DMT, IPERSPAZIO E OSSERVAZIONI A 8D – 1

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DMT, IPERSPAZIO E OSSERVAZIONI A ∞D

di Riccardo Tristano Tuis

parte 1 di 2

«Spazio e tempo non sono condizioni in cui viviamo; sono modi in cui pensiamo.»
Albert Einstein

Per dimostrare la difficoltà ad evadere dalle strutture mentali con cui siamo abituati a percepire la presunta realtà attorno a noi il matematico Edwin A. Abbott, nel lontano 1884, pubblicò Flatlandia. L’eroe del profondo ed ispirato racconto di Abbott si chiama Quadrato. Quadrato è un essere bidimensionale che vive a Flatlandia, un mondo piatto che ospita altre forme viventi di natura bidimensionale come lui. Un bel giorno Quadrato fa la straordinaria esperienza d’incontrare Sfera, un essere tridimensionale che interseca la piatta dimensione di Flatlandia apparendo nel suo soggiorno. Sfera gli spiega che proviene da un paese dove c’è una dimensione in più rispetto a Flatlandia. Inizialmente Quadrato, nella sua superstiziosa ignoranza, crede che Sfera sia solo un’entità maligna che tenta di raggirare il suo buon senso di essere bidimensionale ed oppone resistenza a quelle inverosimili rivelazioni, scacciando dalla sua piatta mente la sola idea che possa esistere qualcosa come un mondo con tre dimensioni. Così Sfera, esasperato dal cieco dogma in cui si trincera Quadrato lo porta a Spacelandia e lo inizia alla terza dimensione. Dopo i primi momenti di terrore e smarrimento Quadrato si abitua all’evidenza di una terza dimensione e poi accadde che in un coraggioso slancio mentale incominci, per analogia, a postulare l’esistenza di un paese a quattro, cinque e più dimensioni, sconcertando Sfera che mai avrebbe potuto pensare, nella sua limitata mente tridimensionale, ci potesse essere qualcosa di più di tre dimensioni. Una volta tornato a Flatlandia Quadrato inizia la sua missione di evangelizzazione alla terza dimensione. Subito viene preso per un pazzo visionario e messo in una buia prigione (del resto queste cose succedono anche qui da noi!).

Enormi e vane sono le difficoltà affrontate dal nostro eroe per cercare di far comprendere ai suoi simili l’esistenza di Spacelandia, il paese dello spazio tridimensionale abitato da Sfera, poiché dalla loro limitata visione bidimensionale la presenza di Sfera può venir percepita come un cerchio con l’abilità di variare la sua circonferenza fino a scomparire. Quella variazione di circonferenza è la loro misura del “tempo”! Orbene l’allegoria abbottiana rappresenta la nostra stessa difficoltà di esseri tridimensionali che, analogamente, percepiremo l’ipersfera (sfera a quattro dimensioni) come una sfera con l’abilità di variare il suo volume. Il racconto di Abbott, oltre a denunciare la misoginia e la crudeltà della società vittoriana, l’ignoranza accademica e la schiavitù sensoriale che da i natali a forme malate di dogmi, istruì l’uomo moderno a pensare da un più alto ordine di grandezza grazie ad una nuova prospettiva con cui osservare la vita e la presunta realtà. Inoltre, a livello più profondo, la natura mistica di Abbott (natura piuttosto comune tra matematici e fisici teorici che di solito la interpretiamo come astrazione ed ateismo), tentò di comunicare come un’esperienza spirituale possa squarciare la “piattezza tridimensionale” verso realtà superiori.

Le idee di Abbott furono riprese ed amplificate da un altro matematico. Un anno dopo l’uscita di Flatlandia Charles Hinton pubblicò Many dimension, consacrandosi come il filosofo dell’iperspazio. Il genio di Hinton, attraverso una costante esercizio mentale di visualizzazione tridimensionale, riuscì a modificare la percezione ordinaria con cui osserviamo un oggetto tridimensionale sbarazzandosi del concetto spaziale (su/giù, destra/sinistra/ e alto/basso). Hinton riuscì a visualizzare tutte le sezioni di un ipercubo indipendentemente dal fatto che queste sezioni possono diventare le proprie immagini speculari (dovuto in base a dove poggia l’ipercubo rispetto al nostro spazio). In New Era of Thought, Hinton mosse guerra all’idea basata sul fatto che la nostra rete neurale, avente una struttura tridimensionale, non possa dar forma ad ologrammi a morfologia quadridimensionale. Il genio hintoniano fondò le sue argomentazioni sulla possibilità che il nostro spazio é dotato di un indefinito spessore a 4D permettendo così ai nostri neuroni, dotati di questa sottile dimensione extra dello stesso spazio in cui sono avvolti, di poter ottenere un pensiero quadridimensionale.

