I principi delle meditazioni samatha, sul respiro e vipassana 2

pubblicato in: AltreViste 0

I principi delle meditazioni samatha, sul respiro e vipassana 2

Introduzione al Buddhismo Theravada:
Quinto Dialogo: I principi delle meditazioni samatha, sul respiro e vipassana

(parte 2)

di Guido Da Todi

Tu stai respirando. E questo non avviene ieri, non avviene domani; ma avviene, sempre, puntualmente e costantemente, oggi, qui e ora. Ecco perché accorgersi del proprio respiro significa ancorarsi in una realtà palpitante, che, non solo viene dall’eterno presente; ma, spinge costantemente in esso.
Vedete, allora, l’importanza che comincia ad assumere ogni cosa che respira? Tu respiri… tutto respira…. anche un sasso respira e ha un suo ritmo personale non creato ed innato.
Quando contemplavamo la prima delle Nobili Verità – ma, io preferisco dire” la Verità che rende Nobili”…- ossia, che esiste la sofferenza, diluita ovunque ci sia una coscienza….ci rendemmo conto che essa è impermanente, perchè sappiamo che Buddha ci insegna come uscirne…
….Esiste la sofferenza, ma non fa parte di me, o di te. Esiste come anima momentanea di tutte le cose. ….
Quindi, a prescindere da ogni altra considerazione, io vi suggerirei di entrare nell’ ampio respiro della “corrente universale”, in cui non appaiono più quelle gabbiette, chiamate “io”; ma, un ampio respiro indefinibile: il non sé.
Di conseguenza, quando voi respirate in questi termini, abituatevi a dire, come suggerisce la Dottrina buddhista:
-” … la sofferenza esiste..”
E non
-”…io sto soffrendo…”
Sì… se un fenomeno di sofferenza vi brutalizza in un dato momento, voi ditevi:
“…è la sofferenza che sta esistendo, si sta manifestando….” – esattamente come siete abituati ad esclamare:
“..è la vita che respira in me”
E non
“Io sto respirando…”
Quindi, imparate, quando mediterete sul vostro respiro spontaneo, a vedere tale respiro come il protagonista e l’abitante, al centro del vostro qui e dell’ora…
Dovrete realizzarlo come una realtà autonoma e non pensare:
“…io respiro…” ma:
“… c’è un infinito respiro in tutte le cose, ed esso, quindi, pulsa anche in me…”
In ultima analisi, osservatelo….
Sedetevi tranquillamente; assumete, se volete, una posizione yoga; oppure, utilizzate questo sistema, quando vi trovate in un autobus, o in macchina, con gli amici, mentre fate un viaggio; o, anche, in tutti i momenti che vi avrebbero, altrimenti, annoiato.
Non accettate più la noia; sgretolatela!
Il seguace del Dharma vede ogni momento morto, inerte, di noia quasi fosse un peccato, (va bene…non esiste il peccato…lo sapete, ma l’ignoranza) E allora osservate, utilizzate tali momenti in cui non vi occupate di nulla… e guardate il vostro respiro… che entra in voi quando aspirate… che circola… che vivifica l’organismo… ed esce.
È a questo punto che voi realizzerete, pian piano, che vi state ancorando nel qui e nell’ora.
Esistono migliaia di spiritualisti che rimangono a contemplare il loro respiro, in maniera mentale, senza intervenire minimamente su di esso. Lo vedono, lo sentono, mentre li vivifica, mentre aspirano, oppure inspirano…e mentre fanno questo, pronunciano
“Hong-So”
Hong-So significa Hamsa, il cigno che è simbolo della vita universale, sulle acque del tempo e dello spazio.
…Ed allora essi pronunciano “Hong” quando aspirano, e “Sooo” quando espirano.
Noi preferiamo che non venga pronunciato nessun termine, in quanto qualunque suono attiva i sensi; e che non venga visualizzata alcuna figura perché, tuffandosi in fondo, dove c’è la perla, si trovano solo i fondali bassi….
Si incontra il mondo della Forma, nella visualizzazione
…Senza pronunciare parole, e senza visualizzare nulla, si penetra, però, nella stessa realtà universale, che non ha colore e non ha sapore… Stiamo, qui, mostrandovi e indicandovi, man mano, in alcuni frammenti che stiamo mettendo assieme, la natura di quella radiosità, di quella vita, che avete nel cuore …e che è il vostro respiro naturale; e vi stiamo esponendo quanto esso sia importante, e rappresenti un diapason.
Voi sapete che i musicisti, per potere dare il “la” a un pianoforte, o ad un violino, hanno in mano quella forcellina speciale; la percuotono con una barretta, ed allora la forcella fa “laaa, laaa” ed emette un suono acuto, che diviene la nota tonicaguida, per registrare le corde di un violino, o le corde di un piano.
Ecco!… il respiro che è in voi…la vostra aspirazione naturale e la successiva espirazione, sia quando dormite che quando siete svegli, a ben guardarlo, è la forcellina, è il diapason del qui e dell’ora. Del vostro presente.
Ma, avete visto che grande aiuto potete ottenere dall’osservazione del vostro respiro…!
Avete la possibilità di sincronizzarvi nel presente…. perché dicemmo: “… non respiri ieri e non respiri domani…Tu respiri adesso…” E ciò vi aiuta molto a sincronizzarvi nel presente, se non contaminate il vostro naturale respiro con pressioni mentali, con il volerlo aumentare e intensificare, col volerlo ritmare…ma – ecco il segreto!…- se, invece,, vi lasciate andare, come un corpo morto, che galleggia sul mare, sul sottile battere di ali del vostro respiro naturale.
