NIKOLA TESLA, un genio volutamente dimenticato…

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NIKOLA TESLA, un genio volutamente dimenticato…

da altrogiornale.org

Tempo fa, un articolo letto sul “Corriere della Sera riuscì ad incuriosirmi. Si citava l’Esperimento Philadelphia come un imbarazzante e pasticciato test che fu condotto con superficialità dall’esercito statunitense, alla fine della seconda guerra mondiale, e che aveva dato vita anche a due film ugualmente imbarazzanti e pasticciati. Questo esperimento si basava sulle ricerche effettuate dall’ingegner Nikola Tesla (1856 – 1943) riguardanti l’invisibilità, non solo radarica.

Prima dell’esperimento vero e proprio furono condotti alcuni test su scala ridotta con l’uso anche d’animali. La contraddittorietà di questi tentativi ne scoraggiava la prosecuzione, tra l’altro alcuni animali coinvolti scomparvero, altri restarono bruciati, altri si incastonarono nelle strutture delle gabbie. Tesla sconsigliò di procedere oltre nella realizzazione e si dissociò dall’esperimento
che invece fu ugualmente realizzato subito dopo la sua morte, ovviamente senza la sua autorizzazione e con l’utilizzo d’esseri umani. Da ragazzo avevo visto al cinema questi due film su l’esperimento1, ma li avevo considerati due dei tanti film di sf di serie B. L’apprendere che questo fatto, almeno nella sua principale sostanza, era veramente accaduto ha acceso in me una profonda curiosità e una voglia di sapere.

Anche di Tesla avevo sentito parlare, ma ben poco. Cominciai così a documentarmi e quando lessi che Tesla aveva realizzato l’utilizzazione razionale per primo della corrente elettrica alternata, con tutto ciò che ne consegue (produzione, trasporto, trasformazione), la cosa cominciò ad incuriosirmi ancora di più: come potevamo esserci dimenticati di un personaggio di questo spessore? Sfogliando libri e pagine web ecco che vengo a sapere che fu l’inventore della radio, anche se il primo segnale fu inviato dal nostro Marconi, sfruttando però i suoi brevetti (diciassette, scrive lo stesso Tesla).

E anche il radar fu una sua scoperta. E il tachimetro, l’iniettore, le lampade a neon, gli altoparlanti, il tubo catodico…e qui mi fermo per non togliere al lettore il gusto della lettura. Tesla, confrontandosi anche con le teorie di Einstein2 e di Reich arrivò a teorizzare che l’ energia è ovunque attorno a noi (è nell’etere, nel prana) e il trasferimento dell’ energia (e non solo di quella) poteva essere ottenuto col teletrasporto. L’etere per Tesla era composto – diremo oggi – da particelle virtuali immerse nel vuoto quantico. E ipotizzava pure un internet libero da ogni filo conduttore.

“Philadelphia Experiment, USA 1984 regia di Steward Raffill; “The Philadelphia Experiment 2, USA 1993 regia di Stephen Cornewell. Con cui Tesla ebbe più di una disputa poiché lo accusava di essersi appropriato della teoria di Ruggero Boškovic. Ma Tesla lavorava proprio per aziende che producevano energia e che provvedevano al suo trasporto! Facile intuire che queste quando compresero ove parava la ricerca di Tesla, tolsero allo scienziato il loro appoggio e il loro contributo finanziario. Tesla comunque proseguì in proprio i suoi studi e riuscì ad entrare nell’intimo della materia: energia rallentata composta da vortici di luce. Oggi potremo parlare di quanti che roteando generano onde/materia.

Giunse ad ipotizzare una teoria unificante ove luce e magnetismo s’intrecciano indissolubilmente a gravità, spazio e tempo, e tutto è immerso in un inesauribile campo d’ energia. La storia delle scienze non sempre ha reso il giusto tributo a coloro che ne sono stati i veri artefici e protagonisti, ma al contrario spesso è stato dato spazio e onori a impostori, opportunisti, o veri e propri ladri d’idee: e questo è proprio il nostro caso. Tesla è stato uno dei più originali inventori – scopritori, sosteneva lui – che il mondo abbia mai conosciuto, secondo forse solo a Leonardo, ed è a lui che dobbiamo l’elettrificazione della nostra realtà grazie alla corrente alternata, ma anche la turbina, le macchine elettroterapeutiche, gli aerei a decollo verticale…

di MG-TG

Eppure molte delle sue invenzioni sono state attribuite ad altri: Edison per l’ energia elettrica, Marconi per la radio… In molti conoscono o hanno sentito parlare alla lontana della sua vita professionale poliedrica ma contestata, e la sua memoria giace un po’ sfocata, astrusa come quella d’un genio incompreso e non riconosciuto. Con questo mio scritto voglio contribuire, assieme ad altri che hanno come me intrapreso questa strada, a sottrarre la sua vita e le sue invenzioni da questo oblio inquietante per restituirle con fedeltà ai fatti del suo operato, rendendo onore alla sua indagine, alla sua intelligenza e alla sua originalità, e anche alle sue allucinazioni – fondamentali nel suo lavoro – che lo portarono a trovare ostacoli ovunque.

L’Esperimento Philadelphia avrebbe dovuto confermare l’invisibilità, non solo radarica, ottenuta attraverso un cambiamento della frequenza della nave oggetto del test, rispetto a quello della realtà nostra, ma qualcosa andò storto e avvenne invece uno spostamento nello spazio e nel tempo e si formò una frattura dimensionale. A questi fatti s’intrecciano ipotesi ufologiche secondo le quali differenti armonie separano diverse realtà: il cambio di sintonia permetterebbe il passaggio dimensionale. Secondo gli ufologi, gli antenati dei grigi, gli antichi marziani, un milione d’anni fa, effettuarono un cambio dimensionale su grande scala. L’Esperimento Philadelphia fu qualcosa di simile e anche se in scala infinitamente ridotta, permise il formarsi di una frattura dimensionale che consentì ai cosiddetti ufo, anche di grandi dimensioni, di attraversarla con facilità e di giungere fino a noi in massa.

Un ulteriore esperimento, Montauk, effettuato nel 1983 creò o rafforzò o si sovrappose all’Esperimento Philadelphia che era avvenuto nel 1943. Nel 2012 vi sarà un altro esperimento simile, e questo è dichiarato da presunti viaggiatori temporali che dicono di poter scivolare indietro nel tempo fino a un milione d’anni fa (data dell’esperimento dei grigi) e possono risalirlo fino al 2012 (data dell’ultimo ipotetico esperimento) e non oltre. Preoccupante è che la fine del Calendario Azteco coincida proprio con questa data e se è per quello anche i Maya nel loro libro sacro il Popol Vuh narrano che l’ultima era dovrebbe concludersi proprio nel 2012.

E a colmare la misura, alcuni scienziati fanno cadere proprio nei pressi di questa data anche l’ inversione di polarità che ciclicamente coinvolge il pianeta Terra. Facendo i debiti scongiuri, siamo sopravvissuti a molte altre fini del mondo annunziate e sono certo che sopravvivremo anche al 2012. Allucinazioni e ipotesi ufologiche a parte, una cosa comunque è certa: Nikola Tesla è stato uno degli scienziati più importanti del secolo passato e non è giusto che venga dimenticato ancora, le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue intuizioni, le sue allucinazioni, meritano di essere lette e sviscerate a fondo. Il problema energetico è oggi come mai un problema di vita o di morte – anche questo Tesla aveva profetizzato – e avere a disposizione una fonte illimitata d’ energia, è quanto mai fondamentale.