Nel 1965, fu la volta del fisico olandese Dyonis Burger che pubblicò “Sphereland”, tentativo di accostare Abbott e Hinton, per poter spiegare il concetto di curvatura dello spazio. Tra il novero di questi matematici e fisici della dimensione extra dobbiamo, per certi versi, mettere anche Albert Einstein (1), che ispirò lo stesso Burger. Ma lo stesso Einstein fu a sua volta ispirato da un famoso romanzo “La Macchina del tempo” di Wells. Nel celebre racconto di H. G. Wells, per bocca del suo protagonista, lo scrittore chiede se: «può esistere un cubo istantaneo?» Il comune buon senso direbbe che qualsiasi solido tridimensionale ha una propria reale esistenza. Ma Wells argutamente fece notare che per percepire come reale un qualsiasi oggetto tridimensionale (ma anche bidimensionale o unidimensionale se è per questo) bisogna che esso abbia una durata per almeno il periodo dell’osservazione. Questo suo durare nel tempo, che ci permette di osservarne la forma, altro non è che la sua estensione nella 4° dimensione – se il solido tridimensionale non si immettesse nella nostra coordinata temporale sarebbe un fantasma per i nostri sensi che non avrebbero modo di osservarlo – ed è per questo che basare il concetto di realtà solo sulla percezione sensoriale (omettendone quella extrasensoriale) è un atto arbitrario e tutto fuorché scientifico! Orbene, nella teoria della relatività ristretta – a cui Einstein si ispirò dal profondo racconto di Wells – il tempo viene trattato dal punto di vista matematico come 4° dimensione e messo sullo stesso piano delle tre dimensioni dello spazio; lo spazio tridimensionale unito al tempo viene visto come un continuum a 4 dimensioni. Molti di voi hanno sentito dire che la 4° dimensione sia il tempo, in effetti questo enunciato può essere preso come una buona rappresentazione della realtà, il problema é che non abbiamo le idee ben chiare su cosa consista in realtà il tempo! Ma soprattutto non ci chiediamo mai se la nostra percezione di esso sia realmente oggettiva (2) oppure sia una percezione meccanica istillataci, fin dalla più tenera età, da un retaggio sociale di convinzioni che cercava di contenere le più alte funzioni percettive dei cervelli “ineducati al dogma” della sua prole (3).

Per ora, incominciamo con il dire che in realtà il nostro cervello olografico, attraverso la retina, non percepisce mai un oggetto tridimensionale in tutte le sue facce. L’attuale modello olografico sostiene che la percezione degli oggetti tridimensionali si basa su una ingente quantità di proiezioni bidimensionali. Se ci mettiamo di fronte ad un cubo, della nostra stessa grandezza, la nostra retina percepisce solo una forma dimensionale chiamata quadrato. Se ci spostiamo lateralmente la nostra retina é in grado di osservare un’altra forma bidimensionale, ossia, un quadrato collegato al primo quadrato precedentemente osservato. Ora se teniamo questa angolazione e ci spostiamo verso l’alto arriveremo, ad un certo punto, ad osservare un terzo quadrato (il “soffitto” del cubo) collegato ai due precedenti. Realizziamo quindi che, attraverso i nostri sensi di percezione, un solido tridimensionale come un cubo, sarà da noi osservato contemporaneamente in solo tre facce delle sei di cui è composto. Osserviamo sempre gli oggetti tridimensionali in maniera parziale, non avendo accesso, sensorialmente parlando, a tutte le facce di un solido (per poter osservare contemporaneamente tutte le facce di un oggetto tridimensionale dobbiamo iperdimensionalizzare le nostre percezioni).

