Ricordo Yogananda Paramahansa

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Come ricordo Yogananda Paramahansa

di Swami Kriyananda

Tratto da: (Donald Walters) SWAMI KRIYANANDA

IL SENTIERO

Autobiografia di uno yogi occidentale,
discepolo di Paramahansa Yogananda

Traduzione di MAURO MERCI

EDIZIONI MEDITERRANEE – ROMA

[…]

Mukunda Lal Ghosh, in seguito noto al mondo come Paramahansa Yogananda, era figlio di un dirigente delle Ferrovie Bengal-Nagpur e, come tale, gli si aprivano davanti, una volta cresciuto, prospettive di ricchezza e influenza sociale. Non era però questo il mondo che lo attraeva. Fin dalla più tenera infanzia, infatti, il suo più ardente desiderio era stato per Dio, nutrito con l’intensità
che altri
riservano all’amore umano o a riconoscimenti profani. Passatempo preferito del piccolo Mukunda era far visita ai sant’uomini, che sovente si rivolgevano a lui chiamandolo “Choto Mahasaya”, “Piccolo Signore” o, letteralmente “Piccolo Uomo Dalla Grande Anima”. Molti lo trattavano non come un bambino ma come un loro pari, sottoponendogli profonde questioni o sollecitando i suoi consigli su problemi spirituali.

Non si trattava – è ovvio – di un bambino qualsiasi, anche se Yogananda dà di se stesso nella sua autobiografia un’immagine tanto modesta che il lettore digiuno di yoga, non conoscendo l’intensa preparazione necessaria per conseguirne le più elevate realizzazioni, potrebbe concludere che chiunque, in analoghe condizioni, avrebbe potuto provare le medesime esperienze spirituali del giovane yogi.

Subito dopo aver superato l’esame di licenza della scuola superiore, Mukunda incontrò il suo guru il grande Swami Sri Yukteswar di Serampore, nel Bengala, e sotto la sua guida conseguì nello spazio sorprendentemente breve di sei mesi i vertici del samadhi, l’assoluta identità con Dio.

Note: guru = Maestro spirituale. L’appellativo guru è spesso usato, in senso più ampio, per riferirsi ad ogni maestro venerato. Sul sentiero spirituale, tuttavia, di questo titolo si fregia soltanto il sadguru, il vero maestro, il saggio illuminato al quale Dio ha affidato il compito di guidare chi ne sia spiritualmente pronto fuori dalle tenebre, fino a sperimentare la Verità Suprema. Chi aspira alla verità può avere più di un maestro minore, ma è scritto che non possa avere più di uno di tali guru per designazione divina. Samadhi = (coscienza cosmica) è lo stato di consapevolezza infinita che lo yogi raggiunge una volta spezzata l’ipnosi dell’ego. I santi cristiani hanno descritto talvolta questo stato “matrimonio mistico”, perché in esso l’anima è assorbita in Dio, diventando una con Lui. Fine nota.

Il suo guru lo trattenne ancora nove anni e mezzo nell’ashram * luogo di ritiro dalla vita profana, dove si eseguono pratiche volte all’evoluzione spirituale *, per prepararlo alla sua missione; la diffusione dello yoga in Occidente. “L’Occidente”, gli spiegò Sri Yukteswar, “ha raggiunto un alto livello di sviluppo materiale, ma ha trascurato la propria evoluzione spirituale. E’ la volontà di Dio che tu ti assuma il ruolo di insegnare all’umanità l’importanza
dell’equilibrio fra l’aspetto materiale e quello più intimo, spirituale della vita.”

Nel 1917, Mukunda, ora monaco con il nome di Swami Yogananda lasciò l’ashram per fare il primo passo verso il compimento della sua missione con la fondazione di una piccola scuola per ragazzi nel villaggio di Dihika nel Bengala.

Nota: Swami significa letteralmente: signore, vale a dire chi ha raggiunto il completo autodominio. Swami è il titolo con cui vengono designati comunemente i sanniasi, coloro cioè che hanno rinunciato ai beni terreni, a costante riaffermazione della verità che soltanto chi è padrone di se stesso può essere chiamato a buon diritto padrone in questo mondo. Per lo stesso motivo gli asceti vengono spesso chiamati anche Maharaj (grande re) fine nota.

