Ricordi di swami Kriyananda su Yoganandaji

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Ricordi di swami Kriyananda su Yoganandaji

Quando il Maestro visse 3.500 anni fa…

Tratto da:

(Donald Walters) SWAMI KRIYANANDA

IL SENTIERO

Autobiografia di uno yogi occidentale,
discepolo di Paramahansa Yogananda

Traduzione di MAURO MERCI

EDIZIONI MEDITERRANEE – ROMA

– Reincarnazione e varie –

L’equipaggio di un peschereccio di Encinitas aveva avuto una pessima giornata. Dopo ore di fatica
con ben poco frutto, era pronto per tornare a casa. Paramahansa Yogananda stava per caso passeggiando sulla spiaggia quando lo vide rientrare.

“Avete finito per oggi?”, chiese.

“Sì”, fu la mesta risposta. “Non abbiamo pescato nulla”.

“Perché non provate ancora una volta?”, invitò il Maestro.

Qualcosa nei suoi modi li convinse a seguire il consiglio. Usciti ancora una volta in mare e gettate
le reti, queste si riempirono fino quasi a scoppiare. * Per altri esempi di pesche miracolose, vedi Luca, 5:1-7 e Giovanni , 21:5-7. N.d.T. *

E così un altro episodio enigmatico si aggiunse ad accrescere la leggenda che già nella comunità di
Encinitas circolava intorno allo strano, gentile Swami al quale ogni cosa sembrava sempre andare per il meglio.

Questo episodio del quale ebbi notizia da un abitante della cittadina, illustra per me una delle
verità fondamentali della vita umana, alla quale il Maestro non mancò mai di dare rilievo: non ha
alcuna importanza quante volte si fallisca, non si deve mai accettare l’insuccesso come il giudizio
finale del destino. Figli dell’Infinito, abbiamo diritto all’infinita generosità divina.
L’insuccesso non è mai quello che egli vuole per noi. Esso è soltanto una condizione temporanea che
noi stessi ci procuriamo quando la nostra armonia con la legge cosmica non è perfetta. Pian piano,
continuando a sforzarci per raggiungere il successo, affiniamo questa armonia. “Prova ancora una
volta”, diceva il Maestro. Se le nostre intenzioni di fondo sono conformi alla legge cosmica, gli
insuccessi significano soltanto che non ci siamo ancora riusciti. La vita, in altre parole, fa dei nostri fallimenti il trampolino di lancio verso il successo.

Nel caso dei pescatori, la benedizione del Maestro si rivelò necessaria, ma soltanto nel senso che
favorì la sintonia fra gli sforzi di quegli uomini e ciò che essi erano già sul punto di conseguire.
Se non fossero già stati pronti, egli non sarebbe intervenuto; un altro modo per dire che essi non
avrebbero attratto la benedizione. La sensibilità con la quale si “prova ancora una volta”, più che
il puro e semplice fatto della ripetizione, è la chiave reale del successo. Alcuni lo raggiungono
rapidamente, mentre altri invece lottano senza fortuna per anni. La sintonia con la legge cosmica è
il segreto. Il genio dipende più da essa che da un duro lavoro di preparazione o dalla vivacità
intellettuale. Di tutti i modi possibili per stabilire tale sintonia il più elevato è l’essere consapevoli che è il potere divino ad agire per mezzo nostro.
Un esempio di ciò è dato dall’episodio che ho menzionato nel capitolo precedente, quello cioè del
famoso artista il cui ritratto di Lahiri Mahasaya non aveva riscosso l’approvazione del Maestro.

Paramahansaji gli chiese: “Quanto ti ci è voluto per essere maestro nella tua arte?”.

“Vent’anni”, rispose l’uomo.

“Vent’anni”, esclamò il Maestro, “per convincerti che potevi dipingere!”.

Non era certo questo il commento che l’artista si aspettava. Colto di sorpresa borbottò furioso:
“Vorrei vedere se tu riusciresti altrettanto bene in un periodo di tempo due volte superiore!”.

“Dammi soltanto una settimana”, fu la placida risposta del Maestro. Afferrato il pennello, compì
diverse false partenze armonizzandosi però ogni volta più sensibilmente con la Sorgente di ogni
autentica ispirazione. Per la fine della settimana aveva dato l’ultimo tocco a un ritratto che, come anche l’artista fu costretto ad ammettere, era migliore del suo.