Altra certezza è che gli esperimenti di Philadelphia e di Montauk sono stati talmente collegati tra loro da sembrare un unico esperimento e, i dubbi che i collegamenti s’estendano da quello dei grigi di un milione d’anni fa al prossimo del 2012 sono assai forti. Per realizzare questa mia ricerca che vuol essere un omaggio a Nikola Tesla ho utilizzato ampi stralci tratti da libri, riviste e pagine web ,e alcuni autori e fonti è per me doveroso citare: Marco Tana, Bob Frissell, Wikipedia, Michel Donni, Paolo Toselli, Luca Berto, Carlo Morisiani, Massimo Teodorani, Igor Spajic, Matteo Tenan, Giorgio Pastore, Mauro Paletti, Bill Ryan… Vittorio Baccelli “…ad un certo punto, probabilmente nel 2012, arriveremo oltre gli ottavi universali, un fatto senza precedenti nella storia della galassia… (Bob Frissell)

BREVI NOTE
“La scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità”. ( Nikola Tesla) “Il progressivo sviluppo dell’uomo dipende dalle invenzioni. Esse sono il risultato più importante delle facoltà creative del cervello umano. Lo scopo ultimo di queste facoltà è il dominio completo della mente sul mondo materiale, il conseguimento della possibilità di incanalare le forze della natura così da soddisfare le esigenze umane. Così Nikola Tesla apre il primo capitolo della propria autobiografia, un volumetto polveroso fuori catalogo, ormai introvabile anche tra le librerie più specializzate.

Sì, sembra proprio che questo libro sia un “fondo di magazzino, riguardante qualcuno poi non così importante. Peccato che a questo “qualcuno non così importante si debbano molte delle invenzioni che ognuno di noi usa nella sua vita quotidiana, per ché proprio a questo signore quasi dimenticato si devono i rudimenti di molte scoperte, sviluppate da altri uomini di scienza, quali la radio, o il radar. Nel migliore dei casi, il suo nome è connesso all’unità di misura dell’induzione elettromagnetica (tesla), cioè dei campi elettromagnetici generati dalle antenne per le trasmissioni radiotelevisive e da quelle per le comunicazioni via cellulare. Voglio adesso gettare il fascio dei riflettori su questo scienziato ingiustamente dimenticato, poiché ciò che vorrei sottolineare ai miei lettori è che il suo operato è sempre stato, per usare parole sue, “al servizio della specie umana, non interessato cioè al successo personale e neppure al denaro; più avanti racconterò come ebbe a rifiutare una grossa cifra in dollari, che tra l’altro gli avrebbe permesso di non interrompere alcune esperienze di enorme rilievo.

Nikola Tesla nacque nella notte fra il 9 e il 10 Luglio 1856 a Smilijan. Il padre, Milutin d’origine serba, era un ministro del culto ortodosso. Sua madre, Djocetia Mandic, abile ricamatrice, era una donna non istruita (non era andata a scuola per accudire ai propri fratelli e alle proprie sorelle dopo la malattia che aveva reso cieca la madre), ma era dotata di una memoria prodigiosa e di poliedriche capacità inventive.

Tesla ha sempre ricordato che la propria madre citava interi brani della Bibbia e conosceva a memoria moltissime poesie, inoltre affermava di avere ereditato da lei molte delle sue abilità, non solo una memoria fotografica ma anche altre facoltà intellettive come una notevole inventiva e industriosità. Ella, infatti, ricavava dalle fibre vegetali delle piante da lei coltivate il filo utilizzato nei lavori di ricamo e di cucito. Ebbe un fratello più grande che morì giovane per una caduta da cavallo e tre sorelle. Dopo aver terminato gli studi di fisica e matematica al Politecnico di Graz in Austria (contemporaneamente aveva iniziato a frequentare filosofia all’Università di Praga), studiando diciannove ore il giorno e dormendo solo due, il nostro dimenticato (speriamo ancor per poco) scienziato provò sulla sua pelle sempre di più strani fenomeni, risalenti all’infanzia.

Nel buio poteva sentire l’esistenza d’oggetti “come un pipistrello. È vero che fin dall’infanzia vedeva lampi di luce che interferivano sulla sua visione degli oggetti reali, e all’età di venticinque anni, l’intensità di tali lampi di luce non solo era aumentata, ma addirittura questi lampi lo circondavano costantemente. La sua reazione a ta6 li fenomeni consistette nel fatto che un semplice concetto, espresso verbalmente, si delineava nella sua mente come un’immagine che egli vedeva e sentiva come se fosse reale. Ma Tesla non era nuovo a queste esperienze, nella sua autobiografia, dichiara che nell’età adolescenziale, quando era solo di notte, viaggiava in mondi sconosciuti e lontani, dove intraprendeva nuovi studi e avviava delle conversazioni con individui che gli parevano reali come il mondo esterno. Egli stesso escluse che tali fenomeni fossero stati delle semplici allucinazioni.

Già all’età di diciassette anni, in seguito a questi eventi, scoprì di poter creare delle invenzioni nell’intimo della propria sfera psicologica, della propria mente, avendo l’immagine concreta davanti a sé dell’invenzione compiuta, riuscendo a definire le eventuali modifiche che era necessario apportare senza ricorrere a disegni, progetti, modelli o esperimenti portati a termine nel mondo esterno. Con grande stupore di tutti coloro che hanno lavorato con lui; questo è sempre stato il metodo di lavoro di Tesla. Non sembra poi così audace ciò che fu sostenuto da molti e che cioè lo scienziato croato sia venuto a contatto con altri mondi e altre dimensioni. Molti anni dopo, nel 1899, nel suo laboratorio a Colorado Springs, il suo trasmettitore ricevette un segnale che si ripeté continuamente.

Egli affermò di aver ricevuto un messaggio dallo spazio. Fu ridicolizzato per questa sua scoperta. Egli comunque, fu il primo uomo a scoprire le onde radio provenienti dallo spazio. In altre fonti, anche ufficiali, si afferma che Nikola Tesla lavorò con la tecnologia relativa al viaggio nel tempo. Si crede, nell’ambiente ufologico, che le sue conoscenze provengano da entità d’altri mondi. In ogni caso, è proprio in questo periodo che Nikola Tesla affrontò le prime singolari esperienze, che egli iniziò ad avere brillanti idee nel campo della fisica e cominciò a dedicarsi anima e corpo al principio della corrente alternata. Nel 1881, mentre lavorava come disegnatore e progettista all’Engineering Department del Central Telegraph Office, dette inizio all’elaborazione del concetto di rotazione del campo magnetico che rese la corrente alternata, qual è tutt’oggi, uno strumento indispensabile per la fornitura della corrente elettrica.

L’anno successivo, il nostro scienziato, sempre più interessato al principio della corrente alternata, si trasferì a Parigi, essendo stato assunto dalla Continental Edison Company. Nel 1883 dette vita al primo motore ad induzione di corrente alternata, in pratica, un generatore di corrente alternata. Durante la creazione del motore a corrente alternata, Tesla seguì un metodo di lavoro diverso dagli altri uomini di scienza suoi contemporanei, dando prova delle sue straordinarie facoltà intellettive. Non era necessario per lui ricorrere a progetti, modelli o a diversi esperimenti pratici per raggiungere l’ottimale funzionamento della sua invenzione.
Nella sua mente aveva ben chiaro il progetto del motore a corrente alternata.

Laddove era necessario apportare delle modifiche a singole parti, queste operazioni erano attuate solo nell’ambito della viva immagine che lo scienziato aveva della sua scoperta. Solo quando riteneva che il suo congegno fosse ad uno stato ottimale di progettazione, dava incarico ai suoi collaboratori di procedere alla costruzione, dando loro per filo e per segno le misure d’ogni singolo pezzo che componeva il motore. E, una volta costruito, il motore a corrente alternata funzionava! Nel 1884, il giovane Tesla, desideroso di far conoscere le proprie scoperte, si recò negli Stati Uniti, sempre per lavorare alle industrie d’Edison. Tesla espose i concetti della sua scoperta relativa alla corrente alternata ad Edison stesso. Tuttavia, quest’ultimo era un fiero sostenitore della tecnologia relativa alla corrente continua, pertanto le idee espresse dal giovane scienziato croato non suscitarono in lui alcun interesse. Riconoscendo però le potenzialità del giovane lo volle con sé nei suoi laboratori.

