Storia della morte di Dio (parte 2)

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Storia della morte di Dio (parte 2)

di: Alessio Mannucci – ecplanet.net

Non avete mai sentito parlare di quell’uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa una lanterna, si
recò al mercato e incominciò a gridare senza posa: “Cerco Dio! Cerco Dio !” Trovandosi sulla piazza
molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: “L’hai forse
perduto ?”, e altri: “S’è smarrito come un fanciullo ? Si è nascosto in qualche luogo ? Ha forse
paura di noi? Si è imbarcato ? Ha emigrato ?”. Così gridavano, ridendo fra di loro…

L’uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: “Che ne è di Dio ? Io ve lo
dirò. Noi l’abbiamo ucciso – io e voi ! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo ? Come
potemmo bere il mare ? Chi ci diede la spugna per cancellare l’intero orizzonte ? Che facemmo
sciogliendo la terra dal suo sole ? Dove va essa, ora ? Dove andiamo noi, lontani da ogni sole ? Non
continuiamo a precipitare: e indietro e dai lati e in avanti ? C’è ancora un alto e un basso ? Non
andiamo forse errando in un infinito nulla ? Non ci culla forse lo spazio vuoto ? Non fa sempre più
freddo ? Non è sempre notte, e sempre più notte ? Non occorrono lanterne in pieno giorno ? Non
sentiamo nulla del rumore dei becchini che stanno seppellendo Dio ? Non sentiamo l’odore della
putrefazione di Dio? Eppure gli Dei stanno decomponendosi ! Dio è morto ! Dio resta morto ! E noi
l’abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino ? Ciò che vi era di più
sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo sangue sotto i nostri coltelli.
Chi ci monderà di questo sangue ? Con quale acqua potremo rendercene puri ? Quale festa sacrificale,
quale rito purificatore dovremo istituire ? La grandezza di questa cosa non è forse troppo grande
per noi ? Non dovremmo divenire Dei noi stessi per esserne all’altezza ? Mai ci fu fatto più grande,
e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra
trascorsa”.

A questo punto l’uomo pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori; anch’essi tacevano e lo
guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi spegnendosi. “Vengo
troppo presto, disse, non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è
ancor giunto alle orecchie degli uomini. Per esser visti e riconosciuti lampo e tuono hanno bisogno
di tempo, la luce delle stelle ha bisogno di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo esser
stati compiuti. Questo fatto è per loro ancor più lontano della più lontana delle stelle e tuttavia
sono loro stessi ad averlo compiuto !” Si racconta anche che l’uomo pazzo, in quel medesimo giorno,
entrò in molte chiese per recitarvi il suo Requiem aeternam Deo. Condotto fuori e interrogato non
fece che rispondere: “Che sono ormai più le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio ?”

(Nietzsche, “La gaia scienza”, Aforisma 125 – L’uomo pazzo)

L’annuncio della Morte di Dio è drammatico, perché implica il crollo di una Weltanschauung, una
visione del mondo, quella metafisica, che nel rapporto col divino aveva fondato l’esistenza della
società umana. Rinnegando la fede in Dio, in una entità trascendente che governa il destino degli
uomini, proclamando l’avvento della ragione (illuminismo), della scienza (positivismo),
dell’evoluzione (darwinismo), l’umanità vede crollare quel sistema di valori che per tanto tempo ha
retto, nel bene e nel male, l’ordine socio-culturale.

La Morte di Dio coincide con la fine di tutta la metafisica. In particolare, secondo Nietzsche, di
quella platonica, che aveva eletto come vero il mondo iperuranico delle idee e il mondo sensibile
come apparente.

Questo crollo di valori implica un forte senso di vertigine e smarrimento. L’uomo folle conclude di
essere venuto “troppo presto”, perché l’umanità non è ancora pronta ad affrontare questo evento
traumatico, in progress, che tutt’oggi stiamo vivendo.

La pretesa di laicità da parte dello Stato, il permissivismo, il liberismo, il nichilismo della
tecnica, la “mistica del DNA”, la ricerca dell’immortalità fisica, la violenza generalizzata come
regressione allo stato primitivo, sono tutte conseguenze della Morte di Dio. Cioè dell’esclusione
della dialettica tra sacro e profano dal continuo processo di costruzione e ordinamento
socio-culturali. L’Età della Ragione assegna alle Chiese il compito di ammaestrare il rigurgito
metafisico delle masse, ma esclude Dio dalle decisioni politiche, sociali, economiche (si pensi, ad
esempio, alla grande importanza che nel mondo antico rivestivano la divinazione e gli oracoli, ndr).
L’Età dei Lumi elegge la scienza a nuovo Dio. Ogni credenza nel magico e nel soprannaturale viene
relegata nell’ambito della superstizione.

