Oltre la morte: la via della consapevolezza 6

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Oltre la morte: la via della consapevolezza 6

di Ajahn Sumedo

(Dono gratuito e privo di copyright del Monastero buddhista theravada
Santacittarama – Frasso Sabino – Rieti)

(sesta parte)

– Consapevolezza dell’ordinario –

Nel corso della prossima ora praticheremo la meditazione cammi-
nata, prendendo come oggetto di concentrazione l’azione del cam-
minare, portando l’attenzione al movimento dei piedi e alla pres-
sione dei piedi sul terreno. Si può anche associare alla camminata
il mantra “Buddho”: “Bud'” sul piede destro, “dho” sul sinistro, per
tutta la lunghezza del sentiero del jongrom. Vedete se vi riesce di
rimanere in contatto con la sensazione, pienamente svegli alla sen-
sazione di camminare, dal principio alla fine del tratto del
jongrom.

Camminate a velocità normale, potrete poi rallentare o
aumentare l’andatura a seconda dei casi. Tenete un’andatura nor-
male, perché la nostra meditazione si interessa alle cose ordinarie,
più che a quelle speciali. Usiamo il respiro normale, non uno spe-
ciale “esercizio di respirazione”, la posizione seduta piuttosto che
tenerci in equilibrio sulla testa, un’andatura normale, invece di
correre, saltellare sul posto o camminare a passo deliberatamente
rallentato: semplicemente un’andatura rilassata. La nostra pratica
ha per oggetto l’ordinario, perché lo diamo per scontato. Ora però
portiamo la nostra attenzione a tutte le cose che abbiamo dato per
scontate e non abbiamo mai notato, come la nostra mente e il
nostro corpo.

Perfino i medici esperti di fisiologia e anatomia non
sono realmente in contatto con il proprio corpo. Ci dormono insie-
me, ci sono nati insieme, invecchiano, devono conviverci, nutrirlo,
esercitarlo, eppure vi parleranno del fegato come di quella cosa
che sta sugli atlanti di anatomia. È più facile guardare un fegato
disegnato che essere consapevoli del proprio, non è vero? Sicché
noi guardiamo il mondo come se in un certo senso non ne facessi-
mo parte, e ciò che è più ordinario, più comune, ci sfugge, interes-
sati come siamo allo straordinario.

La televisione è lo straordinario. Alla televisione fanno ogni
sorta di cose fantastiche avventurose e romantiche. È un oggetto
miracoloso, sul quale quindi è facile concentrarsi. Davanti alla
“tivù” è facile restare ipnotizzati. Anche quando il corpo diventa
straordinario – quando è molto malato o molto dolorante o prova
sensazioni esaltanti o meravigliose – allora sì che lo notiamo! Ma la
semplice pressione del piede destro sul terreno, il semplice movi-
mentò del respiro, la semplice sensazione del corpo seduto sulla
sedia quando non c’è nessuna sensazione estrema – è a questo tipo
di cose che ci risvegliamo. Portiamo la nostra attenzione alle cose
così come sono in un’esistenza ordinaria.

Quando la vita prende forme estreme, o straordinarie, ce la
sappiamo cavare benissimo. Spesso i pacifisti e gli obiettori di
coscienza si sentono rivolgere la fatidica domanda: “Voi rifiutate la
violenza; ma cosa fareste se un maniaco aggredisse vostra madre?”

Ecco un dilemma che non credo si sia posto spesso alla maggior
parte di noi! Non è il tipo di evento che capita di norma nella vita
quotidiana. Ma se una situazione così grave si dovesse verificare,
sono sicuro che reagiremmo nella maniera più opportuna. Anche il
più tonto sa essere presente a se stesso in circostanze estreme. Ma
nella vita normale, quando non succede nulla di grave, ora che
siamo semplicemente seduti qui, possiamo permetterci di essere
completamente tonti, no? Nel Piitimokkha (la regola monastica) si
dice che il monaco non deve picchiare nessuno. Ecco allora che
comincio a preoccuparmi di cosa farei se un maniaco aggredisse
mia madre.