Codesto è già un principio molto importante…
Abbiamo visto che la retta consapevolezza è la consapevolezza di tutto ciò che ci circonda, nel qui e nell’ adesso.
È una funzione fondamentale del seguace del Dharma, quella di attivare, mentre mangia, mentre beve, mentre parla, mentre pensa, mentre fa qualunque cosa, la propria presenza in tutte le sue azioni.
…Perché, come l’acciarino viene strofinato sulla pietra focaia, e finalmente appare la sfiammata, con la vostra attenzione, costantemente portata sul tempo e sullo spazio, tramite la vostra presenza quotidiana, si accenderà, alla fine, il baleno della visione….capite?
Vedete, è preziosissima la conoscenza occulta delle ritmo contenuto nel vostro respiro naturale.
Intanto, la respirazione è l’unica funzione fisica che esiste tra il vostro conscio e l’inconscio.
Voi sapere che la respirazione può essere sia consapevole che inconsapevole, sia guidata che non guidata.
Cioè, esiste tutta una branca della yoga chiamata Pranayama; esistono dei ritmi respiratori, che vengono insegnati negli ashram indù, per controllarli.
È come se aveste una sorgentella costante, che fluisce dal vostro cuore, nell’intero corpo, e se la lascerete scorrere cosi, come si esprime, raccoglierete la sua acqua come dei semplici testimoni; e la potrete bere, e vi darà molta illuminazione… ma, potrete anche creare delle incidenze, dei corridoi, dei canali…
…E ciò diverrà pranayama !
La sorgente è il prana – come viene chiamata…. e voi la potrete gestire, sia in modo consapevole, che in modo inconsapevole…
Lo scopo della meditazione sul respiro naturale, per i buddisti, è quello di liberare la mente dai condizionamenti interiori e dalle contaminazioni mentali…
Difatti, il respiro naturale che hai in te è la più pura incarnazione, anche se non ci si pensa, del principio dell’impermanenza.
Noi sappiamo che, durante la nostra quotidianità, non soltanto dobbiamo essere sempre presenti nel qui e nell’adesso, e nella gestione delle nostre sensazioni fisiche – ne parleremo ancora più avanti; ma dobbiamo, contemporaneamente, scoprire e riconoscere l’impermanenza in tutto ciò che ci circonda, in tutte le situazioni che viviamo, e nelle quali siamo immersi; familiari, amichevoli, di lavoro, di creatività e di riposo … Ed è osservando e meditando sul respiro, per una questione di risonanze, che voi giungete a scoprire il più puro simbolo dell’impermanenza. Studiando il respiro naturale in noi è come se si riesca a carpire il frutto più essenziale dell’impermanenza.
L’abbiamo lì, l’impermanenza – del tutta svelata e ritmata; senza che si debbano fare tanti sforzi per andarla a riconoscere a destra, e a sinistra; ed accettarla o meno.
Infatti, il respiro nasce spontaneamente…
…Aspirate ed il respiro si esprime; poi, procede in avanti per qualche secondo, finché raggiunge il culmine della tensione: Il punto neutro di massima pienezza.
Vi fermate, allora… e, dalla vetta della montagna, allentate la tensione e scendete, espirando, emettendo fuori il respiro che avete incorporato… per approdare all’inizio di un nuovo respiro,
Un’ aspirazione… un inturgidimento delle vostre forze…il raggiungere l’apice… e quindi l’espirazione; ecco descritto lo specchio perfetto di ogni situazione e di ogni esistenza universale….
….Tutto nasce, diventa forte; poi, raggiunto lo zenith, deperisce e invecchia.
Abituatevi, allora, a studiare il vostro respiro, osservandolo, ricevendone delle sensazioni, senza influire minimamente sul suo movimento… Vi ritroverete, allora, né più e né meno, davanti all’esempio della vita stessa: della vita attiva.
Tutto ciò che esiste nasce, aumenta di vitalità, raggiunge il suo acme e inizia l’esaurimento delle energie, sino al termine del ciclo. E tutto riprende.
Questo è l’insegnamento della meditazione sul respiro…
… Quei momenti che trascorrete in macchina, o che passate seduti su una poltrona ad osservare il vostro respiro…a vederlo che vi conduce, come un sottile ponte, nel qui e nell’adesso….….nel constatare che, come il vostro respiro, tutto che nasce e muore …quei momenti sono un grandissimo insegnamento….
Il respiro diviene un maestro sperimentale che vi insegna come tutto sia impermanente.
Quindi adoperate questo metodo…trovate qualche momento, nella giornata, per essere testimoni e non interventisti, sul flusso del vostro respiro; incominciate ad avere la dimestichezza, che non interviene sulla vostra respirazione…e rimarrete stupiti, realizzando che il vostro respiro è divenuto il diapason della musica universale, in cui voi potrete assistere al ritmo eterno delle cose…
…Inizio, crescita e fine…inizio, crescita e fine.
Se l’eterno presente avesse delle piume, come un uccello, ogni vostro respiro ne rappresenterebbe una….
Avete capito?
È importante, però, in tutto ciò, che tu non debba mai attivare, nei momenti di meditazione sul respiro, la tua mente, di modo che essa non intervenga sul delicato ritmo della spontaneità del tuo respiro, spezzandone, così, il flusso naturale.
