capitali sta ricominciando (11.000 miliardi soltanto nel periodo prima della fuoriuscita di Berlusconi e l’arrivo di Monti).

La produzione ha bisogno di poter contare sui fattori capitale, lavoro e capacità imprenditoriale. Ditemi che cosa c’è di tutto questo in Italia (non mi si parli di casi particolari, di nicchie) quando non solo mancano i presupposti per far funzionare l’economia, ma quando, al contrario, sono in essere numerose distorsioni e diseconomie, quali la presenza delle mafie, il dissesto idrogeologico del paese, l’uso del sociale per pagare le clientele politiche. Su questo sono tassativo: accusare Monti di acuire la recessione è ridicolo [Su questo io e Pioli la pensiamo molto diversamente – NdA]. Se non agisse così avremmo più interessi da pagare, con un’economia europea traballante e già in recessione, ed il contribuente ne farebbe le spese (lo spread è sceso e gli interessi pure: il mercato sta dando fiducia a Monti). Con questo le lobbies continueranno a criticarlo dicendo che non si fa nulla per lo sviluppo. Perché le lobbies dicono questo? Perché, quando l’economia rallenta, la spesa pubblica è frenata, la partitocrazia è assetata, le tangenti si fanno più piccole, le mafie vendono di meno beni e servizi (droghe e prostituzione). Le imprese emigrano per il carico fiscale esistente, che Monti non può annullare per non aumentare il deficit (accordi di Maastricht ed ora della “clausola oro”).

Siamo obiettivi: Monti non può fare miracoli: sta resuscitando un morto e la sua prima legge è datata Dicembre 2011: siamo soltanto ai primi di Febbraio del 2012. Quando qualcuno mi dice che Monti ha aumentato la recessione mi metto semplicemente a ridere e …. proseguo senza dare una risposta. Al limite chiedo a mia volta: “E che cosa si dovrebbe fare?” Lavorare per lo sviluppo significa, mi ripeto ancora, agire sui fattori produttivi e cioè:sul capitale finanziario, sul lavoro (sia sotto l’aspetto qualitativo che quantitativo), sia sulle capacità imprenditoriali.

Finora la partitocrazia ha permesso di far fuggire i capitali (sin dall’epoca del miracolo economico italiano), e di creare attese in merito a scudi fiscali e condoni di ogni genere, di avere una manodopera altamente sindacalizzata senza poter contare su quella potenziale, assistita per motivi clientelari, di avere, nelle grandi imprese, sempre aiutate dallo Stato, dei pessimi dirigenti, della stessa forza di quelli esistenti nella Pubblica Amministrazione.

Per dare un peso specifico a questi tre elementi non bastano di certo due mesi di governo di Monti! Un buon economista deve sempre fare una buona diagnosi per far riprendere il malato, ammesso che questi non sia già morto. Poi si pensa a fare le cure ricostituenti dovute.

Guardiamo che cosa sta succedendo in Grecia. Si cercano rimedi, togliendo parte del sociale. Le reazioni sono evidenti. Ma se si facesse lo stesso in Italia, le reazioni, appoggiate dalle mafie, sarebbero ben più pesanti.
Che Monti abbia aiutato le banche è indubbio, ma, in effetti, ha aiutato immeritevolmente i banchieri, gli obbligazionisti e gli azionisti delle banche illiquide, e meritevolmente il risparmiatore. Voler a tutti i costi l’annullamento della recessione è un’utopia che si scontra con problematiche non solo finanziarie, ma anche di comportamenti psicologici di massa.

La storia è fatta di alti e di bassi, di vacche grasse e di vacche magre, sin dai tempi della civiltà egizia (e non solo). Gli anni passati sono stati anni di vacche grasse, in quanto si è drogata l’economia, che ha girato al di sopra delle proprie possibilità. Occorre un periodo di riflessione. La grande depressione del 1929 abbisognò di 20 anni per veder i titoli di borsa riprendere i livelli lasciati con il crollo di Wall Street. Rendiamocene conto: voler seminare soldi per combattere la recessione significa non avere un’idea esatta del paese e delle sue potenzialità (in Italia molto scarse): già abbiamo parlato di tutto quello che stona ed è falso in Italia, dai lavoratori fasulli agli imprenditori incapaci alla Pubblica Amministrazione disastrosa e controproducente, dove si è ridistribuito prima di produrre. Gli errori, in un’economia mondializzata, si pagheranno sempre più cari. Non c’è molto da fare: occorrerà tempo, molto tempo.

