Suono senza suono

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Suono senza suono

La Storia di Ananda

…sii tu la tua stessa luce

Brani di Osho tratti da:

1. From Personality to Individuality # 20

2. Zen: The Path of Paradox, Vol 2 # 6

Quando Buddha stava morendo, il suo più stretto discepolo cominciò a piangere. Erano presenti migliaia di discepoli, c’erano almeno diecimila discepoli. Tutti quanti stavano per scoppiare a piangere, ma trattenevano le lacrime, in qualche modo, perché sapevano che a Buddha non sarebbe piaciuto: “Almeno mentre sta per andarsene al di fuori della nostra portata, facciamo in modo che possa lasciarci sapendo che i suoi discepoli hanno recepito il suo messaggio.”

Ma Ananda non riusciva a trattenersi. Era difficile per tutti, ma per lui era ancora più duro, perché per almeno sessant’anni era stato come l’ombra di Buddha, servendolo in tutti i modi possibili, senza chiedere niente in cambio. Per lui era una pura gioia servirlo e sedere in silenzio, mentre Buddha parlava agli altri, rispondeva alle loro domande. Ananda non l’avrebbe mai interrotto. È difficile trovare una persona così devota.

Era più anziano di Buddha – era il più vecchio dei suoi cugini primi: era ‘fratello maggiore’ di Buddha. Prima di essere iniziato al sannyas, Ananda aveva chiesto a Buddha tre cose. Gli aveva detto: “Dopo l’iniziazione io sarò tuo discepolo: tutto ciò che mi dirai di fare, non importa cosa, io lo dovrò fare… e lo farò. Ma adesso sono ancora tuo fratello maggiore, perciò, proprio come a un fratello maggiore, promettimi tre cose, e poi dammi l’iniziazione, perché dopo non potrò mai più chiederti nulla”.

Chiese tre cose, ma non utilizzò mai nessuna di queste promesse.

Una era: “Non mi chiederai mai di andare in qualche altro posto a diffondere il tuo messaggio, continuerò a restare con te per servirti. Devi promettermelo”.

La seconda era: “Se io ti porto, anche nel bel mezzo della notte, qualcuno che ha bisogno del tuo aiuto, non puoi rifiutarlo. Chiunque io ti porti, devi aiutarlo, non importa quanto sei stanco dopo tutta una giornata di lavoro. Se ti porto qualcuno devi aiutarlo, non puoi rifiutarti”.

E la terza era: “Se io ti faccio una domanda, non mi puoi dire, come fai con gli altri ‘Stai in silenzio per due anni, per tre anni, medita e poi ti risponderò’. No, devi rispondermi immediatamente”.

Buddha, come fratello più giovane, promise ad Ananda che queste cose gli sarebbero state garantite. Ma Ananda era una persona rara, altrimenti Buddha avrebbe esitato ad accettare queste condizioni: l’iniziazione non può essere soggetta a condizioni. Gli avrebbe potuto semplicemente dire: “Se mi poni delle condizioni, l’iniziazione non è possibile”– era già successo che alcune altre persone avessero posto delle condizioni, e lui le aveva rifiutate, ma ad Ananda fece queste promesse. Non era mai successo nell’intera storia delle iniziazioni. Ma posso capire perché lo fece, conosceva Ananda fin dall’infanzia: non era un uomo capace di approfittare di qualcosa. Buddha sapeva che non avrebbe mai chiesto il rispetto di quelle promesse… e quindi poteva fargliele.

E Ananda non lo chiese mai. Non fece mai nessuna domanda. Non portò mai nessuna persona; e naturalmente Buddha non gli disse mai di andare lontano. Se Buddha l’avesse chiesto, Ananda sarebbe andato: non avrebbe mai neppure nominato quella promessa, ma Buddha non glielo chiese mai.

Quest’uomo non poteva trattenersi: sessant’anni passati insieme erano davvero tanto tempo! Era stato come un’ombra per Buddha… e ora veniva lasciato solo: i suoi occhi si riempirono di lacrime. Buddha aprì di nuovo gli occhi per guardare… dare un ultimo sguardo ai suoi discepoli. Vedendo le lacrime negli occhi di Ananda, disse: “Ananda, sii tu la tua stessa luce. Io non ero la tua luce, né il tuo salvatore. La mia morte non cambia nulla. Adesso dovrai proprio capire quello che ti ho ripetuto per sessant’anni: non farti illusioni, il solo fatto di servirmi e seguirmi devotamente – è molto difficile trovare una devozione simile – non ti salverà. In te deve avvenire una trasformazione… e puoi farlo solo tu”.

È un lavoro così interiore che neanche il maestro può arrivare fin lì. Tranne te stesso, nessuno può arrivare lì. Ed è questa la bellezza dell’animo umano: è assolutamente inaccessibile a chiunque altro. Il tuo centro è così protetto dall’esistenza che nessuno può neppure toccarlo. La questione di salvare qualcuno non si pone affatto: certo, l’uomo pieno di compassione fa del suo meglio per spiegarti la via, per spiegarti come è successo a lui. Ma questo è semplicemente un condividere con te la sua storia. Da quella storia, forse, puoi trarre qualche spunto per te stesso, ma dipende da te.

Buddha morì, e accadde che tutti i discepoli illuminati, si riunirono insieme per raccogliere tutto ciò che Buddha aveva detto. Ad Ananda non fu permesso di entrare nella sala; Subhuti era a capo della riunione. Ora, questo sembra strano – ma queste persone chiamate buddha sono persone strane.

Ananda aveva vissuto continuamente con Buddha, per anni e anni, come un’ombra. Lo aveva accompagnato ovunque, aveva sempre dormito nella sua stanza – era l’unico a essergli stato così vicino: aveva udito tutto, e la sua memoria era davvero perfetta.

Ora Subhuti è il capo della congregazione che raccoglierà i ‘detti’ di Buddha – e l’uomo che l’aveva sempre udito… Subhuti non era sempre stato con Buddha, solo raramente – perché Subhuti era stato inviato a diffondere il suo messaggio in altre zone del paese. Quindi era raramente presente; aveva udito Buddha solo alcune volte. Lui diviene il capo, colui che raccoglierà i detti di Buddha – e ad Ananda, che sembrerebbe essere la persona giusta per essere il capo, non è neanche permesso di entrare nella sala. E Subhuti dice ad Ananda: “Tu siedi alla porta, di guardia, come eri solito fare anche con Buddha. Siediti fuori dalla porta; a meno che tu non diventi illuminato, non ti permetteremo di entrare”.

Ananda rimane fuori dalla sala. Dentro ci sono cinquecento monaci – sono tutti più giovani di Ananda, Ananda è il più anziano. Non solo è il discepolo più anziano, è anche cugino primo di Buddha – non solo un cugino primo, ma il cugino primo di Buddha più anziano. E rimane là fuori in piedi, a piangere. Per ventiquattro ore, si racconta, rimase là a piangere.

E dopo ventiquattro ore, qualcosa esplose dentro di lui, ed egli comprese. Comprese perché Buddha aveva detto che ‘Ananda… tu hai solo udito le mie parole – e le parole non sono niente. La realtà è silenzio’. Si mise a ballare. E nel momento in cui, fuori dalla sala, accadeva questo, Subhuti era dentro – stavano raccogliendo i detti – e all’improvviso si fermò, dicendo: “Fate entrare Ananda. Ora è degno di essere chiamato dentro”.

I monaci uscirono, trovarono Ananda che danzava. Non avevano mai visto quest’uomo così colmo di beatitudine, così luminoso. E Ananda disse: “Buddha aveva ragione, avevo solo udito le parole. Ora ho udito il suono senza suono”.

Subhuti disse: “Ora anche tu puoi riferire tutto ciò che sai, tutto ciò che hai ascoltato da Buddha. Ora la tua memoria è degna di fiducia, perché vi è sorta la conoscenza. Fino ad ora la tua memoria era solo meccanica – non aveva dentro alcuna luce”.

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