Tesla non si perse d’animo e continuò a lavorare duramente per Edison. Anche se non troppo volentieri, accettò l’incarico datogli da Edison di provvedere alla modifica della progettazione della dinamo, cioè dei generatori, di corrente continua. È doveroso sottolineare che il suo appoggio alla produzione e alla distribuzione di corrente alternata non era motivato da fini egoistici di successo personale. La produzione e distribuzione di corrente alternata implica costi minori (in particolare la distribuzione copre spazi più ampi) rispetto alla produzione e distribuzione di corrente continua. La corrente continua nel trasporto si disperde poiché attraversa per intero il conduttore generando calore, al contrario la corrente alternata viaggiando solo sulla superficie del conduttore (effetto pelle) permette il trasporto a notevoli distanze.

Tesla era sì teso a vedere affermate le proprie scoperte e invenzioni, ma perché queste erano destinate a “far vivere meglio, cioè a contribuire al miglioramento delle condizioni dell’uomo. Purtroppo, in questo primo tempo, prevalsero l’uso e l’interesse relativo alla corrente continua, non solo perché Edison aveva un forte seguito nel mondo scientifico, ma anche perché i grandi magnati dell’epoca avevano fino a quel momento investito e finanziato nella tecnologia relativa la corrente continua. Secondo Tesla avrebbero dovuto buttar via tutto e ricostruire nuovamente gli impianti di produzione e di trasporto e questo spaventava i magnati.

A questo stadio, Tesla non solo vide respinte le proprie idee e innovazioni, ma dovette subire una beffa dallo stesso Edison: per l’opera di modifica dei generatori di corrente continua, a Tesla era stato promesso un compenso di 50.000 $. Una volta terminato il proprio compito, egli si vide rifiutato il proprio credito dallo stesso Edison con una battuta ironica di dubbio gusto. Le fonti storiche sostengono infatti che Edison liquidò Tesla con la frase : – Tesla, voi non capite il nostro humour americano – , sostenendo in pratica che la ricompensa promessa fosse stata solo uno scherzo. Non sembra troppo difficile a questo punto comprendere il motivo per cui il nostro uomo di scienza abbandonò la Edison Company.

Nel frattempo, seguendo sempre il suo metodo, Tesla giunse ad un’altra delle sue brillanti scoperte, la bobina di Tesla, un trasformatore ad alta frequenza, che è uno strumento indispensabile per la trasmissione, e quindi la fornitura a case e industrie, della corrente alternata. Nel maggio del 1885, il magnate Westinghouse acquistò i brevetti di Tesla relativi soprattutto, al motore a corrente alternata e alla bobina. Così fu creata la Westinghouse Electric Company. In base ad un contratto stipulato con la Westinghouse, Tesla avrebbe ricevuto dei compensi altissimi, in particolare un milione di dollari per i brevetti e le royalties. Tuttavia se la Westinghouse avesse poi pagato tali somme, la Westinghouse Electric Company avrebbe dovuto sopportare dei costi troppo alti e si sarebbe trovata in difficoltà sul mercato rispetto alle altre aziende concorrenti.

Tesla allora si recò da Westingouse affermando: – I benefici che deriveranno alla società dal mio sistema di corrente alternata polifase sono per me più importanti dei soldi che entreranno nelle mie tasche. Mr. Westinghouse, voi salverete la vostra azienda così potrete sviluppare le mie invenzioni. Qui c’è il vostro contratto e qui c’è il mio, li strappo a pezzetti e non avrete più problemi con le mie royalties. – Non c’è dubbio che Tesla sia stato un uomo coerente con se stesso: egli ha sempre affermato che lo scopo della scienza era il miglioramento delle condizioni dell’umanità. E questo episodio mostra quanto egli ritenesse che lo sviluppo, lo sviluppo delle condizioni materiali (e psicologiche) dell’uomo fosse l’obiettivo che l’uomo di scienza doveva a tutti i costi raggiungere, anche a costo di sacrificare il proprio vantaggio personale.

Grazie al suo gesto Westinghouse poté rimanere nel business e diventare ricco. Tesla al contrario, no. Egli scelse che altri diventassero ricchi, raggiungessero quindi il successo economico e che tutta l’umanità, quindi potesse godere dei vantaggi delle sue invenzioni. Schivo del successo personale ed egoistico, egli era felice di trasmettere il proprio successo agli altri. Tesla forse, è stato uno dei primi che ha capito che cosa volesse veramente dire la parola “successo. Ognuno di noi è teso verso il futuro, al successo personale, limitato e chiuso. Tesla al contrario, comprese che il successo non era solo questo ma era di più: la condivisione e il trasferimento dei propri risultati e conquiste agli altri, al mondo esterno. Circa gli scopi che l’uomo di scienza deve conseguire, affermò: – L’uomo di scienza non mira ad un risultato immediato. Egli non si aspetta che idee avanzate siano immediatamente accettate (…) il suo dovere è fissare i principi fondamentali per quelli destinati a venire dopo e indicare la strada. – E questo è accaduto spesso nella vita di Tesla, perché egli ha aperto la strada, nella creazione d’importanti innovazioni, ad uomini di scienza divenuti più famosi di lui.

Vediamo assieme come questo sia potuto succedere. Tesla sosteneva l’esistenza in natura, di campi energetici, di “ energia gratuita cui diede il nome di etere. E attraverso l’etere, si potevano trasmettere, ad esempio, altre forme di energia. La convinzione dell’esistenza nell’ universo di un’ energia inesauribile e potentissima sorse in lui nell’età infantile, quando giocando a palle di neve con gli altri ragazzini, aveva assistito al formarsi e al precipitare di una slavina. Egli era convinto che quella frana fosse stata provocata da una semplice palla di neve e che fosse bastato solo un piccolo urto per avere il fenomeno della slavina, con le sue conseguenze. Dedusse quindi che esisteva un’ energia immagazzinata nel cosmo che, se opportunamente sfruttata, poteva rendere possibile il suo l’utilizzo da parte della tecnologia umana.

Nel maggio del 1899, si recò a Colorado Springs ove istallò un laboratorio. Riteneva possibile, infatti, grazie a questo “pozzo di energia inesauribile, l’etere, trasmettere energia elettrica a località lontane senza la necessità di ricorrere ai fili di conduzione elettrica, e quindi agli elettrodotti. In particolare, scoprì che la Terra, o meglio la crosta terrestre, era un ottimo conduttore di energia elettrica, dal momento che un fulmine che colpisce il suolo, crea delle onde di energia che si muovono da un lato della Terra all’altro. Egli istallò nel proprio laboratorio un’enorme bobina che aveva lo scopo di mandare impulsi elettrici nel sottosuolo, così da permettere il trasferimento di energia elettrica a lampadine poste ad una notevole distanza. Secondo le fonti dell’epoca, non esistono prove effettive che Tesla sia riuscito a trasmettere energia elettrica a lunga distanza.

Sta di fatto che egli successivamente, cambiò approccio per realizzare la trasmissione di corrente elettrica senza fili. Egli sosteneva che la zona dell’atmosfera terrestre posta a 80 km dal suolo, detta ionosfera, era fortemente conduttrice, e quindi poteva essere sfruttata per trasportare energia elettrica verso grandi distanze. Ma era necessario risolvere il problema di come inviare segnali elettrici ad una tale altitudine. Ritornando a New York, Tesla scrisse un articolo di respiro futuristico sul Century Magazine, affermando la possibilità di catturare l’ energia sprigionata dal sole e proponendo un “sistema mondiale di comunicazione utile per comunicare telefonicamente, trasmettere notizie, musica, immagini, andamento dei titoli azionari, informazioni di carattere militare o privato senza la necessità, ancora una volta, di ricorrere ai fili: aveva praticamente teorizzato la radio, la moderna telefonia cellulare, la televisione e internet.

L’articolo catturò l’attenzione di un altro magnate dell’epoca, J. P. Morgan che offrì un finanziamento di 150.000 $, esiguo però per costruire tale stazione trasmittente. Tesla si mise subito al lavoro, procedendo alla costruzione di una torre altissima nelle scogliere di Wanderclyffe, Long Island, New York. La Wanderclyffe Tower non era altro che uno sviluppo delle idee maturate da Tesla a Colorado Springs. La torre consisteva in una struttura in legno ed era impiantata nel terreno grazie a dei “tubi di ferro, conduttori di energia elettrica. Alla sua sommità si trovava una sfera di acciaio. Per quanto la Wanderclyffe Tower si fondasse sul principio della radio, lo scopo che primariamente Tesla voleva conseguire era la trasmissione di elettricità senza fili, obiettivo che il nostro scienziato non espose a Morgan.

