Il Santo e Il Guerriero

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Il Santo e Il Guerriero

di Giuseppina Bruno

(Piccole Storie Zen)
(Anno 2003)

Quando lascerò queste terre, porterò dentro di me quel profumo di fiori di campo. Ancora una volta, come Allora, quel Tempo che non ho mai dimenticato.

– Premesse –

Per molti occidentali zen è una parola design, che ricorda linee essenziali, semplici, oggetti e forme di valore che l’uomo moderno vuole possedere per svuotarsi di quell’eccesso di inutile materialità che ha colmato ogni spazio.

L’essenza diventa essenzialità anziché percezione di una profondità maggiore, di quella sensibilità che arricchisce invece di impoverire, perché in grado di ampliare la percezione del Reale.

Sono molti gli insegnanti, pochi i Maestri. Alcuni si lasciano sfiorare quando il cammino diventa quasi verticale per difficoltà e inasprimento dell’esistenza. Altri li puoi scorgere all’orizzonte quando finalmente ti fermi ad aspettare che ogni parola, ogni suono, termini l’eco dentro di te.

Solo in quel momento puoi ascoltare l’immensità che dimora nel tuo interiore, la bellezza che circonda il tuo essere, la poesia che accompagna il tuo vivere.

Le piccole storie Zen servono solo a dimenticare le cose inutili. Ciò che è utile il cuore lo serba nella sua profondità, anche quando non lo conosce.

Poi, un giorno, fiorirà.

Sangano, 14 febbraio 2012

“Il Santo e il Guerriero”

C’era un guerriero che lanciava le sue frecce una a una, instancabile e attento.

Prima aveva cominciato a mirare agli oggetti fermi, poi con il tempo aveva appreso l’arte di mirare al centro di tutto ciò che si muoveva, lento, veloce, velocissimo.

Il guerriero non era cattivo. Non uccideva e non feriva nessuno. Il suo intento era di acquisire l’esperienza, la conoscenza dei suoi limiti, delle sue capacità. Era la ricerca di quella che viene chiamata Maestria.

Un giorno, un uomo vecchio si fermò a osservarlo.

«Sei molto bravo» disse.

Lui non si fermò neppure, solo un rapido sguardo per capire se era invidia o pura ammirazione.

Ma il vecchio era indecifrabile, forse perché si sa leggere solo quello che è nella volontà di essere letto.

Passarono diversi giorni. Il tempo è un fattore fondamentale nella crescita. Bisogna saper aspettare.

Il vecchio guardava attento e il guerriero cresceva nella sua Maestria tanto che ogni persona che si fermava a guardarlo, lo ammirava.

Non è forse l’ammirazione a nutrire la conoscenza?

Solo a quel punto il vecchio si accorse che il guerriero era pronto e parlò di nuovo.

«Guerriero, tu sei bravo, ma le tue frecce un giorno finiranno. Cosa farai allora?»

Questa volta il guerriero sentì una ferita nel cuore che gli fece vacillare la mano e gli offuscò lo sguardo. Ma era talmente bravo che prese nel centro il suo bersaglio lo stesso.

Il dubbio che quel vecchio gli aveva insinuato con il suo parlare, aveva creato in lui una pesantezza e una mancanza di determinazione, non un errore.

Solo allora il guerriero parlò. «Vecchio, perché mi hai cambiato?»

E lui rispose: «Nessuno può restare lo stesso per sempre. Dopo la crescita c’è sempre l’evoluzione.»

Detto questo se ne andò.

E da quel giorno il guerriero cambiò la sua strada.

– Il fiore e le rose –

C’era un piccolo fiore in un campo di un contadino. Lui coltivava rose e le rose erano molto belle.

Il fiore era semplice. Tutte le primavere appariva al contadino con il suo sorriso di benvenuto.

Il contadino, senza pensarci tanto, lo toglieva perché lui coltivava le rose, non l’erba e i fiori di campo. Così ogni stagione passava.

