Consapevolezza: la via oltre la morte 2

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Consapevolezza: la via oltre la morte 2

la meditazione secondo l’insegnamento del venerabile Ajahn Sumedho

(seconda parte)

Nei miei primi anni con Ajahn Chah a volte prendevo la meditazione terribilmente sul serio, e mi trattavo con una severit e una prosopopea davvero eccessive. Perdevo del tutto il senso dell’umorismo e diventavo mortalmente serio, rigido con un palo. Mi sforzavo parecchio, ma era cos stressante e spiacevole pensare sempre “devo farcela… sono troppo pigro”. Mi sentivo orribilmente in colpa se non meditavo continuamente – uno stato d’animo cupo, senza gioia. Allora cominciai a osservare questo, meditando sul mio essere rigido come un palo di legno. Quando la situazione diventava insostenibile, mi ricordavo degli atteggiamenti opposti: “Non non sei tenuto a fare nulla. Non devi arrivare da nessuna parte, non c’ niente da fare. Stai in pace con le cose cos come sono adesso, rilassati, lascia andare”. Mi aiutavo cos.

Quando la mente cade in questo stato, applicate l’opposto, imparate a prendere le cose come vengono. Capita di leggere libri dove si dice che non c’ bisogno di nessuno sforzo, che bisogna “lasciare che tutto accada spontaneamente”; allora si portati a credere che basti starsene con le mani in mano. Il risultato di solito scivolare in uno stato mentale di torpore, di passivit. Allora il momento di metterci un tantino di sforzo in pi.

Nella pratica di anapanasati si pu sostenere lo sforzo per la durata di un’inspirazione. E se non ci riuscite per un’intera inspirazione, fatelo almeno per la met. In questo modo, non cercate di diventare perfetti in un colpo solo. Non occorre fare le cose tutte per benino in ossequio a un’idea di come potrebbe essere; si lavora con i problemi cos come si presentano. Se per avete una mente distratta, saggezza riconoscere che la mente se ne va per fatti suoi: questa visione profonda. Pensare che non dovreste essere distratti, odiarvi o scoraggiarvi perch di fatto quello che vi capita, invece ignoranza.

Nell’anapanasati si prende atto di come stanno le cose al momento e si parte da l; si sostiene l’attenzione un po’ pi a lungo e si comincia a capire che cos’ la concentrazione: prendere risoluzioni a cui si in grado di tener fede. Non prendete risoluzioni da superuomini quando non siete tali. Praticate anapanasati per dieci minuti o un quarto d’ora invece di credere di poter tirare avanti tutta la notte: “Praticher anapanasati fino all’alba”. Poi non ci riuscite e vi arrabbiate. Fissate i tempi della seduta in base alle vostre possibilit. Sperimentate, lavorate con la vostra mente finch non capirete come sforzarvi, come rilassarvi.

L’anapanasati una via diretta. Vi porta alla visione profonda, alla vipassana. La natura impermanente del respiro non vostra, no? Essendo nato, il corpo respira spontaneamente. Inspirazione ed espirazione: l’una condiziona l’altra. Finch il corpo vivr sar cos. Non avete controllo su nulla, il respiro appartiene alla natura, non appartiene a voi, non-io. Osservare tutto ci vipassana, visione profonda. Non nulla di eccitante o di affascinante o di spiacevole. E’ naturale.

2.4 La meditazione camminata (jongrom)

Il jongrom una pratica in cui si cammina in modo raccolto restando in contatto con il movimento dei piedi. Si porta l’attenzione sul corpo che cammina dal principio del sentiero fino alla fine, all’atto di voltarsi, al corpo fermo in piedi. Poi c’ l’intenzione di riprendere a camminare, quindi il camminare. Fate attenzione alla met del percorso e alla fine, al fermarsi, al voltarsi e allo stare fermi in piedi: sono i punti su la mente pu raccogliersi quando comincia a disperdersi. Si pu anche progettare una rivoluzione, o che so io, durante il jongrom, se non si sta attenti! Chiss quante rivoluzioni sono state tramate durante la meditazione camminata… Perci, invece di dedicarci a cose del genere, usiamo questo tempo per concentrarci su ci che accade effettivamente. E non sono sensazioni straordinarie, sono cos normali che neppure ci facciamo caso. Notate che bisogna fare uno sforzo per essere veramente consapevoli di questo tipo di cose.