Orbene, dopo i 3 punti d’osservazione, che ci hanno immesso in uno spazio a 3D permettendoci di osservare le facce X, Y e Z del cubo, servono ulteriori tre movimenti spaziali, all’interno delle tre coordinate spaziali (lunghezza, larghezza ed altezza) per riuscire ad osservare le rimanenti facce del cubo (X1, Y 1 e Z1). Questi tre apparenti movimenti spaziali, scanditi dal tempo, possono essere sostituiti da un unico spostamento ortodimensionale simultaneo dell’osservatore (movimento all’interno della coordinata Ψ). Ma poiché la nostra neocorteccia elabora solo un limitato numero di informazioni spaziodimensionali alla volta ci sembra di aver osservato, in una determinata sequenza temporale, solo una, due o tre faccia del cubo nello stesso momento (questo è dovuto al diverso punto d’osservazione in cui osserviamo l’oggetto contenuto nello spazio tridimensionale). Le tre diverse angolazioni d’osservazione, che ci hanno permesso di osservare le tre facce del cubo, le percepiamo sensorialmente come un movimento spaziale lineare misurato in unità di tempo lineare. In realtà l'”effetto tempo”, percepito durante lo stato beta, é dovuto al focus della coscienza ordinaria che censura le informazioni subconscie (multidimensionali) che non riguardano gli specifici punti tridimensionali che osserva. Questo produce, nella coscienza ordinaria, la sensazione illusoria che il processo d’osservazione sia stato compiuto in una qualche successione temporale, mentre in realtà é simultaneo.

Noi viviamo già in un universo multidimensionale ma la limitata banda sensoriale della nostra coscienza ordinaria nello stato beta ci permette di esperire la realtà solo attraverso un “formato tridimensionale” scandito da un movimento spaziale occulto che nella sua superficie visibile lo percepiamo come tempo. Questo movimento spaziodimensionale ortogonale (multidimensionale) percepito come movimento spaziotemporale è la reale quarta dimensione. Quando percepiremo effettivamente questo tipo di movimento spaziodimensionale per movimento spaziodimensionale, e non più come movimento spaziotemporale, vuol dire che nello stesso istante la nostra neocorteccia e i nostri occhi riusciranno ad osservare tutte le sei facce del cubo tridimensionale. Da quel momento il nostro modello tridimensionale, con cui la nostra rete neurale processa la figura d’onda dell’universo, verrà trasmutato in un modello quadridimensionale con la possibilità (inesistente stando all’insegnamento di Ramtha che afferma che il tempo sia una caratteristica solo del nostro solido piano tridimensionale dall’elevata lunghezza d’onda) di avere come tempo la 5° dimensione. Ma per il momento dobbiamo accontentarci del fatto che la nostra rete neurale possa solamente percepire oggetti tridimensionali incompleti, elaborando l’osservazione di questi, da parte della retina, grazie ad oggetti virtuali creati all’interno del cervello. In questo modo, quando osserviamo la tridimensionalità del nostro ambiente, in realtà osserviamo un’elaborazione virtuale a 3 dimensioni di immagini bidimensionali.

Questi oggetti virtuali altro non sono che ologrammi con cui camuffiamo la figura d’onda autoconvincendoci che siano immagini oggettive di quella che é una realtà per molti versi fittizia. C’é da chiedersi se stiamo osservando l’osservabile o stiamo osservando la nostra immaginazione? L’osservazione a ∞D (vedi glossario) sono in realtà molto più reali della realtà artificiale che spaccia “legalmente” la nostra consapevolezza sociale. Si è quasi tentati di affermare che la maggior realtà é proporzionale alla percezione di un maggior numero di dimensioni o, se vogliamo, di bande di frequenza. Il sogno, l’esperienza fuori dal corpo o il viaggio dimensionale partono da un contesto tridimensionale immettendosi in ulteriori coordinate ortodimensionali. Ciò rende le esperienze fuori dal corpo hertziano, le IR4 e ogni altra singolarità dell’osservazione a ∞D come realtà più reali della “realtà minore” (minore a causa del fatto che ha solo una banda tridimensionale di realtà esperibile, dovuta all’handicap dello stato ordinario del beta) esperita dalla coscienza ordinaria (4). Noi stiamo sognando quando siamo svegli e siamo più svegli quando stiamo sognando. La rigidità mentale, con cui percepiamo la realtà, é una pericolosa forma di tossicodipendenza estesa all’intera comunità mondiale. Credo fermamente che la Scuola d’Illuminazione di Ramtha ed altre splendide Scuole e culture ristrette di individui, sparsi nel pianete, sono le uniche fucine in cui si può permettere all’Evoluzione umana (5) di fare il proprio corso, accelerando il formarsi di un nuovo prototipo di cervello da donare alla specie umana sulla Terra.

