’50
Per decenni gran parte della popolazione ha dichiarato di sognare in “scala di grigi”. Poi la
scienza ha capito il perché: non è una questione di biologia, ma di ciò che guardavamo prima di
dormire.
13 maggio 2026 – Roberto Graziosi
Sognare a colori o in bianco e nero? Il mistero dei nostri sogni tra nostalgia e scienza: scopri
come il cinema e la tecnologia hanno influenzato la nostra attività onirica e cosa dice la tua mente
mentre dormi.
Se chiedeste a un millennial o a un membro della Gen Z se sogna a colori, vi guarderebbe con
perplessità. Eppure, fino agli anni ’50, la stragrande maggioranza delle persone intervistate
sosteneva che il proprio mondo onirico fosse privo di colori. Cosa è cambiato? Nulla nel nostro
cervello, ma tutto nel nostro input visivo.
Le moderne review scientifiche confermano che l’esposizione ai media prima di dormire è una
variabile chiave che influenza il contenuto dei sogni. Una ricerca condotta anni fa da Eva Murzyn fa
dell’Università di Dundee, ha rivelato che la transizione tra sogni in bianco e nero e sogni a
colori ricalca quasi perfettamente l’avvento della televisione monocromatica.
I numeri del cambiamento: l’impatto dell’età
La ricerca di Murzyn ha evidenziato come l’esposizione ai media durante l’infanzia lasci un’impronta
indelebile. I dati per fasce d’età mostrano differenze impressionanti:
Gli Over 55: chi è cresciuto con la TV monocromatica (bianco e nero!) riferiva di sognare a colori
solo nel 20% dei casi. Circa un quarto di questa popolazione continuava a sognare regolarmente in
scala di grigi.
I giovani (Under 25): per chi era nato nell’era del digitale, sognare in bianco e nero si rivelava
un evento rarissimo, che riguardava meno dello 0,4% dei sogni totali.
Cosa “entra” nei nostri sogni?
Non è solo il colore a passare dallo schermo alla mente. Studi più recenti hanno analizzato quanto i
nuovi media (video, film, VR) vengano incorporati nei sogni:
tassi di incorporazione: le immagini di stimoli visivi pre-sonno appaiono nei sogni con frequenze
variabili: tra il 3% e il 43% nei sogni REM e tra l’11% e il 35% nei sogni fatti a casa;
fattore interattività: i contenuti diventano più frequenti nei sogni se l’attività è interattiva: ad
esempio, giocare a Tetris ha portato fino all’81% dei partecipanti a incorporarne gli elementi
grafici nelle immagini ipnagogiche (così si definiscono le immagini o le sensazioni che si
verificano nella fase di transizione tra la veglia e il sonno).
Utilizzando ambienti visivi complessi, come paesaggi di scogliere, deserti o campi di lavanda, i
ricercatori hanno scoperto che: i sognatori che hanno incorporato elementi dell’esperimento nei loro
racconti onirici hanno mostrato una memoria visuo-spaziale significativamente migliore rispetto agli
altri; tuttavia l’incorporazione è spesso frammentaria: nei sogni si rivedono pezzi di paesaggio, ma
raramente si “sentono” odori legati all’esperienza.
Sognare aiuta a ricordare?
Esperimenti più recenti pubblicati su Scientific Reports hanno testato se sognare elementi di
un’esperienza appena vissuta migliori la memoria.
Immagine studio sogni
www.focus.it/images/2026/05/13/immagine-studio-sogni-orig.png
Una immagine tratta dallo studio di Jane Plailly del Centro di Ricerca in Neuroscienze di Lione
pubblicato sulla rivista scientifica Scientific Reports nel 2019. A, B, C: Nei primi tre giorni i
soggetti memorizzano paesaggi (con dettagli cerchiati) associati a odori. Di notte risvegli multipli
permettono di raccogliere i “Dream Report” per verificare l’incorporazione degli stimoli visivi e
olfattivi nei sogni. D: Fase di recupero (giorno 4). Un odore-chiave testa la capacità di
riconoscere il contesto e i dettagli specifici (cerchi) associati all’immagine iniziale, misurando
il consolidamento della memoria episodica.
Verso il futuro: sogneremo in Realtà Virtuale?
Oggi ci troviamo di fronte a una nuova svolta. Con l’esplosione dei visori VR e della realtà
aumentata, la scienza osserva come questi media iper-immersivi possano indurre sogni specifici, come
quelli di “volo”, che secondo questo studio aumentano dal 1,7% al 7,1% dopo l’uso della VR.
Il nostro cervello è lo specchio della tecnologia che guardiamo: se oggi sogniamo a colori, lo
dobbiamo forse più agli ingegneri elettronici degli anni ’60 che alla nostra evoluzione biologica…
pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18845457/
www.mdpi.com/2076-3425/14/7/662
da focus.it

Lascia un commento