La storia dei pescatori è anch’essa un simbolo dell’assidua cura da parte di Dio nel fornire agli
uomini l’occasione “in più” di cui hanno bisogno per pescare tutto quanto desiderano dall’oceano
della Sua abbondanza. Per estensione, essa suggerisce anche che la clemenza di Dio – io la chiamerei
piuttosto la Sua amorosa attesa – è eterna. Le dottrine indiane affermano che anche l’anima ha un
numero infinito di opportunità per raggiungere la perfezione. L’uomo non deve mai abbandonare la
speranza, anche se l’insuccesso lo perseguita per tutta la vita. Attraverso ripetute incarnazioni, può – anzi deve – raggiungere infine la sua meta.

Sul tema della reincarnazione, la filosofia indiana pare contrastare con le dottrine cristiane. Di
fatto tale teoria è negata soltanto nelle interpretazioni più in voga della Bibbia e non nella
Bibbia stessa. La reincarnazione non è una dottrina anti-cristiana, né, del resto, è contraria alla
religione ebraica. Fu insegnata da alcuni dei primi grandi padri della Chiesa, incluso Origene
(185-254 A.D.) Nota: L’Enciclopedia Britannica chiama Origene “il principale padre della Chiesa con
eccezione forse di Agostino”. Origene scrisse della reincarnazione: “Non è forse ragionevole pensare
che le anime vengano immesse nei corpi, secondo il loro merito e operato?”. Fine nota. il quale
affermò di averla ricevuta per tradizione ininterrotta “dai tempi apostolici”. Questo dogma fu
definitivamente abolito solo cinque secoli dopo Cristo, nel 553, dal secondo Concilio di
Costantinopoli. L’anatema pronunciato contro di esso fu conseguenza di manovre politiche e non
dall’aspirazione al purismo teologico. Gli studiosi hanno recentemente scoperto che papa Virgilio,
pure presente in quell’occasione a Costantinopoli, non avallò l’anatema, anzi ostacolò completamente il concilio stesso.
La credenza nella reincarnazione è sostenuta da numerosi passi della Bibbia Nota: “Allora Giobbe si
alzò e stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse: “Nudo sono
uscito dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò” (cioè in un altro grembo). Giobbe, 1:20-21).

“Ma da te, o Bethleem Efrata, per quanto tu sia piccola tra le migliaia di Giuda, da te uscirà colui
che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni”. (Michea, 5-2).

“Poiché tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è
l’Elia che doveva venire. Chi ha orecchi da intendere, intenda”. (Matteo, 11:13-15).

“Poi mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest’ordine: “Non parlate di questa visione ad
alcuni, fino a quando il figlio dell’Uomo non sia resuscitato dai morti!”. (Si era appena
configurato davanti a loro, rivelandosi come il Messia). I discepoli gli domandarono: “Perché dunque
gli scribi affermano che prima deve venire Elia?”. Ed egli rispose: “Certo certo, Elia deve venire a
ristabilire ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno voluto riconoscere; anzi gli
hanno fatto tutto ciò che hanno voluto. E anche il Figlio dell’Uomo dovrà partire da parte loro”.
Allora i discepoli intesero che egli parlava di Giovanni Battista” (Matteo, 17:9-13).
“Il vincitore lo farò colonna nel tempio di Dio ed egli non ne uscirà più” (Apocalisse, 3:12). Fine nota.

In epoca successiva, tale dottrina si può trovare nella tradizione ebraica come in quella cristiana.
Rabbi Manasseh Ben Israel (1604-1657), teologo e statista ebreo, scrisse: “La credenza o dottrina
della trasmigrazione delle anime è un dogma saldo e infallibile accettato di comune accordo da tutta
la nostra chiesa, tanto che nessuno oserebbe negarlo… la verità di questa dottrina è stata
incontestabilmente dimostrata dallo Zohar e da tutti i libri della Cabala”. E mentre gli ebrei
moderni in genere la ricusano, i rabbini non digiuni delle tradizioni spirituali del Giudaismo non
condividono affatto tale atteggiamento. La reincarnazione viene tenuta in considerazione nel Shulhan
Oruch, il libro principale delle leggi nel Torah. Uno studente israelita prossimo a diventare
rabbino mi inviò varie citazioni tratte da quest’opera a favore della dottrina stessa, fra le quali
queste parole dello Sha’ar Hatsiyune: “L’anima sarà inviata più e più volte in questo mondo fino a
quando avrà compiuto la volontà di Dio”. Lo studente affermò che il suo rabbino dopo aver letto questo versetto non poté negare oltre la teoria della reincarnazione.