Ora, quando la mente si distrae e vi ritrovate in India nel bel mezzo del sentiero del jongrom, accorgetevene: “Oh!” In quel momento vi risvegliate. Siete svegli, quindi riportate la mente su quanto sta realmente accadendo mentre il corpo cammina da qui a l. E’ un allenamento alla pazienza, perch la mente tende ad andarsene per conto suo. Se in passato la meditazione camminata vi ha dato momenti di felicit e pensate: “Nell’ultimo ritiro ho praticato il jongrom e ho proprio sentito il corpo che camminava. Sentivo che non c’era alcun ‘io’ ed stato bellissimo, oh, se non riesco a farlo ancora…”

Notate il desiderio di raggiungere qualcosa in base al ricordo di un passato felice. Notate che un condizionamento; di fatto un ostacolo. Lasciate andare, non ha importanza se ne viene fuori un istante di beatitudine o no. Solo un passo e poi un altro passo – la pratica tutta qui, nel lasciar andare, nel contentarsi di pochissimo invece di sforzarsi di ritrovare uno stato di beatitudine sperimentato in passato grazie a questa meditazione. Pi vi sforzate, pi cresce l’infelicit, perch assecondate il desiderio di avere una bella esperienza fondata su un ricordo. Siate contenti di quello che c’, qualunque cosa sia. Fate pace con le cose cos come sono adesso, invece di arrabattarvi per ottenere a tutti costi un certo stato desiderato. Un passo alla volta – notate com’ serena la meditazione camminata quando non avete altro da fare che essere con un passo.

Ma se invece fate la camminata pensando di dover raggiungere il samadhi e poi l’attenzione divaga, che succede? “Io la meditazione camminata non la sopporto, non mi d nessuna pace, ho tentato di avere la sensazione di camminare senza nessuno che cammina ma invece pensavo a tutt’altro” – questo perch ancora non capite di che si tratta, la mente proietta un ideale, cerca di ottenere qualcosa invece di limitarsi ad essere. Quando camminate, non dovete far altro che camminare. Un passo, poi un altro passo – semplice… ma non facile, vero? La mente trascinata lontano, preoccupata di cosa dovreste fare, di cosa non va e del perch non ci riuscite.

Ma al monastero quello che facciamo alzarci al mattino, recitare i canti, meditare, sederci, fare le pulizie, cucinare, sederci, stare in piedi, camminare, lavorare; qualunque cosa sia, prendetela come viene, una cosa alla volta. Sicch, stare con le cose cos come sono non-attaccamento, che porta pace e serenit. La vita cambia e noi la guardiamo cambiare, possiamo adattarci alla mutevolezza del mondo sensoriale, come che sia. Piacevole o spiacevole, abbiamo sempre la possibilit di tollerare e affrontare la vita, accada quel che accada. Se realizziamo la verit, realizziamo la pace interiore.

2.5 Benevolenza (metta)

Quando parliamo di ‘amore’ spesso ci riferiamo a una cosa che ci piace. Per esempio, “amo il riso al vapore”, “amo il mango sciroppato”. In realt intendiamo dire che ci piacciono, ossia che siamo attaccati a qualcosa – come ad esempio un cibo – che ci piace molto o che gradiamo mangiare. Ma non che lo amiamo. metta significa amare il proprio nemico; non significa che il nostro nemico ci simpatico. Se uno vuole ammazzarmi, sarebbe assurdo dire che mi simpatico! Per posso amarlo, nel senso che posso astenermi da pensieri malevoli e vendicativi, dal desiderio di danneggiarlo o annientarlo. Anche se una persona non vi piace – mettiamo che sia un disgraziato, un miserabile – potete sempre trattarla con gentilezza, generosit e carit. Se entrasse in questa stanza un ubriaco, sporco e repellente, brutto e malandato, privo della bench minima attrattiva, sarebbe ridicolo dire “mi piace”. Per sarebbe possibile amarlo, non indugiare nell’avversione, non farsi coinvolgere dalle reazioni alla sua sgradevolezza. Ecco cosa intendiamo con metta.