Ma tutte le primavere il piccolo fiore tornava con il suo saluto, con quella determinazione e resistenza che hanno le cose semplici e tutte le primavere il
contadino lo toglieva perché lui coltivava le rose, non l’erba e i fiori di campo.

Così ogni stagione passava di nuovo e di nuovo tornava il tempo di quel saluto.

Ora, avvenne che negli anni il contadino fu mosso nel sentimento da quel fiore e verso il tempo della sua vecchiaia, quando gli uomini più facilmente mostrano ascolto al proprio cuore, non seppe più reciderlo per lasciare le sue rose solitarie al cielo e al campo. È vero, lui coltivava le rose, non l’erba e i fiori di campo, ma quel piccolo fiore non faceva male a nessuno ed era così piccolo che gli bastava poca acqua e poco spazio per vivere.

Il fiore molto probabilmente fu felice di quel cambiamento, finalmente vide i cieli estivi, ascoltò il vento tra i suoi petali e conobbe il gioco delle farfalle sopra la sua corolla.

Un giorno, nella tarda primavera, una donna arrivò dal contadino. Cercava le rose, le cercava da tanto tempo.

Una donna che viaggiava.

Il contadino la guardò e le chiese perché voleva le rose. Non le avrebbe date a chiunque, amava ogni rosa del suo campo.

Lei rispose: «Mi hanno detto che hai le rose più belle del mondo. Ne vorrei una da portare con me nel mio viaggio.»

Il contadino, convinto da quella risposta, la portò nel campo.

«Ti regalerò una rosa, quella che vuoi: puoi sceglierla.»

Non si possono comprare le cose preziose, c’è un tempo, il mondo lo capirà.

La donna guardò la distesa di petali colorati, di boccioli profumati e poi, senza alcun dubbio, si diresse verso il piccolo fiore.

«Posso prendere questo?»

Lui la guardò e disse: «Questa non è una rosa, questo è il mio amico fiore. Io coltivo le rose, il fiore è venuto dal cielo.»

«E tu pensi che lui sarebbe infelice di essere donato a me?»

Il contadino pensò un momento e poi disse:

«No, sarebbe molto felice di essere donato a te.»

Era dispiaciuto di lasciarlo andare ma pensò che sarebbe stato felice di viaggiare con quella donna, avrebbe appreso molte cose e conosciuto paesi lontani.

Quello che si dona non può sparire, torna moltiplicato, rinasce e vive di quell’ amore che si è usato nel donarlo.

Il contadino vide la donna partire con il suo amico fiore. Era un giorno di tarda primavera e i raggi di sole erano tiepidi abbracci.

Quel giorno, sentì le rose cantare.

Lui coltivava rose, non erba e fiori di campo. Mentre tornava a casa circondato dalla voce delle sue rose, sorrise sognando. Sapeva che in primavera il suo amico fiore sarebbe tornato.

– Le formiche e le stelle –

In una radura al fresco c’era una donna china su se stessa che guardava per terra.

Molte persone andavano in quella radura, perché era un posto tranquillo, dove potevano riposare la mente e il cuore dalle fatiche che dovevano affrontare ogni giorno combattendo i mille conflitti che circondano l’esistenza umana.

Ogni tanto qualcuno ritornava da un lungo viaggio e ritrovava quello spazio silenzioso in cui meditare. Altri partivano per andare più o meno lontano e sempre avrebbero portato nel cuore quel piccolo spazio racchiuso da dolci fronde di alberi.

La donna, né partiva, né tornava. Lei stava sempre in quel luogo e sempre stava con lo sguardo fisso per terra. Molti l’avevano notata e tutti sapevano della sua esistenza, tuttavia nessuno aveva mai parlato con lei e neppure sapeva chi fosse, da dove arrivasse e perché si trovasse in quel luogo.

Giunse un giorno un uomo da lontano. Molti si accorsero del suo arrivo perché era vestito di abiti che non si erano mai visti. Anche la pelle aveva un colore diverso, per questo tutti lo notarono. Tutti tranne la donna che, china per terra, non poté scorgere quella piccola figura all’orizzonte, fino a quando non diventò una persona intera. Si fermò vicino a lei e la sua ombra coprì la sua figura, ma lei guardava per terra. Faceva così da molto tempo e niente sembrava avere più importanza di quel guardare.