Nel 1918 il Maharaja di Kasimbazar lo invitò a trasferire la scuola, che era andata nel frattempo rapidamente sviluppandosi, nel palazzo di Kasimbazar a Ranchi nel Bihar, dove essa conobbe la sua piena fioritura. L’istituzione infatti, che offriva accanto allo svolgimento degli ordinari programmi anche l’educazione divina arte di vivere, esercitò fin dal suo esordio una grande attrattiva tanto sui genitori che sui ragazzi. Nel primo anno le domande di iscrizione raggiunsero le due migliaia, ben oltre le capacità di assorbimento delle strutture esistenti. Dopo due anni le teorie pedagogiche del giovane yogi e direttore della scuola stavano già cominciando a esercitare una importante influenza sugli altri educatori.

Per quanto cara gli fosse la scuola di Ranchi, tuttavia Yogananda era chiamato a un’altra, più universale missione, per la quale Dio lo stava fin da allora preparando. In un giorno del 1920, mentre il giovane yogi era immerso in meditazione, gli apparve la visione di migliaia di americani che gli passavano davanti, fissandolo con intensità. Si trattava di un messaggio divino, non ebbe alcun dubbio in proposito: era ormai tempo che lui iniziasse l’opera fondamentale della sua vita, in Occidente.
Il giorno successivo ricevette l’invito a parlare, come delegato dell’India, al Congresso internazionale dei religiosi liberali, che si sarebbe tenuto quell’anno a Boston, nel Massachusetts, sotto gli auspici dell’American Unitarian Association. Chiese istruzioni in proposito al suo guru. “Tutte le porte ti sono aperte”, fu il commento di Sri Yukteswar. “E’ destino che l’Occidente ti oda parlare dello yoga.” Soltanto allora egli accettò quell’invito.

Il pubblico americano si rivelò terreno fertile per le dottrine spirituali dell’India, assetato com’era di apprendere le tecniche liberatrici dello yoga. Yogananda rimase pertanto a Boston anche dopo la fine del congresso, insegnando e tenendo conferenze per tre anni. Nel frattempo andava acquistando gradualmente familiarità con la cultura americana, studiandosi di penetrare oltre i preconcetti del suo uditorio fino a toccarne il cuore.

Nel 1923 iniziò un giro di conferenze e di corsi pratici che lo portò nelle maggiori città americane. Dovunque andasse, il suo successo fu straordinario. La gente si accalcava per ascoltarlo in numero mai visto, formando a volte code interminabili che bloccavano il traffico per trovar posto nei teatri dove parlava. Contrariamente alla maggior parte degli altri maestri venuti dall’India, egli non tentò mai di imporre agli americani i modelli culturali del suo paese d’origine, ma cercò sempre, piuttosto, di mostrare loro come spiritualizzare la loro civiltà, istillando nelle loro menti, imbevute dei valori di un pragmatismo legato a interessi profani, la convinzione che proprio la ricerca di Dio è, in fondo, la linea di condotta più pratica.

Il suo magnetismo era irresistibile. Il 25 gennaio del 1927 a Washington D.C., dopo una conferenza alla quale avevano assistito cinquemila persone, il Washington Post uscì con il titolo: “Lo Swami ha infranto ogni precedente record nel mantenere viva l’attenzione del pubblico.” Un fotografo alla moda mantenne a lungo, esposta sulla strada fuori dal suo studio, una immagine a grandezza naturale del Maestro. Il Presidente Calvin Coolidge ricevette Yogananda alla Casa Bianca. Il 18 aprile del 1926, alla notissima Carnegie Hall di New York, egli tenne soggiogata per un’ora e mezzo una platea di tremila persone, a ripetere con lui, ammaliate, il semplice canto “O Dio meraviglioso!” che aveva tradotto dall’originale hindi del Guru Nanak. Quella notte molte persone provarono il trasporto di uno stato d’estasi divina.
Nel 1924 Swami Yogananda attraversò il continente fino alla costa occidentale e non si contarono le migliaia di persone che videro le loro vite trasformate dopo averlo sentito insegnare e predicare, non soltanto per virtù delle sue parole, ma per la forza magnetica del suo amore e per la gioia assoluta irradiata
del suo intimo modo d’essere.

Louise Royston, un’anziana discepola del Maestro che lo incontrò per la prima volta durante quei primi anni del suo apostolato, me lo descrisse come un uomo tanto animato dalla gioia divina da sbucare quasi di corsa dal sipario per salire sul podio da dove avrebbe parlato, con i lunghi capelli fluenti sulle spalle e la veste arancione che gli svolazzava attorno al corpo quasi mossa da un analogo entusiasmo.

“Com’è ognuno di voi?” soleva gridare.

“Desto e pronto!” era l’appassionata risposta che strappava alla folla. +
“Come si sente ciascuno di voi?”

E ancora gli rispondeva l’acclamazione: “Desto e pronto!”.