Questa non è che una ridotta selezione dei molti passi biblici che accreditano la teoria della
reincarnazione. I cristiani tradizionalisti farebbero bene a sottoporre ad analisi critica le fonti
della loro tradizione. Derivano esse dalle asserzioni di grandi santi che ebbero una diretta
esperienza di Dio? O soltanto delle deduzioni di razionalisti che fondarono le loro conclusioni teologiche su dei ragionamenti anziché sull’autentica esperienza spirituale?

Rabbi Abraham Yehoshua, un maestro Hasidico * Seguace dell’Hasidismo, setta religiosa ebraica di
carattere mistico, sorta in Polonia verso la metà del XIII secolo. N.d.T. *, che morì nel 1825,
parlò delle dieci vite vissute in precedenza, concludendo: “E così fui inviato e reinviato più volte
sulla terra per rendere perfetto il mio amore. Se riuscirò questa volta non ritornerò mai più Nota:
Martin Bubber, Tales of the Hasidism, New York, Schocken Books, 1948, pag. 118. Fine nota.

Fra gli occidentali famosi che hanno condiviso questa dottrina, troviamo il filosofo tedesco
Schopenhauer, che scrisse: “Se un asiatico mi chiedesse una definizione dell’Europa, sarei costretto
a rispondergli che è quella parte del mondo ossessionata dall’incredibile illusione che l’uomo sia
stato creato dal nulla e che la nascita attuale sia il suo primo ingresso nella vita” Nota: Paterghi
e Paralipomeni. Fine nota. Voltaire scrisse: “Non è affatto più sorprendente essere nato due volte
che una soltanto”. E il filosofo inglese Hume affermò che la reincarnazione è l’unico sistema al quale la filosofia può prestare attenzione.

In accordo con la dottrina della trasmigrazione delle anime la vita sulla terra è una scuola con
varie classi; la meta ultima della esperienza umana è “laurearsi”, portarsi cioè dalla limitata
coscienza dell’ego alla coscienza cosmica. Trampolini di lancio verso questo stato di coscienza
incondizionata sono la rimozione di tutte le limitazioni causate da desideri e attaccamenti,
l’espansione dell’amore e una crescente percezione di Dio come l’unica realtà, soggiacente a tutte le manifestazioni dell’universo.
La “trama” del dramma cosmico della creazione comprende non soltanto l’evoluzione biologica, ma
anche l’evoluzione dell’ego individuale, che per conseguire l’estrema perfezione ha bisogno dello spazio di molte vite terrene.

L’evoluzione dell’ego inizia là dove si presume prenda le mosse l’evoluzione delle forme esteriori
della vita, ai livelli più semplici di identità cosciente. Dapprima il suo progresso è automatico,
attraverso le piante, gli insetti e le specie animali, fino a raggiungere il livello umano. Nota: Le
scritture indiane affermano che per raggiungere il livello umano sono necessarie da cinque a otto
milioni di incarnazioni in forme di vita inferiori. Fine nota. A questo punto l’evoluzione cessa di
essere automatica, poiché nel cervello e nel sistema nervoso umano, più altamente sviluppati, l’ego
sperimenta per la prima volta la sua capacità di esercitare la discriminazione, evolvendo così pian
piano un certo grado di libera capacità di scelta. L’evoluzione spirituale, da quel momento può
essere accelerata, differita, o temporaneamente invertita, a seconda della portata degli sforzi individuali.

Le conseguenze in termini evoluti dell’operato individuale sono determinate e sancite dalla legge
del karma. (La legge di Newton di azione e reazione non è che l’osservazione della manifestazione
sul piano materiale di questa legge spirituale). In conformità con la legge del karma, ogni azione,
perfino di natura mentale, genera una reazione uguale e contraria che la controbilancia. La
creazione, infatti, altro non essendo che un sogno del Creatore, può mantenere la sua apparente
separazione da Lui soltanto grazie all’illusione della dualità. Lo Spirito, cioè Unico e
Indivisibile, creando il movimento in una parte della propria coscienza, genera ciò che si potrebbe
paragonare alle onde della superficie del mare Nota: “Lo Spirito di Dio si librava sopra le acque. E
Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu”. (Genesi, 1:2-3). Fine nota, o ai rebbi di un diapason che
per produrre un suono devono vibrare in direzioni opposte da una posizione di riposo. Poiché la
posizione naturale dei rebbi è nel mezzo, nessun moto nell’una o nell’altra direzione rispetto a
quel punto è completo in se stesso, ma deve essere controbilanciato da un moto uguale e contrario.