Premesso, quindi, che la meditazione sul respiro è un elemento primario nella via del Dharma – e noi l’abbiamo indicata nei nostri dialoghi – chiederò ancora aiuto al valido insegnante italiano di buddismo, Corrado Pensa, mentre vi prego di seguire queste sue parole, ricche di illuminazione, sulla retta consapevolezza del respiro, e sulla necessità di capirne le ragioni.
Ascoltate il prossimo, breve assieme di concetti di Corrado Pensa.

“Istruzioni per disporsi alla consapevolezza”

La meditazione di consapevolezza ci chiede di aderire alle condizioni in cui ci troviamo adesso, qui, e di lasciar cadere i vari pensieri circa le condizioni nelle quali ci piacerebbe essere, o nelle quali riteniamo che dovremmo essere. Abitare consapevolmente le condizioni presenti significa essere unificati e vivi. Volgere l’attenzione al respiro è una ‘attività’ che sorregge anzitutto questa presenza nel presente, questo essere con quello che è, così com’è; e, dunque, questo sapore di verità, questo salutare risvegliarsi al qui e ora.
Non che una cosa accaduta nel passato non sia vera. Ma, se ci identifichiamo e ci attacchiamo al ricordo di questa cosa, noi restiamo inevitabilmente separati dalla vita che vive in questo momento. Al contrario, se non impartiamo al ricordo uno spessore, una realtà che non ha e riusciamo invece a stare davanti al ricordo in semplicità attenta, allora non ci divideremo dalla vita presente.
Di fatto, un ricordo può essere molto più di un ricordo, al punto di sembrare più reale della persona con cui stiamo conversando. La meditazione di consapevolezza si ripropone di farci superare questa distorsione (che ha tantissime forme) e di radicarci in ciò che è, qui e ora, così com’è. Quando si insiste sulla necessità di ‘stare col respiro com’è’, questo non è soltanto un fatto tecnico. È di più.
Infatti, se impariamo a prestare un’attenzione accettante al respiro così com’è, noi costruiamo una base per poter “stare con le cose così come sono”. Dalla piccola accettazione alla grande accettazione: col respiro così com’è, con noi stessi così come siamo, con gli altri così come sono, con le situazioni e gli eventi così come sono.
Ciò è ben diverso da quella sottile e invadente sfiducia in noi stessi, da quel dirsi, in sostanza: “Potrò stimarmi e accettarmi a patto che riesca ad avere una certa continuità nel seguire il respiro. Allora, avrò il diritto di sentirmi a mio agio, altrimenti no!”.
Ora, una cosa è aspirare, giustamente, ad avere una buona resa nel lavoro della meditazione, altra cosa è questa specie di ricatto affettivo, questo spirito autopunitivo.
“Potrò stimarmi e accettarmi a patto che riesca ad avere una certa continuità nel seguire il respiro. Allora avrò il diritto di sentirmi a mio agio, altrimenti no!”.
E invece, non sarà per caso possibile essere a proprio agio con quello che sappiamo fare ora; a proprio agio, esattamente nello stato mentale e fisico che è presente adesso? Ed è possibile, inoltre, che l’eventuale preferenza per uno stato diverso rimanga una semplice preferenza, senza trasformarsi in lamento, disappunto, giudizio? Ci vuole un po’ di tempo per accorgersi che è solo su questa base di schietta accettazione che possiamo esercitare il retto sforzo. “
(Cioè, accettarci – ripete Guido – esattamente come siamo, senza lamenti, disappunti o giudizi)
“Infatti…” continua Pensa, “… lo sforzo giusto è anzitutto la capacità di chiamare a raccolta tutta l’energia di cui disponiamo in questo momento. Appena ci diciamo: “..Come mai non ne ho tanta come ieri?” oppure “..ne dovrei avere di più..” abbiamo creato un problema, deragliando dal binario del retto sforzo. Noi pensiamo che il problema sia la quantità di energia. Invece il problema è proprio questo atteggiamento censorio e frustrato, che, determinando una dolorosa scissione interna, finisce col paralizzarci. L’idea è dunque di ‘sistemarsi’, di accomodarsi semplicemente in quella misura di energia e di sforzo che è disponibile al momento. Questo moto discreto e saggio accresce, senza parere, l’energia, e ci dispone in un rapporto di familiarità con la pratica. E ciò, a sua volta, rende progressivamente più spontanea la consapevolezza.
Si può anche dire che dobbiamo imparare la strada che porta da un modo rigido e nervoso di praticare a un modo disteso e flessibile. Un po’ come succede, per esempio, nella danza. Solo che nella danza basta un’occhiata per vedere se stiamo superando l’iniziale impaccio. Nella meditazione, la questione è soprattutto mentale, ed è più sottile e complessa. Il nervosismo e la rigidezza si manifestano soprattutto in due maniere: nel correre dietro all’oggetto di meditazione e nel frequente scontrarsi nel giudizio e nel confronto. Invece la disposizione meditativa più flessibile e accettante si manifesta come immobilità ricettiva e trasparente: non inseguiamo l’oggetto della consapevolezza, bensì lo riceviamo a piè fermo, ne siamo lo specchio puntuale, lo lasciamo accadere, guardandolo. Come già si accennava, i frutti di questo apprendistato travalicano l’ambito meditativo in senso stretto. Se ci rapportiamo,…” (…ascoltate! – aggiunge Guido…)
“…se ci rapportiamo al respiro nella maniera nervosa e giudicante, non faremo che rafforzare questo atteggiamento nella vita. Se invece facciamo in modo di allevare la nostra meditazione secondo la modalità distesa, ferma e ricettiva, allora col tempo ci ritroveremo a volere che tutta la nostra vita sia così.”
