Una disciplina in crescita: la musicoterapia

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Una disciplina in crescita: la musicoterapia

di Romeo Della Bella
da “ScuolAmadeus” di marzo 2000

In una notte d’estate due ubriachi vennero alle mani. Si presentò allora davanti ad essi un
flautista, che scegliendo dal suo repertorio una melodia delicata e nobile insieme riuscì a placare
i loro animi e a far tornare nelle loro menti la ragione. Il celebre aneddoto raccontato dall’antico
filosofo è una delle prime testimonianze, se non degli effetti della musica sull’uomo (il racconto
va preso con le pinze), certo dell’attenzione che è sempre stata dedicata nel corso dei secoli a
questo argomento. Nel libro Music and Medicine among primitive peoples lo studioso P. Radin
documenta come la musica sia stata utilizzata per il benessere dell’uomo da sempre, si può dire:
basti ricordare alcuni episodi della Bibbia, della mitologia e della filosofia greca; convinzioni e
abitudini presenti già nell’antichità cinese, egiziana, indiana, africana, cristiana, araba. La
mentalità scientifica del Settecento non ha mancato di investigare l’argomento e da allora la
letteratura, e con questa le esperienze pratiche, sono andate infittendosi. Tanto che oggi si può
parlare di una nuova disciplina dotata di un suo serio statuto, la musicoterapia.

Quali sono i suoi principali risultati?

Gli effetti della musica sull’uomo sono stati studiati da vari punti di vista: fisiologico,
psicologico e psicopedagogico. Naturalmente questa distinzione vale come chiarificazione
concettuale, perché nella realtà questi tre aspetti sono sempre compresenti e complementari.

Dal punto di vista fisiologico. La musica ha notevoli influssi sui ritmi cardiaci e respiratori,
sulla pressione arteriosa, sulla digestione, sul sistema muscolare. Ad esempio: nell’EEG
(elettroencefalogramma) il passaggio dal pianissimo al fortissimo, dal “solo” al “tutti”, comporta
una desincronizzazione delle onde alfa.

Dal punto di vista psicologico. Come e più di ogni altra stimolazione sensoriale e motoria, per le
sue capacità dinamiche, la musica ha accesso all’inconscio. Il vissuto musicale riguarda sia l’Es
nel senso della regressione e della liberazione dalle tensioni angosciose, sia l’Io in quanto
principio dominante le emozioni.

Le tecniche psicomusicali possono favorire l’individuazione dei problemi personali e delle
strutturazioni psicopatologiche. Esse permettono di penetrare al centro stesso dei rapporti che
uniscono la vita interiore alla realtà esterna ed esplorare il mondo dei desideri e delle paure,
delle insicurezze e delle insoddisfazioni.

La musica può essere usata per una liberazione-disinibizione, attraverso il processo catartico
tensione-liberazione: questo processo si può articolare come liberazione dagli affetti patogeni e
specialmente come scarica dalle pulsioni aggressive; reinvestimento degli affetti positivi, con la
riorganizzazione del mondo emozionale-affettivo e delle funzioni immaginarie e simboliche chi vi
sono collegate.

“Far musica insieme” e l’ascolto “con partecipazione del corpo”, soprattutto a livello di gruppo in
ambiente-situazione favorevole e gratificante, può essere utile per superare l’autoisolamento, il
senso di rifiuto verso gli altri, le difficoltà interpersonali. Il “far musica” col terapeuta,
attraverso la comunicazione indiretta “nello strumento”, la collaborazione e il derivante successo,
può dare maggior sicurezza, con conseguente migliore accettazione di sé e del proprio corpo.

3) Dal punto di vista psicopedagogico. La musica, soprattutto se utilizzata in esercizi legati al
movimento e al ritmo, può fornirci diagnosi credibili (come altri test di performance) circa i
riflessi, le percezioni, la capacità attentiva, analitica e sintetica.

Il paziente nel “far musica” impara a dominare la realtà nel momento in cui esercita sullo strumento
un controllo fisico e lo strumento gli obbedisce: nella musica, più che in altre operazioni, si ha
immediata auto-verifica e feed-back.

Nata dal movimento e dal corpo, la musica “esalta” il movimento e realizza il corpo, rendendolo
sensibile e socialmente più utilizzabile.

Sempre dal punto di vista psicopedagogico la musica può attivare l’attenzione e la concentrazione;
“motivare” l’espressione; abituare all’analisi, alla sintesi, al simbolo, alla struttura. Può essere
usata come stimolo psicomotorio, per gli apprendimenti fondamentali logico-matematici, per il
completamento delle capacità espressive.