Karma significa semplicemente azione. Ogni azione implica un movimento dalla posizione di riposo
dello Spirito, che porta come inevitabile conseguenza, presto o tardi, a un movimento uguale e
contrario, a una reazione della stessa natura. Nutrire odio, cioè, conduce a essere fatti oggetto
d’odio; l’amore attrae l’amore. Con il graduale progresso dell’ego verso la saggezza, questi
apprende a lasciar fluire le azioni senza esserne coinvolto. Anche i frutti delle proprie azioni non
lo riguardano più. Il saggio, che rappresenta il pinnacolo dell’evoluzione spirituale, riposa
imperturbabile nel centro tranquillo del suo essere, beato nella certezza che egli e lo Spirito Infinito sono Uno.

A una considerazione spirituale, il karma presenta differenti livelli di manifestazione che
dipendono dal grado di chiarezza con il quale esso esprime la coscienza divina. L’amore, per
esempio, è un karma più spirituale dell’odio, in quanto corrobora la consapevolezza della essenziale
unicità della vita. L’odio rafforza invece l’illusione della separazione da Dio e dagli altri
esseri. Dire la verità è un karma più spirituale che il dire menzogne, poiché la sincerità aiuta a
sviluppare una raffinata consapevolezza di ciò che realmente è, la Realtà divina che esiste al di là di tutte le apparenze.

Il karma si può descrivere come un sistema di ricompense e punizioni, mediante le quali l’ego impara
a manifestare, al termine della sua evoluzione, la propria innata natura divina. La sofferenza è
conseguenza karmica di quelle azioni che, in un modo o nell’altro, non sono in armonia con quella
natura. L’apprendimento completo di tutte le lezioni richiede un periodo di tempo superiore a quello
che ci viene concesso in una sola vita; opportunità di errare e di correggerci. Spesso, in realtà, è
necessario reincarnarsi più volte per imparare persino una sola lezione importante.

La dottrina della reincarnazione motiva compiutamente le enormi diseguaglianze di salute,
intelligenza, talento e opportunità nella vita dell’uomo che, altrimenti, parrebbero ingiuste. Essa
è, come affermò Hume, “l’unico sistema che la filosofia può prendere in considerazione”.

L’obiezione più frequente è: “Se tutti si reincarnano, perché nessuno ricorda le vite precedenti?”.
La risposta è semplice: molti ricordano! In Occidente, naturalmente, i bimbi che esprimono i loro
ricordi prenatali imparano presto, per i rimproveri e l’incredulità dei genitori, a tenere per sé i
loro pensieri; ma, ciononostante, un numero notevole di casi ben documentati ha ricevuto una
considerevole pubblicità. Nota: Cito alcuni libri che trattano questo argomento: Dr. Ian Stevenson,
Twenty Cases Suggestive of Reincarnation; Dr. Gina Cerminara, Many Mansions; Ruth Montgomery, here
and Hereafter; Reincarnation in the Twenty Century a cura di Martin Ebon. E non sono i soli! Fine
nota. Dato il mio interesse relativamente noto per tale argomento, numerose persone mi hanno narrato il ricordo delle vite passate nelle loro personali esperienze.

Una signora, insegnante di pianoforte, mi narrò di aver eseguito un pezzo per un bambino di quattro
anni, suo allievo. subito, con l’aria di non star parlando a vanvera, il bambino annunciò: “Conosco
questo pezzo. Lo suonavo sempre sul mio violino”. Sapendo che aveva studiato soltanto il pianoforte,
la donna gli chiese spiegazioni e quello dimostrò di conoscere correttamente le difficili posizioni
delle dita e i movimenti del braccio usati per suonare il violino. “Non ha mai visto un violino
prima d’ora”, insistette in seguito la madre. “Non ha neppure mai udito musica per violino!”.

Una delle testimonianze più interessanti mi fu inviata anni or sono da un mio amico di Cuba.
L’articolo apparso in Francia fu ristampato su un giornale cubano. Secondo la relazione, una bimba
francese, figlia di ferventi cattolici, non appena poté esprimersi, aveva cominciato a pronunciare
parole riconoscibili in lingua indiana, come ad esempio “rupee”. Due parole soprattutto era solito
ripetere: “Wardha” e “Bapu”. I genitori, perplessi e incuriositi, cominciarono a leggere libri
sull’India. Appresero così che “Wardha” era il villaggio dove il Mahatma Gandhi aveva stabilito il
suo ashram e che “Bapu” era il soprannome familiare usato dagli amici più intimi e dai discepoli. La bambina affermava che nella sua vita precedente aveva vissuto a Wardha con Bapu.