E questo fu un errore fatale, Morgan era sempre stato informato che la torre servisse per le telecomunicazioni e su questa ipotesi l’aveva finanziata, poi si rese conto che Tesla la usava per altri scopi. Infatti il 12 Dicembre 1901 il mondo fu sconvolto da una notizia sensazionale: Guglielmo Marconi aveva trasmesso la lettera “S” oltreoceano, da una località in Cornovaglia e tale informazione era stata trasmessa a Newfoundland, in America. Morgan, contrariato, ritirò l’appoggio finanziario a Tesla. Il magnate era adesso infastidito dall’idea di “ energia gratuita, quindi non possibile oggetto di transazioni commerciali. Ancora una volta gli interessi economici che i grandi finanziatori volevano perseguire frustravano l’obiettivo che lo scienziato croato voleva perseguire: l’evoluzione tecnologica e in ultima istanza, il benessere dell’umanità. Ciò che stava a cuore a Nikola Tesla era la serenità e la felicità dell’uomo intero. Tra l’altro aveva mesi addietro condotto esperimenti con un piccolo modello di natante che era da lui telecomandato dalla riva.

Tesla dunque avrebbe potuto benissimo inviare qualsiasi lettera dell’alfabeto da una parte all’altra del globo, ma non lo fece perché a lui erano altre le cose che interessavano: la trasmissione telecomandata dell’ energia (e non solo quella) catturata dall’etere. Questo era l’obiettivo che Tesla si era sempre realizzato a perseguire nel suo lavoro di scienziato vero: poco spazio occupavano nella sua mente il tornaconto e il vantaggio economico. Ma questo suo ideale si è scontrato nella sua vita con il prevalere degli interessi finanziari e ha pagato in prima persona questa sua attitudine, poiché se non avesse rinunciato al contratto concluso con Westinghouse, egli avrebbe potuto dare seguito concreto alle proprie scoperte, come la Wanderclyffe Tower, impedendo che altri al suo posto raggiungessero il successo personale, anche economico. Egli era veramente un uomo di scienza disinteressato, poiché la sua mente era impegnata solo nel processo di innovazione scientifica, mentre era del tutto distaccato dalla commercializzazione delle sue scoperte. Questo aspetto lo lasciava indifferente, preferiva lasciarlo agli altri.

Risulta con certezza che Tesla in un qualche momento della sua vita aprì il proprio laboratorio più volte a Marconi, fornendogli delle notizie utili, che sono state poi sviluppate e attuate dallo scienziato italiano. Alla notizia della trasmissione del segnale da parte di Marconi, reagì affermando che lo scienziato italiano aveva utilizzato ben diciassette dei suoi brevetti. Sì, Nikola Tesla è stato coerente con la propria idea di uomo di scienza: – Il suo dovere è fissare i principi fondamentali per quelli destinati a venire dopo e indicare la strada. – Non sembra azzardato affermare che fu Tesla comunque, che per primo lavorò con le onde elettromagnetiche radio. Del resto esistono dei brevetti, patents, che provano ciò. (U.S. patents #645,76 e #649,621). E proprio fondandosi su questi brevetti che il nostro ricorse in giudizio per tutelare i propri diritti. Sfortunatamente, una prima sentenza del 1915 non gli riconobbe tali diritti.

Solo nel giugno del 1943, cinque mesi dopo la sua morte, la Corte Suprema degli Stati Uniti in una sua decisione (caso 369, 21 giugno 1943) riconobbe che Tesla aveva per primo inventato la radio. Tutt’oggi, si attribuisce a Marconi questa invenzione, perché questi per primo inviò un segnale oltreoceano.Ma se Marconi riuscì a conseguire tale successo, è grazie anche e sopratutto alle scoperte attuate precedentemente da Tesla. E non solo per quanto riguarda la radio. Abbiamo detto che Tesla diede il proprio contributo anche relativamente all’invenzione del radar. All’inizio della prima guerra mondiale, Tesla ipotizzava un congegno per individuare le navi inviando segnali che consistevano in onde radio ad alta frequenza. Il concetto che sta dietro a questa idea sta a significare un dispositivo particolare: il radar. Sarà proprio Guglielmo Marconi a sviluppare questo concetto, attuando questa 11 idea e ponendo, nella realtà dei fatti, le basi per la costruzione del radar.

Nel 1934 Marconi realizzò il collegamento radiotelegrafico fra l’Elettra (il suo laboratorio situato su un veicolo natante) e il radiofaro di Sestri Levante, successivamente, nel 1935 compì esperienze di avvistamento sulla via Aurelia. Ironia della sorte, Tesla nel suo percorso di vita, incontrò molte volte Guglielmo Marconi. Nel 1912, Tesla fu candidato al Premio Nobel per la Fisica. Egli lo rifiutò per non averlo ricevuto nel 1909 per l’invenzione della radio, al posto di Marconi. Nel 1915, di nuovo, Tesla rifiutò il premio Nobel, venendo a conoscenza del fatto che avrebbe dovuto condividerlo con Edison. Entrambi non ricevettero tale onorificenza. Ancora una volta Tesla si mostrò lontano e schivo dagli onori, dal successo personale, lasciando il conseguimento di tutto ciò agli altri. Lo scienziato croato sosteneva inoltre, di non ritenere Edison uno scienziato in senso stretto, dato il suo metodo di lavoro. Disse al riguardo: – Se Edison dovesse cercare un ago in un pagliaio, egli procederebbe con la meticolosità di un’ape ad esaminare pagliuzza per pagliuzza finché non trova l’oggetto della sua ricerca.

Sembra evidente che Tesla criticasse il ricorrere eccessivo di Edison a continui e dispendiosi tentativi, progetti, modelli, quand’egli, al contrario, faceva progetti e tentativi principalmente nell’ambito della sua mente. Sembra plausibile ritenere che Tesla non volle condividere con Edison il Premio Nobel anche per lo “scherzo” di pessimo gusto tiratogli proprio da Tom Edison anni prima. Ironia della sorte ancora, nel 1917 gli fu concessa, per il suo contributo al sapere scientifico, una onorificenza intitolata, guarda caso, a Edison, la Edison Medal, che questa volta, chissà perché, egli accettò. Giova ricordare che Edison tentò in tutti i modi di screditare il lavoro geniale di Tesla, arrivò a progettare per il governo USA la sedia elettrica utilizzando la corrente alternata, propagandando ovunque l’idea che questo tipo di corrente fosse mortale e nociva. Edison era anche roso dalla rabbia dal fatto che la centrale elettrica delle cascate del Niagara fosse stata realizzata coi generatori di Tesla.

Superata la mezza età, Tesla, nonostante le sue innovative scoperte, era a corto di danaro, abitava in un albergo, passando le giornate a nutrire piccioni e aspettando che qualche altro magnate, desideroso di diventare ricco a sue spese, finanziasse la realizzazione dei suoi progetti. Non ci sono notizie precise relative alla data precisa della sua morte. Si suppone che sia morto il 7 gennaio 1943, all’età di 86 anni. Poiché Tesla viveva da solo in una stanza d’albergo il suo corpo senza vita fu trovato solo il giorno dopo. Più di duemila persone presenziarono al suo funerale che si tenne a Manhattan. Così, questo vecchio, dopo una lunga esistenza dedicata all’evoluzione della scienza e del benessere dell’umanità, morì solo, non ricco e quasi dimenticato. Pochi mesi dopo la sua morte la Corte Suprema Federale gli riconobbe la paternità della radio. Ancora una volta la sua vita fu coerente con quanto egli scrisse o disse: – Lasciamo che il futuro dica la verità, e giudichiamo ciascuno secondo la propria opera e gli obiettivi.

