UN ATOMO di NULLA?

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UN ATOMO di NULLA?

di Luigina Marchese

L’atomo non è visibile ad occhio nudo, ma è presente ovunque nelle varie aggregazioni di ordine materiale, liquido, gassoso. In quest’atomo Corbucci scopre un vuoto, un nulla, dunque… un atomo fatto di nulla?

Partiamo dalla domanda se il Vuotoquantomeccanico scoperto da Massimo Corbucci coincida con il concetto di etere. Chiediamoci altresì quale possa essere il rapporto fra il concetto di Nulla ed il VQM medesimo.

L’idea di un quid onnipervasivo arriva a noi da tempi remoti, passando dal mito fino alla sua sistematizzazione e razionalizzazione in ambito filosofico e scientifico. Le cose non hanno un’essenza loro propria, quanto invece un’essenza relazionale che al Tutto le collega. Ogni ente nell’universo, compresa la Coscienza, è il risultato di interconnessioni e, poiché ogni sistema maggiore include i minori ed è incluso a sua volta in sistemi più grandi, si può dire che tutto è relativo, relativismo cosmologico, relatività universale.

Noi vediamo solo le configurazioni del piano in cui viviamo ma, aggiungendo ulteriori elementi, la realtà diventa più complessa, si creano nuovi agganci che superano ed allo stesso tempo includono i precedenti. Il poeta latino Lucrezio ci dice che “Nullum rem nihilo gigni divinitus unquam (nulla può originare giammai dal niente per opera divina)”. Se non si può chiaramente fare a meno del Nulla, occorre oggi sostituirlo con diverse, soprattutto nuove, visioni.

Vediamo come e perché.

L’atomo non è visibile ad occhio nudo, ma è presente ovunque nelle varie aggregazioni di ordine materiale, liquido, gassoso.
In quest’atomo Corbucci scopre un vuoto, un nulla, dunque… un atomo fatto di nulla?

Cerchiamo di sintetizzare le caratteristiche del VQM:
-è posto all’interno dell’atomo, ma trascende l’atomo stesso;
-è un locus, uno spazio mattonato dei mattoni fondamentali della materia (i due Rishoni, di cui Vavhau è il Cielo, Caelis o Calix, calice, dunque ciò che può essere riempito, mentre Tohu è la Terra o Teerum, duro, ciò che ha la forza di riempire);
– permette la vita, la manifestazione, l’aggregazione della materia;
– è quanto-intelligente;
– è olistico, contiene tutto anche in un frammento di sé;
– consente la conservazione dei dati;
– mette in contatto due realtà pur se distanti fra loro;
– è un vuoto… interiore, per mezzo del quale possiamo raggiungere un punto… esteriore;
– è un oceano assolutamente infinito di fluido che permea il sotterraneo della materia in tutta l’estensione dell’universo.

Tali descrizioni, l’ultima in special modo, richiamano alla mente l’antica idea di etere.
Il VQM, allora, può essere fatto coincidere con l’antico concetto di etere?

Sicuramente sotto alcuni aspetti sì, sotto altri aspetti senz’altro no, poiché il VQM sembra porsi al di là dell’etere medesimo. Nella tradizione indù, Etere è il primo degli elementi, ciò che tutto contiene, è lo Spazio, il vuoto che permette alle cose di esistere e manifestarsi. In tal senso il VQM sembra coincidere con l’etere.

Secondo gli insegnamenti antichi, quest’ultimo è condensazione dell’Akasha, sostanza che riempie lo spazio infinito e che, modificandosi, si converte in etere, il quale, a sua volta, si trasforma per condensazione in ciò che ho definito, in altre sedi, forme anteriori, in definitiva ciò da cui tutto proviene. Akasha è suono primordiale, fuoco superastrale, senza il quale è impossibile concretizzare e cristallizzare il suono stesso.

E’, inoltre, la prima radiazione della radice Mulaprakriti, ovvero della materia primordiale insapore e indifferenziata, chiamata dagli alchimisti “ens seminis”. Ora, questo ens seminis altro non è che uno dei Rishoni individuati da Corbucci, la Materia nella sua forma primordiale, nello specifico Vavhau). Gli indù la chiameranno altresì aviakta, ciò che viene prima. Poste queste basi, il VQM supera il concetto di etere, supera lo stesso concetto di akasha e trascende altresì il concetto di “ens seminis”, anche se sembra paradossalmente coincidere con essi.

Vediamo l’idea resaci da Corbucci. Egli propone una “rivisitazione” del concetto di etere, abbandonato dalla Scienza che lo intese come un “quid” che permea lo spazio siderale fisico, mentre in realtà, secondo lo scienziato, va rivisto secondo un nuovo approccio che lo colloca nei “sotterranei” della materia e viene perciò ad essere assimilato a quel Vuotoquantomeccanico presente nel “cuore” di tutti gli atomi del Creato. Gli Scienziati pensavano che l’etere permeasse lo spazio cosmico ma Corbucci dice che non è così, poiché esso è nascosto, invece, in un buco.