Ho creato un grosso problema morale in una situazio-
ne ordinaria, mentre sono seduto qui e mia madre non è neppure
presente. In tutti questi anni nessun maniaco ha mai attentato
all’incolumità di mia madre (diversamente dagli automobilisti
californiani!). Le grosse questioni morali si risolvono al momento e
nel luogo opportuni, a condizione che, adesso, siamo consapevoli
di questo momento e di questo luogo.

Dunque stiamo portando l’attenzione sull’ordinarietà della
nostra condizione umana; il corpo che respira, camminare da un
punto all’altro. sul sentiero del jongrom, le sensazioni di piacere e
dolore. Nel corso del ritiro prendiamo in esame assolutamente
tutto, lo osserviamo e lo conosciamo per quello che è. Questa è la
nostra pratica di vipassana: conoscere le cose così come sono, non
in base a una teoria o un assunto creati da noi.

– Ascoltare i pensieri –

Praticando l’apertura mentale – ossia “lasciando andare” – por-
tiamo l’attenzione sul semplice fatto del guardare, dell’ essere il
testimone silenzioso che è consapevole di quello che viene e va. In
questo tipo di meditazione, che si definisce vipassana, osserviamo i
fenomeni fisici e mentali alla luce delle tre caratteristiche: anicca
(cambiamento), dukkha (carattere insoddisfacente), anattà (imper-
sonalità). Così facendo liberiamo la mente dalla tendenza a repri-
mere ciecamente; dunque se ci troviamo ossessionati da pensieri
banali o paure, sentimenti di preoccupazione o di rabbia, non è
necessario analizzarli. Non dobbiamo capire perché li abbiamo, ma
solo farli emergere pienamente alla coscienza.

Se siete molto spaventati, siate spaventati consciamente. Non
ritraetevi, ma notate la tendenza a volervi sbarazzare della paura.
Fate emergere l’oggetto della vostra paura, pensateci deliberata-
mente, e ascoltate i vostri pensieri. Non si tratta di analizzarli, ma
di portare agli estremi la paura, al punto in cui diventa così assur-
da da poterne ridere. Ascoltate il desiderio, la furia del “voglio que-
sto, voglio quello, devo averlo, cosa farò se non riesco ad averlo, lo
voglio assolutamente … “. A volte nella mente c’è solo un grido inar-
ticolato: “voglio!” – ed è possibile ascoltarlo.

Ho letto qualcosa sulle tecniche del confronto terapeutico,
sapete, quelle situazioni in cui ci si gridano in faccia a vicenda tutti
.i sentimenti repressi; l’effetto vorrebbe essere catartico, ma manca
la saggia riflessione. Manca la capacità di ascoltare quel grido
come una condizione della mente, invece di “lasciarsi andare” a
dire tutto quello che passa per la testa. Manca l’equilibrio mentale,
la disponibilità a tollerare anche i pensieri più orribili. Così facen-
do, non li consideriamo come problemi personali, ma piuttosto por-
tiamo all’assurdo la rabbia e la paura, al punto in cui vengono viste
come una naturale catena di pensieri. Ci mettiamo a pensare delì-
beratamente a tutto quello a cui abbiamo paura di pensare, non cie-
camente, ma osservando e ascoltando quei pensieri in quanto con-
dizioni della mente, piuttosto che come difetti o problemi personali.

Sicché, con questa pratica cominciamo a lasciar andare. Non
c’è bisogno di andare a cercare qualcosa in particolare; ma se vi
sentite infastiditi da contenuti che tendono a riemergere ossessi-
vamente e che cercate di allontanare, fateli venire a galla ancora di
più. Pensateci deliberatamente e restate in ascolto, come ascoltere-
ste qualcuno che parla dall’altro lato del cortile, una vecchia pesci-
vendola pettegola: “Abbiamo fatto questo, e poi quest’altro, e
abbiamo fatto questo e poi quest’altro … ” quella vecchietta che non
la finisce più di chiacchierare! Ora esercitatevi ad ascoltarla come
una voce e basta, invece di giudicarla, invece di dire: “No no, spero
proprio di non essere io, che non sia la mia vera natura”, o cercare
di tapparle la bocca: “Ma quando la finisci vecchia strega!”.