È da ricordare che la Marina USA, dopo la morte di Tesla sequestrò tutti i suoi scritti: moltissimi quaderni di appunti mai pubblicati ove minuziosamente lui riportava annotazioni, intuizioni ed esperienze. Si sapeva che lo scienziato aveva lavorato anche attorno a congegni bellici sia di difesa che di offesa e anche come consulente della Marina. Tesla aveva lavorato a lungo sulle risonanze e aveva calcolato quella terrestre ottenendo anche piccoli sommovimenti terrestri, terremoti, variazioni climatiche e considerando Terra e ionosfera le due armature di un condensatore, era riuscito anche a causare forti fughe d’energie capaci di fermare nelle aree colpite motori, comunicazioni, ecc. Bobine di questo tipo, funzionanti sono in alcune università americane e, un ordigno del genere avrebbe dovuto aprile le ostilità a Bagdad nella seconda guerra del Golfo, ma non se ne fece di nulla.

Consentitemi una prima digressione. Tutti i livelli dimensionali di questo mondo sono adesso presenti e intrecciati reciprocamente. La sola differenza trai mondi dimensionali è la loro lunghezza d’onda. Questa è la chiave dell’intero universo. Viviamo in una realtà creata unicamente dalle lunghezze d’onda. Secondo Bob Frissell la lunghezza d’onda del nostro mondo tridimensionale è di 7,23 centimetri. La lunghezza media di tutti gli oggetti in questa dimensione, se li misurate, sarà di 7,23 centimetri. Le dimensioni sono separate tra loro dalla lunghezza d’onda, come le note di una scala musicale. Ciascun tono della scala ha un suono differente a causa della sua lunghezza d’onda. Ogni ottava sul pianoforte ha otto tasti bianchi e cinque neri che danno al suonatore la scala cromatica. Tra ciascuna chiave e la successiva vi sono dodici punti armonici, in termini dimensionali questi vengono chiamati sovratono e, accade la stessa cosa quando si cambia canale alla televisione.

Nel momento in cui azionate il telecomando vi state sintonizzando sulle diverse lunghezze d’onda. Ciascuna dimensione è separata altresì dalle altre da una rotazione di 90°. Se foste in grado di cambiare le lunghezze d’onda e di ruotarle di 90°, scomparireste da questo mondo per riapparire nella dimensione su cui vi siete sintonizzati. Le immagini che vedete coi vostri occhi cambierebbero a seconda della lunghezza d’onda del mondo in cui vi foste sintonizzati. Questo pianeta possiede molti mondi differenti: sono tutti qui, ma la nostra consapevolezza è sintonizzata su una particolare lunghezza d’onda. Tuttavia siamo contemporaneamente in livelli dimensionali multipli e la nostra esperienza in ciascuno di essi è completamente differente.

Per esempio se salissimo di un livello, cosa che siamo in procinto di fare (tesi questa sostenuta da molti personaggi-studiosi del nostro mondo esoterico), scopriremmo che tutto quello che pensiamo, non appena formuliamo l’idea, si manifesterebbe istantaneamente.

EVOLUZIONE
Secondo le sacre scritture, all’inizio, il mondo era immerso nelle tenebre quando Dio disse: “Sia la luce. E la luce fu!” Il fiore di loto si era schiuso e la luce aveva inondato l’intero universo; la divinità si era risvegliata. Oggi tutti noi ripetiamo quel gesto quando entriamo in una stanza immersa nel buio e premiamo l’interruttore che permette alla corrente elettrica di correre lungo il filo fino alla lampadina che, accendendosi, illumina l’ambiente. Abbiamo il difetto di dare molte cose per scontate a causa del loro uso quotidiano, come fosse sempre stato così, ma avere la luce, dopo che il sole cala dietro l’orizzonte e le tenebre nascondono il mondo nel buio assoluto, è sempre stato un antico problema dell’uomo. La pallida luce lunare non era soddisfacente e il fuoco di difficile trasporto e di breve durata; doveva essere mantenuto acceso e un solo falò, o una sola fiaccola, non fornivano luce a sufficienza. Venne adottato l’uso di una ciotola piena d’olio o di grasso, dove uno stoppino immerso nel liquido forniva, una volta acceso, una luce più efficace, trasportabile e duratura.

Col tempo si giunse alla candela di sego o di cera, più comoda e di basso costo; in uso fin dal 3000 a.C. La svolta importante nel 1892 quando William Murdock scoprì che, bruciando il carbone, veniva prodotto un gas. Il gas sottoposto a calore generava la luce. I lampioni a gas rischiararono così alcune città; venivano accesi la sera e spenti all’alba. Il gas però era molto pericoloso per le frequenti le fughe dovute all’usura e rottura delle tubazioni che servivano per il suo trasporto. Non tutte le abitazioni erano dotate delle tubazioni per l’erogazione del gas e per molti anni furono usate ancora le lampade a petrolio. Nel 1875 molti fabbricati erano illuminati con gas combustibile. Nelle lampade venivano messe delle reticelle, ideate da Welsbach, che intensificavano la luce.

Alva Edison ricercando un sistema migliore e più sicuro avvalendosi dell’invenzione di Swan, consistente in ampolle prive dell’aria dove si accendeva una striscia di carta quando veniva attraversata dalla corrente elettrica, ideò altri tipi di ampolle; usando diversi tipi di gas e altri materiali filiformi al posto della striscia di carta ottenne lampade più efficaci. Quando Edison aprì la prima centrale elettrica a corrente continua il buio venne eliminato col semplice scatto di un interruttore. Il nuovo sistema d’illuminazione aveva molti limiti ma da quel momento l’uomo poté dire: “sia fatta luce” e ottenerla. Ma la lampadina da sola non basta, è necessario che vi sia la corrente elettrica, l’elettricità. Come e da dove proviene l’elettricità? Distrattamente e profondamente inseriti nel sistema non lo chiediamo, fa parte delle cose acquisite; è più facile chiedersi perché d’un tratto viene a mancare perché non può, non deve…

Come facciamo senza la luce; senza elettricità? Tutto si ferma. Non si può lavorare, il computer si spegne; restiamo senza televisione; diventa difficoltoso anche preparare da mangiare; diveniamo prigionieri degli ascensori; le comunicazioni si complicano; nelle strade cittadine il caos; un vero incubo. Per dare forma ad una parte dell’incubo pensiamo al frigorifero, recente invenzione che funziona grazie all’elettricità. Che fine farebbe la nostra spesa? Fino a pochi decenni fa per la conservazione dei cibi si faceva uso del sale, delle spezie e del ghiaccio. Siamo elettro dipendenti, condizionati dall’elettricità, peraltro già conosciuta in un remoto passato. In Egitto, nel tempio di Hator a Dendera, lo testimoniano le Pietre delle Serpi, bassorilievi che mostrano enormi bulbi trasparenti con all’interno sinuose serpi, collegati attraverso cavi a treccia al “Djed” che, nel caso, assumerebbe la funzione di generatore. I bassorilievi ricordano le lampade a luminescenza e le ampolle in atmosfera rarefatta, create dall’inglese William Crookes nel 1879; lampade che permisero a Roentgen di scoprire i raggi X nel 1895.

Fra i bassorilievi del tempio possiamo vedere rappresentato anche il procedimento dell’elettrolisi. Ricordiamo le pile di Bagdad scoperte da Konig. Un antico documento indiano conosciuto come Agastya Samhita fornisce una serie di istruzioni per costruire una batteria elettrica. Cronache antiche di commercianti parlano di un villaggio presso il monte Wilhelmina, in Nuova Guinea, illuminato da globi di pietra posti su altissimi pali che al tramonto iniziavano a brillare di una strana luce bianca, simile a quella dei nostri neon, illuminando la notte. Fatto curioso perché sono abbastanza recenti esperimenti per ottenere una luminescenza da pannelli e oggetti percorsi da correnti deboli senza l’uso di filamenti e bulbi.

Dopo che Talete di Mileto e Plinio il Vecchio studiarono per primi le proprietà elettriche dell’ambra, l’uomo si dimenticò come tale energia si poteva ricavare e piombò nel buio per secoli. Fu William Gilbert, medico della regina Elisabetta, a riscoprire l’elettricità strofinando proprio l’ambra sulla lana e sulla pelliccia, accorgendosi di poter attirare piccoli oggetti leggeri, come la carta. Chiamò la strana forza “elettrica” dal nome greco dell’ambra Elektron. Si trattava dell’elettricità statica3. Gli elettroni si trasferiscono da un materiale isolante all’altro, quindi i vuoti lasciati dagli elettroni dell’ambra vengono rimpiazzati dagli elettroni contenuti nella carta.