A volte ci sono aspetti di noi stessi che non ci piacciono, per metta significa non farsi coinvolgere dai nostri pensieri, dagli atteggiamenti, dai problemi e sentimenti della mente. Quindi una pratica di consapevolezza molto diretta. Essere consapevoli significa avere metta per la paura che abita la mente, o per la rabbia, o per l’invidia. Metta significa non creare problemi attorno alle condizioni esistenti, lasciare che si dissolvano, che cessino. Per esempio, quando emerge la paura si pu avere metta per la paura, nel senso che non si alimenta l’avversione nei suoi confronti, si pu accettarne la presenza e consentirle di cessare. Si pu anche ridimensionarla riconoscendo che la medesima paura che hanno tutti, compresi gli animali. Non la mia paura, non di nessuno, una paura impersonale. Cominciamo ad avere compassione degli altri esseri quando comprendiamo la sofferenza implicita nel reagire alla paura nella nostra stessa vita – il dolore, il dolore fisico dell’essere presi a calci, quando qualcuno ci prende a calci.

Quel dolore esattamente identico a quello che prova un cane quando viene preso a calci, perci si pu avere metta per il dolore, ossia la gentilezza e la pazienza di non indulgere all’avversione. Possiamo rivolgere metta interiormente, ai nostri problemi emotivi; a volte si pensa: “devo sbarazzarmene, tremendo”. Questa mancanza di metta per se stessi, vi pare? Riconoscete questo desiderio di ‘sbarazzarsi di’. Non nutrite avversione per le condizioni emotive esistenti. Non si tratta di simulare approvazione per i propri difetti.

O di pensare “i miei difetti mi piacciono”. Certe persone sono cos sciocche da dire: “I miei difetti mi rendono interessante. Ho una personalit affascinante grazie alle mie debolezze”. Metta non condizionarsi a credere di apprezzare qualcosa che non si apprezza affatto, semplicemente non nutrire avversione. E’ facile provare metta verso ci che ci piace – bambini carini, belle persone, gente educata, cuccioli e fiorellini – e possiamo provare metta per noi stessi quando ci sentiamo bene. “Sono proprio contento di me”. Quando tutto va bene facile essere gentili verso ci che buono e grazioso e bello. Ecco dove ci perdiamo. Metta non solo questione di buone intenzioni, buoni sentimenti, pensieri elevati, sempre estremamente pratica. Se siete molto idealistici e odiate qualcuno, facile che l’atteggiamento sia: “Non devo odiare nessuno. I buddhisti devono nutrire metta per tutti gli esseri viventi. Dovrei amare tutti”. Che solo frutto di astratto idealismo. Nutrire metta per l’avversione che si prova, per le meschinit della mente, la gelosia, l’invidia – nel senso di convivere pacificamente, non creare problemi, non drammatizzare e complicare le difficolt che la vita ci pone, a livello fisico e mentale.

Quando vivevo a Londra, viaggiare in metropolitana mi infastidiva moltissimo. Le odiavo, quelle orribili stazioni della metro tappezzate di squallidi cartelloni pubblicitari e quella massa di gente stipata su quei brutti treni anneriti che urlano nelle gallerie. Provavo una totale mancanza di metta, di pazienza amorevole. Prima provavo solo avversione, ma poi decisi di praticare la gentilezza paziente ogni volta che prendevo la metropolitana di Londra. Alla fine cominciai a prenderci gusto, invece di indulgere al risentimento. Cominciai a sentirmi disponibile verso gli altri passeggeri. L’avversione e le lamentele svanirono, completamente.

Quando provate avversione per qualcuno, potete notare la tendenza a ricamarci sopra: “Ha fatto questo e quest’altro, fatto cos non dovrebbe essere col”. Invece se una persona vi simpatica: “Sa fare questo e quest’altro. E’ buono e gentile”. Poi se qualcuno insinua che un poco di buono, vi arrabbiate. Se odiate qualcuno e un altro lo loda, vi arrabbiate anche in quel caso. Non volete sentire quanto buono il vostro nemico. Quando siete in preda alla rabbia non riuscite a immaginare che la persona odiata possa avere delle buone qualit, e se anche le ha non ve ne viene in mente nessuna. Ricordate solo i lati cattivi. ma se qualcuno vi piace anche i suoi difetti – quei ‘difettucci innocenti’ – vi fanno simpatia.