Un giorno qualcuno si recò a far visita ai suoi genitori con una copia dell’Autobiografia di uno
yogi, nella quale Yogananda descrive la visita compiuta nel 1936 al Mahatma Gandhi nel suo ashram di
Wardha. Non appena la bambina vide la fotografia di Yogananda sulla copertina, esclamò con gioia: “Oh, ma questo è Yogananda! Venne a Wardha. Era bellissimo!”.

Chi è convinto di vivere soltanto una volta è costretto a scendere a dei compromessi con le proprie
speranze di perfezione. I credenti ortodossi possono cercare di vivere in modo tale da evitare il
fuoco dell’inferno dopo la morte, ma i più, ritengo, sono ugualmente tentati di chiedersi
opportunisticamente: “Quanto male posso commettere senza incorrere nella condanna eterna?”.

La fede nel principio della rinascita aiuta l’uomo a guardare con gioiosa fiducia alla propria evoluzione, senza timore o scoraggiamento.
“L’evoluzione ha fine?”, chiese un giorno un visitatore a Paramahansa Yogananda.

“Non ha mai fine”, fu la risposta. “Il progresso continua finché l’uomo non ha raggiunto l’infinito”.

A Mount Washington la reincarnazione era parte normale del nostro modo di pensare e non ci stupivamo
affatto quando il maestro, come succedeva a volte, accennava alle nostre o alle altrui vite passate.

Guardando Jan Savage, un bambino di nove anni, un giorno esclamò ridendo: “Il piccolo Jan non è un bambino. E’ ancora un vecchio!”.

Una volta gli confessai che avevo sempre desiderato vivere in solitudine. La sua reazione fu: “E’
perché così vivevi una volta. La maggior parte di quelli che sono con me hanno vissuto in solitudine
parecchie vite passate.” Queste sue osservazioni erano tanto casuali che di rado coglievo
l’occasione di rivolgergli delle domande più precise, alcuni però esprimevano un interesse più profondo e le risposte del Maestro erano a volte del tutto esplicite.

Alcuni anni dopo che il dottor Lewis aveva perso la madre, Yogananda, conoscendo la devozione che il
dottore aveva nutrito per lei, lo informò: “E’ rinata. Se vai a…” e menzionò una località del New England, “la potrai rivedere”. Il dottor Lewis si mise in viaggio.

“Fu un’esperienza inquietante”, mi raccontò al suo ritorno. “La bambina aveva soltanto tre anni, ma
in molti dei suoi atteggiamenti ella assomigliava proprio a mia madre. Notai anche che dal primo
momento in cui mi vide mostrò per me una immediata simpatia, quasi mi riconoscesse”.

La signora Vera Brown andò una sera a teatro col maestro e alcuni discepoli. Una ragazzina seduta
nella fila davanti a loro richiamò la sua attenzione. “Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso”,
mi confessò più tardi. “C’era qualcosa in lei che mi affascinava. Sembrava molto più vecchia e
saggia della sua età, traspariva da lei una profonda tristezza. Finita la rappresentazione, il
Maestro mi chiese: “Eri affascinata da quella ragazzina, vero?”. “Si, signore”, risposi. “Non so
perché, ma non ho potuto fare a meno di guardarla per tutto il tempo che siamo rimasti nella sala”.

“Nella sua vita precedente”, disse il Maestro, “ella morì in Germania in un campo di concentramento.
Ecco perché ha un’espressione tanto triste. La sua tragica esperienza, però, e la compassione che
sviluppò conseguentemente l’hanno resa santa. E’ stata la saggezza che hai intuito in lei ad attrarre tanto la tua attenzione”.
Un giorno gli fu dato da reggere un neonato. “Stavo quasi per lasciarlo cadere”, raccontò in seguito
agli amici. “Tutt’a un tratto avevo visto, latente in quella piccola forma dall’aspetto innocente, la coscienza reincarnata di un assassino”.

Le discussioni sulla reincarnazione in sua presenza acquistavano un profondo interesse. Un giorno
chiesi al Maestro: “Giuda aveva conseguito in qualche misura una realizzazione spirituale?”.

“Naturalmente il suo karma non doveva essere tanto buono”, rispose il Maestro, “ma, ciononostante, egli era un profeta”.

“Davvero?”. Questa variazione sul tema comune della scelleratezza di Giuda mi lasciò esterrefatto.

“Ma certo”, confermò enfaticamente il Maestro. “Fu a buon diritto uno dei dodici apostoli. Ma
dovette poi passare attraverso duemila anni di sofferenze per il suo tradimento. Fu liberato in
questo secolo, in India. Gesù apparve a un maestro di laggiù e gli chiese di liberarlo. Conobbi Giuda in questa vita”, soggiunse.
“Voi!”. Continuai avidamente a indagare. “Che aspetto aveva?”.