Lo spostamento si chiama carica, ma se questa avviene in un conduttore la carica in movimento genera una corrente che fluisce nel conduttore e cessa di essere statica. 3 L’elettricità statica varia dai 20.000 ai 50.000 volt. Il corpo umano tende ad immagazzinare tale elettricità naturalmente Gilbert studiò l’elettricità e il magnetismo, comprese perché l’ago della bussola punta sempre verso il nord4. Scoprì che pezzi di ambra carenti di elettroni si respingevano mentre si attiravano se gli elettroni erano in eccesso. Benjamin Franklin denominò i due tipi di elettricità positiva, se carente di elettroni, e negativa, con elettroni in eccesso, enunciando che due cariche uguali si respingono mentre, se diverse, si attraggono. Nel 1746 due studiosi dell’Università di Leida inventarono un apparecchio per raccogliere l’elettricità statica, un condensatore chiamato “bottiglia di Leida”. Venne dedotto che maggiore era la quantità di elettricità accumulata, più lunga la scintilla prodotta dagli elettroni; l’argomento era la tensione della carica.

Nel 1785 August De Coulomb inventò la bilancia di torsione per misurare il campo elettrico dimostrando che la carica si distribuisce in modo uniforme sopra una superficie sferica. Cosa confermata anche da Beccaria con il suo pozzo e da Faraday con la sua gabbia. Hans Christian Oersted sviluppò la teoria elettromagnetica e nel 1826 Ampère enunciò le leggi dell’elettromagnetismo inventando lo strumento per misurare il flusso della carica elettrica; George Ohm declamò la legge sulla resistenza elettrica; Volta diede forma alla prima pila; Faraday al primo generatore elettrico, la dinamo e l’alternatore; nel 1859 Pacinotti col suo anello trasformò l’ energia meccanica in energia elettrica continua; nel 1866 Heinrich Hertz scoprì le onde elettromagnetiche; nel 1880 Alva Edison costruì la prima centrale brevettando un sistema di distribuzione. Un anno dopo Edison e Graham Bell crearono la “Oriental Telephone Co.”.

Nel 1882 Edison attivò il primo sistema di distribuzione dell’ energia al mondo. A questo punto compare un personaggio definito “dimenticato benefattore dell’umanità” e che morì nell’anonimato: Nikola Tesla. Colui che ha inventato la famosa Bobina che porta il suo nome per produrre l’alta tensione necessaria al tubo catodico del televisore, fornita da un generatore Tesla, attraverso il trasformatore Tesla e trasportata da un sistema trifase Tesla. Proseguo con la mia prima digressione. Ogni stella-tetraedro è formata da due tetraedri che s’intersecano in modo da formare una sorta di stella di David d’aspetto tridimensionale. I due tetraedri che s’intersecano rappresentano le due energie, quella maschile e quella femminile, in perfetto equilibrio.

Esiste un tetraedro attorno ad ogni cosa, non solo attorno ai nostri corpi. Siamo dotati d’un corpo fisico, uno mentale e uno emotivo, ciascuno dei quali possiede una forma a tetraedro. Si tratta di tre campi identici sovrapposti l’uno a l’altro, e 4 Considerando il principio dell’attrazione dei poli opposti, qualsiasi magnete libero di ruotare tende a orientare il proprio polo sud verso quello nord terrestre; ed è quello che fa l’ago di una bussola perché è un piccolo magnete i cui poli si orientano parallelamente alle linee dello spettro magnetico terrestre. Fenomeno possibile in quanto la Terra è una gigantesca calamita.

l’unica differenza tra loro è che solo il corpo fisico è bloccato, cioè non ruota. La stella mentale, di natura elettrica e maschile ruota verso sinistra; la stella emotiva è di natura magnetica e femminile ruota verso destra. Il legame che comprende spirito cuore e corpo fisico, secondo una ratio geometrica particolare, a una velocità critica, crea la merkaba. La parola mer contraddistingue i campi di controrotazione della luce, ka lo spirito, ba il corpo o la realtà. Così merkaba indica un campo di controrotazione della luce che comprende sia lo spirito che il corpo ed è un veicolo: un veicolo spazio-tempo. È l’immagine attraverso la quale vengono create tutte le cose, una serie di schemi geometrici che circondano i nostri corpi. L’immagine inizia alla base della nostra spina dorsale, piccola quanto le nostre otto cellule originarie dalle quali i nostri corpi fisici sono inizialmente creati, da quel punto s’estende per vari metri di diametro.

La sua prima forma è una stella-tetraedro, poi un cubo, quindi una sfera e infine una piramide intrecciata. Ancora una volta la controrotazione dei campi di luce della merkaba costituisce un veicolo spazio-temporale: una volta consapevolmente attivata consente di viaggiare attraverso il multiverso. Questi 144 livelli sono le 12 dimensioni e i 12 sovratoni carmonici di ciascuno di essi. Passiamo a una seconda digressione. Non soltanto gli ufo esistono e il Pentagono americano ne è a conoscenza da quasi sessanta anni, ma proprio agli alieni dobbiamo l’invenzione del laser, transistor e fibre ottiche. A sostenere la tesi che non siamo soli nell’ universo è una fonte autorevole: il colonnello Philip Corso, ufficiale dei servizi segreti statunitensi sotto Mac Arthur e Hisenhower e, responsabile in Italia dei servizi alleati durante la seconda guerra mondiale. Nel 1997 a Roma in occasione della presentazione del suo libro “The day after Roswell”, Corso ha parlato del suo incontro ravvicinato con la tecnologia degli extraterrestri. Ecco la registrazione delle sue affermazioni, tra l’altro riprese anche dalla stampa italiana in quei giorni.

In italiano “Il giorno dopo Roswell”, ed. Pocket Books, acquistabile dal catalogo Hera Books. “La notte del 4 luglio 1947 una astronave aliena si è schiantata a Roswell nel New Mexico. Sui radar della vicina base militare apparve una serie di blip seguita da un’esplosione; poi si trovarono i rottami del disco volante e i cadaveri degli alieni. Quella notte io ero responsabile della sicurezza di Fort Riley nel Kansas. Due giorni dopo uno dei miei sergenti mi incitò ad aprire una delle casse di legno provenienti da Roswell. Fui sconvolto: dentro c’era qualcosa sommerso in un liquido gelatinoso e bluastro, una forma soffice e lucida come la pancia d’un pesce. Sulle prime pensai al cadavere d’un bambino, invece era una figura umanoide lunga un metro, con braccia e gambe lunghe e sottili, mani e piedi con quattro dita e una testa enorme a bulbo.

Toccai quell’essere: la pelle grigiastra era come tessuto. Il corpo era destinato all’obitorio militare per l’autopsia. La vicenda non ebbe alcun seguito, per quindici anni il Pentagono mantenne il più stretto riserbo. Solo nel 1961 divenni capo della Divisione Tecnologica Straniera dell’esercito. Il generale Trudeau mi affidò lo studio di un archivio speciale: Il Roswell filed. Mi resi conto che era stato deciso di studiare quella straordinaria scoperta. Durante la guerra fredda il pentagono era convinto che il governo pullulasse di spie sovietiche e che la stessa CIA convivesse col Cremino: quella documentazione non doveva finire nelle mani sbagliate! Dovetti agire con molta cautela: selezionai venticinque industrie locali leali alla patria e affidai loro dapprima solo informazioni tecniche e poi pezzi disaggregati dei materiali recuperati nel crash spaziale, in modo che nessuna conoscesse l’intero marchingegno.

