(autore sconosciuto)
Non tutte le persone guardano al futuro e alla vita nello stesso modo. Esistono ad esempio persone
che tendono a guardare la vita con preoccupazione e ansia, focalizzando la loro attenzione più sulle
difficoltà incontrate o da affrontare durante la giornata, piuttosto che sulle gioie da assaporare o
sui successi ottenuti; viceversa, ce ne sono altre che tendono a considerare la vita con serenità ed
entusiasmo e sanno affrontare le difficoltà con spirito combattivo, come momenti di opportunità e
crescita, più che come insidie e ostacoli insormontabili.
Queste ultime, in particolare, sanno essere costanti nel perseguire gli obiettivi, al di là degli
ostacoli incontrati e degli errori commessi, e sono capaci di puntare più sulla speranza di successo
che sulla paura del fallimento.
In genere qualifichiamo le prime come persone pessimiste, le seconde come ottimiste.
Nell’ambito della psicologia molte ricerche hanno cercato di capire se e come questi due diversi
modi di guardare la vita possano avere delle ripercussioni sulla salute, il successo nell’ambito
lavorativo, e nella vita in genere, e in definitiva il benessere psico-fisico delle persone.
I risultati di queste indagini sono spesso sorprendenti. Infatti, svariati studi hanno messo in luce
come i pessimisti si arrendano più facilmente di fronte alle difficoltà, abbiano meno successo nel
lavoro, cadano più spesso in depressione e si ammalino più facilmente.
Al contrario si è visto come persone ottimiste rendano meglio nello studio, nel lavoro e nello
sport. Inoltre sembra che gli ottimisti siano più abili nei test attitudinali e tendano ad essere
scelti più spesso dei pessimisti quando concorrono a cariche politiche o dirigenziali.
Infine si è rilevato come le persone ottimiste godano di uno stato di salute eccezionalmente buono:
infatti sembra che il loro sistema immunitario sia più efficiente per cui si ammalano di meno,
invecchiano meglio, in quanto risentono meno dei consueti malanni fisici della mezza età, e quindi
vivono più a lungo.
Da quanto si è detto appaiono immediatamente evidenti i vantaggi dell’essere ottimisti.
Tuttavia, a questo punto, è quasi d’obbligo porsi alcune domande: innanzitutto, perché alcune
persone sono ottimiste e altre sono pessimiste? E ancora, nel momento in cui ci si dovesse scoprire
pessimisti, dobbiamo ipotizzare di essere destinati a rimanerlo tutta la vita o possiamo sperare di
poter diventare ottimisti?
Queste domande sono molto complesse, tuttavia è possibile cercare di dar loro una risposta sulla
base di quanto Martin Seligman, un autorevole studioso del settore, ha messo in luce nel corso dei
suoi studi decennali.
Innanzitutto, questo autore sostiene che alla base di queste due modalità di guardare la vita ci
siano due elementi: da un lato la sensazione di poter esercitare o meno un controllo sugli eventi,
dall’altro il modo con cui ci spieghiamo ciò che ci accade.
In questo senso, le persone che si vivono come impotenti, ossia le persone convinte che qualsiasi
cosa possano fare non servirà per raggiungere quanto vogliono, saranno con maggiore probabilità più
pessimiste delle persone che, al contrario, credono di poter modificare circostanze ed eventi così
da raggiungere obiettivi e successi ipotizzati.
Tuttavia la percezione di sentirsi impotenti o meno, capaci di controllare ciò che ci accade o meno,
non origina dal nulla, ma si costruisce a seconda del modo in cui ciascuno si spiega gli eventi
negativi o positivi con cui ha a che fare nella vita.
Seligman, a questo proposito, ritiene che ciascuna persona abbia un proprio stile esplicativo, cioè
una propria modalità di interpretare le cause degli eventi. Tale modalità, a suo avviso, origina
dalla visione che ciascuno ha del proprio posto nel mondo, dal percepirsi come persona degna di
valore e meritevole oppure indegna e immeritevole. Nel primo caso avremo facilmente a che fare con
una persona ottimista, nel secondo con una pessimista.
Nello specifico lo stile esplicativo è caratterizzato da tre dimensioni cruciali: la permanenza, la
pervasività e la personalizzazione. Vediamole in dettaglio:
La permanenza riguarda il tempo e quel modo di spiegarsi gli eventi secondo cui le cause dei propri
successi o fallimenti perdurano nel tempo e non sono modificabili.
Da questo punto di vista, le persone pessimiste sono portate a credere con facilità che la causa dei
loro fallimenti sia da ricercarsi in aspetti negativi della loro persona o nella mancanza di abilità
che non riusciranno mai ad avere. A partire da questi presupposti è facile capire come questi
individui giungano ad arrendersi più facilmente di altri di fronte alle difficoltà.
Al contrario le persone ottimiste, quelle che persistono nel cercare di raggiungere un obiettivo
anche in presenza di errori o fallimenti, sono quelle che da un lato, credono di avere abilità e
qualità personali che le porteranno prima o poi a raggiungere il risultato sperato e che,
dall’altro, identificano come causa dei loro successi qualità e abilità che appartengono loro.