Sicch, prendetene atto nella vostra esperienza personale; osservate la forza delle vostra simpatie e antipatie. La gentilezza paziente, metta, uno strumento molto utile ed efficace per lavorare con il cumulo di meschine banalit che la mente imbastisce attorno a un’esperienza spiacevole. Metta inoltre un metodo assai adatto a chi possiede una mente discriminante, ipercritica. A chi sa vedere solo il lato negativo delle cose ma non guarda mai se stesso, vede soltanto quello che fuori di lui. E’ un’abitudine ormai diffusa quella di lamentarsi sempre del governo o del tempo. L’arroganza genera la ben nota tendenza alla battuta pesante su questo e quello; oppure il fatto di sparlare degli assenti, facendoli a pezzi con straordinaria intelligenza e obiettivit. Con quanto acume, con quanta precisione sappiamo dire cosa servirebbe agli altri, cosa dovrebbero o non dovrebbero fare, perch sono fatti cos e col. Che cosa straordinaria, possedere uno spirito critico cos raffinato e saper dire agli altri quello che dovrebbero fare. In realt stiamo dicendo: “Chiaramente sono molto meglio io di loro”.

Il punto non rendersi ciechi alle magagne e ai difetti delle situazioni. Si tratta di saperci convivere pacificamente. Senza pretendere che siano altrimenti. Sicch metta a volte richiede di passare sopra ai lati negativi di noi stessi e degli altri; il che non significa non accorgersi che ci sono, significa non farsene un problema. Si mette un freno a questa sorta di vizio essendo gentili e pazienti – convivendo pacificamente.

2.6 Consapevolezza dell’ordinario

Nel corso della prossima ora praticheremo la meditazione camminata, prendendo come oggetto di concentrazione l’azione del camminare, portando l’attenzione al movimento dei piedi e alla pressione dei piedi sul terreno. Si pu anche associare alla camminata il mantra ‘Buddho’: `Bud’ sul piede destro, `dho’ sul sinistro, per tutta la lunghezza del sentiero del jongrom. Vedete se vi riesce di rimanere in contatto con la sensazione, pienamente svegli alla sensazione di camminare, dal principio alla fine del tratto del jongrom.

Camminate a velocit normale, potrete poi rallentare o aumentare l’andatura a seconda dei casi. Tenete un’andatura normale, perch la nostra meditazione si interessa alle cose ordinarie, pi che a quelle speciali. Usiamo il respiro normale, non uno speciale `esercizio di respirazione’, la posizione seduta piuttosto che tenerci in equilibrio sulla testa, un’andatura normale, invece di correre, saltellare sul posto o camminare a passo deliberatamente rallentato – semplicemente un’andatura rilassata. La nostra pratica ha per oggetto l’ordinario, perch lo diamo per scontato.

Ora per portiamo la nostra attenzione a tutte le cose che abbiamo dato per scontate e non abbiamo mai notato, come la nostra mente e il nostro corpo. Perfino i medici esperti di fisiologia e anatomia non sono realmente in contatto con il proprio corpo. Ci dormono insieme, ci sono nati insieme, invecchiano, devono conviverci, nutrirlo, esercitarlo, eppure vi parleranno del fegato come di quella cosa che sta sugli atlanti di anatomia.

E’ pi facile guardare un fegato disegnato che essere consapevoli del proprio, non vero? Sicch noi guardiamo il mondo come se in un certo senso non ne facessimo parte, e ci che pi ordinario, pi comune, ci sfugge, interessati come siamo allo straordinario.

La televisione lo straordinario. Alla televisione fanno ogni sorta di cose fantastiche avventurose e romantiche. E’ un oggetto miracoloso, sul quale quindi facile concentrarsi. Davanti alla ‘tiv’ facile restare ipnotizzati. Anche quando il corpo diventa straordinario – quando molto malato o molto dolorante o prova sensazioni esaltanti o meravigliose – allora s che lo notiamo! Ma la semplice pressione del piede destro sul terreno, il semplice movimento del respiro, la semplice sensazione del corpo seduto sulla sedia quando non c’ nessuna sensazione estrema – a questo tipo di cose che ci risvegliamo. Portiamo la nostra attenzione alle cose cos come sono in un’esistenza ordinaria.