La tecnologia aliena ci è stata utile, straordinariamente. Da essa abbiamo sviluppato apparecchi come i circuiti integrati, i transistor, gli acceleratori di particelle. Nell’astronave c’erano fibre supertenaci, impossibili da tagliare o brucare, la cui struttura era simile a una ragnatela: ne abbiamo ricavato il kevlar. C’era un pezzo di metallo sottile e infrangibile: analizzandone la composizione molecolare scoprimmo l’esistenza di reti a fibre ottiche. Trovai una specie di torcia elettrica: non funzionava e pensai che mancassero le batterie. Invece messa sotto le radiazioni l’oggetto si accese: era il laser. Gli esseri che erano nel disco erano creature prive di corde vocali, in contatto telepatico fra loro, con quattro lobi cerebrali anziché due e con linfa al posto del sangue.

L’autopsia6 ha rivelato che erano dei cloni, degli umanoidi creati da intelligenze aliene per attraversare lo spazio. PHILADELPHIA EXPERIMENT. Dopo la digressione passiamo ad un primo frammento. Il dott. M.K.Jessup fu disorientato dall’interesse mostrato dagli ufficiali presenti, e rispettosamente sottopose a lettura il tutto. Lo stile, il tono, e la natura dei commenti, oltre i riferimenti ad un esperimento segreto della Marina il cui risultato aveva reso invisibile una nave, convinsero Jessup che l’autore era lo stesso Allende/Allen che a lui si era in passato rivolto, e così accennò agli ufficiali delle lettere che aveva ricevuto. Santilli footage?

Questi ne richiesero copie, le quali furono successivamente pubblicate come appendice di una tiratura limitata della versione annotata del Case for the UFO, a cura della Varo Manufacturing Company di Garland, Texas, una società che lavorava per la Marina. Un’introduzione anonima, scritta in realtà dal comandante George W. Hoover, ufficiale dei Progetti Speciali dell’ONR, e dal suo sottoposto, il capitano Sidney Sherby, spiegava: “Data l’importanza che attribuiamo alla possibilità di scoprire utili indizi circa la natura della gravità, nessuna voce, per quanto possa essere screditata dal punto di vista della scienza ufficiale, deve essere trascurata.

A Jessup fu fornita una copia dell’edizione Varo, delle 127 stampate, sulla quale appose a sua volta alcune contro-annotazioni. In considerazione dei molteplici problemi sollevati e delle spese sostenute (le annotazioni sono state ristampate nei loro colori originali) furono in molti a sorprendersi che l’argomento fosse stato ritenuto di tale interesse dagli scienziati della Marina.

MORTE ANNUNCIATA
Secondo frammento ricollegabile direttamente al primo. Nell’ottobre 1958, approfittando di un viaggio d’affari a New York, Jessup si recò a far visita allo scrittore Ivan T. Sanderson, uno zoologo interessato al fenomeno ufo e alle anomalie in generale. Sanderson ricorda così quell’incontro: “C’erano circa una dozzina di persone presenti. Ad un certo momento Morris chiese a tre di noi se poteva parlarci in separata sede. Appartatici, ci consegnò la copia originale riannotata e ci chiese di leggerla con attenzione, quindi di metterla al sicuro… in caso mi fosse accaduto qualcosa, aggiunse. Tutto ciò all’epoca ci sembrò molto teatrale ma, dopo aver letto il libro, abbiamo dovuto ammettere che siamo stati invasi da un sentimento collettivo di natura certamente sgradevole. E questo fu orribilmente confermato il giorno in cui Jessup fu trovato morto nella sua auto, in Florida. Era il tardo pomeriggio del 20 aprile 1959 quando Jessup, dopo aver parcheggiato la sua station wagon nei pressi di casa, con tutta calma infilò un tubo di gomma nel condotto di scarico e l’altra estremità all’interno dell’abitacolo attraverso lo spiraglio di un finestrino.

Morì d’avvelenamento da monossido di carbonio. Il suicidio contribuì ad enfatizzare il significato delle lettere di Allende, tant’è che qualcuno ritenne addirittura che Jessup fosse stato ucciso perché sapeva troppo. Di questa opinione un gruppo di occultisti californiani che nel 1962 pubblicò una monografia dedicata al controverso episodio e Gray Barker che raccolse i primi scritti di Jessup e le voci recenti a lui riferite nel volume The Strange Case of Dr. M. K. Jessup, edito l’anno seguente. Barker, tra l’altro, cita l’appassionato di ufo Richard Ogden, il quale sosteneva apertamente che il “suicidio di Jessup era stato architettato facendogli recapitare un nastro registrato che conteneva messaggi ipnotici di auto-distruzione. Il nastro utilizzava suggestioni ipnotiche sovraimpresse a musica e mescolate con rumore bianco.

E concludeva: “Nessuno può resistere all’essere ipnotizzato da onde sonore. Ma nessuna prova venne offerta da Ogden a supporto delle sue straordinarie asserzioni. Dobbiamo tuttavia aspettare il 1965 perché il caso Allende faccia la sua apparizione in un libro a grande tiratura, ovvero Invisible Horizons scritto da Vincent Gaddis (edito in Italia da Armenia dieci anni dopo col titolo Il triangolo maledetto e altri misteri del mare), che è stato anche il primo a parlare del Triangolo delle Bermuda quale luogo di frequenti e misteriose sparizioni di navi e aerei. Due anni dopo, in un’appendice a Uninvited Visitors di Ivan T. Sanderson (tradotto nel 1974 dalle Edizioni Mediterranee col titolo Ufo, visitatori dal cosmo) venivano ristampate le lettere di Allende a Jessup e l’introduzione all’edizione Varo.

A commento Sanderson rimarcava: “Se il sig. A, il sig. B e/o ‘Jemi’ non sono altro che eccentrici, dove hanno scovato tutti questi fatti e tutte queste asserzioni che, sebbene singolarmente siano stati discussi per molto tempo, richiederebbero anni di ricerca per essere rintracciati? L’anno successivo, sempre negli Stati Uniti, sull’argomento vennero pubblicati altri due volumi a cura di Brad Steiger e Joan Whritenour, i quali ne enfatizzavano i contenuti riferendosi a una “nuova e provocatoria teoria sulla natura e origine degli ufo. Secondo gli autori, Allende avrebbe potuto addirittura rappresentare un potere extraterrestre giunto sulla Terra molti secoli orsono. Altri avanzarono l’ipotesi che durante il periodo in cui la nave restò invisibile, la Marina Militare degli Stati Uniti sarebbe stata in grado di contattare entità aliene con le quali si accordò per una proficua forma di collaborazione.

Nel 1974, del “mistero fece menzione il best-seller di Charles Berlitz The Bermuda Triangle, e lo stesso divenne nel 1979 il soggetto del libro di William L.Moore The Philadelphia Experiment (pubblicato in Italia lo stesso anno per i tipi della Sonzogno). Finché nel 1984 la New World Pictures produsse il thriller fantascientifico diretto da Stewart Raffill, The Philadelphia Experiment, con protagonista Michael Pare (nel ruolo del marinaio evanescente) e Nancy Allen.

UOMO DEI MISTERI
Terzo frammento, ricollegabile ovviamente ai precedenti. Morto Jessup, Carlos Allende prese a scrivere lettere ad altri ricercatori del settore. Le località da cui erano spedite variavano da una volta all’altra. Nell’estate del 1967, dopo aver letto uno dei suoi primi libri sugli ufo, Allende scrisse anche a Jacques Vallée. Con la sua prima missiva, una cartolina illustrata – “vista notturna dei grandi magazzini Sanger Harris di Dallas” – Allende informava Vallée che per poco più di cinquecento dollari poteva ricevere le istruzioni su “come costruire il proprio disco volante. In una successiva lettera di quindici pagine imbucata sempre a Dallas, Texas, ma con un indirizzo di Minneapolis, Allende congetturava che l’ universo un bel giorno si sarebbe contratto per ritornare al suo punto di origine, proprio come era accaduto alla DE 173 di fronte ai suoi occhi. Inoltre sosteneva che anche Einstein aveva letto l’edizione Varo del libro di Jessup e le rivelazioni contenute nelle famose “lettere avevano influenzato a tal punto la sua salute da portarlo di lì a poco alla morte.