Dunque, se siamo rigidi e giudicanti andremo incontro a un crescente sbilanciamento, saremo sempre più affannati e a un certo punto la stanchezza e la tensione avranno il sopravvento. Per lo più, bisogna ripetutamente incappare in questo errore, per poter capire e apprezzare finalmente la più sottile modalità ricettiva. A questo proposito si può osservare che la stessa parola ‘energia’ tende ad evocare qualcosa che si proietta, si slancia, corre, eccetera, mentre il concetto di una energia ferma, flessibile, trasparente, è meno familiare e quindi richiederà più tempo per tradursi in realtà ed entrare in circolo.”
Apro un inciso (sono Guido e sto intervenendo, io..)…
Ecco, quale energia ferma, flessibile e trasparente è più ferma, flessibile e trasparente dell’analizzare e osservare il nostro respiro, che entra e esce, senza influenzarlo con la nostra mente?
Continua Pensa: “…Allora: inspirare sapendo di inspirare, espirare sapendo di espirare. Nulla di più, nulla di meno. Più questo ritmo corpo-mente è semplice e innocente, più aiutiamo la consapevolezza a emergere. Quanto più, al contrario, ci agitiamo, tanto più ci allontaniamo dalla consapevolezza. Però, ogni istante è buono per ritornare alla consapevolezza, deponendo l’agitazione e l’affanno giudicante. O meglio: collocando tranquillamente anche l’affanno giudicante, nel raggio della consapevolezza, secondo lo spirito della ‘mente del principiante. Tornare all’attenzione, al respiro, come se fosse la prima volta: questo è l’albeggiare della mente di principiante. Ma, quando, poi riusciamo ad osservare con la medesima innocenza il nostro rammarico per esserci distratti, allora la mente di principiante comincia a diffondere la sua luce.
Il rammarico che viene, il rammarico che va, il giudizio che viene, il giudizio che va: esattamente come il respiro che viene e il respiro che va. Il continuo cangiare del corpo e della mente, che si riflette in una consapevolezza, via via più equanime e compassionevole.
A prima vista sembrerebbe qualcosa di insignificante, quasi una banalità; in fondo, nient’altro che l’osservazione del consueto processo respiratorio, il quale si svolge in modo autonomo, giorno e notte, senza alcun bisogno di una particolare vigilanza, tale da trasformare una semplice funzione fisiologica in strumento idoneo a realizzare uno stato di calma mentale, e di chiara consapevolezza dalle caratteristiche autentiche dei fenomeni.
Al contrario, costituisce una tecnica talmente diffusa nei paesi di traduzione buddista, da far sorgere la convinzione che si tratti del nucleo centrale di una prassi meditativa. Prassi meditativa che ha assunto una molteplicità di espressioni, proprio a partire dal suddetto fondamento.” Ho, con questo (Guido riprende il dialogo), concluso l’importante tassello della meditazione sul nostro respiro naturale. Vi esorto a provare questo sistema… vi esorto a provarlo perché, a parte il fatto che da millenni è gestito nei templi buddisti, nella massa del Sangha, personalmente vi posso dire che rappresenta l’ ultimo baluardo, prima di sfrecciare nella libertà. È molto importante che lo sappiate!
…Inserita nel cuore della meditazione Samatha, esiste anche la meditazione del respiro, che, abbiamo visto, è il massimo trionfo della forma archetipica, che si manifesta, tramite la grande sorgente cosmica, nel petto di un uomo e di una donna.
Voglio, comunque, aggiungere, prima di passare all’argomento della meditazione Vipassana, che esiste un’altra meditazione, praticata dal seguace del Dharma, ed è la ‘Meditazione Camminata’.
Ve ne leggo una concisa indicazione di Thich Nhat Hanh, che non approfondisce l’argomento, ma che, a livello culturale, tratteggia un’altra abituale tecnica di consapevolezza del buddismo.
“Dunque, ovunque camminiamo possiamo praticare la meditazione camminata; ciò significa semplicemente sapere che stiamo camminando…”
“…Lo scopo della meditazione camminata è solo camminare, essere nel momento presente consapevoli del nostro respiro e del nostro camminare. Non c’è bisogno di arrivare da nessuna parte.
Camminiamo liberi e stabili, senza fretta. Siamo presenti ad ogni passo e quando desideriamo parlare ci fermiamo, e diamo piena attenzione all’altra persona, alle nostre parole ed all’ascolto.
Camminare in questo modo non dovrebbe essere un privilegio; dovremmo poterlo fare in qualsiasi momento. Ci guardiamo attorno e vediamo quanto vasta sia la vista; vediamo gli alberi, le nuvole bianche e il cielo senza limiti; ascoltiamo il canto degli uccelli, sentiamo la freschezza della brezza.
La vita ci circonda e noi siamo vivi, in buona salute e in grado di camminare in pace. Camminiamo come persone libere, e sentiamo i nostri passi farsi più leggeri, godiamo di ogni passo che facciamo. Ogni passo ci nutre e ci guarisce. Camminando, lasciamo l’impronta della nostra gratitudine sulla terra. Camminiamo più lentamente del solito. Nel camminare, coordiniamo il respiro con i passi; nel far questo può esserci d’aiuto l’uso di un rosario di agata. Facciamo due o tre passi per ogni aspirazione ed ispirazione
Se camminiamo in salita è probabile che i polmoni richiedano di fare due passi ad ogni espirazione, e due passi ad ogni ispirazione. Adattiamo dolcemente la pratica alla richiesta dei nostri polmoni, in qualunque momento, qualunque essa sia.