A volte, la stranezza è colta come un segno di pericolo e spesso gli uomini cercano di ignorare quel vago senso di estraneità che incontrano. Seppure sia molto ovvio che nella stranezza si può più facilmente incontrare una strada di conoscenza.

L’uomo che arrivava da lontano, sapeva queste cose e quindi, senza alcuna difficoltà, si sedette di fianco a lei.

Lei lo salutò con un sorriso e poi riprese a guardare per terra.

«Cosa guardi donna?» «Guardo le formiche.»

«E perché le guardi?»

«Cerco di imparare a vivere dalle formiche.»

«È una cosa giusta, donna. Le formiche sanno che per vivere devono lottare, prendere il cibo e tornare a casa. È una cosa giusta ma anche le stelle insegnano a vivere. Guarda le stelle da oggi in poi e impara a volare.»

La donna lo guardò e salutandolo con un sorriso ritornò a casa.

Da quella sera guardò le stelle e dopo qualche tempo cominciò a volare.

– Il Maestro del muro –

Un uomo batteva la testa contro un muro.

Ogni giorno e ogni istante di ogni giorno, continuamente, senza mai fermarsi.

Molti avevano cercato di dissuaderlo, di farlo ragionare, di fargli capire che il dolore che si procurava era inutile e troppo grande per il suo esistere umano.

Ma nessuno era riuscito a farlo smettere e neppure a ottenere una risposta, a comprendere perché sbattesse la testa contro il muro.

La ragione è una componente secondaria in certe azioni che possono apparire ingiustificate solo per mancanza di consapevolezza.

I suoi cari, dopo qualche tempo, decisero di organizzare una riunione per decidere cosa fare.

La madre ascoltò tutti e poi disse: «Aspetteremo un Maestro, un uomo saggio che possa liberarlo da questa ossessione.»

Il fratello guardò la madre e scuotendo la testa rispose: «Qui non arriverà nessun Maestro, madre. La strada finisce molte miglia prima di questo posto. Andrò io a cercarlo e lo porterò qui da noi.»

Tutti ritennero che fosse una cosa giusta, e il ragazzo partì per il suo viaggio.

Giunse l’inverno, poi la primavera e l’estate seguita dall’autunno.

L’uomo batteva sempre la testa contro il muro, ma all’orizzonte non si scorgeva il fratello e neppure il Maestro.

Seguirono molti inverni e molte stagioni ma nulla accadde di nuovo.

Un giorno, il sette novembre, l’uomo smise di battere la testa improvvisamente.

Tutti si fermarono a guardarlo e nessuno osò parlare.

Lui guardò tutti, uno a uno, poi disse: «Cercavate un Maestro. Ora ditemi: come fate a riconoscere un Maestro?»

La madre rispose: «Il Maestro è un uomo saggio che conosce tutte le risposte!»

«E quali sono le domande?» Nessuno rispose.

«Non potete capire dove cercare un Maestro se non sapete porvi delle domande. Voi volete solo risposte ma nessuno di voi conosce le domande. Non cercate Maestri, cercate voi stessi.»

Detto questo prese le sue scarpe e lasciò quella casa. Non aveva più bisogno del muro, lui si era finalmente trovato.

– Jalak e il Tesoro –

Jalak cercava la grande miniera.

Ne aveva sentito parlare quando era ancora bambino da un cercatore di tesori che era giunto fino al suo paese. Sapeva che era morto qualche anno dopo attraversando un fiume impetuoso e aveva deciso allora, in quella giovane età dove i sogni si prestano a essere quelle ali con cui gli uomini compiono grandi distanze, che lui avrebbe proseguito quella ricerca.

Nessuno glielo aveva chiesto, era stato lui a scegliere.

Così dedicò la sua Vita a quella ricerca.