Facciamo tutti quanti un po’ così, anche io ho questa tendenza. Ma
è solo una condizione della natura, vi pare? Non una persona.
Sicché, questa abitudine fastidiosa dentro di noi: “Mi ammazzo di
lavoro e mai nessuno che mi dica grazie” – è una condizione, non
una persona. A volte, quando siete di malumore, nessuno fa le cose
come si deve, e anche se lo fa non va bene lo stesso! Anche questa
è una condizione della mente, non una persona. Il malumore, l’ir-
ritabilità della mente, viene riconosciuto come una ‘condizione:
anicca, è impermanente; dukkha, è insoddisfacente; anattà, è
impersonale.

C’è la paura di quello che penseranno gli altri se arri-
vate tardi: avete dormito troppo, entrate nella stanza e cominciate
a preoccuparvi di quello che pensano gli altri del vostro ritardo:
“Penseranno che sono pigro”. Preoccuparsi del giudizio degli altri
è una condizione della mente. Oppure siamo sempre puntuali e
qualcun altro arriva in ritardo: “Sempre in ritardo, mai una volta
che arrivino puntuali”. Anche questa è una condizione della mente.

Allora faccio emergere il tutto alla piena coscienza, queste
cose banali che si possono benissimo trascurare perché tanto sono
banali, e non abbiamo voglia di avere a che fare con le banalità
della vita; ma quando non vogliamo averci a che fare tutto questo
viene represso, e diventa un problema. Cominciamo a sentirei in
ansia, ostili a noi stessi o agli altri, o subentra la depressione; tutti
effetti del nostro rifiuto di lasciare che le condizioni, banali o orri-
bili che siano, emergano alla coscienza.

Poi c’è lo stato mentale del dubbio, la perenne incertezza sul
da farsi: c’è timore e dubbio, insicurezza ed esitazione. Fate emer-
gere deliberatamente quello stato di perenne incertezza, solo per
imparare a rilassarvi con lo stato in cui si trova la mente quando
non è attaccata a nulla in particolare. “Che devo fare? Restare o
andarmene? Dovrei fare questo oppure quest’altro, devo praticare
ànapiinasati oppure la vipassana?” Osservatelo. Ponetevi domande
senza risposta, tipo “Chi sono?”. Notate lo spazio vuoto che precede
il pensiero “chi” – restate vigili, chiudete gli occhi e un attimo
prima di pensare “chi” osservate: la mente è vuota, vero? Poi: “Chi-
sono-io?”, seguito dallo spazio dopo il punto interrogativo. Quel
pensiero nasce dal vuoto e torna al vuoto, no? Quando siete presi
dal pensiero abituale non potete scorgere l’origine del pensiero,
vero?

Non potete, potete cogliere il pensiero solo dopo esservi
accorti di stare pensando; quindi cominciate a pensare deliberata-
mente, e cogliete il principio di un pensiero, prima di cominciare a
pensarlo effettivamente. Prendete un pensiero deliberato, tipo:

“Chi è il Buddha?”. Pensatelo deliberatamente, in modo da percepi-
re l’inizio, il formarsi del pensiero e poi la fine, e lo spazio che lo
circonda. Si tratta di osservare pensieri e concetti in prospettiva,
invece di limitarsi a reagire alla loro presenza.

Mettiamo che siate arrabbiati con qualcuno. “Ecco che ha
detto, ha detto questo e quest’altro, e ha fatto così e colà e non ha
fatto bene, ha sbagliato tutto, è un vero egoista … ricordo ancora
quello che ha fatto al tal dei tali, e poi … “. Un pensiero tira l’altro,
vero? E vi ritrovate coinvolti in questa catena di pensieri motivata
dall’avversione. Perciò, invece di farvi coinvolgere in tutta una
serie di associazioni e concetti, pensate deliberatamente: “È la per-
sona più egoista che abbia mai conosciuto”. Poi fine, il vuoto. “È un
bastardo, un disgraziàto, ha fatto questo e quest’altro”; a quel
punto è veramente comico, vi pare? Appena arrivato al Wat Pah
Pong [il monastero tailandese dove insegnava Ajahn Chah, N.d.T] sperimentavo fortissimi sentimenti di rabbia e di avversione. Mi
sentivo terribilmente frustrato, a volte perché non capivo cosa suc-
cedeva intorno a me e non volevo uniformarmi tanto quanto mi
veniva richiesto.