Un tema centrale e controverso della gestione della crisi finanziaria, soprattutto di quella del debito sovrano, è il ruolo che dovrebbero assumere le banche centrali: creare moneta aggiuntiva, comperare direttamente i titoli pubblici, etc. Della Luna prende su questi temi posizioni chiare, derivanti dalla sua concezione della moneta, ossia che la moneta in senso proprio (la fiat money, cioè) non è una merce e non è credito, ma deriva il suo valore dal fatto che gli operatori economici la accettano – con tutto un insieme di corollari molto interessanti. La mia concezione ha numerose convergenze con la sua, e qui devo precisare che, a mio avviso la moneta, che è destinata, nelle cosiddette transazioni orizzontali (cioè in quelle che necessitano tra coloro che, a vario titolo, entrano nel mercato per acquistare beni o servizi e per pagare ed incassare crediti o altro), è e sarà sempre “fiduciaria”. In altri termini possiamo affermare che la fiducia nella moneta, “sovrana o emessa da altri soggetti”, sarà sempre espressa dalla possibilità di utilizzarla correntemente nelle transazioni commerciali e finanziarie, senza opposizione da parte del prenditore.

La storia economica ci dice che ci sono stati diversi tipi di monete: in sintesi ricordiamo beni naturali, quali pezzi di metallo, conchiglie, bestiame, sino a giungere al conio delle monete, per renderle più credibili con il viso di un Cesare o di un regnante, sempre nell’ottica di aumentarne la credibilità e l’accettazione negli scambi e nella tesaurizzazione. Poi si è giunti ai titoli cartacei girabili ed alla moneta vera e propria, sempre convertibile in argento o in oro. Non dimentichiamo la funzione dei cambisti, dei mercanti, dei Templari e di altri soggetti ancora, che contribuirono molto alla diffusione della moneta, pur sempre ancorata a certe quantità di metallo pregiato. Poi, “gli alchimisti” della moneta, non avendo avuto la possibilità di trasformare i metalli vili in metalli preziosi, inventarono la cartolarizzazione della moneta, inizialmente giustificata dalla scarsità di quantità d’oro e di argento, ormai insufficienti per essere utilizzate nelle transazioni, il cui volume era enormemente cresciuto con l’allargamento dei mercati: le banche stamparono carta moneta, a fronte di quantità di metalli preziosi (bimetallismo o monometallismo) inferiori al potere d’acquisto della carta messa in circolazione. Nacque di qui l’idea della moneta cartacea di credito ed dell’applicazione del moltiplicatore monetario bancario, dapprima all’oro, poi alla cartamoneta, infine al credito, come bene spiega questo saggio – idea, che ha portato ai noti dissesti, in tutte le epoche, soprattutto dal 1600 in poi, di molti istituti di credito, nei periodi di recessione, in cui i fallimenti aumentano a dismisura.

Ma la stessa cosa successe quando i regnanti vollero stampare per proprio conto la carta moneta e senza riferimenti validi, quali i metalli preziosi. Ricordiamo la tosatura delle monete: pare più che sufficiente per i buoni intenditori. Gli assignats della Rivoluzione Francese sono comunque il più classico degli esempi. In conclusione: la stampa fuori controllo della moneta cartacea ha sempre portato a grandissimi fallimenti dei sistemi bancari e degli utilizzatori, indipendentemente dai soggetti emittenti (pubblici o privati). Il problema è la fiducia, nient’altro che la fiducia. Quando questa esiste, tutto va bene, ma quando questa viene meno sono dolori. Keynes ed i neokeynesiani o i cultori della MMT auspicano l’emissione e la circolazione di una moneta svincolata (transazioni verticali) da qualsiasi riferimento, soprattutto da utilizzarsi (ma non solo) nei momenti di crisi e di recessione (1929, epoca attuale in gran parte del mondo industrializzato occidentale). Il fatto è che questi economisti darebbero allo Stato la possibilità di gestire questa moneta…. Ma, visto che la moneta resta e sarà sempre fiduciaria, a causa del fatto che, tra l’altro, deve essere portatrice e mantenitrice del potere d’acquisto del portatore, si ricade e si ricadrà sempre sui soliti luoghi comuni, della mala gestio dei governi, dei dittatori e dei regnanti, che, come è sotto gli occhi di tutti, sia nell’Europa mediterranea, che nei paesi africani, continueranno ad aumentarne il volume per destinarla al proprio arricchimento o a quello delle proprie clientele.

Avrei moltissime altre cose da aggiungere, ma ritengo sia giunto il momento di lasciarvi alla piacevole lettura di questo libro, che, ne sono sicuro, troverete, come è successo a me, avvincente, interessante ed estremamente istruttivo. Nizza, Marzo 2012

Prof. On. Claudio Pioli (già docente di materie giuridico-finanziarie all’Università di Torino, dottore in Economia e Commercio, dottore in Scienze Politiche – ramo Economico Politico, e già deputato della XI Legislatura, distintosi per un attacco a Ciampi sullo spreco di 56.000 miliardi di Lire nella gestione della svalutazione della Lira nel 1992; poi volontariamente esule in Francia).

libro:

Marco Della Luna
Cimiteuro – Uscirne e Risorgere – Libro >> http://goo.gl/Gev9W Come ripartire dopo il collasso globale dell’economia
Editore: Arianna Editrice
Data pubblicazione: Novembre 2012
Formato: Libro – Pag 456 – 15×21
Con i contributi di: Claudio Pioli e Antonino Galloni
http://www.macrolibrarsi.it/libri/__cimiteuro-uscirne-e-risorgere-libro.php?pn=1567

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