La pervasività riguarda invece lo spazio. Si tratta in particolare, dello spiegarsi gli eventi in
modo specifico. Ad esempio, alcune persone riescono a mettere tra parentesi i loro problemi e ad
andare avanti anche quando subiscono un’avversità in un campo importante della loro vita, ad esempio
il lavoro o un legame affettivo. Altre invece tendono a fare di tutto una catastrofe, così che
quando un aspetto della loro vita fallisce, tutto va in rovina.
Queste ultime, qualificabili come persone pessimiste, tendono a dare spiegazioni universali ai loro
fallimenti: in tal modo quando sperimentano un insuccesso in un’area della loro vita si arrendono
anche su ogni altra cosa; viceversa, le persone ottimiste, quelle che sanno dare spiegazioni
specifiche, sebbene possano anche diventare impotenti nel campo in cui hanno sperimentato un
insuccesso, sanno comunque mantenersi attive e risolute in altri ambiti della vita.
Anche avere o non avere speranza è connesso a questi due diversi modi di spiegarsi gli eventi:
infatti è più facile riuscire a sperare quando si trovano cause temporanee e specifiche alle
avversità. Da questo punto di vista, spiegarsi gli eventi con cause temporanee limita l’impotenza
nel tempo e spiegarsi gli eventi usando cause specifiche limita l’impotenza alla situazione
d’origine, impedendole così di dilagare in tutti i campi dell’esistenza.
Un ultimo aspetto dello stile esplicativo è quello della personalizzazione. Da questo punto di
vista, quando si manifestano degli eventi negativi, possiamo accusare noi stessi o fattori esterni a
noi per averli provocati.
Le persone che si autoaccusano quando falliscono hanno come conseguenza una diminuzione
dell’autostima. Pensano di essere senza valore, prive di talento e spiacevoli; con più facilità
saranno pessimiste. Viceversa le persone che attribuiscono gli eventi negativi a fattori esterni, a
patto che lo facciano con cognizione di causa e senza perdere di vista le proprie responsabilità,
non perdono l’autostima e tenderanno ad essere più ottimiste.
In questo senso, mentre la pervasività e la permanenza riguardano le cose che si fanno, la
personalizzazione riguarda come ci si percepisce.
Come si è visto, a partire da questa prospettiva, le origini dell’ottimismo e del pessimismo sono da
far risalire ad un particolare modo di interpretare le cause degli eventi che ci accadono: in questo
senso gli ottimisti da un lato, tendono ad interpretare gli insuccessi come occasionali,
circoscritti e impersonali; dall’altro tendono ad interpretare i successi come personali, cioè
dovuti alle loro qualità, generali e permanenti. I pessimisti fanno esattamente l’opposto.
Da questo punto di vista, possiamo anche dire che ottimisti o pessimisti non si nasce, ma lo si
diventa. In effetti, secondo Seligman, l’ottimismo può essere appreso e quindi, con sollievo di
tutti i pessimisti, anch’essi possono sperare di diventare un giorno ottimisti. a patto che imparino
una serie di abilità. Si tratta di abilità che consentono alla persona di passare da uno stile
esplicativo pessimista ad uno ottimista attraverso il “dialogare” con se stessa quando deve
affrontare una sconfitta.
Come è possibile?
Ci sono diverse strategie che possono essere utilizzate. Innanzitutto occorre riconoscere che, per
spiegarsi un determinato evento negativo, si sta utilizzando uno stile esplicativo pessimista.
Dopo aver raggiunto tale consapevolezza, è possibile adottare due strategie per trattare la credenza
o spiegazione pessimista.
La prima è molto semplice: consiste nel distrarsi, nel focalizzare la propria attenzione su pensieri
diversi da quelli legati alla propria credenza, cercando per quanto possibile di interrompere i
pensieri negativi. In questo senso può essere utile, in presenza di pensieri pessimisti,
visualizzare nella propria mente l’immagine di un grosso STOP rosso che contrasti i pensieri
negativi.
La seconda strategia al contrario, sebbene sia un po’ più difficile, è probabilmente più produttiva
a lungo termine: consiste nel cercare di mettere in discussione le proprie credenze pessimiste.
In questo caso la prima operazione da compiere è quella di prendere le distanze dalle credenze
qualificandole appunto come “credenze” quindi come assunti che possono corrispondere o meno alla
realtà.
Per fare un esempio, solo perché si ha paura di non essere adatti ad un determinato impiego, non è
detto che sia effettivamente così.
In questo senso è opportuno innanzitutto, prendere le distanze da questa credenza, sospendendo il
giudizio; in secondo luogo è necessario mettere tale credenza in discussione, così da stabilire se
essa sia vera o meno. Per fare ciò si possono seguire le 4 modalità indicate:
1 Raccogliere prove che dimostrino la fondatezza o meno della credenza.
2 Raccogliere spiegazioni alternative alla credenza. Ad esempio un insuccesso può essere spiegato in
molti modi, non necessariamente con la credenza pessimista che abbiamo in mente.
3 Evitare di catastrofizzare. Anche se ci si dovesse accorgere che i fatti non sono sempre dalla
nostra parte è importante, come si suol dire, “non fare di tutta l’erba un fascio!” e quindi
circoscrivere l’insuccesso o la credenza ad un determinato ambito.
4 Imparare dagli errori. In questo senso è importante saper imparare dall’esperienza e quindi
utilizzare gli errori commessi come suggerimenti che possano esserci d’aiuto a migliorare la
prestazione in futuro.
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