«Noi filosofi e spiriti liberi – scrive Nietzsche ne La gaia scienza – alla notizia che il vecchio
Dio è morto, ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa
di riconoscenza, di meraviglia, di presentimento, d’attesa, – finalmente l’orizzonte torna ad
apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, – finalmente possiamo di nuovo scioglier le
vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell’uomo della conoscenza è
di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora mai
stato un mare così aperto».

«Morti son tutti gli dèi: ora vogliamo che il superuomo viva», esclama Zarathustra.

Nietzsche era ottimista. Sperava che la dimensione traumatica fosse solo un momento di passaggio in
vista dell’avvento di un uomo nuovo: l’ “oltreuomo” o “superuomo”, ovvero un nuovo modo di esistere
dell’uomo, in base ad una trasformazione (transvalutazione) di tutti i precedenti valori morali:
libero dall’illusione di verità eterne, di una vita ultraterrena, dell’uguaglianza tra gli uomini,
libero dalla legge di Dio. Dal momento che non c’è più un Dio che dice all’uomo che cosa fare,
l’uomo avrebbe raggiunto, con un balzo, più che con un’evoluzione graduale, un superamento
dell’uomo, fino a diventare Dio egli stesso, facendosi creatore di nuovi valori.

Ma come non ha potuto accorgersi Nietzsche che è proprio questo il senso della Rivelazione
cristiana: Gesù porta la spada del Logos, rinnega la Legge, scaccia i Mercanti dal Tempio e proclama
la venuta del figlio di Dio. È Gesù stesso ad annunciare la Morte di Dio e l’avvento di un Uomo
Nuovo, terrestre, umano e divino al tempo stesso, alla cui forza, sapienza, generosità, umiltà,
compassione, è affidato il compito di portare il Regno di Dio sulla Terra.

“La religione è l’oppio dei popoli”.

Dopo Nietzsche, un altro grande filosofo (ottimista), Karl Marx, ha proclamato l’avvento di un Uomo
Nuovo: l’ “Uomo Totale”, libero dalle costrizioni-alienazioni religiose ed economiche, che,
attraverso il socialismo comunista, si pone come padrone del proprio destino. All’ “uomo economico”,
ossessionato dall’avere, Marx contrappone un oltreuomo che esercita in modo creativo le sue
potenzialità: “Ciascuno secondo le sue capacità; a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Sulla scia di Nietzsche, Marx attacca la religione in quanto vede nella Morte di Dio la necessità
per l’uomo, specie quello oppresso, di abbandonare le illusioni metafisiche e riappropriarsi della
propria sovranità.

“La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la
religione è l’aureola. La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo
porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi.
La critica della religione disinganna l’uomo affinché egli pensi, operi, dia forma alla sua realtà
come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova intorno a se stesso e,
perciò, intorno al suo sole reale. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove intorno
all’uomo, fino a che questi non si muove intorno a se stesso. È dunque compito della storia, una
volta scomparso l’al di la della verità, quello di ristabilire la verità dell’al di qua. E innanzi
tutto è compito della filosofia, la quale sta al servizio della storia, una volta smascherata la
figura sacra dell’auto-estraneazione umana, smascherare l’auto-estraneazione nelle sue figure
profane. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della
religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica. La
critica della religione approda alla teoria che l’uomo è per l’uomo l’essere supremo”.

(Marx, “Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico”)

Ne “La Terza Morte di Dio”, Andrè Glucksmann sostiene che in Europa, attualmente, si celebra la
terza morte di Dio. Se la prima è quella narrata nei Vangeli ed avviene sulla Croce, la seconda è
quella filosofica, inaugurata e gestita, sebbene attraverso diverse modalità e dunque differenti
traiettorie, da Friedrich Nietzsche, Karl Marx e dai rispettivi discepoli o epigoni, la terza si
materializza nella storia attraverso forme di nichilismo spirituale, etico, politico.

