Rumore: basta una volta per rovinarsi l’udito

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Rumore: basta una volta per rovinarsi l’udito

18 aprile 2014

Un solo concerto rock o un’unica partita allo stadio potrebbero bastare per provocare danni
permanenti all’udito. Lo sostiene una nuova linea di studi secondo i quali una singola esposizione a
rumori forti – ma non necessariamente assordanti – può provocare la morte di alcune terminazioni non isolate delle fibre nervose che connettono l’orecchio interno al cervello

di Gary Stix

Un’unica esposizione a rumori forti ma non assordanti potrebbe essere sufficiente a provocare un
danno irreparabile ai nervi del sistema uditivo. Questo è il messaggio di una nuova linea di ricerca
che potrebbe spiegare perché molte persone, specialmente con il passar degli anni, fanno fatica a
isolare una conversazione dalla barriera del rumore di fondo, che è una costante di qualsiasi incontro di football o pranzo in un ristorante affollato.

Uno studio condotto negli ultimi cinque anni sugli animali – e alcuni nuovi dati provenienti dalla
ricerca sull’uomo – stanno ribaltando storiche convinzioni sulla perdita dell’udito. In precedenza
si credeva che l’unico effetto indesiderato dell’esposizione a rumori come quelli di una partita di
calcio fosse la fastidiosa sensazione temporanea di avere le orecchie tappate, ma che in seguito le funzioni uditive tornassero quasi o del tutto normali.

L’idea era che ci volessero anni, se non decenni, di traumi alle nicchie sensibili dell’orecchio
interno per uccidere le minuscole cellule ciliate nella cavità di endolinfa dove le vibrazioni delle
onde sonore sono convertite in segnali elettrici per essere poi processate all’interno
dell’encefalo. Solo la morte delle cellule ciliate era ritenuta capace di compromettere l’abilità di
udire distintamente nella confusione del chiasso diurno. (Ovviamente, anche stare pochi secondi
vicino al motore di un jet senza dispositivi di protezione sarebbe sufficiente a uccidere sul colpo tutte le cellule ciliate.)

Ma la descrizione dei libri di testo di ciò che capita alzando il volume potrebbe rivelarsi
inadeguata per spiegare quello che succede ai molti milioni di persone che soffrono di perdita
dell’udito indotta dal rumore. M. Charles Liberman e Sharon G. Kujawa, due neuroscienziati che
studiano il sistema uditivo all’Harvard Medical School e al Massachusetts Eye and Ear Infirmary,
hanno scoperto che le cellule ciliate possono sopravvivere a un concerto rock o a una festa
scatenata, ma che le fibre nervose connesse che incanalano i segnali elettrici all’encefalo potrebbero invece subire danni permanenti.

Il loro lavoro su topi, cavie e cincillà ha confermato che un’unica esposizione a un suono forte può
provocare la morte di alcune terminazioni non isolate delle fibre nervose che connettono l’orecchio
interno all’encefalo, terminazioni la cui scomparsa rompe la connessione tra fibra nervosa e cellula
ciliata localizzata nello spazio sinaptico. “Abbiamo ragione di pensare che la stessa cosa avvenga
anche nell’orecchio umano” sostiene Liberman. “La struttura dell’orecchio interno è la stessa per tutti i mammiferi”.

La sua ipotesi è che, in condizioni di elevata rumorosità, le cellule ciliate rilascino nello spazio
sinaptico un eccesso di molecola segnale – il neurotrasmettitore glutammato. In un periodo che
oscilla da qualche mese a qualche anno, la disconnessione delle fibre porta alla morte dell’intero neurone, di cui il nervo sinaptico non è che una lunga estensione.

Nell’uomo ci sono fino a 25 fibre nervose per ognuna delle 4000 cellule ciliate destinate alla
conversione dei segnali uditivi. Quando alcune di loro muoiono, l’impatto iniziale sull’udito
sarebbe minimo; se però esposizioni ripetute a suoni forti provocano una perdita continua di queste
cellule, si verificherebbe un lento declino nell’acutezza dei suoni captati dalle orecchie. “Si può
fare un’analogia con quello che accade quando si riducono i pixel di un’immagine: si capisce sempre
che rappresenta qualcosa ma non si può più dire di cosa si tratta” sostiene Liberman.