Soltanto in un’atmosfera così satura di energia egli era disposto a parlare di Dio, che descriveva come la Realtà più dinamica e ispiratrice di gioia nell’universo. Le aride confidenze teoriche non erano per lui; non era venuto in America per filosofeggiare, ma per risvegliare in quel popolo un amore ardente per Dio e il desiderio intenso e urgente di conoscerLo; e chiunque lo udiva era letteralmente affascinato dalla sua personalità trascinante e traboccante di energia.

Louise Royston mi raccontò anche un incantevole aneddoto sulla visita che Yogananda fece a Washington D.C. nel 1027. Là divenne sua discepola anche un’artista del bel canto, Madame Amelita Galli-Curci, primadonna di fama mondiale che in quegli anni aveva raggiunto il culmine della sua straordinaria popolarità. Una sera, mentre cantava in una sala da concerto gremita in ogni ordine di posti, l’artista individuò il suo guru seduto in balconata e subito si interruppe nel bel mezzo della sua esecuzione, estrasse un fazzoletto e cominciò ad agitarlo freneticamente nella sua direzione. Lo Swami si alzò a sua volta, rispondendo al saluto con cenni della mano. Quando il pubblico ebbe finalmente scoperto qual era la presenza che aveva provocato quell’interruzione imprevista, proruppe in entusiastiche acclamazioni e battimani che durarono parecchi minuti.

Una delle ragioni del consenso quasi schiacciante che il Maestro riscosse ovunque fu che, a differenza della grande maggioranza degli oratori, egli non considerò mai il suo uditorio come una folla anonima, neppure quando questo raggiungeva le parecchie migliaia di persone, rivelando invece una sbalorditiva sensibilità nei confronti di ogni ascoltatore come individuo. Non era raro il caso
che egli
facesse riferimento alle specifiche esigenze di un singolo membro del pubblico. Io stesso, per esempio, sperimentai a volte la netta sensazione che, nel corso di un discorso in pubblico, Yogananda accennasse a qualche mia personale e privata difficoltà e sempre, in casi come questo, non appena lo ringraziavo mentalmente, mi fissava con un sorriso prima di proseguire.+

Oliver Rogers (in seguito fratello Devananda), un uomo più anziano, ma che fece il suo ingresso come monaco a Mount Washington uno o due anni dopo di me, disse una volta in mia presenza al maestro:
+
“Venticinque anni or sono assistetti a una vostra conferenza alla Symphony Hall di Boston e per tutti gli anni che seguirono mi chiesi spesso dove foste. Suppongo sia stato il mio karma a imporre che dovessi prima cercare Dio per altre vie, però l’ispirazione
irresistibile che sorresse tutta la mia ricerca fu sempre quella sera passata ad ascoltarvi alla Symphony Hall”.

“Un’altra cosa strana”, continuò in tono pensoso il signor Rogers, “fu che, sebbene quella sala enorme fosse gremita di persone, per tutta la conferenza non mi avete distolto un attimo gli occhi di dosso!”.

“Rammento bene”, rispose placido il Maestro.

Quanto Swami Yogananda cercava anzitutto in ogni suo intervento in pubblico erano infatti persone il cui spirito fosse pronto a dedicare tutta la loro vita a Dio. Egli affermava spesso: “Preferisco un’anima a una folla, per quanto ama una moltitudine di anime”.+

Durante tutto il suo viaggio attraverso il continente, nel 1924, furono molti a insistere con calore perché egli si stabilisse nella loro città, ma Yogananda respinse sempre tali inviti con la frase: “La mia anima mi chiama a Los Angeles”. Quando, anni dopo, un ospite di Mount Washington, gli chiese quale riteneva fosse il luogo più spirituale degli Stati Uniti, il Maestro rispose: “Ho sempre considerato Los Angeles la Benares americana”. Nota: Benares o Varanasi come è ora il nome ufficiale della città, è il luogo più sacro agli indù. Fondata migliaia di anni or sono, con ogni
probabilità la più antica città del mondo tuttora abitata, Varanasi possiede un’aura di eternità e di distacco spirituale dalle cose terrene. Vi sorgono numerosi ashram e templi e da ogni parte dell’India vi giungono in pellegrinaggio i devoti a bagnarsi nelle acque del Gange, il fiume sacro. Gli anziani e gli infermi vi convergono nella convinzione che morire a Benares sia una garanzia di salvezza. Tale fede è basata invero su una divina verità, quantunque espressa simbolicamente. Gli indù che interpretano alla lettera la loro mitologia, considerano infatti Benares la dimora terrena di Dio nella forma di Sri Viswanath, il “Signore dell’universo”. In effetti, chi vive e muore nell’intima dimora di Dio, vale a dire nella Sua coscienza, ha assicurata la salvezza. Fine nota.