“Sempre molto tranquillo e sulle sue. Manifestava ancora un certo attaccamento per il denaro. Un
giorno un altro discepolo cominciò a beffarsi di lui per questo difetto, ma il maestro scosse il capo. “No”, lo ammonì, “lascialo in pace”.

Nel 1936 Yogananda visitò Stonehenge in Inghilterra e in quella occasione osservò, rivolto al suo
segretario, Richard Wright (il fratello di Daya Mata): “Anch’io ho vissuto qui tremilacinquecento anni fa”.

A volte ci affascinava con accenni, sempre casuali, alle vite passate di famosi personaggi storici.
“Winston Churchill”, ci narrò, “era Napoleone. Napoleone voleva conquistare l’Inghilterra;
Churchill, come primo ministro, soddisfece tale ambizione. Napoleone voleva distruggere
l’Inghilterra; nei panni di Churchill gli toccò presiedere alla disintegrazione dell’Impero
britannico. Napoleone fu mandato in esilio, ma ritornò in seguito al potere; Churchill, in modo
analogo, fu costretto a ritirarsi dalla scena politica, ma dopo qualche tempo resse nuovamente le sorti dell’Inghilterra”.

E’ un fatto notevole che Churchill, in gioventù, abbia trovato ispirazione nelle imprese militari di Napoleone.

“Hitler”, continuò il Maestro, “fu Alessandro il Grande”. Un interessante punto di paragone in
questo caso è che tanto l’uno che l’altro adottarono in guerra una strategia basata su attacchi
fulminei, il blitzkrieg come lo chiamava Hitler. In oriente, naturalmente, dove le conquiste di
Alessandro furono responsabili della distruzione di fiorenti e progredite civiltà, l’appellativo “il Grande” è citato sempre in tono sarcastico.

Il Maestro aveva sperato di ridestare in Hitler il ben noto interesse di Alessandro per le dottrine
indiane, indirizzando così le ambizioni del dittatore verso il conseguimento di obiettivi più
spirituali. Compì anche il tentativo di incontrare Hitler nel 1935 ma la sua richiesta fu respinta.

Mussolini, a detta del Maestro, fu Marco Antonio; il kaiser Guglielmo fu Giulio Cesare; Stalin fu Gengis Khan.

“E Franklin Roosevelt?” chiesi.

“Non l’ho mai detto a nessuno”, rispose il Maestro con un sorrisetto malizioso. “Non vorrei passare dei guai!”.

Abraham Lincoln, ci informò, era stato uno yogi nella regione dell’Himalaya

dove era morto col desiderio di dedicare la propria vita futura a instaurare l’eguaglianza razziale.
La sua nascita come Lincoln fu appunto destinata all’adempimento di tale voto. “Egli è rinato ancora una volta in questo secolo”, disse il Maestro, “come Charles Lindbergh”.

E’ interessante osservare come il plauso pubblico negato a Lincoln che pur l’aveva meritato
ampiamente, fu tributato a Lindbergh spontaneamente. E’ anche interessante notare che dopo la morte
di Lindbergh un suo amico hawaiano, Joseph Kahaleushi esclamò: “Questo non è un uomo insignificante,
è simile a un presidente!” Nota: The Reader’s Digest, dicembre 1974, pag. 258. Fine nota.

Charles Lindbergh mostrava vivo interesse per la filosofia indiana. Avendo soddisfatto il suo
desiderio, come yogi, di operare in favore dell’uguaglianza razziale, e avendo rifiutato, come
Lindbergh, il successo che gli fu tributato come ricompensa karmica per il suo buon successo come Lincoln, si può supporre che nella prossima vita diventerà nuovamente uno yogi.

Parlando di mistici, Yogananda ci raccontò che Teresa Neumann, la cattolica tedesca di Konnersreuth,
in Germania, segnata dalle stigmate, era Maria Maddalena. “Ecco perché”, esclamò il maestro, “le furono concesse le visioni della passione e crocifissione di Cristo”.

“Lahiri Mahasaya”, mi disse una volta a Twenty-Nine Palms, “fu il più grande santo del suo tempo. In
una vita precedente fu re Janaka Nota: Janaka, oltre che re, fu anche uno dei più grandi maestri
dell’India Antica. Fine nota. Babaji lo iniziò in quel palazzo dorato poiché egli era vissuto prima in un palazzo.
Secondo la versione di un altro discepolo, il Maestro avrebbe detto a qualcun altro che Lahiri Mahasaya fu anche il grande mistico medioevale Kabir.