Un audiogramma tradizionale non permette di rilevare la perdita di risoluzione uditiva perché misura
solo se le cellule ciliate sono in grado di captare un suono di una certa elevatezza e frequenza. La
soglia di rilevamento si alza dopo l’esposizione a un suono molto alto ma col passare di qualche ora
o di qualche giorno, spesso torna ai livelli normali. Anche se l’esposizione al suono comportasse la
morte del 90 per cento delle cellule nervose, l’audiogramma potrebbe apparire del tutto normale. In
questo caso, l’individuo riuscirebbe ancora a sentire un amico che parla dall’altro estremo della tavola durante una cena, ma non a distinguere le singole parole.

Negli anni ottanta, Liberman effettuò molti studi che furono di capitale importanza per capire come
il rumore provoca la morte delle cellule ciliate. Già allora era interessato a scoprire cosa accade
alle fibre nervose connesse, ma fino a pochi anni fa non esisteva nessun colorante in grado di marcare le terminazioni dei nervi al microscopio.

La ricerca sta andando oltre gli animali da laboratorio. Il Walter Reed National Military Medical
Center ha iniziato a studiare i veterani della guerra in Iraq che soffrono di deficit uditivi benché
gli audiogrammi non mostrino anomalie. Liberman e Kujawa hanno esaminato più di 100 campioni di ossa
temporali – che racchiudono l’orecchio medio e interno – osservando nei soggetti più anziani una
netta diminuzione di neuroni che trasportano la rappresentazione elettrica del suono al cervello, mentre le cellule ciliate erano intatte.

Liberman e Kujawa hanno cominciato a riflettere su possibili protocolli terapeutici per ripristinare
le sinapsi. Stanno valutando se iniezioni di fattori di crescita proteici attraverso una membrana
all’interno dell’orecchio medio permettono alle fibre troncate di creare nuove sinapsi e
ripristinare le normali funzioni uditive. I due ricercatori vogliono anche determinare se una simile
perdita di fibre nervose ha un ruolo negli acufemi (fischi nelle orecchie), se provoca effetti sul sistema vestibolare uditivo e se compromette l’equilibrio.

Anche altri cominciano a interessarsi all’argomento. “Il lavoro di Charlie e Sharon ad Harvard è
stato estremamente convincente nel dimostrare come, in modelli animali, suoni ad alto volume possono
avere un effetto distruttivo e un impatto cumulativo sull’udito, compromettendone le prestazioni”,
dice Frank Lin, professore di otorinolaringoiatria e chirurgia cervico-facciale al John Hopkins. “La
loro ricerca pone l’accento sull’importanza e il bisogno di maggiori sforzi per conservare l’udito,
in particolare riducendo al minimo l’esposizione cumulativa a forti rumori durante tutto l’arco della vita.”

Paul Fuchs, professore di neuroscienze e ingegneria biomedica al John Hopkins aggiunge: “La perdita
di udito per sinaptopatia è un’importante elemento nuovo che migliora la nostra comprensione del
sistema uditivo e della sordità, soprattutto perché i nuovi dati mostrano che tali danni possono essere dovuti a esposizioni a rumori che in precedenza si credevano innocui.”

Se queste prove continuano ad aumentare, le politiche di sanità pubblica dovranno cominciare a
tenerne conto. Liberman pensa che le ripetute esposizioni a rumori si possano paragonare ai tanti
piccoli traumi subiti dai giocatori di football durante tutta la carriera, molto prima che venga
loro diagnosticata una forma di demenza detta encefalopatia traumatica cronica (CTE).

“Ci sono molte somiglianze con la CTE,” dichiara. “Rimani stordito da un trauma, ti senti meglio e
credi di aver schivato la pallottola, per cui torni in campo e ricominci. Trent’anni dopo, il tuo
cervello è diventato di pastafrolla e soffri di molti tipi di problemi.” L’udito funziona in modo
simile, dice. “Piccoli, impercettibili danni corporei col tempo si fanno sentire.” E qualsiasi
esposizione continuata a suoni sopra i 100 decibel potrebbe causare uno di quei piccoli, impercettibili danni, secondo Liberman.

(La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su www.scientificamerican.com. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

http://blogs.scientificamerican.com/talking-back/2014/04/14/just-1-rock-concert-or-football-game-may -cause-permanent-hearing-damage/

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19906956

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