Scrolliamoci di dosso ogni preoccupazione ed ansia.
Camminando potresti voler stringere la mano di un amico, e sentire così tutta la felicità per la sua presenza accanto a te. Di quando in quando, vedendo qualcosa di bello, un albero, un fiore, una farfalla, vorrai fermarti ad osservare meglio. Nel guardare, continua a seguire il respiro, in modo da non essere catturato dai tuoi pensieri e perdere così la vista di quel bel fiore.”
Con questo ho concluso la descrizione della meditazione Samatha, e dei suoi due migliori aspetti meditativi: ossia, la meditazione sul respiro naturale e la meditazione camminata.
Ora, finalmente, studieremo la meditazione Vipassana; che, già, comunque abbiamo, qui e là, introdotto in alcuni punti cruciali dei nostri dialoghi. Molto pieno l’argomento della retta consapevolezza, quindi.
Suppongo, inoltre, che, a questo punto, abbiamo anche chiarito le divergenze e gli aspetti in comune tra la meditazione Samatha e quella Vipassana, a cui ci dedicheremo un poco di più.
Vi prego di seguire, adesso, il prossimo esempio, di una semplicità disarmante; e credo che, invece di continuare ad occuparci della meditazione Vipassana, e, ancora a fondo, di quella Samatha, noi potremo afferrare – se stiamo attenti – il vero bandolo, la vera natura di queste due grandi forme di attitudine mentale.
Chi adotta il sistema di meditazione Samatha, può venire paragonato ad uno scultore, che abiti in una grande cava di preziosa argilla.
Egli prende del materiale da questa cava e costruisce una bellissima statua. Il meditante Samatha, quindi, crea, visualizza, partecipa emotivamente, in questa sua visualizzazione – avendo, sempre, di fronte a sé, una visione, un nome, un suono.
In pratica, raffina al massimo la materia che trova nel tempo e nello spazio, e realizza delle grandi cattedrali, oltre il tempo e lo spazio, fatte di materia sottile, rarefatta; e lo fa, sempre, con un grande afflato mistico, e un’incomparabile gioia interiore.
Il meditatore Samatha, ad ogni pulsione della propria mente, assembla, sul piano sottile, e rende meravigliose e conserva delle forme pregiate di energia pura, traducendole in visioni sempre nuove.
Ma, nello stesso tempo – facendo ciò – si imprigiona, senza accorgersene, in una sofisticatissima rete non sostanziale e costruisce karma. Il seguace del Dharma, invece, partendo dalla visione globale della vita, non interviene su alcun aspetto positivo, o negativo della stessa, cercando di cambiarli, e di deformarne il normale cammino, il normale espandersi. In questa visione globale il discepolo si identifica nell’universale, per cui ciò che è forma e non forma viene, egualmente, ospitato ed accettato nella sua mente.
Ogni sua eventuale sensazione sgradevole, ogni sua sofferenza psichica sono, da lui, invece, accolte, così come si presentano
E anche ogni calda percezione di gradevolezza è contenuta all’interno di questa visione universale.
Questa è la globale visione Vipassana, proprio per il fatto che il seguace del Dharma è sempre un semplice e scarno testimone di ogni cosa, e non vuole cambiare la realtà radicale, così come gli si presenta, di primo acchito.
Questa visione Vipassana spinge l’intera sua attenzione ad appoggiarsi, come un raggio di luce, su tutto ciò che esiste, aromatizzando l’intera la vita che lo circonda.
Potrà trattarsi di un pensiero, da parte sua, o di una visione interamente cosmica, oppure di una situazione, o di una persona qualunque. Egli, il viaggiatore Vipassana, ricopre, con la sua attenzione, come con un raggio luminescente, tutte le cose; dolcemente, teneramente, aromatizzando la sua esistenza personale, facendola diventare radioattiva; e non, quindi, stringendo a sé la realtà della vita e inserendola in gabbiette sempre più belle, come fa il meditante Samatha.
Lo stesso passo libero, impersonale e testimoniale del meditatore Vipassana fa diventare radioattiva la Materia esistenziale, in cui vive.. …Egli libera karma… non imprigiona materia…non imprigiona karma. In pratica, e in un certo senso, è come in una metropolitana molto rumorosa, che corre… mentre tutti si reggono alla maniglia, che pende dall’aria…
Il meditatore samatha è ininterrottamente attaccato a qualche cosa…. a un desiderio, a un obiettivo…
Invece, il meditatore Vipassana non è legato a nulla.
Egli plana…plana…
La stretta interiore, in Samatha, è costante verso l’oggetto visualizzato. Ma, in Vipassana, esiste solo una consapevolezza e un sorvolo sopra l’universale… sopra tutte le cose.
Sapete cos’è lo scanner, no? O, se, vogliamo. una fotocopiatrice? Si mettono un’immagine, uno scritto, sotto un pannello apposito; si azionano lo scanner, o la fotocopiatrice; una lama di luce passa sull’immagine e la duplica.
Possiamo, allora, paragonare la lamina di luce alla retta consapevolezza – verso cui ci spinge Buddha; è l’attenzione costante che dobbiamo avere verso tutte le cose; la testimonianza che dobbiamo dare ad ogni nostro atto… A questo punto, spero che voi abbiate captato le due differenze. Una prima differenza è una creazione, comunque. Una costruzione, per quanto radiosa essa possa sembrare,…
È la meditazione Samatha; quella che rifiutò Buddha.