Si diceva, in quei tempi, che fosse la più grande miniera nascosta tra le viscere della Terra, il tesoro che gli dei avevano lasciato agli uomini quando questi avevano cambiato il loro percorso, pensando che la ricchezza dell’oro fosse più importante della ricchezza del Cielo.

Per questo avevano deciso di nascondere le gemme più preziose all’interno di una caverna, senza lasciare indicazioni per potervi accedere. Solo un monito: “Chi avrà un cuore puro troverà l’immenso tesoro”.

La Vita trascorre veloce quando le passioni ardono nel cuore degli uomini, così Jalak diventò vecchio.

Un giorno, di una tarda primavera, si fermò sotto un albero per riposare e una foglia della vecchia quercia a cui era appoggiato gli cadde sul braccio destro. Allora fu illuminato in quel modo
irragionevole con cui la Verità giunge a destare il torpore della menzogna e scelse una strada che non avrebbe mai percorso. Arrivò alle grandi cascate, si fermò a contemplarle nel loro splendore, belle e maestose. Fu in quel momento che scorse delle luci sotto il velo dell’acqua che non erano i riflessi dei raggi di sole nelle onde giocose, ma che giungevano dalla profondità del fiume, dove il regno oscuro riposa invaghito dei colori del mondo. Allora, prese una barca per avvicinarsi a quelle luci che ora scorgeva più nitidamente e tra l’acqua che scendeva dalle montagne, vide un passaggio che non aveva mai notato prima.

Il cuore cominciò a tremare di gioia e stupore.

Attraversò il passaggio. Un lungo cunicolo scuro era di fronte al suo sguardo.

Con la convinzione e la certezza di chi sogna, camminò in silenzio e con profondo rispetto. Piano scorse una Luce meravigliosa, verde, rossa, azzurra, gialla. La luce del grande tesoro. Giunse così a trovare cosa cercava, ma la sua felicità improvvisamente scomparve e il cuore cominciò a diventare pesante.

“Ora che ho il mio tesoro, cosa farò? Diventerò certo ricco, potente. Potrò aiutare chi ha bisogno o forse costruire una fortezza enorme e vivere come un Re. Potrò cambiare la mia Vita.”

La sua Vita poteva finalmente cambiare e fu proprio quel cambiamento a spaventarlo. Non era certo che sarebbe avvenuto nella giusta direzione. La sua mano tremava e il suo cuore soffriva.

Cosa sarebbe successo?

Dopo aver pensato qualche istante, il suo Cuore gridò più forte. La voce era chiara, limpida e maestosa, per questo, raccolto con lo sguardo la bellezza di quel tesoro, tornò a casa.

Jalak non era ancora pronto per il Tesoro ma finalmente capì d’esser pronto per se stesso. Era questa la Verità che aveva cercato per molto tempo. La Sua Verità.

– Il fiume rosso –

Anoie camminava tutti i giorni su una strada impolverata che percorreva il confine tra le terre selvagge e i campi coltivati dai contadini.

Osservare quella diversità contrapposta riempiva il suo cuore di poesia e di stupore.

L’uomo riusciva a compiere meravigliose trasformazioni, con le gradazioni di colore, di forma e di profumi. Ma la terra selvaggia aveva la stessa bellezza, seppur differente.

Anoie non avrebbe saputo stabilire quale parte fosse migliore, così restava nel mezzo, su quella strada che divideva i due mondi.

Quella strada era percorsa da molte persone: viandanti e cavalieri indomiti che cercavano luoghi desolati per affrontare i pericoli del mondo sconosciuto.

Anoie osservava sopratutto i cavalieri con grande invidia per quella luminosità che scorgeva e per la loro fiera potenza. Avrebbe voluto chiedere qualcosa, sapere di più ma mai nessuno si era fermato a parlare con lui. Lui era solo un contadino.

C’è una distanza tra il coraggio e la vita quotidiana di uomini come Anoie.