Secondo Allende, a causa della eccessiva esposizione al campo magnetico, molti membri dell’equipaggio impazzirono, mentre altri svilupparono malattie misteriose. Due marinai sarebbero addirittura scomparsi (svaniti) da una taverna del posto lasciando le cameriere terrificate e confuse. La fotocopia di un ritaglio di giornale, senza testata né data, che descrive l’episodio sarebbe stata fatta recapitare anonimamente all’indirizzo dello scrittore William Moore. Allende restò un personaggio estremamente elusivo, finché nell’estate 1969 si presentò presso gli uffici di Tucson, Arizona, dell’Aerial Phenomena Research Organization (APRO), dove confessò che l’intera vicenda era una burla da lui architettata, salvo poi ritrattare la sua confessione poco tempo dopo. C’è chi sostiene che gli furono offerti dei soldi perché ritrattasse tutto quello che aveva detto in precedenza. Nel 1978 Allende prese casa a Benson, Minnesota, e l’anno successivo si spostò alla vicina Montevideo, non molto lontano da Morris, dove William Moore viveva.

Il 28 giugno il Montevideo American-News riferì che Allen, ovvero Allende, si recava sovente agli uffici del quotidiano “da quattro a cinque volte al giorno. Nell’articolo veniva così descritto: “È alto, magro, veste in stile occidentale e di solito indossa un cappotto di lana. I suoi argomenti preferiti sono il comunismo e la condizione delle ferrovie del Milwaukee. Afferma di essere l’autore di svariati testi su argomenti scientifici e asserisce che il suo nome è menzionato in numerosi altri libri. Sostiene di essere una persona controversa nei circoli scientifici e pseudoscientifici, un famoso linguista internazionale e scrittore. In Montevideo, come a Benson, chiese aiuti finanziari alle comunità religiose e all’Esercito della Salvezza. Nel 1983, Carlos Allende, apparve a Boulder, Colorado, dove Linda Strand, una giornalista scientifica, ebbe modo di intervistarlo brevemente e scattargli una foto, l’unica esistente di questo singolare personaggio. La Strand lo descrisse come un tipo strampalato che scribacchiò alcune note a margine della sua copia del libro di Berlitz e Moore prima di scomparire di nuovo, senza fornire ulteriori particolari su ciò che asseriva di aver visto.

Forse per emulare le gesta di Allende, più di recente, nel settembre 1989 è venuto alla ribalta un certo Al Bielek che ha asserito di essere stato uno dei marinai coinvolti nel tanto discusso esperimento di Philadelphia. Bielek nel corso di alcune conferenze e interviste, raccontò che per anni non aveva avuto alcun ricordo dei fatti, perché era stato sottoposto al lavaggio del cervello. Ma la memoria gli era tornata gradualmente dopo aver visto il film nel 1988. I suoi “ricordi” sono contenuti in un libro scritto assieme a Steiger nel 1990.

LA VERITA’?
Quarto frammento.
Ma chi è veramente Carlos Allende, alias Carl Allen? Nel luglio 1979, Robert A. Goerman, un appassionato di ufo residente a New Kensington, Pennsylvania, si accorse di aver conosciuto i genitori di Allen da sempre: Harold Allen (70 anni) e signora erano suoi vicini di casa. Gli Allen mostrarono a lui il materiale che il figlio aveva spedito loro negli anni vantandosi dell’agitazione che i suoi scritti avevano causato e il suo certificato di nascita: Carl Meredith Allen era nato il 31 maggio 1925 a Springdale, Pennsylvania. Era il maggiore di cinque figli, quattro maschi e una femmina. I genitori lo descrissero come un “maestro della presa in giro. Suo fratello Randolph aggiunse: – Ha una mente fantastica. Ma per quanto ne so, non l’ha mai veramente utilizzata, e non ha mai lavorato in un posto tanto a lungo per guadagnare abbastanza. È una vergogna – .

E se qualcuno avesse veramente verificato al RD n.1, Box 223 di New Kensington, l’indirizzo fornito da Allende nelle sue prime lettere, vi avrebbe trovato la casa colonica di proprietà della famiglia Allen. A questo punto, anche William Moore, convinto assertore della credibilità di Carl Allen, cercò di fare marcia indietro, arguendo che Allen aveva semplicemente diffuso una storia che altri avevano raccontato. Moore ipotizzò che la realtà poteva essere “un poco più terrestre. “Lo scopo dell’esperimento” scrive in un libro pubblicato privatamente nel 1984, “poteva essere l’invisibilità radarica, non ottica, e i bizzarri effetti riportati in connessione con esso – uomini che attraversavano muri, altri uomini che scoppiavano tra le fiamme – sembrano essere il risultato di allucinazioni causate a questi testimoni dalla troppa vicinanza al campo di forze a bassa frequenza e di grande potenza utilizzato. Ma l’evidenza anche per questa interpretazione è scarsa e aneddotica. Di fatto, secondo alcune versioni, la Eldridge non solo divenne invisibile, ma si ritrovò smaterializzata e teletrasportata a Norfolk, per poi ritornare a Philadelphia in un tempo così breve che in condizioni normali sarebbe stato impossibile.

Ma un tale evento avrebbe dovuto produrre il movimento di qualcosa come 1900 tonnellate di acqua per colmare il vuoto creatosi, col risultato che una gigantesca ondata si sarebbe dovuta abbattere sull’intera baia. Eppure questa eccezionale conseguenza dell’esperimento non è menzionata da alcuna parte. E il suicidio di Jessup? Sarebbe stato indotto dalla profonda depressione causatagli dalla separazione con la moglie complicata da un grave incidente automobilistico di cui era stato vittima alcuni mesi prima. Anche l’interesse della Marina per l’intera vicenda si dimostrò più un’azione personale di Hoover e Sherby, che avrebbero agito per proprio conto spendendo di tasca propria. Il fatto che erano ufficiali della Marina, non significava nulla, come Shelby (poi impiegato alla Varo) affermò nel 1970 in una intervista rilasciata all’ufologo Kevin D. Randle.

Tuttavia qualcosa di veramente segreto accadde a Philadelphia nel 1943. L’interesse che Jacques Vallée espresse per il caso in uno dei suoi libri lo fece imbattere in un certo Edward Dudgeon. “Sono un pensionato di sessantasette anni, arruolato in Marina dal 1942 al 1945, così iniziava la lettera di Dudgeon indirizzata a Vallée il 28 novembre 1992. “Ero imbarcato su un acciatorpediniere che era lì allo stesso tempo dell’Eldridge DE 173. Posso spiegare tutto degli strani accadimenti poiché eravamo dotati dell’identico equipaggiamento, allora segreto. Altre due imbarcazioni hanno salpato assieme a noi per le Bermuda per poi rientrare a Philadelphia.

Un paio di settimane dopo Vallée incontra Dudgeon che, avendolo convinto delle sue generalità e mostrato il foglio di congedo dalla Marina, racconta la sua versione dei fatti. La missione, che coinvolse la Eldridge e la Engstrom, la nave su cui era imbarcato Dudgeon, durò dalla prima settimana di luglio alla prima settimana di agosto del 1943, ed era considerata top-secret in quanto veniva per la prima volta sperimentato un insieme di contromisure che dovevano rendere le navi invisibili alle torpedini magnetiche lanciate dai sommergibili tedeschi. Nulla di “poco terrestre ma all’equipaggio fu vietato di parlare della missione. L’utilizzo dell’attrezzatura speciale, consisten-te in un radar di bassa frequenza, un sonar, un dispositivo per il rilascio di cariche di profondità e delle eliche particolari, è stato confermato, alle richieste di Vallée, anche dal vice-ammiraglio William D. Houser. In conclusione, l’intera vicenda non sarebbe altro che una burla organizzata dal misterioso Carl Allen?

Secondo molti sì, ma altri ritengono che ci troviamo di fronte ad una operazione di disinformazione creata volutamente da non meglio identificati servizi segreti per distogliere l’attenzione da altri eventi ben più significativi. Lo stesso vale anche per il famoso caso Roswell e il discusso documento MJ12? E’ forse un caso che il divulgatore di tutti questi segreti sia sempre l’americano William Moore? Intanto di Carl Allen si sono perse le tracce. Un rapporto non confermato dice che vive in Colorado.

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