“Il vecchio concetto di etere può essere rispolverato a patto che si comprenda la magagna per la quale lo si è dovuto buttare nella spazzatura. L’errore è stato quello di credere l’etere un qualcosa che permea lo spazio cosmico, invece esso scorre nel cunicolo del VQM. Come al solito la chiave di tutto è nell’etimologia della parola etere: Aeì-theo = che sempre scorre.

Nel Vuotoquantomeccanico le particelle scorrono, acquistano massa, altrimenti esse continuerebbero il loro viaggio alla velocità della luce, senza dare all’atomo la possibilità di formarsi. Dunque, la gravità non è l’effetto di una “corrente di quantità di moto”, ma di qualcosa che scorre con continuità.

Afferma ancora Corbucci: “L’ipotesi della Fisica poggiava sull’assunto che le onde elettromagnetiche dovessero avere un supporto per propagarsi e si pensò di chiamare quest’ipotetica intelaiatura etere. Ora il VQM introduce la nozione nuova che oltre, al di fuori dello spazio, ci sia un dentro, quell’area nera che rompe la simmetria tra i barioni e quel nero fra gli elettroni 71 e 72 e 103 e 104. Perché questa nuova nozione dovrebbe richiamare l’idea di etere? Forse perché da sempre chi riflette sulla natura dello spazio, trova ovvio che dove non c’è niente, qualcosa potrebbe esserci! In vero il VQM non ha niente da spartire con l’etere, essendo invece quel dentro in cui “galleggia” tutto ciò che c’è nell’universo. L’etere al massimo poteva essere grande quanto tutto l’universo. Il VQM è Grande Infinitamente, di grado superiore all’ALEPH 3”.

In tal senso e su queste basi sarebbe riduttivo paragonare il VQM all’etere, quanto forse all’akasha ma quest’operazione si mostra altresì insoddisfacente, essendo l’akasha stessa contenuta in quella che gli Indiani definiscono aviakta (o mulaprakriti), la quale può essere assimilata all’ordine implicito di Bohm, all’indeterminazione di Heisenberg, dunque quel mare di possibilità ove agisce la Coscienza.

Se ne deduce allora che al VQM delineato da Corbucci può essere assegnata una duplice connotazione, la prima che lo vede come ente, dominio formatore di ogni cosa esistente (Grande Vuoto), l’altra come parte costituente delle polarità che danno origine all’universo (vuoto-vuoto).

Cos’é il Nulla?
L’intero pensiero filosofico, nelle sue variegate correnti, ha tentato e cercato di definirne la natura. Vediamo allora di ripercorrerne i passi, onde configurare il VQM all’interno di tale paradigma.
Cos’è questo vuoto da cui ha avuto origine l’intera manifestazione?

In molti hanno identificato il vuoto con Dio. I filosofi greci considerarono il fondamento ultimo del mondo come qualcosa di celato. Parmenide disse che il Nulla era impensabile. Meister Echkart identificò Dio con il Nulla e per tale motivo fu condannato dall’Inquisizione. Gli stessi Buddhisti, secondo l’opinione corrente, identificano Dio con il vuoto e pensano che alla nostra liberazione torneremo in esso. Essi definiscono la realtà ultima shunya, vuoto ma non si tratta di un ente negativo, poiché esso contiene tutti noi. Essenza e vuoto vengono associati, quasi identificati.

Occorre allora operare una distinzione, poiché la ricerca in ambito filosofico ci pone dinanzi due connotazioni che fra l’altro Corbucci ha ben evidenziato. Il primo è il Vuoto Eterno, primordiale, un principio dal quale si manifesta ogni divisione, ogni dicotomia. Gli Ionici, ad esempio, erano convinti che al di sotto di ogni esistenza vi fosse una realtà unica ed eterna. Essi denominarono tale sostanza Archè (principio), intendendo con tale concetto la materia da cui tutte le cose derivano, fornita di una forza intrinseca che la fa muovere. In tal senso la sostanza fondamentale è eterna, mentre tutte le altre sono transitorie. E comunque, al termine sostanza essi non attribuivano necessariamente connotazione materiale, quanto infinita, incorruttibile. E’ questa stessa sostanza che forma gli elementi così come noi li conosciamo. Da ciò ha origine il divenire che sembra essere dunque una degradazione (!) dell’Uno.

Vi è però l’altra accezione e cioè quella che identifica il vuoto con la Materia prima, la Sostanza universale intesa come Non-Essere contrapposto all’Essere. Tale interpretazione include dunque il vuoto in un processo che vuole Essere e Non-essere interagenti.

Come conciliare le opposte accezioni del vuoto, una che rimanda alla sua sostanza empirica, l’altra che rinvia alla sua connotazione metafisica? Plotino definisce con il termine “nulla” sia la realtà più alta, cioè l’Uno, quanto la realtà più bassa, cioè la materia. A partire dagli Ionici, risalendo fino a Guénon ed a Francois Cheng, si svela una concezione del vuoto che vuole intenderlo fondamento di ogni cosa, ciò che precede il Cielo e la Terra.