Ero letteralmente furente. Ajahn Chah tirava
avanti imperterrito – discorsi di due ore filate in laotiano – e le
ginocchia mi facevano male da morire. Sicchè pensavo cose come:

“Perché non la finisci di parlare? Pensavo che il Dhamma fosse
semplice, perché deve metterei due ore per spiegare un concetto?”.

Ero ipercritico nei confronti di tutti, ma poi cominciai a contempla-
re questo e ad ascoltarmi, la mia rabbia, le mie critiche, le mie cat-
tiverie, il mio risentimento: “questo non mi va, quell’altro non mi
va, non capisco perché devo sedermi qui, non voglio occuparmi di
sciocchezze del genere, non so proprio” … e così via all’infinito. Mi
ripetevo: “Ti pare simpatico uno che dice cose del genere? È questo
che hai deciso di essere, questa cosa che sta sempre a lamentarsi, a
criticare e trovare difetti, è così che vuoi essere?”. “No – mi ri-
spondevo – non voglio essere così”.

Ma prima ho dovuto far venire a galla tutto per vederlo dav-
vero, piuttosto che crederei in teoria. Sentivo di aver ragione da
vendere, e quando uno sente di avere ragione, e si indigna, e pensa
che gli altri abbiano torto, è portato a dare credito a pensieri come:

“In fin dei conti non vedo che motivo ci sia … il Buddha ha detto …
il Buddha, lui, non lo avrebbe mai permesso, io lo conosco il
Buddhismo!”.

Fatelo emergere in forma cosciente, dove potete
vederlo, portarlo all’assurdo, così potrete guardarlo in prospettiva
e alla fine vi sembrerà comico. Capite che è tutta una commedia!

Ci prendiamo terribilmente sul serio: “Sono una persona veramen-
te importante, la mia vita è così tremendamente importante che
devo prenderla estremamente sul serio sempre e comunque. I miei
problemi sono veramente importanti, terribilmente importanti.

Devo dedicare un sacco di tempo ai miei problemi perché sono
davvero importanti”. In un modo o nell’altro ci riteniamo impor-
tantissimi, perciò pensatelo deliberatamente: “Sono una Persona
Molto Importante, i miei problemi sono molto importanti e seri”.

Quando fate così, il tutto prende un aspetto comico; appare sciocco,
perché vi rendete conto che in definitiva non siete terribilmente
importanti, nessuno di noi lo è. E i problemi che ci creiamo nella
vita sono banalità. C’è gente che si rovina l’esistenza generando
problemi a non finire, e prendendo tutto estremamente sul serio.

Se vi ritenete persone importanti e serie, le cose banali o
futili vi sembreranno inaccettabili. Se aspirate a essere buoni, a
essere santi, sarete portati a escludere dalla coscienza gli stati
mentali negativi. Se desiderate essere persone amorevoli e genero-
se, ogni forma di meschinità, di invidia o di avarizia dovrete repri-
merla o estrometterla dalla vostra mente. Sicché, se c’è qualcosa
che temete sopra ogni altra di poter diventare nella vostra vita,
pensatela, guardatela. Confessatelo apertamente: “Voglio essere un
tiranno; voglio essere uno spacciatore di eroina; voglio essere un
mafioso”; sia quel che sia. Non ci interessa più il contenuto specifi-
co, ma la semplice caratteristica di essere una condizione imper-
manente, insoddisfacente, perché non ha nulla che potrà darvi una
reale soddisfazione. Viene e va, ed è “non-io”.

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