Non è solo questione di assenza di gravità o radiazioni. Uno studio condotto in Antartide rivela che
nello Spazio la sfida più grande per gli astronauti potrebbe essere psicologica: come cambia il
comportamento umano quando non c’è una via di fuga?
29 maggio 2026 – Chiara Guzzonato
Durante le lunghe missioni spaziali degli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) o
di futuri viaggi verso la Luna o Marte, una manciata di persone deve convivere e rimanere isolata a
lungo dal resto del mondo.
Per capire in che modo queste condizioni possano influire sulla psicologia di un astronauta, un team
di ricerca svizzero ha studiato un gruppo di scienziati in missione alla stazione Concordia, in
Antartide, una delle più remote al mondo. I dettagli di quanto scoperto sono stati pubblicati su
PNAS.
Lo studio
La stazione Concordia, situata a oltre 3.200 metri sul plateau antartico, è uno dei posti più
isolati al mondo, e per questo è spesso utilizzata come modello per studiare l’adattamento umano a
future missioni spaziali di lunga durata.
Un team di 12 persone è stato coinvolto nella ricerca: nel corso dei dieci mesi invernali di
missione, i partecipanti hanno risposto in quattro diversi momenti a questionari sul loro stato
d’animo e sul rapporto con i colleghi, indossando inoltre dei sensori in grado di rilevare la
prossimità fisica reciproca.
Fatti più in là
I risultati sono stati inaspettati: a influire negativamente sullo stato psicologico dei membri del
team non era solo (prevedibilmente) l’isolamento estremo, ma anche l’eccessiva vicinanza ai
colleghi. Chi aveva contatti frequenti con gli altri riferiva più spesso episodi di conflitto,
sfiducia e calo delle prestazioni. È importante sottolineare che i risultati sono frutto di mera
correlazione, e non possono dunque stabilire un rapporto di causa-effetto tra la prossimità e il
malumore dei partecipanti.
Divisi in gruppetti
Dai dati emerge anche una tendenza a riunirsi in sottogruppi sulla base della lingua e della
nazionalità; questa dinamica, spiegano gli autori, permette da un lato di ricevere conforto e
sostegno nei momenti di stress, ma dall’altro rischia di frammentare ulteriormente un team
multiculturale composto già da pochi membri.
Oltre lo Spazio
Lo studio, rilevante soprattutto per capire in che situazione psicologica potrebbero viaggiare gli
astronauti in future lunghe missioni spaziali, è utile anche per comprendere le dinamiche che si
potrebbero instaurare in ambienti di studio e lavoro altrettanto estremi e confinati, come
sottomarini o basi di ricerca remote.
«I risultati mostrano quanto sia importante identificare precocemente le dinamiche sociali e fornire
ai team un supporto mirato», conclude Jan Schmutz, coordinatore dello studio.
dx.doi.org/10.1073/pnas.2533420123
da focus.it

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