Secondo la teoria della relatività generale il tempo non è più visto come una grandezza indipendente ma una direzione in un continuum quadridimensionale chiamato spaziotempo. Ora se abbiamo scoperto che la 4° dimensione che chiamavamo “tempo”, in realtà, ha le stesse caratteristiche spaziali delle 3 dimensioni a noi comuni qualcuno potrebbe, per legge d’analogia, addirittura speculare sul fatto che esseri tetradridimensionali (a 4 dimensioni) percepiscano la 5° dimensione come noi ora percepiamo la 4° dimensione (6). Inoltre, grazie alla teoria della relatività generale, la scienza di frontiera può, in un non lontano futuro, studiare il fenomeno delle vite parallele e il ciclo del causa-effetto delle “reincarnazioni karmiche” non più come eventuali vite passate, presenti o future, ma come vite vissute simultaneamente in contesti spaziotemporali diversi (7). Ramtha ha insegnato che il passato ha un finale aperto poiché il passato, presente e futuro viaggiano simultaneamente intersecandosi continuamente. Grazie al fatto che il tempo é una percezione limitata di una coordinata spaziale fantasma noi possiamo andare “avanti” e “indietro” in ognuno dei tre assi spaziali potendolo fare anche con ciò che percepiamo come tempo, semplicemente aggiungendo una dimensione extra (o percezione extra), giacché quest’ultimo ha la stessa natura spaziale delle prime tre dimensioni. Il passato ed il futuro non sono altro che il presente in un’altra regione spaziale di uno spazio curvo. Curvando lo spaziotempo noi manifestiamo nel qui ed ora eventi-probabilità che precedentemente ci sembravano esperiti come passato o futuro (questa è la natura della mente e dei suoi traumi emozionali e del collasso di potenziali di vite parallele in questa linea del tempo).

A questo punto, qualcuno potrà chiedersi come ha fatto l’uomo ad accorgersi dell’illusorietà dei sensi con cui percepisce ciò che crede sia la realtà? I grandi mistici del passato ed i moderni mistici della quantistica, all’interno di uno stesso processo neurochimico, possono esserci riusciti in due soli modi. Per via esogena, facendo uso di sostanze psicotrope come la psilocibina, la dimetiltriptamina, ecc., permettendogli di raggiungere uno stato potenziato artificialmente che proiettasse il loro cervello/mente ad una dimensione superiore dalla quale hanno scritto le titaniche equazioni della Mente di Dio. Oppure per via endogena, grazie a sostanze psicotrope come la pinolina e la dimetiltriptamina sintetizzate dai loro cervelli nello stato potenziato del theta/delta, pervenendo all’estatica osservazione dei misteri della Natura attraverso lo stato di mente analogica (8). In ogni caso ciò che ha permesso di scoprire la 4° dimensione sono state delle molecole chimiche o, per essere più specifici, le loro particolari frequenze che hanno potenziato la coerenza neurale ed il voltaggio del soggetto percipiente. Sono queste le molecole che permettono le percezioni extrasensoriali, grazie al fatto che permettono al cervello di elaborare figure d’onda di un flusso informazionale di una dimensione extra. Questo flusso di neuroormoni, é l’elettrochimica che permette all’uomo di “generare” la teoria delle stringhe o la teoria dei molti mondi, le dottrine olistiche basate sull’illusorietà di Maya e le menti immortali del misticismo e delle scienze astratte tra cui l’arte. A tale riguardo vorrei parlarvi specificatamente di una di esse, la molecola più amata dagli psiconauti: la DMT (N,N-dimetiltriptamina).