Assistiamo, ai nostri giorni, agli effetti sul lungo termine della Morte di Dio e,
contemporaneamente, del fallimento dell’utopia cristiana (di un mondo pacifico e non-violento), di
quella comunista-socialista (di un mondo egalitario neo-primitivo), di quella “post-umana” invocata
da Nietzsche (di un mondo governato da liberi spiriti). Assistiamo al trionfo del nichilismo, cioè
alla negazione di tutti i valori, alla distruzione, all’annullamento.

La Morte di Dio si sta compiendo oggi come Morte dell’Uomo, in quanto uccidendo Dio l’uomo ha ucciso
la sua parte divina, in connessione con il trascendente.

«Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può
fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché
la necessità stessa è qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si
annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la
nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come
protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole
giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere»

(Nietzsche, “Wille zur Macht” – “La volontà di potenza”)

Più cresce il progresso della scienza e della tecnica, più l’uomo sprofonda nel nichilismo,
regredisce ad uno stadio primitivo, animale, mostrandosi incapace di una vera convivenza civile.
Perché il progresso della tecnica invece di produrre un’epoca di pace ed armonia produce mostruosità
come la bomba atomica? Perché racchiude in sé i germi del nichilismo.

“Dal momento in cui la ragione divenne lo strumento del dominio esercitato dall’uomo sulla natura
umana ed extraumana – il che equivale a dire: nel momento in cui nacque – essa fu frustrata
nell’intenzione di scoprire la verità. Ciò è dovuto al fatto che essa ridusse la natura alla
condizione di semplice oggetto e non seppe distinguere la traccia di se stessa in tale
oggettivazione. […] Si potrebbe dire che la follia collettiva imperversante oggi, dai campi di
concentramento alle manifestazioni apparentemente più innocue della cultura di massa, era già
presente in germe nell’oggettivazione primitiva, nello sguardo con cui il primo uomo vide il mondo
come una preda”.

(Horkheimer, “Eclissi della ragione”)

La concezione scientistica di Bacone, di Newton, di Galileo e di Cartesio ha trovato nel ‘900 la sua
realizzazione in forma di incubo, poiché, come mai prima d’allora, scienza e tecnologia, lungi
dall’essere neutre (come le riteneva Marx) ma pregne di ideologia, hanno dimostrato di non possedere
alcuna forza emancipativa, ma, anzi, di essere per loro stessa natura repressive, in quanto
esprimono una volontà di dominio.

Esiste una malattia della ragione che è la volontà di potenza, cioè l’aspirazione a voler dominare
la natura, ponendosi al di fuori di essa, o, peggio ancora, al di sopra. La ragione dovrebbe
ricercare la libertà, la verità, la bellezza, invece agisce come strumento di morte.

Husserl, ne “La Crisi delle Scienze Europee” (1936), vede la tecnica rivolgere alle cose uno sguardo
distaccato, freddo, che tende ad “oggettivizzare” anche il soggetto che guarda, rendendo l’uomo “una
cosa tra le cose”.

Per Heidegger, la tecnica costituisce l’ultimo atto della metafisica: quando oramai il mondo, nella
sua totalità, si identifica con ciò che può essere conosciuto, dominato ed utilizzato. Tale destino
è nichilistico, ovvero si apre un’epoca dove “dell’essere non ne è più niente”.

[…] rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose […]

dice Marx del “Feticismo della Merce”, del fatto cioè che il valore della merce, puramenrte
economico, ha sostituito il valore d’uso, alienando il rapporto sociale (perché così si perseguono
solo interessi privati). Una cosa ha valore non perché serve, ad es. per la sussistenza, ma solo se
è scambiabile con altre cose, cioè se può essere acquistata sul mercato, se di essa esiste un
equivalente in denaro. Gli altri significati della merce sono conseguenti a questo.

“Il carattere mistico della merce [ovvero la sua natura ‘sensibilmente soprasensibile’]” – dice Marx
– “non deriva dal suo valore d’uso”.

È il Dio Mercato che stabilisce se una cosa è utile o no, in base alla compravendita delle merci (la
borsa), e in questo modo determina la socializzazione, sempre più mediata da merci, prive di valore
d’uso, che finiscono per far accumulare immensi profitti e capitali a chi produce la merce che vende
di più.

La società capitalista è dunque una società alienata e nichilista che non persegue il benessere
collettivo ma solo interessi individuali, privati, che favoriscono il darwinismo sociale, la lotta
tra classi, e alimentano una spirale di violenza infinita.

Data articolo: marzo 2008

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