Ma, Buddha ci ha insegnato la meditazione testimoniale delle cose. Ci ha insegnato di essere completamente consapevoli; ci ha insegnato a vivere, ci ha proposto un costante atteggiamento interiore, nella nostra vita quotidiana, che dobbiamo cucirci addosso, come secondo un vestito. Vi do una consolazione ineffabile….
Perché vi dico, in effetti, che è concretamente, sperimentalmente vero che il buddista non cessa mai la sua meditazione…
E, quindi, come è bello vivere nella mente e con la mente….! Come è bella la traduzione in atto di quella luce che scivola fuori dalla nostra coscienza, e ci permette di “giocare” con essa….!
Come è bello vedere profondamente le cose così come esse sono! L’atteggiamento Vipassana quotidiano – ne abbiamo parlato a lungo – è, quindi, quello dell’attenzione e della retta consapevolezza; e leggeremo, tra poco, le parole del Buddha, in proposito.
Vi ricordo che l’osservazione mentale di ogni parte del nostro corpo, durante la meditazione Vipassana, risveglia delle sensazioni che, quasi sempre, sono profondamente celate nel subconscio.
E vi ricordo anche quanto abbiamo detto, a proposito dei due tipi di sensazioni mentali ed oggettive – che sono il nodo, il seme di ogni nostra sofferenza, del samsara e delle rinascite future….
Esse rappresentano quella piccola pietra che rotolando, rotolando provocano una valanga.
Ecco, ricordatevi la sofferenza……
Durante il nostro atteggiamento di consapevolezza e di profonda attenzione, nel qui e nell’ora, dell’intera giornata, noi attiviamo l’ aspetto degli skanda di cui abbiamo gia parlato: cioè, i nostri sei sensi – compresa la mente.
Essi vengono messi in azione, entrando in contatto con la realtà esteriore: l’occhio guarda i panorami, le cose, le forme, i colori e ne ha una sensazione.
L’udito ascolta musica e rumori; il gusto assapora; l’olfatto odora…e così via…
C’è sempre un contatto con la realtà esterna,…
Ma, quando noi, invece, meditiamo, il più delle volte estraiamo dalla mente, dalla placenta mentale, tutte le sensazioni sopite, nascoste profondamente in noi….
…Ed è molto importante farci attenzione, sapete?…
Perché il costante ronzio delle paure, delle angosce, dei “cosa succederà domani…”, ecc., che si trovano sotto il pelo dell’acqua del vostro subconscio, può venir portato fuori, all’aperto, dal vostro raggio di attenzione, durante la meditazione Vipassana, che permette di osservare queste sensazioni, come se noi fossimo dei testimoni, senza interferire, senza scandalizzarsi se ci appaiono delle sensazioni negative; senza essere attratti da quelle che chiamiamo sensazioni di virtù.
La meditazione Vipassana può guardare semplicemente, gioiosamente, anche le sensazioni del vostro corpo – perché noi non siamo esse – e annotare la loro nascita, con quella piccola, caratteristica vibrazione che posseggono; notare la loro crescita, la loro dissolvenza; realizzarne la natura di desiderio, di repulsione e di neutralità….
Vi garantisco che, con la meditazione Vipassana, potrete controllare ogni vibrazione del vostro corpo – conoscerla e riconoscerla….
….E sarà un gioco per voi… come il tessitore che prende i fili sottili di seta colorata e crea degli arazzi purissimi e bellissimi, anche voi riuscirete ad avere sulle dita della visione e della consapevole analisi Vipassana le vostre sensazioni nascoste.
Ricordatevi, allora, che ogni volta voi osserverete una vostra sensazione – sia essa antica, e da voi estratta alla luce con l’analisi Vipassana meditativa, sia essa recente – questa perderà un poco più della sua forza. Io vi prego di fare questo esperimento, perché la via di Buddha è esperimento.
Voi camminate ingabbiati in costanti vibrazioni statiche, che pulsano, che vogliono uscire; ma che persistono a rimanere, lì, nell’utero della vostra protezione inconsapevole.
Io, personalmente, ho sperimentato tutto questo….
Ogni volta che osservavo il pacchetto di vibrazioni, grattato fuori dal mio io, e dal mio corpo, con l’analisi vipassana – ebbene, se era una vibrazione sgradevole- che so, una piccola paura, un timore, un’ incertezza, o quel che fosse – ebbene, io la guardavo con affetto, con amore… ma, la guardavo e sentivo la sua vita!…
Perché anche le vibrazioni vi sentono…
Però, quando, per la seconda volta, analizzavo la medesima superficie del mio corpo, oppure quel particolare organo interno….la ritrovavo, lì, puntualmente, e più debole….
Perché esiste un nido di queste sensazioni dentro di voi, dentro il vostro corpo.
Il vostro corpo è un nido di vespe… un nido di queste sensazioni silenti… La seconda volta che le stanerete saranno un po’ meno forti….la terza, ancora meno…e la sesta volta saranno sparite……
E voi sapete?… immaginate cosa voglia dire, finalmente, uscire fuori da certe sottili disperazioni, che solo gli uomini e le donne possono capire, e liberarvi dai nodi di certi sottili fili interiori, che vi fanno sanguinare, interiormente, senza pietà, vero?