Un giorno, sulla strada, incontrò un cavaliere a piedi. L’aveva visto giungere da lontano e il suo cuore aveva cominciato a battere forte per il timore e il desiderio di quell’incontro che attendeva da tempo e che finalmente si sarebbe realizzato dopo qualche istante.

Cosa avrebbe fatto Anoie incontrandolo?

Forse doveva salutarlo, forse doveva solo proseguire senza disturbare il suo cammino.

Non sapeva decidere quale fosse il modo giusto di essere: ripeteva le frasi che avrebbe dovuto dire ma subito dopo gli sembravano fuori luogo, senza alcuni significato.

Avrebbe voluto stupire il cavaliere, attrarre la sua attenzione e mentre contraddiceva ogni possibile proposta di atteggiamento, quel cavaliere giunse a pochi passi da lui.

Anoie meravigliato scorse un viso di donna. Forse si era sbagliato ma ella si avvicinava decisa con passo fiero e lui non poté che confermare cosa aveva intuito guardando i lineamenti del suo viso.

Anoie guardava incredulo e spaventato. Il cavaliere sorrise.

«Che il sole accompagni il tuo giorno giovane. Hai scorso altri cavalieri lungo il tuo cammino?»

Anoie annuì. Il cavaliere sorrise di nuovo. «E dove è capitato questo?»

«Sulle sponde del fiume rosso. A tre miglia da qui.»

«Cosa posso fare per ringraziarti?»

Anoie guardò gli occhi di quel cavaliere femmina e mille domande attraversarono la sua mente.

«Come si diventa cavalieri, mia Signora?» Il cavaliere rise.

«Si percorre la strada, come fai tu. Si combattono le tenebre e si vive del proprio coraggio. Come fai tu.»

«Ma io non sono un cavaliere. E vorrei diventarlo.»

«Allora prendi la spada e seguimi.» «E dove andiamo?»

«Non si sa, non c’è un posto dove andare. Si seguono le ombre e i luoghi oscuri per combatterle.»

Anoie guardò la strada, i campi e le terre selvagge come chi deve partire via e non sa se tornerà. In quel momento comprese cosa doveva fare.

«Io ho dove andare, ti ringrazio mia Signora.»

E da quel giorno Anoie non sentì più la distanza tra quello che appare e quello che è.

– Torh della pianura di Algiz –

Nella pianura di Algiz, al calare dell’oscurità, si potevano osservare numerosi fenomeni celesti.

Se il cuore era puro e l’anima desiderosa di aiuto poteva apparire la Signora delle Stelle, coperta di veli rosa, con la pelle trasparente e gli occhi pieni di luce.

La Signora delle Stelle ascoltava i desideri e se vi era uno stato di benessere, poteva lasciare che accadessero naturalmente

esattamente come gli uomini desideravano.

Un viandante giunse in quella pianura che era pieno inverno.

Il cielo era un manto vellutato pieno di brillanti luminosi e l’aria che dimorava in esso era tagliente come se fosse fatta di lame affilate.

Egli desiderava diventare ricco, acquisire molto denaro e potere per soddisfare un immenso bisogno di beni. Si chiamava Torh, i suoi occhi erano scuri come terra arsa dal sole. Le sue mani erano forti e grandi.

La Signora delle Stelle apparve al viandante e ascoltò la sua preghiera. Poi con un sorriso scomparve in quel cielo sconfinato.

Torh non divenne ricco, ma con il duro lavoro riuscì ad accumulare denaro sufficiente per una Vita più che decorosa.

Un giorno mentre guardava la sua casa si accorse che mancava qualcosa e decise di ritornare dalla Signora delle Stelle per chiedere una donna pura e con il cuore pieno di Amore solo per lui.

La Signora apparve di nuovo, lo ascoltò e di nuovo scomparve tra i suoi veli vaporosi e trasparenti.

Torh non trovò una donna ma la sua casa divenne un porto per tutti quei viandanti che, nell’andare verso le pianure selvagge del nuovo mondo, passavano vicino alla sua dimora in cerca di riparo e di conforto.