Quando la vita prende forme estreme, o straordinarie, ce la sappiamo cavare benissimo. Spesso i pacifisti e gli obiettori di coscienza si sentono rivolgere la fatidica domanda: “Voi rifiutate la violenza; ma cosa fareste se un maniaco aggredisse vostra madre?” Ecco un dilemma che non credo si sia posto spesso alla maggior parte di noi! Non il tipo di evento che capita di norma nella vita quotidiana. Ma se una situazione cos grave si dovesse verificare, sono sicuro che reagiremmo nella maniera pi opportuna. Anche il pi tonto sa essere presente a se stesso in circostanze estreme.

Ma nella vita normale, quando non succede nulla di grave, ora che siamo semplicemente seduti qui, possiamo permetterci di essere completamente tonti, no? Nel Patimokkha [il codice monastico] si dice che il monaco non deve picchiare nessuno. Ecco allora che comincio a preoccuparmi di cosa farei se un maniaco aggredisse mia madre. Ho creato un grosso problema morale in una situazione ordinaria, mentre sono seduto qui e mia madre non neppure presente. In tutti questi anni nessun maniaco ha mai attentato all’incolumit di mia madre (diversamente dagli automobilisti californiani!). Le grosse questioni morali si risolvono al momento e nel luogo opportuni, a condizione che, adesso, siamo consapevoli di questo momento e di questo luogo.

Dunque stiamo portando l’attenzione sull’ordinariet della nostra condizione umana; il corpo che respira, camminare da un punto all’altro sul sentiero del jongrom, le sensazioni di piacere e dolore. Nel corso del ritiro prendiamo in esame assolutamente tutto, lo osserviamo e lo conosciamo per quello che . Questa la nostra pratica di vipassana: conoscere le cose cos come sono, non in base a una teoria o un assunto creati da noi.

2.7 Ascoltare i pensieri

Praticando l’apertura mentale – ossia ‘lasciando andare’ – portiamo l’attenzione sul semplice fatto del guardare, dell’essere il testimone silenzioso che consapevole di quello che viene e va. In questo tipo di meditazione, che si definisce vipassana, osserviamo i fenomeni fisici e mentali alla luce delle tre caratteristiche: anicca (cambiamento), dukkha (carattere insoddisfacente), anatta (impersonalit). Cos facendo liberiamo la mente dalla tendenza a reprimere ciecamente, dunque se ci troviamo ossessionati da pensieri banali o paure, sentimenti di preoccupazione o di rabbia, non necessario analizzarli. Non dobbiamo capire perch li abbiamo, ma solo farli emergere pienamente alla coscienza.

Se siete molto spaventati, siate spaventati consciamente. Non ritraetevi, ma notate la tendenza a volervi sbarazzare della paura. Fate emergere l’oggetto della vostra paura, pensateci deliberatamente, e ascoltate i vostri pensieri. Non si tratta di analizzarli, ma di portare agli estremi la paura, al punto in cui diventa cos assurda da poterne ridere. Ascoltate il desiderio, la furia del “voglio questo, voglio quello, devo averlo, cosa far se non riesco ad averlo, lo voglio assolutamente…”. A volte nella mente c’ solo un grido inarticolato: “voglio!” – ed possibile ascoltarlo.

Ho letto qualcosa sulle tecniche del confronto terapeutico, sapete, quelle situazioni in cui ci si gridano in faccia a vicenda tutti i sentimenti repressi; l’effetto vorrebbe essere catartico, ma manca la saggia riflessione. Manca la capacit di ascoltare quel grido come una condizione della mente, invece di ‘lasciarsi andare’ a dire tutto quello che passa per la testa. Manca l’equilibrio mentale, la disponibilit a tollerare anche i pensieri pi orribili. Cos facendo, non li consideriamo come problemi personali, ma piuttosto portiamo all’assurdo la rabbia e la paura, al punto in cui vengono viste come una naturale catena di pensieri. Ci mettiamo a pensare deliberatamente a tutto quello che abbiamo paura di pensare, non ciecamente, ma osservando e ascoltando quei pensieri in quanto condizioni della mente, piuttosto che come difetti o problemi personali.