“Babaji”, disse, “è un’incarnazione di Krishna, il più grande profeta dell’India”.

Il Maestro ci rivelò poi che lui stesso fu il più intimo amico e discepolo di Krishna, Arjuna.
(“Principe dei devoti” così è denominato nella Bhagavad Gita). Non fu difficile per noi credere che
fosse stato quel poderoso guerriero. L’incredibile forza di volontà di Yogananda, l’innato dono per
il comando, la sua forza fisica, potente quando voleva adoperarla, tutto contribuiva a
caratterizzare quella tempra di eroe al quale non era preclusa nessuna conquista. Parlando di quella
incarnazione, il maestro spiegò: “Ecco perché, in questa vita, ho dei rapporti così intimi con Babaji”.

Egli conosceva l’importanza di alternare gli insegnamenti astratti con queste interessanti pagine
di vita. Per la maggior parte della gente non esiste il ricordo fra una vita e l’altra, poiché vi
sono delle barriere che si frappongono insuperabili. Ma per l’uomo saggio le barriere scompaiono.
L’interesse reale del Maestro, e anche il nostro, era però focalizzato sul conseguimento
dell’illuminazione divina. Questa familiarità con la legge della reincarnazione ci aiutava a
rinsaldare la nostra determinazione per il raggiungimento dell’illuminazione divina e per sfuggire in tal modo alla serie monotona delle morti e rinascite.

Ciò servì anche a chiarire alcune nostre difficoltà spirituali.

Henry Schaufelberger ed Ed Harding (un altro discepolo più anziano) furono afflitti, per un certo tempo, da una animosità reciproca profonda ed apparentemente irrazionale.

“E’ che voi eravate nemici in una vita precedente”, fu la spiegazione che Henry ricevette dal
Maestro al quale aveva chiesto consiglio. Conoscerne il motivo, aiutò entrambi a comprendere meglio il problema e a superarlo.

Come ho già spiegato, la dottrina della reincarnazione è in stretta relazione con la legge del
karma. A volte si ode l’obiezione: “Ma che posso imparare dalla sofferenza se non ricordo le azioni,
compiute in vite precedenti, che l’hanno provocata? La risposta è: tanto l’azione quanto la sua
conseguenza karmica sono il riflesso palese di una tendenza mentale che un individuo porta ancora con sé; è su questa tendenza che la legge del karma opera.

Se, per esempio, per la mia cupidigia, avessi in passato privato qualcuno della sua eredità
ingannandolo e in questa vita soffrissi le conseguenze di quell’azione con la perdita di un’eredità,
tanto l’azione da me compiuta, quanto quella subita, servirebbero a sottolineare la mia avidità.
Potrei aver dimenticato ciò che ho fatto, ma se ora decido che la frode è un’azione che non deve
essere né compiuta né subita e risolvo da parte mia di non frodare più, avrò per lo meno sciolto un
nodo di questa tendenza. Ci possono essere altri nodi da sciogliere, poiché una serie di azioni
sarebbero sorte da quella singola tendenza e l’avrebbero rinforzata. Se sono saggio, la perdita di
quell’eredità non mi farà solo riflettere sull’immoralità della frode, ma mi indurrà anche a
risalire alle origini di questa forma di disonestà: l’avidità di denaro. Concluderei allora che è
questo l’errore e cercherei di scoprire ed estirpare in me ogni germe di cupidigia. Quando questo
sforzo fosse coronato da successo, verrebbe stabilito un campo di forza di non-attaccamento che
annullerebbe o minimizzerebbe le conseguenze karmiche di ogni altro atto di avidità compiuto in passato.
Il potere del karma dipende in gran misura dall’intensità di pensiero associato ad esso.

Supponiamo che abbia superato la cupidigia e conseguito il distacco dai possessi materiali prima di
perdere quell’eredità. In tal caso il danaro perduto mi verrebbe restituito senza che me lo aspettassi, o in ogni modo non ne soffrirei tanto.

Patanjiali, l’antico interprete delle dottrine yoga, afferma nei suoi Yoga Sutra che, quando si sia
superata ogni tendenza all’avarizia, si attrae la ricchezza sufficiente per le proprie necessità
vitali; Patanjali si esprime pittorescamente così: “Si avranno gioielli in abbondanza”. (Nota: Yoga Sutra II, 37).

E’ importante comprendere che la legge del karma è assolutamente impersonale. Dal proprio karma si
può imparare qualora ci sia la volontà di farlo, ma è anche possibile rifiutarsi.

