Una questione di ritmo

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Una questione di ritmo

da Newton

01 settembre 1998

Da sempre la musica viene usata in pubblicità e nei centri commerciali, per aumentare l’efficacia di
un messaggio e invogliare all’acquisto. Ma oggi anche la medicina e la psicologia si interessano a
questa arte e hanno iniziato a sfruttarne il potenziale terapeutico. Per migliorare l’apprendimento,
curare il mal di testa, prepararsi al parto, superare alcune difficoltà psichiche dei bambini e
favorire la riabilitazione degli handicappati

Scena numero uno.
Una discoteca sul mare, in una notte d’estate. La musica è a tutto volume e voi, che non siete
neppure di ottimo umore, provate improvvisamente il desiderio incontenibile di ballare. Chiudete gli
occhi, oscillate il busto, scuotete le spalle, muovete gambe e braccia. Insomma, vi lasciate
trasportare dal ritmo, estraniandovi da tutto il resto.

Scena numero due.
Un grande supermercato, interno, giorno. Entrate per la solita spesa e vi confondete tra i clienti
annoiati che spingono i loro carrelli, incuranti della musica di sottofondo. Poi, tornati a casa, vi
accorgete di avere comprato molto più del necessario: scorte di biscotti e merendine da sfamare un
esercito, assortimenti di yogurt dai gusti improbabili, cibo per cani in quantità adatta a un
allevamento di alani, mentre voi avete solo un barboncino. E allora date la colpa all’incapacità di
organizzarvi, al fatto che siete spendaccioni, alle allettanti offerte speciali che occhieggiano tra
gli scaffali.

Invece, in entrambe le situazioni, il vostro comportamento è stato influenzato dalla musica. Che nel
primo caso, quello della discoteca, ha provocato un puro riflesso biologico. Nell’altro, ha messo in
moto un meccanismo psicologico inconscio. L’impulso a ballare quando si sente una musica molto
ritmata non è dovuto a un condizionamento culturale che ci rimanda ad antichi riti tribali, bensì a
un fattore puramente meccanico. La chiave del mistero si trova nell’orecchio interno, dove hanno
sede sia l’organo dell’udito sia quello dell’equilibrio, cioè il “sacculo vestibolare”. Quest’ultimo
non è sordo, come si pensava fino a poco tempo fa, ma può essere stimolato da suoni molto forti,
superiori a 70 decibel (nelle discoteche si arriva tranquillamente a 110 decibel). Allora il corpo
riceve la stessa sensazione di quando sta camminando e aziona un riflesso condizionato che porta i
muscoli a muoversi per mantenersi in equilibrio.

E cosa c’entra tutto questo con il supermercato? C’entra eccome. Perché anche la responsabilità dei
vostri acquisti superflui dipende, almeno in parte, dalla musica. Questa volta soffusa, un
sottofondo apparentemente trascurabile. Ma che in voi ha rievocato inconsciamente l’ambiente della
vita prenatale, con un effetto rassicurante e disinibente. E vi ha spinto a comprare. E’ probabile
che i vostri acquisti siano stati diretti con precisione: basta una canzone francese per scegliere
un vino d’oltralpe anziché italiano. Il ritmo della musica ha poi stabilito la velocità del vostro
passo: non troppo rapido, per non tralasciare possibili occasioni di acquisto. Ma neppure
eccessivamente lento, per non perdere la “spinta”. L’ideale? Circa 70 battute al minuto, che
corrispondono al ritmo cardiaco. Due episodi vissuti da tutti noi chissà quante volte, che
dimostrano che la musica – e il suono in generale – può influenzare il nostro comportamento. E
provano anche che noi “ascoltiamo” con tutto il corpo, non solo con le orecchie.

“E’ vero, l’intero organismo viene interessato dall’onda sonora”, spiega Mauro Porta, primario della
Divisione neurologica del Policlinico San Marco di Bergamo. “E questo viene sfruttato nelle terapie
di rieducazione per i non udenti e gli handicappati motòri”. E’ vero però che a livello di sistema
nervoso periferico è principalmente l’orecchio a essere coinvolto. I recettori nervosi del suono si
trovano infatti nell’orecchio interno; per la precisione nell’organo del Corti, dal quale partono le
vie acustiche che terminano nei lobi temporali del cervello. “I suoni percepiti dall’orecchio destro
vengono “inviati” principalmente all’emisfero sinistro e viceversa”, dice ancora Mauro Porta.
“Grazie a tecniche di indagine sempre più precise, oggi sappiamo che la capacità di percepire
altezza e ritmo di un suono ha sede nell’emisfero dominante, che è il sinistro nella maggior parte
degli individui. Mentre la melodia (la successione dei suoni) e il timbro (ciò che ci permette di
distinguere due suoni di uguale altezza e intensità) vengono elaborati nell’emisfero minore, il
destro.