Swami Yogananda venne quindi a Los Angeles, dove accorsero alle sue conferenze masse senza precedenti perfino per quella città, che pure è rinomata per il fascino irresistibile che vi esercitano i temi spirituali, e dove, dopo settimane di incessante predicazione pubblica, con estrema felicità dei suoi studenti, il Maestro informò che contava di stabilire il centro della sua attività.

Fu condotto a visitare numerose proprietà, ma nessuna di esse corrispondeva alle visioni che gli erano apparse in India e proseguì quindi nella ricerca.
In un giorno di gennaio del 1925, mentre stava girando in automobile con due o tre dei suoi allievi, fra cui anche Arthur Cometer, un giovane che con Ralph, un altro discepolo, era stato l’autista del Maestro nella sua traversata degli Stati Uniti, la vettura imboccò la tortuosa strada che si inerpicava su Mount Washington. Quando passarono davanti a Mount Washington Estates, Yogananda esclamò: “Ferma la macchina!”.

“Non potete entrare là dentro!” protestarono i suoi accompagnatori. “E’ una proprietà privata!”.

Ma il Maestro non si lasciò dissuadere e si inoltrò nel vasto parco, passeggiando a lungo in silenzio; poi, finalmente, appoggiandosi alla cancellata dalla quale si dominavano i campi da tennis, esclamò in tono sommesso: “C’è aria di casa in questo posto!”.

Risultò che la proprietà era stata recentemente messa in vendita e che già s’erano fatti avanti dei potenziali compratori, ma Yogananda aveva la convinzione profonda che essa gli fosse destinata; ne era anzi tanto certo che invitò tutti i suoi allievi della California meridionale a una cerimonia di consacrazione della proprietà non ancora acquistata, informandoli nel discorso tenuto in quell’occasione che quel posto era loro.

Il prezzo della tenuta era di sessantacinquemila dollari. Il maestro era già sul punto di firmare il contratto di acquisto, quando la mano gli si gelò nell’immobilità. “Dio trattenne la mia mano dal firmare”, mi disse anni dopo, “perché desiderava che non spendessi tanto per quella proprietà”. Infatti passarono soltanto pochi giorni e si trovò un altro agente immobiliare disposto a negoziare. Il venditore acconsentì a
ribassare la cifra a quarantacinquemila dollari, alla
condizione però che la somma fosse versata per intero all’atto dell’acquisto e che la data dell’operazione non fosse fissata oltre i tre mesi dalla firma dell’opzione. Yogananda firmò l’accordo. Il prezzo era eccellente, ma rappresentava ugualmente una montagna di soldi, soprattutto allora che il dollaro valeva molto più di adesso. Quando gli allievo dello Swami appresero che erano stati concessi soltanto tre mesi per raccogliere l’intera somma, il loro entusiasmo si affievolì notevolmente. Una signora esclamò costernata: “Ma ci vorranno vent’anni per procurarsi tanto denaro!”.

“Vent’anni per chi pensa a vent’anni”, ribatté il Maestro. Venti mesi per chi pensa a venti mesi. Tre mesi per chi pensa a tre mesi!”.

E in tre mesi trovò il denaro occorrente. E’ una storia che illustra in modo mirabile il potere della fede.

Un certo signor Clark, il marito di un’allieva dello Swami, aveva contratto alcuni mesi prima una polmonite doppia e tutti i medici l’avevano dato per spacciato. “Ma certo che vivrà!” assicurò invece il Maestro quando la signora Clark si rivolse a lui per aiuto. Accorso al capezzale dell’infermo, Yogananda gli si era seduto accanto, raccogliendosi in profonda preghiera e l’uomo era guarito. Fu così che, quando la signora Clark seppe del dilemma del Maestro, gli disse: “Avete salvato la vita di mio marito e ora voglio aiutarvi. Vogliate accettare un prestito di venticinquemila dollari per tre anni senza interessi”. Altro che se Yogananda accettò!

“Altro denaro”, mi raccontò, “cominciò ad affluire dai centri che avevamo aperto in tutto il paese e ben presto possedemmo altri quindicimila dollari per un importo complessivo di quarantamila dollari. La scadenza del contratto si stava però approssimando e ancora ci mancavano cinquemila dollari della cifra necessaria. Scrissi ancora alla signora Clark per chiederle se poteva prestarci anche quella somma, ma mi rispose con rammarico di avere già fatto tutto quello che poteva. Il suo era stato comunque un aiuto enorme e io le rinnovai i miei ringraziamenti; ma da dove ci poteva venire ormai il soccorso di cui avevamo bisogno?”.