Pensate che gioia quando, finalmente, vi renderete conto – di persona e sperimentalmente – che esiste una scimmietta – io la chiamo così io – con i denti aguzzi, che vi tortura dentro; e quando realizzerete la sensazione che la potete vincere….finché essa svanirà del tutto….
Vi ricordo, cari amici, che questo è il grande talento di Buddha. Buddha ha trovato la linea di confine tra la Vita e la Forma; ha trovato il nodo esatto dove si possono sciogliere tutte le future prigionie. Ve lo rammento!…
In effetti, voi siete un nodo di sensazioni….
No, no, non fanno rumore!…
Sono, lì, però, pronte a trasmettervi una carica positiva, o negativa, ogni volte che se ne presenta l’occasione.
E voi, di rimando, le arricchite, durante tutta la vostra vita; e, di conseguenza, permettete che esse vi spingano a destra ed a sinistra È sveglio l’uomo, ma spinto da questi istinti, da queste sensazioni. Sveglio…come uno zombie…
Ah! Come sarà bello quando ti saprò, lì, mentre dedichi il tuo tempo ad una retta consapevolezza, in te ed attorno a te!….
Perché queste tue sensazioni, che apprendi a riconoscere, durante la meditazione Vipassana, poi, le inizierai a scorgere fuori di te… le vedrai nelle persone… ed attorno a te…
E sarai di un grande aiuto a tutti.
Soltanto il tuo sorriso interiore aiuterà coloro che, a loro volta, soffrono.
Tutte le tue sensazioni, durante l’attuale tua rinascita, riempiono il tuo “sacco”… il tuo corpo fisico, fino a quando arriverà il momento – spero tu possa vincerlo – che esse si troveranno sull’altare della tua morte…. Perché, senti, tutti muoiono… eh?
Non sei l’unico, o l’unica che non morirà.
E allora che succederà?
Succederà che il pacchetto delle vibrazioni, delle energie, che costituisce la tua parvenza di coscienza, il tuo continuum mentale, sarà esaurito…e la forza che ti ha sorretto in questa vita si estinguerà…ed allora avverrà un fatto molto particolare…
Tutte quante queste sensazioni, come risultato della tua sensibilità reincarnativa, si fonderanno in un‘unica risultante, che diverrà linea conduttrice della tua prossima rinascita.
Ma noi non vogliamo rinascere!…
Noi vogliamo conoscere il “non sé”…e realizzare quel grande, ambizioso progetto che Buddha ci propone; ossia, di non essere più avvolti e urticati nella dolorosa ragnatela del Samsara; ma cominciare a vincerla, sin da ora! Ascoltate le parole di Buddha, come sono riportate dalla tradizione, in proposito a quanto noi abbiamo detto.
Buddha parla della meditazione Vipassana nel Satipattana Sutra… Vedrete, pure, che egli accennerà al potere della respirazione; ma, non quella di cui abbiamo detto poco fa, bensì della respirazione consapevole; molto importante… In questi dialoghi non ci possiamo soffermare su tutta la Dottrina del Dharma.
Vi devo, però, francamente dire che una bella intelaiatura integrale, fin qui l’abbiamo data…
Egli, quindi, ci insegna la “respirazione consapevole”, perché è molto importante la respirazione nel buddismo.
Allora, sentite cosa dice Buddha nel Satipattana Sutta, o Sutra. “In che modo il praticante si radica nell’osservazione del corpo nel corpo?…”
(Troverete delle ripetizioni, nel sutra – corpo nel corpo, mente nella mente – per indicare la profonda concentrazione che si deve portare nel corpo, o nella mente, o in ciò che viene ripetuto)
Dice Buddha:
“… Egli va nella foresta, ai piedi di un albero, o in una stanza vuota…” (badate sono parole di Buddha, e questo Sutra è così importante che ha insegnato, da 2600 anni circa, il concetto di consapevolezza, – Vipassana – la meditazione sul corpo)
Dice, quindi, Buddha:
“…egli va nella foresta, ai piedi di un albero, o in una stanza vuota, si siede a gambe incrociate nella posizione del loto, che è nel corpo eretto e stabilisce la consapevolezza di fronte a sé. Egli inspira, consapevole di inspirare; egli espira, consapevole di espirare. Quando inspira un lungo respiro, egli sa: “Sto inspirando un lungo respiro”. Quando espira un lungo respira egli sa: “Sto espirando un lungo respiro”. Quando inspira un respiro breve egli sa: “Sto inspirando un respiro breve”
Quando espira un respiro breve egli sa: “Sto espirando un respiro breve” Egli esercita la seguente pratica:
“ Inspirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Espirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Inspirando, calmo le attività del corpo. Espirando, calmo le attività del corpo…”
“…Proprio…” continua Buddha a dire “…come un abile vasaio sa quando gira lungamente il tornio: “Sto girando lungamente il tornio” e quando gira brevemente il tornio: “Sto girando brevemente il tornio”
Così il praticante, quando inspira un respiro lungo sa: “Sto inspirando un lungo respiro.” E quando inspira un respiro breve sa: “Sto inspirando un respiro breve”
Quando espira un respiro lungo sa: “Sto espirando un lungo respiro”. E quando espira un respiro breve sa: “Sto espirando un respiro breve” Egli esercita la seguente pratica: “Inspirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Espirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Inspirando, calmo le attività del corpo. Espirando, calmo le attività del corpo…”
Apro una breve parentesi…(parla, adesso, Guido). Ciò mi ha molto consolato…Perché affermai che Buddha non vi toglie niente. Ed ogni volta che, quotidianamente, faccio la mia meditazione Vipassana, di cui Buddha autorevolmente, adesso, insegna lo stile… ecco io – che ho seguito la Scuola del Kriya Yoga, di Paramahansa Yogananda – inizio sempre con il pranayama Kriya Yoga (e Buddha ci esorta ad eseguire, consapevolmente, un pranayama)… ed è molto bello tutto ciò, per me.