Sicch, con questa pratica cominciamo a lasciar andare. Non c’ bisogno di andare a cercare qualcosa in particolare; ma se vi sentite infastiditi da contenuti che tendono a riemergere ossessivamente e che cercate di allontanare, fateli venire a galla ancora di pi. Pensateci deliberatamente e restate in ascolto, come ascoltereste qualcuno che parla dall’altro lato del cortile, una vecchia pescivendola pettegola: “Abbiamo fatto questo, e poi quest’altro, e abbiamo fatto questo e poi quest’altro…” quella vecchietta che non la finisce pi di chiacchierare! Ora esercitatevi ad ascoltarla come una voce e basta, invece di giudicarla, invece di dire: “No no, spero proprio di non essere io, che non sia la mia vera natura”, o cercare di tapparle la bocca: “Ma quando la finisci vecchia strega!”.

Facciamo tutti quanti un po’ cos, anche io ho questa tendenza. Ma solo una condizione della natura, vi pare? Non una persona. Sicch, questa abitudine fastidiosa dentro di noi: “Mi ammazzo di lavoro e mai nessuno che mi dica grazie” – una condizione, non una persona. A volte, quando siete di malumore, nessuno fa le cose come si deve, e anche se lo fanno non va bene lo stesso! Anche questa una condizione della mente, non una persona. Il malumore, l’irritabilit della mente, viene riconosciuto come una condizione: anicca, cambia; dukkha, insoddisfacente; anatta, impersonale. C’ la paura di quello che penseranno gli altri se arrivate tardi: avete dormito troppo, entrate nella stanza e cominciate a preoccuparvi di quello che pensano gli altri del vostro ritardo – “Penseranno che sono pigro”. Preoccuparsi del giudizio degli altri una condizione della mente. Oppure siamo sempre puntuali e qualcun altro arriva in ritardo: “Sempre in ritardo, mai una volta che arrivino puntuali”. Anche questa una condizione della mente.

Allora faccio emergere il tutto alla piena coscienza, queste cose banali che si possono benissimo trascurare perch tanto sono banali, e non abbiamo voglia di avere a che fare con le banalit della vita; ma quando non vogliamo averci a che fare tutto questo viene represso, e diventa un problema. Cominciamo a sentirci in ansia, ostili a noi stessi o agli altri, o subentra la depressione; tutti effetti del nostro rifiuto di lasciare che le condizioni, banali o orribili che siano, emergano alla coscienza.

Poi c’ lo stato mentale del dubbio, la perenne incertezza sul da farsi: c’ timore e dubbio, insicurezza ed esitazione. Fate emergere deliberatamente quello stato di perenne incertezza, solo per imparare a rilassarvi con lo stato in cui si trova la mente quando non attaccata a nulla in particolare. “Che devo fare? Restare o andarmene? Dovrei fare questo oppure quest’altro, devo praticare anapanasati oppure la vipassana?” Osservatelo. Ponetevi domande senza risposta, tipo “Chi sono?”. Notate lo spazio vuoto che precede il pensiero “chi” – restate vigili, chiudete gli occhi e un attimo prima di pensare “chi” osservate: la mente vuota, vero? Poi: “Chi-sono-io?”, seguito dallo spazio dopo il punto interrogativo. Quel pensiero nasce dal vuoto e torna al vuoto, no? Quando siete presi dal pensiero abituale non potete scorgere l’origine del pensiero, vero? Non potete, potete cogliere il pensiero solo dopo esservi accorti di stare pensando; quindi cominciate a pensare deliberatamente, e cogliete il principio di un pensiero, prima di cominciare a pensarlo effettivamente. Prendete un pensiero deliberato, tipo: “Chi il Buddha?”. Pensatelo deliberatamente, in modo da percepire l’inizio, il formarsi del pensiero e poi la fine, e lo spazio che lo circonda. Si tratta di osservare pensieri e concetti in prospettiva, invece di limitarsi a reagire alla loro presenza.