La casa di Torh si riempì di quell’ Amore che aveva sempre desiderato ma non era l’amore di una donna solo per lui. Era fatto di quel calore umano che portano gli uomini e le donne che sognano, delle loro visioni e di quelle parole, di quei racconti fantastici che riempivano la sua casa.

In fondo sono felice, pensava. C’è chi mi ama anche se non è un cuore solo, c’è valore nell’amore che mi donano i viandanti. Un valore che mi rende felice.

Un giorno, mentre fumava la sua pipa sulla veranda di casa sua, giunse Ake, un giovane guerriero in cerca di Patria. Torh gli parlò con le parole di un padre e Ake illuminato da quelle parole gli disse: «Tu sei un Maestro. Le tue parole sono giuste come lance infuocate nella notte. Ogni bersaglio è colpito dalla tua destrezza e dalla precisione che hai. La tua fermezza è lucida come lo scudo di un antico guerriero. Dovresti essere venerato e amato, ascoltato da tutte le genti. Non vorresti tutto questo?»

Un desiderio illuminò lo sguardo di Torh., per questo il giorno seguente raggiunse ancora la Signora delle Stelle.

«Dolce Signora, dai mille veli trasparenti come la luce della luna. Mai hai accolto i desideri che pur nella tua dolcezza hai ascoltato. Ora ti chiedo di diventare Maestro. Di essere guida per le genti e di essere venerato come un Signore degli Spiriti.»

La Signora sorrise e aprì le sue braccia come a voler accogliere Torh e poi sparì di nuovo. Come aveva sempre fatto.

Torh non diventò un Maestro. I viandanti erano tanti. Molti andavano e alcuni tornavano per raccontare cosa avevano vissuto. Altri si perdevano, qualcuno moriva nel viaggio.

Torh ascoltava e imparava molto perché il suo era un ascolto libero. Alla fine, quando capì che i suoi giorni erano giunti al termine, decise di andare per l’ultima volta ad Algiz.

Il suo cuore cercava conforto. Non desiderava nulla, solo di poter vedere la Signora delle Stelle.

Lei giunse nella sua luminosa bellezza, silenziosa e piena di quell’ Amore che fa dimenticare ogni cosa.

Per la prima volta da che uomo si ricordi, lei parlò. «Cosa desideri mio caro amico Torh?»

«Desideravo parlarti. Io ho desiderato, forse, cose sbagliate e per fortuna tu non me le hai concesse. Perché i desideri non erano giusti per la mia Vita, per quello che dovevo percorrere. Volevo per questo, adesso che sto per lasciare questa terra, solo parlare con te, ascoltare la tua voce e accoglierla per la lunga notte che dovrò attraversare. Perché ho bisogno di aiuto per raggiungere la Luce.»

La Signora delle Stelle sorrise, poi aprì le sue braccia e Torh volò nel cielo, in alto, fino a quando mille luci gli furono intorno e lui fu abbracciato dai mille veli della Signora, consolato dalla sua voce.

Quella notte Torh morì nel corpo e divenne una guida per i viandanti.

Una piccola stella luminosa che segnava i confini delle terre selvagge, dove i passi diventano più pesanti ed è necessario che qualcuno ti aiuti ad attraversare il buio.

Una piccola stella di nome Torh.

– Senala –

Senala era nata in una città lontana, nessuno sapeva da dove venisse esattamente ma tutti sapevano che era pericoloso guardare i suoi occhi.

Viveva isolata in una casa fuori dal paese. Ogni tanto qualche persona mossa dal buon cuore lasciava delle ceste di cibo fuori dal suo uscio. Ci sono sempre quelli che vogliono diventare amici dei mostri anche se non sempre sono mossi dal senso di compassione.

Un giorno arrivò un uomo che si diceva fosse un conquistatore e sentì raccontare nel paese la storia di quella donna. Decise di andare a trovarla. Voleva vedere i suoi occhi e capire di che pericolo si trattasse.

Lui aveva sconfitto molti uomini e persino dei Re si erano inchinati al suo passare. Era un uomo di coraggio, cercava il pericolo.