LA MOLECOLA DELL’IPERS PAZIO
Nel 1927 venne isolato il principio attivo della Banisteriopsis caapi assegnando a questo il nome di telephatine (telepatina); ma trent’anni dopo alcuni ricercatori si resero conto che, in realtà, era identica al composto armalina estratta dalla Peganum harmala ed il termine telepatina cadde in disuso. Naturalmente il termine telephatine era dovuta al fatto che i ricercatori scoprirono che queste molecole, una volta assunte, stimolavano capacità telepatiche. All’interno delle varie comunità sciamane la comunicazione telepatica è un’abilita relativamente comune durante l’ingestione, sotto varie forme, di piante psicotrope. In diverse occasioni venne dato a dei ricercatori americani ed europei delle potenti bevande allucinogene, o della carne degli Dei (alcune particolari specie di funghi psicoattivi), grazie a cui, senza alcuna difficoltà o preparazione, iniziarono a loro volta a comunicare telepaticamente. Ad alcuni la telepatia potrà sembrare “inverosimile” ciò nondimeno, al pari della non-località quantistica, è una realtà che si voglia prenderne atto o meno. Dopo le diverse relazione entusiastiche fatte da ricercatori come Puharich e dai coniugi Wasson possiamo capire l’interesse della CIA, che finanziò buona parte di queste ricerche, per gli effetti “paranormali” dati dall’assunzione di queste piante psicotrope. La telepatia e la visione a distanza, nello spionaggio, possono diventare un’arma silenziosa, pulita e senza controindicazioni, in grado di abbattere qualsiasi nemico a qualsiasi distanza senza poter venire individuati se non con lo stesso metodo di natura extrasensoriale.

Dopo questa breve premessa puntiamo subito lo sguardo al “miracoloso” composto degli alcaloidi denominato N,N-dimetiltriptamina. Chiamata anche DMT la N,N-dimetiltriptamina è una potentissima molecola endogena − sintetizzata per la prima volta nel 1957 dal chimico ceco Steven Szara − e sembra la si può considerare tuttora la più potente degli allucinogeni conosciuti. La primissima produzione di DM avviene con la terza settimana di gestazione e l’epifisi continua a produrla per oltre 48 ore dopo la morte. Durante il sonno viene prodotta principalmente dalla nostra ghiandola pineale e raggiunge la massima concentrazione fra le 3 e le 4 del mattino, periodo che corrisponde di solito alla fase REM (Rapid Eye Movements). È proprio grazie alle sue proprietà elettrochimiche psicoattive che ci permettono di sognare e, soprattutto, di fare i cosiddetti sogni lucidi. La DMT differisce di poco da sostanze vegetali come psilocina (4-idrossi-N,N-dimetiltriptamina), psilocibina (O-fosforil-4-idrossi-N,N- dimetiltriptamina) e da molecole come la melatonina e la serotonina. Questa fugace molecola del sogno rimane in circolo per soli 5 minuti e se ne può rilevare la presenza nel fluido cerebrospinale, ma dopo questo brevissimo lasso temporale quantità anche notevoli di DMT vengono rapidamente riportate nell’organismo ai livelli di base.

Terence McKenna, nel suo libro Allucinazioni vere, espone una serie di affascinanti considerazioni, sue e di suo fratello Dennis, riguardo gli incredibili effetti che la dimetiltriptamina e la psilocibina producono una volta assunte. I “chemical brothers” Mc Kenna espongono le loro ardite teorie, in maniera erudita e poetica, rendendo accattivante la lettura delle loro singolari idee. Accanto a termini scientifici come inibitore MAO o spin elettronico troverete un estroso linguaggio psichedelico per esprimere le percezioni extrasensoriali, provate dai due, sotto l’effetto di queste sostanze. Non c’è da stupirsi dunque se, i plurilaureati fratelli McKenna, usino esclamazioni poco accademiche tipo «le macchine elfiche dell’iperspazio»! In questo primo estratto, da Allucinazioni vere, notiamo da subito un linguaggio familiare a chi si interessa di sciamanesimo. Viene chiaramente sottolineato come il linguaggio sia una sorta di fastidiosa stampella durante gli stati di più alta consapevolezza, dove il pensiero opera in un più alto ordine di grandezza, che non hanno bisogno di venir formulati in una qualche forma di linguaggio. Si faccia inoltre attenzione ai punti riguardanti il suono perché tra non molto verrà maggiormente trattato.