La musica può essere utile per la socializzazione, intesa non solo come star bene in una determinata
situazione e in un tempo particolare, ma come esperienza positiva e continuativa per far acquisire
capacità e sicurezza tali da poter vivere meglio in altre situazioni e per la vita. L’esperienza
socializzante nel far musica può essere utile per accrescere il gusto del vivere in gruppo; per
abituare a creare, verificare e accettare le regole; collaborare e partecipare a progetti con
assunzione di responsabilità; per dare possibilità di cambiamento di ruoli; superare
l’individualismo; riconoscere le proprie capacità e i propri limiti; apprendere tecniche strumentali
che amplino le possibilità di comunicazione e collaborazione, aumentando la sicurezza personale.

La musica infine favorisce la creatività. Innanzitutto perché crea facilmente un clima favorevole;
poi perché offre nuovi e molteplici stimoli (è necessario far utilizzare e costruire molti tipi di
strumenti); dà la possibilità di abituare a combinare elementi semplici, a fare collegamenti e
ipotesi, in una “aggressività produttiva”; suscita tensione e offre l’occasione di fare superare il
rapporto tra impulso-intuito e disciplina.

Gli ambiti di intervento

Negli scritti e nelle pratiche musicoterapeutiche troviamo quattro modalità di intervento, diverse
anche se spesso integrate e interagenti tra loro.

1) Alcuni, partendo dalla constatazione che il suono nel suo complesso portato vibratorio produce
significative modificazioni a livello biochimico e biopsichico anche sull’uomo, ritengono che la
ricerca si debba indirizzare su quanto l’effetto suono (infrasuoni, suoni di bassa frequenza,
ultrasuoni, particolari timbri di suoni, accordi, ecc.) possa essere utilizzato in modo mirato per
la terapia di specifiche patologie, soprattutto organiche. Si tratta di suonoterapia che pare possa
essere efficace come coadiuvante nei trattamenti anestetici, in presenza di disturbi neurologici, e
così via. Una volta identificato metodo, modalità, suoni mirati, ecc. l’intervento potrebbe essere
fatto da un tecnico di laboratorio, non coinvolgendo particolarmente il rapporto terapeuta-paziente.

2) Altri, rilevando quanto la musica nel suo essere strutturato ritmico-timbrico-melodico/ armonico,
crei particolari sensazioni ed emozioni; quanto l’ascolto interiore susciti, a livello
emotivo-fantastico, risonanze profonde di piacere e di disagio; ritengono che la musicoterapia si
debba identificare nell’intervento mirato su questo contenuto emozionale. Si tratta di lavorare (per
lo più in rapporto duale) sulla presa di coscienza, elaborazione, sublimazione degli impulsi
inconsci, anche attraverso un processo catartico (tensione-liberazione): un percorso di regressione
controllata, per sciogliere incapsulature patologiche. La musica ha una funzione provocatoria, di
oggetto transizionale, liberatoria.

E’ evidente che questa modalità di musicoterapia di tipo analitico esige competenze psicologiche
particolari da parte del musicoterapeuta.

Si propone per persone con gravi disturbi nevrotici e/o psicotici. A livello meno profondo, si può
collocare in questa tipologia l’utilizzazione dell’ascolto della musica come rilassamento, e così
via.

3) Altri ancora, evidenziano come la musica possa offrire, soprattutto con l’ascolto integrato dalla
partecipazione attiva del corpo e nel far musica insieme (a livello strumentale o vocale), un
setting favorevole per un lavoro sul contenuto emozionale individuale, ma soprattutto per la rimessa
in discussione e per la successiva riorganizzazione del rapporto col proprio corpo e delle condotte
relazionali, in prospettiva di modificazioni permanenti. Si tratta per lo più di situazioni di
gruppo, con scarsi rifiuti, proprio perché situazioni nuove e, perciò, prive degli svantaggi
accumulati nella propria storia personale. La musica e, in particolare, il corpo e gli strumenti
musicali diventano oggetti intermediari che sciolgono parte delle tensioni che si esprimono, invece
spesso, nel rapporto personale diretto. Anche questa modalità di musicoterapia psicodinamica , esige
notevoli capacità nella conduzione della seduta. Questa modalità è utile per tutti, ma certamente
indicata per pazienti con disturbi a livello psicologico (di socializzazione, disadattamento,
disagio) e per tutte le forme di handicap (ogni handicap è accompagnato da difficoltà relazionali).

4) Altri, infine, considerando la musica come un linguaggio non verbale particolarmente gratificante
e con ricchezza straordinaria di stimolazioni, utilizzano l’ascolto con partecipazione del corpo, il
cantare insieme, il “far musica” insieme, per una musicoterapia psicopedagogica e/o riabilitativa.
Questa prospettiva di intervento offre possibilità insospettate per chi ha problemi di insufficienza
mentale, di linguaggio, psicomotori, sensoriali.

La musica diventa un mezzo di recupero e di sviluppo là dove l’intervento pedagogico normale,
educativo e scolastico, non é stato sufficiente a far emergere tutte le potenzialità del soggetto e
là dove l’intervento riabilitativo canonico mostra la corda, con stanchezza e rifiuti.

Approfondimento sul sito www.sublimen.com

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