Infine l’armonia (la concordanza delle voci in un brano musicale) coinvolge entrambe le aree del
cervello”. Le ricerche hanno anche dimostrato che i musicisti ascoltano una composizione in modo
analitico. La elaborano cioè con l’emisfero sinistro, legato al linguaggio e alle capacità
logico-deduttive. Invece chi non ha competenze in questo campo tende a usare l’emisfero destro, il
luogo dell’immaginazione, delle abilità di sintesi, della creatività. Un dato confermato anche da
uno studio di un gruppo di neuropsichiatri di Münster, in Germania. Secondo il quale i musicisti
presentano il planum temporale sinistro (appunto, la zona della corteccia responsabile
dell’elaborazione “colta” degli stimoli sonori) più grande del 25 per cento circa rispetto agli
altri individui. “Ma non bisogna neppure schematizzare troppo”, avverte Porta. “Il cervello opera in
modo olistico, cioè come un sistema che è qualcosa di più della semplice somma delle parti che lo
compongono. E la tendenza a localizzare rigidamente le varie funzioni in determinate aree è oggi del
tutto superata”. Anche perché gli effetti della musica sulla psiche vanno ben al di là delle
dimensioni di una parte del cervello o dell’attività più o meno marcata di un gruppo di neuroni.

“La musica, rispetto alle altre arti, è comunicazione globale, tanto per usare un termine di moda”,
dice Paolo Rossi, medico, psicologo e psicoterapeuta. Perché è contemporaneamente spontaneità e
linguaggio strutturato, gesto e voce, apertura alla realtà e introspezione. “La musica permette
infatti di unire le percezioni interne, le cosiddette cenestesie, alle percezioni esterne, colte
attraverso i sensi, facendo confluire le une nelle altre”, continua Rossi. “Tutto questo viene
elaborato dalla mente sia a livello conscio sia a livello inconscio. E si traduce poi in parole e
gesti. Nessun altro tipo di manifestazione artistica raggiunge questa sintesi”. E se motivetti
insignificanti come quelli che si ascoltano al supermercato possono indurre le persone a comprare,
bisogna chiedersi qual è il potenziale (e come sfruttarlo) di una fuga di Bach, una romanza di
Puccini, un notturno di Chopin, una sinfonia di Beethoven. Ma anche della Rapsodia in blu di
Gershwin o una canzone di Enya.

“Come psicoterapeuta, utilizzo brani classici o jazz durante le sedute”, dice Paolo Rossi. “Il
paziente si mette in una posizione comoda e concentra la sua attenzione in una zona del corpo a sua
scelta tra l’addome e il torace. A questo punto parte la musica. La persona, paradossalmente, deve
cercare di non ascoltarla, ma continuare a concentrarsi sul suo corpo. In questo modo, le note
stimoleranno l’inconscio, che a sua volta si esprimerà con sogni e immagini”. Così, Chopin
solleciterà l’introspezione, Schubert la dimensione sociale della personalità; la musica atonale e
“ribelle” di Schönberg o Stravinskij si rivolgerà alle parti più istintive di noi. Ma anche un brano
jazz può avere un grande valore simbolico: rappresenta l’emancipazione dei neri americani, che hanno
ottenuto un riconoscimento malgrado le mille difficoltà. Il pezzo musicale, insomma, diventa una
vera e propria provocazione, per far emergere i problemi del momento, soffocati dalla mente
razionale e nascosti nelle pieghe dell’inconscio. Senza contare che l’ascolto di determinate melodie
produce un senso di benessere, aiuta a rilassarsi e in generale migliora il tono dell’umore. Tanto
che già negli anni Cinquanta si era cominciato a studiare gli effetti benefici della musica sui
pazienti psichiatrici.

Solo in questi ultimi anni, però, è stato preso seriamente in considerazione un utilizzo più ampio
delle possibilità terapeutiche del suono. E quella che fino a poco tempo fa era una pura intuizione,
spesso relegata nel ghetto delle “medicine alternative”, oggi viene guardata con interesse anche
dalla scienza ufficiale. Qualche esempio? Una ricerca dell’Università di California a Irvine ha
dimostrato che la musica di Mozart, in particolare la Sonata in re maggiore K488, fa aumentare
temporaneamente il quoziente di intelligenza di otto punti e rende più facile la soluzione di un
problema matematico. Tanto che molti ospedali statunitensi prevedono l’utilizzo di un sottofondo
musicale durante le operazioni, per migliorare la precisione e la velocità di reazione del chirurgo.
La musica di Mozart è quella che maggiormente si presta a un utilizzo in campo medico, perché la sua
struttura regolare e bilanciata ricorda il ritmo cardiaco e respiratorio dell’uomo. Favorisce il
rilassamento ed è utile nella terapia del dolore, per alleviare gli attacchi di cefalea
muscolotensiva, il tipo di mal di testa più frequente (oltre il 60 per cento dei casi), strettamente
correlato all’ansia e allo stress. Il Concerto in si bemolle maggiore per violino e orchestra K207
del grande compositore austriaco viene utilizzato per ridurre il dolore del parto.

Infine, una ricerca condotta all’ospedale di Nara, in Giappone, ha dimostrato che la musica classica
in generale agisce sugli asmatici, raddoppiando e portando alla normalità la quantità di aria
inalata. Per “curare con la musica” è poi nata una disciplina autonoma, chiamata musicoterapia. “Si
utilizza con i pazienti psichiatrici, gli handicappati, gli anziani colpiti dal morbo di Alzheimer,
i bambini sordomuti, autistici o affetti dalla sindrome di Down, ma anche in caso di problemi lievi
come i tic infantili o l’enuresi notturna”, spiega Gianluigi di Franco, psichiatra e presidente del
Centro ricerche musicoterapia di Napoli, e musicista a sua volta. Spiega di Franco: “Il suono,
ascoltato o prodotto in prima persona, viene usato per stabilire una comunicazione empatica, non
mediata dalle parole, con il paziente”. Insomma un’opera di “seduzione”, intesa nel significato
letterale di “portare a sé”. Si tratta, di volta in volta, di rompere il senso di isolamento fisico
e affettivo, dare voce al disagio, aiutare il paziente a recuperare fiducia nelle proprie capacità.
Il musicoterapeuta può utilizzare tutti gli strumenti, dal pianoforte alle percussioni, e tutti i
tipi di musica. O addirittura semplici suoni come il battitto del cuore o il fruscio del vento.

I procedimenti fondamentali sono due: passivo e attivo. Nel primo predomina l’ascolto, per
recuperare le capacità percettive, ritrovare il “ritmo giusto” e l’energia vitale. La musicoterapia
attiva si basa invece sull’esecuzione o improvvisazione musicale, anche in gruppo, per stimolare
espressività, creatività e socializzazione. “Ho trattato bambini autistici e psicotici chiusi a
qualsiasi stimolo, compresi quelli musicali”, dice Adele Ognibene, medico specialista in
psicoterapia, con un’esperienza come pianista. “Ho dovuto fare un ulteriore passo indietro: l’unica
possibilità di stabilire un contatto con questi pazienti era avvicinarmi al loro modo di esprimersi,
fatto di suoni inarticolati e gutturali, e utilizzarlo a mia volta. Ma perché questo processo sia
davvero terapeutico deve accompagnare il bambino verso l’organizzazione del linguaggio, dando un
ritmo ai versi inarticolati, trasformandoli in suoni più definiti e armonici”. Per arrivare a
sillabe e parole dotate di significato.

“Qualsiasi intervento deve essere sempre costruito su misura per il singolo paziente, all’interno di
una relazione terapeutica”, sottolinea di Franco. “Non si può pensare che la soluzione a un problema
sia rappresentata semplicemente da un suono, una melodia o uno strumento musicale”. In questo senso
mostra i suoi limiti quel filone di musica New Age che riproduce i suoni della natura, con un
presunto effetto rilassante. Che magari si verifica in alcune persone, ma può non verificarsi in
altre. “Perché lo scopo della musicoterapia non è divertire, distrarre o coprire i conflitti”,
spiega ancora Gianluigi di Franco. “Al contrario, serve a portare allo scoperto i nodi non risolti e
sepolti nell’inconscio”. Per individuare le note stonate e correggerle. Come in un concerto.

Francesca Capelli

Approfondimento sul sito www.sublimen.com

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