Implicitamente esso viene identificato con Dio.
I testi orientali cinesi, soprattutto indiani, ci mostrano poi il vuoto nella sua connessione con il pieno.
Escludere una visione a favore di un’altra non ci mette sulla buona strada. Pur non volendo identificare il Vuoto con Dio, la ricerca dello scienziato viterbese riesce a conciliare entrambe le concezioni. In Corbucci la prima visione richiama il Vuotoquantomeccanico, mentre la seconda connota il vuoto-vuoto, uno dei due Rishoni dalla cui interazione, grazie al suono, origina la manifestazione sensibile.

Abbiamo, dunque, il Vuoto inteso come Principio primo, ma anche il vuoto inteso come Madre universale (Non – Essere) nella sua interazione con il principio maschile (Essere). Ecco dunque la sua rivincita, poiché il vuoto potrebbe essere la sorgente di tutta la materia e di tutta l’energia dell’universo. Il Vuotoquantomeccanico diventa allora un principio, un dominio, grazie al quale le polarità generano la vita. Esso, quindi, si manifesta come un insieme di pieni: lì giace la materia non manifesta.

In tal senso possiamo considerare il VQM come terzo termine tra lo yang e lo yin, un fondamento ontologico dal quale deriva la molteplicità. Il Vuoto, così come accade per spazio e tempo, assume quindi una connotazione sia dialettica, sia trascendentale. Quell’area nera a forma di T fra i barioni del nucleo, nel Nuovo Modello Atomico di Massimo Corbucci, conferisce connotazione trascendentale, ma dove gli atomi man mano si snodano in nuove forme e differenziate dinamicità, lì il VQM assume valore dialettico.

Perché Plotino identifica il Nulla sia con l’Uno che con la materia? Perché, in effetti, sono vere entrambe le cose, esse sono intimamente collegate. Il nulla non è la notte in cui tutte le vacche sono nere (Hegel) ma principio universale ed altresì presupposto della creazione, vibrazione sottile, campo di potenzialità. Il nulla è ciò che non è, ma anche ciò che può essere, diventare.

In tal senso il nulla incarna il principio della libertà. Il concetto di Nulla inteso come suprema libertà!
Se il vuoto è libertà, esso è dunque attività, possibilità di ogni ente. In tal senso “il Caos non è negazione di ogni ordine, ma la condizione di possibilità di ogni ordine” (S. Givone, 2003).
“Si ha un bel riunire trenta raggi in un mozzo, l’utilità della vettura dipende da ciò che non c’è. (…). Così, traendo partito da ciò che non c’è, si utilizza quello che c’è” (Daodejing, cap XI).

L’atomo è unità che ha insito il potere di spezzarsi: è quindi capacità di elaborare una forma, in definitiva è attività, attività creativa. L’atomo in sé è vuoto, è niente e proprio perché è niente ha infinite capacità. Ciò che non è, è ciò che sarà. Il vuoto determina l’esistenza della sua stessa realtà.

Al concetto di vuoto possiamo allora contrapporre quello di Vuotoquantomeccanico, inteso come quid che genera il mondo. In tal senso esso si svincola dalle grandezze della Fisica quali spazio, tempo, massa e volge verso Dio. Già lo Scienziato definisce il Vuotoquantomeccanico “la casa di Dio”. Il termine stesso “quantomeccanico” rimanda all’idea di attività. Tutto è latente, attende solo di essere organizzato. Significativa è l’etimologia della parola etere: ardere, brillare e ciò richiama il significato della parola -vuoto- inteso come attività, mutamento continuo. Questo lo connota come elemento in movimento, mezzo di conduzione, di contatto. Corbucci, infatti, assegna alla parola etere il significato di “che sempre scorre”. L’aggettivo “meccanico” non indica, infatti, un semplice esistere, ma un processo in atto. Esso funge da “condizione di possibilità per la dislocazione di ogni cosa particolare” (W. Heisenberg, 2005).

Quel Vuoto, dunque, veicola e permette la tendenza ad Essere, ad Esistere.
Occorre fare attenzione a non identificare il vuoto con il Nulla. Se ciò fosse vero, esso non potrebbe essere condizione di possibilità dell’intero mondo fenomenico, del quale, pur nella sua illusorietà, facciamo esperienza.

Ed è ugualmente un errore voler identificare il Nulla con Dio. Dio è al di là di ogni parola e in questo senso facciamo nostra l’affermazione di Zhuang-zi: “Di tutto ciò che è al di là dell’universo, il santo ammette l’esistenza, ma non ne tratta (…)”.

Bibliografia
L. Marchese, La scoperta del nulla, Ed. Terre Sommerse, Roma, aprile 2009
F. Cheng, Vide et plein. Le langage pictural chinois, Paris, 1979
S. Givone, Storia del nulla, Edizioni Laterza, Roma – Bari, 2003
W. Heisenberg, Fisica e filosofia, Net Edizioni, Milano, 2005
G. Pasqualotto, Estetica del vuoto, Marsilio Editore, Venezia, 1992

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