Penso, confortato, anche a chi teme di perdere le cose importanti e fondamentali che ha imparato, prima di entrare nel sentiero del Dharma. Continua Buddha:
“Così il praticante osserva il corpo nel corpo. Egli osserva l’interno del corpo, o l’esterno del corpo…” (ovviamente con l’immaginazione) “…o entrambi, l’interno e l’esterno del corpo. Osserva il processo di originazione, o il processo di dissoluzione nel corpo, o entrambi i processi di originazione e di dissoluzione. È consapevole del fatto “qui, c’è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della consapevolezza. Egli mantiene l’osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana, bhikku. Così si pratica l’osservazione del corpo nel corpo.”
Ed ora state attenti!… Perché, qui di seguito, in un attimo, Buddha “centra” l’argomento della Vipassana quotidiana.
Sentite quello che dice:
“Inoltre…” dice Buddha “…quando cammina, il praticante è consapevole: “Sto camminando”; quando è in piedi, è consapevole: “Sono in piedi,”; quando è coricato, è consapevole: “Sono coricato”. In qualsiasi posizione si trovi egli è consapevole della posizione del corpo. Così, un praticante osserva un corpo nel corpo; egli osserva l’interno del corpo, o l’esterno del corpo, o entrambi: l’esterno e l’interno del corpo. Osserva il processo di originazione, o il processo di dissoluzione del corpo, o entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto “Qui c’è un corpo”. Fino al raggiungimento della comprensione e piena consapevolezza. Egli mantiene l’osservazione, libero, non intrappolato da nessuna considerazione mondana, bikkhu (monaco). Questo è il modo di praticare l’osservazione del corpo nel corpo. Inoltre, quando va, o torna, il praticante applica piena consapevolezza all’andare, o al tornare. Quando guarda davanti, o dietro; quando si china, o si rialza applica piena consapevolezza a ciò che sta facendo. Applica la piena consapevolezza indossando il Sangathi, o portando la ciotola delle elemosine. Quando mangia, o beve; mastica, o gusta il cibo, applica a ogni azione corporea la piena consapevolezza; quando cammina, siede, dorme, o si sveglia; parla, o rimane in silenzio. Fa splendere…” (..sentite che bello! – commenta Guido) “…su ogni attività la luce della consapevolezza.”
Ed ecco che, qui, Buddha inizia in questo magnifico Sutra, o Sutta, a parlare proprio della meditazione. Quella quotidiana; quella dedicata a Vipassana.
“Inoltre il praticante medita sul proprio corpo, dalla pianta dei piedi…” Interrompo, un istante, le parole del Buddha, per richiamare la vostra attenzione sul fatto che è proprio questa la meditazione corporale Vipassana….di cui abbiamo appena enunciato i principi generali… Ecco, da qui in poi, ogni volta che Buddha parlerà di un settore del nostro corpo, ricordatevi che voi dovrete meditare ed approfondire il vostro raggio di osservazione mentale, su di esso…
…Dovrete sentirle, queste sensazioni, nascoste nel vostro corpo – ma senza alcuna forzatura, eh?
E se, sulle prime, non percepirete nulla… andate avanti…
Riuscirete, alla fine, ad ottenere una risposta, una sensazione qualunque da quel violino risonante che è il vostro corpo.
Prosegue, Buddha:
“Inoltre, il praticante medita sul proprio corpo, dalla pianta dei piedi verso l’alto, e dalla cima della testa verso il basso. Un corpo racchiuso nell’involucro della pelle e pieno delle impurità che gli sono proprie. Ecco, capelli, peli, unghie, denti, pelle, carne, nervi, ossa, midollo, reni, cuore, fegato… (notate l’accuratezza dello “scanner mentale?) …diaframma, milza, polmoni, intestini, budella, escrementi, bile, flemma, pus, sangue, sudore, grasso, lagrime, sebo, saliva, muco, liquido sinoviale, urina…
Bhikku, immaginate un sacco apribile da entrambe le estremità, contenente una miscela di granaglie, riso grezzo, riso selvatico, fagioli verdi, fagioli bianchi, sesamo, riso bianco.
Una persona di buona vista, aprendolo, così discerne:
“Questo è riso grezzo, questo è riso selvatico, questi sono fagioli verdi, fagioli bianchi, semi di sesami e riso bianco.”
Allo stesso modo il praticante passa in rassegna… (..ascoltate..!) …l’intero corpo, dalla pianta dei piedi alla cima della testa, un corpo racchiuso nell’involucro della pelle, e pieno di tutte le impurità che gli sono proprie.”
Ecco: capelli, peli, unghie, denti, pelle, carne, nervi, ossa, midollo, reni, cuore, fegato, diaframma, milza.
“Così il praticante si radica nell’osservazione del corpo nel corpo, dall’interno o dall’esterno del corpo, o da entrambi, l’interno e l’esterno…”

(Vi ricordo – interviene Guido – che, assieme a questi dialoghi, vi sarà data anche una meditazione guidata… Seguitela…Vedrete che vi aiuterà molto!)

(continua)

(Guido Da Todi)

Sottoscrivi Notifiche
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments