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STORIA DELL’OLISMO – 8

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STORIA DELL’OLISMO – 8

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

SCI.90.300 – L’universo che si auto-organizza: l’evoluzione per Ilya Prigogine ed Erich Jantsch
di Fritjof Capra

I1 concetto di evoluzione, che costituisce la più rilevante conquista del pensiero scientifico del
XIX secolo, fu formulato dalle due maggiori branche della scienza naturale in due modi
apparentemente contraddittori. Mentre i biologi Lamark e Darwin asserivano che il mondo vivente si
era sviluppato da un disordine iniziale, per giungere all’ordine, attraverso stadi di complessità
sempre maggiore, i fisici Clausius e Boltzman svilupparono una teoria conosciuta come termodinamica
classica, secondo la quale sistemi fisici isolati procedono inevitabilmente da una situazione di
ordine verso il disordine.

La famosa seconda legge della termodinamica sembrava implicare che l’universo intero dovesse
rallentare la propria attività sino ad arrestarsi del tutto. Il conflitto tra queste due teorie
rimase irrisolto per più di un secolo dalla morte di Darwin. In quel periodo i biologi concentrarono
la loro attenzione sui meccanismi di riproduzione e di ereditarietà per cercare di capire in quale
misura le varie specie erano in grado di adattarsi ai cambiamenti ambientali attraverso mutazioni
genetiche.

Queste ricerche culminarono nella scomposizione del DNA, un evento definito spesso come ‘la rottura
del codice genetico’. Comunque questi aspetti rappresentano solo un lato del fenomeno
dell’evoluzione. L’altro lato è costituito dallo sviluppo creativo di nuove strutture e funzioni
senza subire l’influsso dell’ambiente; la manifestazione del potenziale di auto-trasformazione e
auto-trascendenza che sembra esistere in ogni sistema vivente. Questa capacità creativa della vita
rimase un mistero finché Ilya Prigogine sviluppò una dettagliata teoria dinamica di alcuni sistemi
chimici, chiamati ‘strutture dissipative’, che spiega molti fenomeni caratteristici della vita.
Questa teoria, non solo fornisce il primo modello coerente della dinamica dell’evoluzione, ma
risolve anche il puzzle della seconda legge della termodinamica, poichè è basata su di una nuova
termodinamica di sistemi aperti. La teoria di Prigogine costituisce la pietra miliare di una nuova
impostazione dei sistemi per l’evoluzione, che è stata sviluppata negli ultimi dieci anni da un
certo numero di scienziati di varie discipline.

Erich Jantsch ha pubblicato la prima sintesi di questa nuova teoria dell’evoluzione, basata sul
paradigma emergente dell’auto-organizzazione. L’auto-organizzazione è, secondo Jantsch, il principio
dinamico centrale della vita, che dà l’impulso ad una vasta gamma fenomeni inclusa la capacità di
auto-rinnovamento, auto-guarigione, di adattamento e di auto- trascendenza nello sviluppo,
apprendimento ed evoluzione. Jantsch si occupa dettagliatamente di tutti questi fenomeni, ma pone
l’accento soprattutto sull’evoluzione. L’approccio sistemico permette a Jantsch di occuparsi non
solo dell’evoluzione biologica, ma di estendere la dinamica dell’auto-organizzazione anche
all’evoluzione sociale, culturale e cosmica. Il suo libro “The Self-Organizing Univers” non è di
facile lettura non tanto per la sua natura

tecnica (anche se alcuni capitoli sono molto densi) quanto piuttosto perchè richiede una profonda
revisione dei nostri modi convenzionali di pensare la vita, la mente, la materia. Comunque la
ricompensa sarà grande. L’emergere di questa nuova teoria dei sistemi in relazione all’evoluzione,
promette di essere entusiasmante quanto lo fu l’emergere della nuova fisica all’inizio del secolo ed
il libro di Jantsch ci fornisce una meravigliosa e coerente relazione di questo.

L’universo che si auto-trasforma di Ilya Prigogine

Il contributo più significativo per giungere ad una teoria del campo unificata – una visione
coerente della natura – è possibile che giunga non dalle formule matematiche di fisici e cosmologi
ma piuttosto dalle intuizioni di un premio Nobel laureato in chimica fisica, incuriosito dal
concetto di tempo.

Prigogine ci dice che per poco intitolò il suo libro “Tempo, la dimensione dimenticata”. “Uno degli
scopi basilari del libro è di trasmettere al lettore la mia convinzione che siamo in un periodo di
rivoluzione scientifica. Un periodo in cui vengono rivalutati la posizione ed il significato stesso
dell’impostazione scientifica. Un periodo non dissimile da quello della sua nascita nell’antica
Grecia o della sua rivalutazione al tempo di Galileo”. La concezione che Prigogine ha del tempo
dalla prospettiva di reazioni chimiche irreversibili può costituire per l’umanità un cambiamento
così rivoluzionario come la teoria della relatività di Einstein: una visione del tempo dalla
prospettiva di osservazioni fisiche relative. I fisici caratteristicamente hanno evitato di
occuparsi delle implicazioni degli eventi irreversibili (cambiamenti oltre il tempo stabilito, a
dispetto della seconda legge della termodinamica) (la cosiddetta legge dell’entropia sostiene che
ogni cambiamento locale di energia nell’universo è inesorabilmente destinato a dissi- parsi in uno
stato di disordine sempre maggiore). Laddove è possibile i fisici tendono sia ad ignorare il tempo,
sia a considerarlo bidimensionale. La sua passione per il tempo portò Prigogine negli anni
dell’adolescenza a barattare la sua futura carriera di legale, con quella di scienziato. La sua
carriera di ricerca sulla irreversibilità della termodinamica lo portò nel 1977 a vincere il premio
Nobel per la sua spiegazione sul modo in cui alcuni cambiamenti di energia si disperdono in uno
stato di sempre maggiore ordine, invertendo paradossalmente l’entropia nel raggiungere un grado non
reversibile di complessità. I sistemi biologici, i buchi neri (per quanto è stato scoperto sinora),
i sistemi stellari al loro inizio e alcune reazioni chimiche sembrano non curarsi affatto
dell’entropia. Nello stesso modo, almeno per analogia, si comportano i sistemi che ordinano le
informazioni, come il cervello, le culture e le strutture sociali in generale. Prigogine chiama
questi sistemi “strutture dissipative”, un termine collettivo per entità che scambiano materiali ed
energia col loro ambiente. Le strutture dissipative non confutano le leggi dell’entropia più di
quanto un aereo possa confutare la legge di gravità. Prigogine considera l’entropia un catalizzatore
di complessità, o di aumento di ordine. Poiché le strutture dissipative non possono ospitare il
disordine entropico oltre un punto critico, esse improvvisamente si riconfigurano in una
sistemazione molto più ordinata che può ospitare l’aumento di entropia. Poiché gli esempi chimici di
Prigogine non sono così comuni da poter essere capiti e sperimentati come cose di ogni giorno, egli
ha citato altrove un esempio a noi più familiare. Nel traffico di un’autostrada non affollata ogni
guidatore si interessa minimamente agli altri veicoli; ma quando il traffico aumenta sempre più si
arriva ad un punto in cui ogni guidatore verrà ‘guidato’ dall’andamento totale del traffico, il
quale diventa un sistema auto-organizzato. La teoria di Prigogine si rivolge ai sistemi che si
auto-organizzano ed alla loro evoluzione ed è per questo che le sue implicazioni pratiche sono
profonde. Egli brevemente discute l’attinenza all’origine della vita, l’emergere di nuove specie, la
dinamica dell’ecologia e le fluttuazioni delle organizzazioni sociali (città, flusso del traffico,
sistemi d’investimento).

Egli dedica una maggiore attenzione alle implicazioni filosofiche e scientifiche:

– L’esistenza di ciò che egli chiama “secondo tempo”, un tempo operazionale considerato come entità
piuttosto che appena descrittivo.

– Una nuova “complementarietà” di fenomeni meccanici e termodinamici, che è stata il soggetto delle
speculazioni di Niels Bahr il quale introdusse in fisica il principio di complementarietà. Prigogine
riferisce che le sue scoperte stanno confermando le speculazioni di Bahr.

– Una corrispondente complementarietà o principio di indeterminazione, in cui sia la possibilità che
il determinismo – possibilità e necessità – giocano una parte nella spiegazione di ogni singolo
evento.

– La negazione che l’entropia porta ad una stasi finale o morte. Prigogine sostiene semplicemente
che “non ci sono limiti alla stabilità strutturale”, cioè strutture dissipative possono
riconfigurarsi in modo tale da raggiungere un maggiore ordine. Perciò non ci può essere fine alla
storia.

– Il confronto delle maggiori teorie evolutive. “Le fluttuazioni ambientali possono dare origine a
momenti di non- equilibrio non previsti dalle leggi fenomenologiche dell’evoluzione”.

– L’abbandono della teoria riduzionista. (“… In questo punto di vista non c’è descrizione che si
possa considerare la fondamentale”). Secondo questo punto di vista nessuna descrizione può essere
considerata quella fondamentale.

– Il rifiuto dell’idea che il futuro sia contenuto nel passato e nel presente. “Anche in fisica,
come in sociologia, soltanto alcuni ‘scenari’ possono essere previsti”. Nuove combinazioni e nuovi
risultati sono sempre possibili. “L’accresciuta limitazione delle leggi deterministiche significa
che noi andiamo da un universo chiuso, in cui tutto è dato, ad un universo nuovo, aperto alle
fluttuazioni, alle innovazioni.

Il mondo come rete di relazioni
di Fritjof Capra

da un’intervista pubblicata sul n. 2 della rivista GAIA, Marzo 1986

Domanda: “Per cominciare potresti parlarci un po’ del modello ‘bootstrap’? Sarebbe interessante
vedere come la concezione del mondo che soggiace al modello del bootstrap possa essere applicata
anche a campi differenti da quello della fisica, come la biologia o l’organizzazione sociale. “

Fritjof Capra: “Questo modello è stato enunciato una ventina di anni fa e all’epoca era un’idea
molto nuova e radicale. In effetti lo è tuttora: non è accettata dalla maggior parte dei fisici. E’
un approccio allo studio delle particelle elementari che non si basa sul concetto di entità
fondamentali e afferma, per la comprensione della realtà atomica e subatornica, il principio
dell’autoconsistenza interna. Io lo considero il culmine della concezione del mondo come ‘rete di
relazioni’. Questa concezione emerge ora in molte scienze ed è per questo che il modello può essere
applicato a numerose discipline.

La realtà è una rete di relazioni ed ogni sua parte non può essere compresa se non in rapporto al
resto, cioè non esistono più proprietà fondamentali indipendenti dalle connessioni con tutto il
sistema. Il concetto di relazione diventa più importante del concetto di struttura o di entità
dell’oggetto: si tratta di un cambiamento radicale dall’oggetto alla relazione. La struttura della
rete nel suo complesso è determinata unicamente dalla coerenza logica, l’auto-coerenza delle
relazioni.

E’ questa in sostanza la filosofia del bootstrap, la sua prima visione del mondo. Fu una vera
rivoluzione per la fisica che tradizionalmente scompone la materia in parti fondamentali,
elementari, i ‘mattoni’. Verso il 1960 Goffrey Chew, l’autore dell’ipotesi del bootstrap, suggerì la
possibilità di un approccio secondo cui l’autocoerenza è il solo principio dal quale si devono
derivare tutte le proprietà delle particelle, delle interazioni, ecc. Questa teoria è allo stesso
tempo molto difficile e affascinante: quando si pensa che tutto è interconnesso diventa molto
complicato fare considerazioni su una singola parte del sistema…

Domanda: “Che cos’è una connessione? E’ una relazione tra due particelle, una forza che le fa
interagire? “

Fritjof Capra: “Sì, le connessioni sono le interazioni tra le particelle. Più in generale tutta la
materia atomica si presenta come una rete di relazioni estremamente deboli, dense, la cui
descrizione matematica era troppo complicata, era quindi necessario concentrarsi solo su alcune
connessioni, ma il problema era quello di sapere quali fossero le più importanti. Negli anni ‘60 non
c’era una teoria matematica in grado di analizzare le connessioni ed è per questo che l’idea del
bootstrap non ha avuto successo all’epoca della sua formulazione. Un grande passo avanti è stato
fatto nel ‘76 con la scoperta, da parte del fisico italiano Veneziano, della possibilità di usare la
topologia come linguaggio proprio di questa teoria. La topologia è un ramo della matematica, una
specie di geometria non rigida: le forme non sono rigide e si può deformare tutto fintanto che le
relazioni restano le stesse…

Domanda: “Allora, a questo punto, come può servire la filosofia del bootstrap in altre discipline?
“.

Fritjof Capra: “… E’ un cambiamento molto profondo, da una metafora ad un’altra: da quella della
costruzione a quella della rete. Quella della costruzione è la metafora centrale della nostra
scienza… Io credo che col bootstrap si abbandoni ora questa metafora delle fondamenta della
costruzione. Non c’è alto e basso, non ci sono concetti più fondamentali di altri… Il mondo è
percepito come una rete in cui ogni singola parte dipende da tutte le altre e nessuna è più
fondamentale. Questa visione ci fa molta paura, perchè è molto diversa dalla nostra tradizione
scientifica, intellettuale, filosofica. Ma è la visione dominante, per esempio nella tradizione
buddhista e taoista, si ritrova in molte tradizioni mistiche orientali. E’ questo passaggio dalla
costruzione alla rete, ciò che sta per prodursi ora.

Credo che il quadro ideale e naturale per estendere questa concezione ad altri fenomeni (cosa che ho
fatto nel mio libro “Il tempo dei carnbiamento”) sia la teoria dei sistemi, che è anch’essa legata a
questa nozione di rete. Quando si parla di organismi viventi, altre considerazioni si aggiungono a
quelle di tipo fisico…

Domanda: “Come vedi l’articolazione tra le tue idee filosofiche, per esempio l’influenza del
Taoismo, del Buddhismo e, su queste basi, il passaggio alla formulazione di modelli matematici
fisici o scientifici? Cioè la filosofia e i concetti che se ne possono trarre sono soltanto metafore
o pensi che esista una struttura comune che possa esprimersi tanto attraverso la filosofia quanto
tramite modelli matematici in fisica? “.

Fritjof Capra: “Credo che la filosofia del Taoismo, le tradizioni dei mistici, costituiscano un
quadro più ampio che secondo me rappresenta un retroterra o un quadro di integrazione ideale per
questo paradigma scientifico sistemico.

La coscienza ecologica in fin dei conti sorpassa la scienza e si rispecchia, si afferma, nella
coscienza spirituale o mistica.

Vedo qui un legame molto importante: la coscienza delle interconnessioni e delle interdipendenze
fondamentali di tutti i fenomeni, la coscienza dell’integrazione in sistemi più ampi, è nello stesso
tempo coscienza ecologica e coscienza spirituale. In questo modo le due si uniscono. Le idee di
orientamento spirituale hanno così rapporto profondo con le idee scientifiche. La formulazione
scientifica è differente, più specialistica, più ristretta, ma può inserirsi in modo armonioso in
questa coscienza spirituale o mistica. ”

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