«Lo stato innescato dal DMT, che permette esplosioni prolungate di questa energia, lui lo descrive come un livello sonoro che diviene più denso e si materializza in piccole creature simili a gnomi fatti di un materiale simile all’ossidiana, emesso dal corpo, dalla bocca e dagli organi sessuali, per tutta la durata del suono. È effervescente, fosforescente e indescrivibile. Le metafore linguistiche diventano inutili, perché questa materia è al di là del linguaggio, non un linguaggio fatto di parole, un linguaggio che diviene le cose che descrive. È un logos archetipo più che perfetto. Sono convinto che attraverso la sperimentazione con questi fenomeni vocali, con o senza droghe, sarà possibile capire e usare la sostanza translinguistica per raggiungere ogni realtà, poiché dire qualcosa con il suono significa farla accadere!» (9)

McKenna, nel proseguo del suo libro, continua con la sua suggestiva ipotesi:

«(…) Gli allucinogeni, toccando la matrice neurale, possono produrre cambiamenti della consapevolezza nella dimensione temporale. Certo, la consapevolezza può produrre cambiamenti anche a tre dimensioni. In triptammina è possibile, in condizioni particolari, sentire e vocalizzare un suono che passa attraverso una dimensione superiore e multiforme e si condensa come sostanza translinguistica, come per esempio materia che si duplica nel tempo, come un ologramma si duplica attraverso spazio. La sostanza prodotta dal suono è triptammina metabolizzata dalla mente in una dimensione spaziale superiore. È una molecola iperdimensionale che si trasporta in “questo” mondo. La natura iperdimensionale di questa materia è tale da essere fatta di tutti i materiali, concetti, eventi, parole, persone e idee omogeneizzate in una cosa sola tramite una più alta alchimia mentale. » (10)

In questo passaggio Mc Kenna espone un punto estremamente importante ovverosia il suono, in quanto onda acustica espressa in frequenze di vibrazione, funge da vettore dimensionale in grado di collassarsi in agglomerati molecolari da noi percepiti come solidi ologrammi dall’aspetto materiale. Suono e materia sono facce di una stessa medaglia e in base alla loro diversa frequenza noi li percepiamo come suono o come solido ordinario. Questa differenziazione sensoriale, basata sulle diverse frequenze, è data dall’elaborazione del segnale ambientale del nostro cervello che ha concettualizzato in simboli le differenti bande di frequenza con cui ognuno dei nostri sensi trasmette il segnale al cervello. Con i suoi 300 milioni di neuroni del corpo calloso il cervello, nella banda ristretta di percezione dello stato di veglia (stato beta), processa mediamente solo 2000 segmenti d’informazione anziché i 400.000 miliardi che ci bombardano ogni secondo (11). È come se avessimo una Ferrari Testarossa parcheggiata sotto i nostri capelli ma, a causa della nostra inerzia mentale, preferissimo andare sempre a piedi piuttosto che imparare a guidarla! Forse qualcuno ora si porrà la domanda: si può percepire un oggetto contemporaneamente come vibrazione e come solido ed osservarlo come fosse un oggetto-suono? Di che mente abbiamo bisogno, sempre se la cosa sia possibile, per poter percepire un oggetto ordinario (hertziano) semplicemente come una vibrazione informazionale – un po’ come faceva Neo, dopo la sua “resurrezione”, quando i tre agenti sparavano nella sua direzione mentre Neo osservava l’ambiente intorno a lui come fosse un’immensa matrice ove scorrevano febbrilmente codici differenziati, per ogni oggetto virtuale, in grado di dare una parvenza reale ad ognuno di loro? E con una consapevolezza di ordine superiore come viene percepita, a livello visivo, la nostra “vecchia” tridimensionalità? Inoltre é possibile percepire contemporaneamente una realtà con due consapevolezze diverse come ad esempio la consapevolezza dell’hertziano e la consapevolezza dell’ultravioletto, nonostante il fatto che usino due sistemi temporali diversi e due diverse frequenze di consapevolezza? A queste domande, che trovo molto intriganti, ci vorrebbero proprio le risposte intriganti di Ramtha!

… continua

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