Quando l’uomo bussò alla porta Senala era in casa e gli urlò di andare via ma lui rimase. Si sedette sull’uscio e attese con sfida.

Dalla casa non giungeva nessun rumore, forse quella donna era solo un’illusione.

Passarono tre giorni e tre notti, poi una mattina presto la porta si aprì.

Il conquistatore si alzò immediatamente e si mise di fronte all’uscio con la mano sulla spada, pronto ad attaccare o difendersi ma quando scorse Senala, non vide altro che una donna.

Non un mostro con gli occhi di fuoco. Non una musa con gli occhi di ghiaccio.

Una semplice donna.

«Donna, perché dicono che nessuno può guardare i tuoi occhi?»

«Perché la gente per vivere ha bisogno di bugie e la Verità la trova solo chi la cerca. Impara questo uomo che viaggi. Non serve solo il coraggio ma anche la pazienza di capire.»

Per ricompensa Senala diede al conquistatore una piuma dorata.

«Dicono che è appartenuta a una Fenice, ti auguro di incontrarla.»

L’uomo andò via senza passare per il paese e nessuno seppe più nulla di lui.

– I sogni e i segni –

Paso era un ragazzo forte e i suoi genitori volevano che diventasse un grande guerriero. Avevano fatto molti sacrifici per lui e speravano che un giorno potesse cavalcare con la loro fierezza sulle terre selvagge che circondavano il mondo.

Paso non era d’accordo con la loro visione. Aveva altro nella sua testa. Cercava la conoscenza superiore. Cercava la forza del suo Spirito.

Un giorno decise di percorrere una strada. “Se incontro un uomo gli chiederò dove devo andare. Se lui è un Maestro me lo dirà senza battere ciglio”.

La Vita a volte è più folle di un visionario e fu su quella strada che Paso incontrò un uomo con un lungo bastone ricurvo e nodoso.

Quando Paso gli chiese dove doveva andare, lui rispose: «Percorri la tua strada fino a quando non ci saranno più pietre. In quel punto troverai un segno e capirai che cosa devi fare.»

Senza pensarci due volte Paso camminò su quella strada piena di polvere e pietre. Dopo qualche ora incontrò una donna.

Era molto bella. Aveva capelli lunghi, neri corvini. La pelle bianca. Vestiti vaporosi e freschi come il vento primaverile.

Ma Paso doveva camminare verso il suo segno e non si fermò. Aveva una direzione da seguire ed era determinato nel raggiungerla. Cosa sarebbe stata quella sottile forma di piacere che può esserci nel soffermarsi a guardare la bellezza di un paesaggio, di un fiore, di un viso sconosciuto anche se amico nei confronti dell’essenza di un movimento percepito?

Aveva un sogno da materializzare, non poteva fermarsi oltre. Per questo, dopo aver guardato la bellezza di quella donna, riprese a camminare.

«Dove vai giovane uomo?»

«Devo proseguire donna, non posso parlare con te.»

«Io sono il tuo segno e neppure mi dai attenzione. Forse perché sono una donna?

Ma come fai a non capire? Sei uno stolto!»

Paso osservò la strada. C’erano molte pietre sul quel selciato. Era forse un inganno quella donna? Del resto lui aveva avuto precise indicazioni da quel Maestro. Non poteva fermarsi, quindi non disse nulla e andò oltre. Gli inganni a volte si presentano in maniera astuta e lui doveva essere forte, intelligente e attento se voleva raggiungere il suo intento.

Erano passati due giorni, quando incontrò un vecchio mendicante.

«Dove vai giovane uomo? Dai qualcosa a un vecchio che muore di fame!»

«Non porto nulla con me vecchio. Devo proseguire e non posso fermarmi a parlare con te.»

«È me che stai cercando! Fermati perché sei arrivato.»

Paso guardò il vecchio. Era seduto su un grosso masso e molte pietre erano intorno a lui. Non poteva fermarsi e quindi andò oltre.

Quanti inganni sul mio cammino, pensò con rabbia.

Passò un mese. Era un lungo viaggio ma le pietre erano sempre molte su quella strada.

Da lontano scorse la figura di un bambino che giocava con le pietre. Le lanciava e poi andava a riprenderle.

«Cosa fai bambino con queste pietre?» «Gioco signore.»

«E che gioco è? Me lo puoi spiegare?»

«È il gioco della Vita. Se tu lanci una pietra e poi la riprendi, ti accorgi che sei sempre stato dove eri.»

Fu in quel momento che Paso capì. Lui aveva inseguito un movimento nella direzione come l’ombra insegue la parte opposta del sole. La percezione era altrove.

Per questo, ringraziato il bambino, tornò a casa.

– La Donna, il Mare e la Luna –

Era così che cominciava ogni sua giornata.

Con un dilemma.

Non era cattiva, di quelle donne ancora intimamente ragazze che scorgi nella folla, silenziose, assenti. Impaurite della Vita seppur attratte. Ci vuole un grande coraggio allora per vivere e sconfiggere l’eccesso di sensibilità che lede il proprio interiore.

Ma è la lesione a rendere libertà.

Doveva sconfiggere, in un qualche modo, il suo egoismo, il perbenismo superficiale e ogni cosa data dal gruppo di formazione da cui era giunta, in quell’educazione che l’aveva trasformata senza informarla. Doveva liberarsi di quella trasformazione.

Avendo attraversato il mare in tormenta questo poteva essere certamente più semplice anche se, in fondo, era di natura indefinita quel procedere attento. Nessuno glielo aveva insegnato e neppure aveva trovato scritti o istruzioni che potessero aiutarla. Sembrava tutto così profondamente diverso.

Ma era quella diversità a renderle la libertà.

Prima di tutto bisognava fare azioni di potatura, che permettessero di poter interagire con i mondi emozionali. Solo in quel modo si poteva ripristinare il giusto senso dell’azione nel proprio sistema intellettivo.

La donna aveva una bambina da consolare, il mare che era diventato suo amico nella tormenta, una prigione con un soffitto molto alto, diverse guardie carceriere e la luna che illuminava i suoi sogni e i desideri rendendoli ancora più belli anche se irraggiungibili.

Un giorno decise di tornare a casa. Era un viaggio abbastanza lungo e si apriva di fronte al suo sguardo una salita interminabile. Lei era molto stanca e non era certa che ce l’avrebbe fatta anche se il desiderio di tornare era molto grande.

L’unico sbaglio fu quello di chiedere consiglio al mostro. I mostri non aiutano la comprensione tuttavia hanno una funzione
importantissima. Quella di spaventare gli individui ai confini delle cose luminose e riportarli con grande paura verso il limite vitale delle esperienze.

Si parla sempre così male dei mostri e questo invece era stato un mostro gentile e premuroso. Quasi materno nel suo modo di fare.

Il mostro voleva donarle la libertà.

Fu proprio lui che nello spaventarla la portò a salire di corsa quel tratto di cammino. Lei non provò certo amore per quel mostro, tuttavia nel tempo capì la funzione e la sua strada divenne via, via meno impervia.

Quando il tratto divenne lineare decise di tornare al mare e mostrare i suoi sogni e desideri alla luna.

Il mare era rimasto suo amico. Allungava le onde sui suoi piedi stanchi e abbracciava la sua Anima sospirandole l’Amore. La luna guardava sorridendo la donna.

«Cosa mi hai portato donna? Qui non vi è nulla!»

La donna capì che non c’erano più desideri e neppure un sogno da illuminare. Quindi si scusò con la Luna e le chiese perdono.

La Luna allora illuminò il suo cuore e lei scoprì quanto Amore c’era stato nel suo cammino.

«Grazie Luna.»

Le cose ora erano tutte dentro di lei. Certe e raggiunte.

E quella notte, si narra, la donna fu portata in mezzo al mare e le fu mostrato il mondo interiore.

Nessuno più sentì parlare di lei perché, in fondo, non v’era più alcun bisogno di parole.

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