Mettiamo che siate arrabbiati con qualcuno. “Ecco che ha detto, ha detto questo e quest’altro, e ha fatto cos e col e non ha fatto bene, ha sbagliato tutto, un vero egoista… ricordo ancora quello che ha fatto al tal dei tali, e poi…”. Un pensiero tira l’altro, vero? E vi ritrovate coinvolti in questa catena di pensieri motivata dall’avversione. Perci, invece di farvi coinvolgere in tutta una serie di associazioni e concetti, pensate deliberatamente: “E’ la persona pi egoista che abbia mai conosciuto”. Poi fine, il vuoto. “E’ un bastardo, un disgraziato, ha fatto questo e quest’altro”; a quel punto veramente comico, vi pare? Appena arrivato al Wat Pah Pong [il monastero tailandese dove insegnava Ajahn Chah, N.d.T] sperimentavo fortissimi sentimenti di rabbia e di avversione. Mi sentivo terribilmente frustrato, a volte perch non capivo cosa succedeva intorno a me e non volevo uniformarmi tanto quanto mi veniva richiesto. Ero letteralmente furente. Ajahn Chah tirava avanti imperterrito – discorsi di due ore filate in laotiano – e le ginocchia mi facevano male da morire.

Sicch pensavo cose come: “Perch non la finisci di parlare? Pensavo che il Dhamma fosse semplice, perch deve metterci due ore per spiegare un concetto?”.

Ero ipercritico nei confronti di tutti, ma poi cominciai a contemplare questo e ad ascoltarmi, la mia rabbia, le mie critiche, le mie cattiverie, il mio risentimento: “questo non mi va, quell’altro non mi va, non capisco perch devo sedermi qui, non voglio occuparmi di sciocchezze del genere, non so proprio”… e cos via all’infinito. Mi ripetevo: “Ti pare simpatico uno che dice cose del genere? E’ questo che hai deciso di essere, questa cosa che sta sempre a lamentarsi a criticare e trovare difetti, cos che vuoi essere?”. “No – mi rispondevo – non voglio essere cos”.

Ma prima ho dovuto far venire a galla tutto per vederlo davvero, piuttosto che crederci in teoria. Sentivo di aver ragione da vendere, e quando uno sente di avere ragione, e si indigna, e pensa che gli altri abbiano torto, portato a dare credito a pensieri come: “In fin dei conti non vedo che motivo ci sia … il Buddha ha detto… il Buddha, lui, non lo avrebbe mai permesso, io lo conosco il Buddhismo!”. Fatelo emergere in forma cosciente, dove potete vederlo, portarlo all’assurdo, cos potrete guardarlo in prospettiva e alla fine vi sembrer comico. Capite che tutta una commedia! Ci prendiamo terribilmente sul serio: “Sono una persona veramente importante, la mia vita cos tremendamente importante che devo prenderla estremamente sul serio sempre e comunque. I miei problemi sono veramente importanti, terribilmente importanti. Devo dedicare un sacco di tempo ai miei problemi perch sono davvero importanti”.

In un modo o nell’altro ci riteniamo importantissimi, perci pensatelo deliberatamente: “Sono una Persona Molto Importante, i miei problemi sono molto importanti e seri”. Quando fate cos, il tutto prende un aspetto comico; appare sciocco, perch vi rendete conto che in definitiva non siete terribilmente importanti, nessuno di noi lo . E i problemi che ci creiamo nella vita sono banalit. C’ gente che si rovina l’esistenza generando problemi a non finire, e prendendo tutto estremamente sul serio.

Se vi ritenete persone importanti e serie, le cose banali o futili vi sembreranno inaccettabili. Se aspirate a essere buoni, a essere santi, sarete portati a escludere dalla coscienza gli stati mentali negativi. Se desiderate essere persone amorevoli e generose, ogni forma di meschinit, di invidia o di avarizia dovrete reprimerla o estrometterla dalla vostra mente. Sicch, se c’ qualcosa che temete sopra ogni altra di poter diventare davvero nella vostra vita, pensatela, guardatela. Confessatelo apertamente:

“Voglio essere un tiranno; voglio essere uno spacciatore di eroina; voglio essere un mafioso”; sia quel che sia. Non ci interessa pi il contenuto specifico, ma la semplice caratteristica di essere una condizione impermanente, insoddisfacente, perch non ha nulla che potr darvi una reale soddisfazione. Viene e va, ed non-io.

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