Una reazione stolta alla perdita dell’eredità che abbiamo portato come esempio sarebbe cercare di
“prendersi la rivincita” sul mondo, frodando altri dei loro possessi; chi scegliesse questa strada,
però, non farebbe che rafforzare la tendenza che ha attratto su di lui la prima sventura, seminando maggiore sofferenza in futuro.
Il dottor Lewis chiese una volta al Maestro perché un suo conoscente fosse nato con un piede
deforme. “E’ perché nella sua ultima vita diede un calcio a sua madre”, rispose Yogananda.

Il fatto di avere in questa vita un piede deforme non avrà certo indotto quell’uomo a non prendere a
calci sua madre, ora. Deve però aver agito indirettamente su tale tendenza. La madre dopo tutto,
come origine della sua esistenza fisica, rappresentava per lui in modo particolarissimo la sacralità
della vita. Quando la prese a calci, egli di fatto espresse il suo disprezzo per la vita stessa. Il
suo piede deforme in questa incarnazione deve averlo fatto sembrare, per lo meno ai suoi occhi, un
oggetto di disprezzo. Una reazione poco saggia a questa immagine di se stesso avrebbe potuto fargli
odiare più che mai l’esistenza, attitudine che sarebbe rimasta in lui per molte vite, fino a quando
disperato, non decidesse di cambiare. Una reazione saggia gli avrebbe fatto comprendere quanto sia
grande la fortuna di possedere un corpo perfetto. Automaticamente sarebbe nato in lui il rispetto per la vita e per tutte le madri.

La dottrina della reincarnazione induce l’uomo a riconoscere la propria debolezza, ad armonizzarsi
con la volontà divina che tutto governa e ad apprendere che non deve imporre all’universo i suoi desideri meschini.

Una notte feci un sogno, che non mi parve solo un’esperienza onirica. Vidi me stesso in un’altra
vita, legato da profondo affetto ad un amico il quale approfittava della mia devozione per trattarmi
con disprezzo oppure con condiscendenza. Con il tempo crebbe in me l’amarezza, però avvicinandosi la
fine di quella incarnazione, compresi che se fossi morto nutrendo quel sentimento, esso avrebbe
agito come un magnete e portato entrambi in una situazione analoga nella vita successiva. Le parti
sarebbero state invertite e sarei stato io a trattarlo con la medesima durezza. In tal caso la sua
reazione avrebbe quasi sicuramente invertito le posizioni e così via. Forse dopo una successione
interminabile di “scontri e rivincite” di un’intensità gradatamente affievolita, saremmo stati
finalmente capaci di sottrarci a questa dimensione di amore-odio, così come affievolisce a poco a poco l’eco di un suono in una valle.

“Perché impiegare tanto tempo?”, mi chiesi. “Non c’è modo di sgusciare subito da questa rete?
Qualunque sia la lezione che il mio amico ha da imparare, non c’è dubbio che io, almeno, posso
liberarmi subito.” E dal profondo del mio cuore gridai: “Lo perdono!” Nello stesso istante, pervaso
da una sensazione ineffabile di sollievo, mi svegliai.” Sentii che era bastato quel semplice gesto di perdono per liberarmi completamente da un karma cattivo che gravava su di me.

Tutta la vita umana, come attestano le Scritture indù, è un sogno, il cui fine ultimo è di aiutarci
ad apprendere le lezioni che ci servono, a superare ogni attaccamento alle limitazioni materiali, a
percepire che ogni cosa, in apparenza separata e provvista di realtà propria, altro non è che una
manifestazione dell’unica luce Divina. L lezione più elevata è quella che insegna ad amare Dio. Il karma migliore è l’abilità di amarlo.

“Signore”, disse una volta Norman con aria piuttosto rattristata al Maestro, “non credo che il mio karma sia poi tanto buono”.

“Ricordati”, fu la risposta, pronunciata con profondo fervore, “è un buono, eccellente, ottimo karma anche soltanto desiderare di conoscere Dio”.
Con l’amore di Dio, soltanto con esso, infatti, si può conquistare la definitiva liberazione dalla
rinascita fisica e il diritto di accedere alle sfere superiori dell’esistenza. La vittoria non si
ottiene odiando questo mondo, ma contemplando in esso l’onnipresenza di Dio, e tributando la stessa osservanza rispettosa tanto a una persona stolta, quanto ad un reliquiario.

“Dovrete sentirvi sempre traboccanti di gioia e felicità”, diceva il Maestro, “poiché questo è un
sogno di Dio e tanto l’uomo insignificante quanto il potente non sono altro che la coscienza del Divino Sognatore”.

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