Come fa il nostro viso a fare la smorfia giusta al momento giusto? Non è un riflesso automatico: il
cervello prepara il movimento molto prima che compaia sul volto.
28 gennaio 2026 – Elisabetta Intini
La curva del sorriso che ci illumina il volto, l’espressione corrucciata di un viso contrariato, le
sopracciglia alzate in segno di sorpresa: sembrano conformazioni spontanee dei muscoli facciali, ma
sono invece il prodotto di un complesso sistema di codici neurali che coinvolge più aree del
cervello.
Uno studio pubblicato su Science offre una migliore comprensione di cosa ci sia “dietro” le
espressioni del volto. Chiarendo che, ben prima che sul viso si disegni una smorfia, il cervello ha
già deciso di manifestarla, grazie a un sofisticato sistema di comunicazione ogni volta adatto al
contesto sociale.
Oltre le convenzioni
I ricercatori della The Rockefeller University di New York si sono confrontati con l’idea, in vigore
da decenni, che le espressioni facciali siano controllate nel cervello da due sistemi separati: uno
dedicato a quelle deliberate e durature, e un altro che gestisce quelle emotive e mutevoli. A lungo
si è pensato che le aree corticali laterali dei lobi frontali del cervello dirigessero i movimenti
facciali volontari, fatti “apposta”, e che le aree mediali della corteccia governassero le
espressioni che insorgono senza che ce ne accorgiamo in accordo con l’emozione del momento.
Tuttavia, misurando direttamente l’attività di singoli neuroni in entrambe le aree citate, gli
scienziati si sono accorti che tutte e due si occupavano tanto dei gesti che definiamo volontari,
tanto di quelli emotivi, e che tutto questo avveniva molto prima che si manifestasse un qualunque
movimento facciale.
Espressioni adeguate al contesto
La gestualità del volto, quindi, non è affidata a due circuiti neurali separati, ma a un unico
sistema di codici neurali in cui regioni diverse collaborano lavorando a braccetto, fornendo
informazioni su scale temporali diverse. C’è un’attività neurale che gli autori dello studio
definiscono “dinamica”, che riflette il rapido mutamento delle espressioni facciali, e una
“stabile”, che funziona più come un segnale di intento: bisogna produrre quella smorfia specifica
perché socialmente appropriata e adatta a quel contesto. Insieme, queste due modalità fanno sì che
il cervello generi espressioni efficaci, che veicolano messaggi specifici e socialmente
significativi.
Ripristinare i segnali interrotti
Oltre a spiegare meglio come avvenga il controllo motorio delle espressioni del viso e a chiarire
che i movimenti facciali sono l’esito di un lavoro coordinato, lo studio fornisce elementi per
aiutare chi, a causa di lesioni cerebrali o di disturbi che interessano la comunicazione espressiva
del volto, sia temporaneamente privato di questa fondamentale forma di comunicazione delle
intenzioni e del proprio stato d’animo.
dx.doi.org/10.1126/science.aea0890
da focus.it
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