“Giunse alla fine la vigilia della scadenza del contratto! La situazione era disperata: se non fossimo riusciti a procurarci quei cinquemila dollari per il mezzogiorno dell’indomani, avremmo perso ogni diritto di opzione”.

A questo punto del racconto il Maestro soffocò una risatina. Penso che la
Madre Divina volesse rendermi la vita interessante!”.

“In quel periodo ero ospite in casa di un simpatizzante, ricco sì ma insicero, che avrebbe potuto risolvere senza alcuna difficoltà ogni nostro problema se soltanto lo avesse voluto, ma che non accennò neppure a farlo. Ero ormai ai ferri corti con Dio. “Come progetti di procurarmi quel denaro prima di mezzogiorno di domani?” chiedevo”.

“Tutto andrà per il meglio, vedrete”, mi diceva con dolcezza il mio ospite.”

“Perché dite così?” chiesi io. Sapevo che il denaro sarebbe arrivato, ma Dio ha bisogno di strumenti umani e quest’uomo non aveva dimostrato la minima intenzione di prestarsi a questo scopo. Egli lasciò allora la stanza”.

“Proprio allora una folata di vento Nota: Da come ho compreso il racconto di Yogananda, si trattò di un fenomeno spirituale, non fisico. Il vento è una delle forme in cui si manifesta l’Aum, lo Spirito Santo. Lo troviamo menzionato anche negli Atti degli Apostoli: “Venuto poi il giorno di Pentecoste, si trovarono tutti insieme nel medesimo luogo. All’improvviso scese dal cielo un suono come di una violenta raffica di vento e riempì tutta la casa dov’erano riuniti. Apparvero quindi ad essi come delle lingue di fuoco separate e si posarono sopra ciascuno di loro. Tutti furono ripieni di Spirito Santo” (Atti 2: 1, 2, 4). Anche le visioni della Vergine Maria, apparse a Lourdes a S, Bernadette Soubirous, furono precedute da una folata di vento che nessun altro tranne lei riusciva a sentire. Fine nota) fece sì che volgessi il viso verso il telefono e lì mi apparve il volto della signorina Trask, una donna che era venuta un paio di volte a intervistarmi. Una voce disse: “Chiamala”. Così feci e le spiegai la mia difficile situazione”.

“Dopo una pausa ella disse: “Proprio l’altro giorno mi hanno restituito del denaro prestato anni fa e che ormai non contavo più di riavere. Neanche a farlo apposta sono proprio cinquemila dollari! Ve li posso prestare ben volentieri!”.

“Levai al cielo una tacita preghiera di ringraziamento. “Per favore”, la sollecitai, “fate in modo di trovarmi a Mount Washington Estates domani prima di mezzogiorno”.
“Mi promise che sarebbe venuta. Ma a mezzogiorno l’indomani la signorina Trask non c’era ancora vista. Parecchi potenziali acquirenti stavano aspettando come lupi famelici. Ce n’era uno che andava raccontando a tutti che avrebbe trasformato il luogo in un scuola di cinematografia. Il venditore annunciò, per fortuna, che avrebbe pazientato per il resto della giornata.

“Soltanto pochi minuti dopo arrivò la signorina Trask e il dramma ebbe un lieto fine. Pagammo fino all’ultimo centesimo e Mount Washington fu finalmente nostro!”.
Così fu fondato il centro internazionale della SRF, l’istituzione mediante la quale Paramahansa Yogananda avrebbe disseminato i suoi insegnamenti sullo yoga da un capo all’altro del mondo.

Quanto fui accolto come discepolo del Maestro, nel 948, Mount Washington Estates era un monastero. All’inizio però, il progetto di Yogananda era di farne una scuola dove si insegnasse l’arte di vivere, sul modello di quella ormai notissima fondata in India. Le sue speranze di una spiritualizzazione dell’occidente poggiavano infatti su un progetto di educazione globale della gioventù. Si rese ben presto conto, però, che i suoi sogni pedagogici erano prematuri per questo paese * Si ricordi che l’autore è americano. N.d.T. *. Avrebbe dovuto, prima di poterli realizzare, convertire ai suoi ideali gli adulti, finché non ci fossero stati insegnanti qualificati da un’opportuna preparazione e un numero sufficiente di genitori disposti a iscrivere i loro ragazzi a simili scuole. Mount Washington divenne quindi quasi subito un centro residenziale per gli adulti desiderosi di dedicare la loro vita al Signore.

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