Ninna nanna in utero, il bambino la ricorda

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Ninna nanna in utero, il bambino la ricorda

Indagine su 24 donne: la metà ha fatto ascoltare al figlio in grembo una melodia. E la reazione dei piccoli alla stessa musica a 4 mesi dalla nascita è stata sorprendente

15 novembre 2013

I neonati ricordano la ninna nanna che hanno udito durante gli ultimi tre mesi della loro vita
intrauterina, anche diversi mesi dopo la nascita. A dirlo sono alcuni ricercatori finlandesi dalle
pagine della rivista Plos One. Gli studiosi hanno monitorato quanto accadeva nella pancia di 24
donne nellultimo trimestre di gravidanza. Metà delle future mamme ha fatto ascoltare al bimbo che
portava in grembo un cd sul quale erano incisi estratti di tre melodie, fra cui la ninna nanna
Twinkle Twinkle little Star, alternati a brevi frasi, per cinque giorni la settimana. Dopo la
nascita dei piccoli gli studiosi hanno cercato di capire se lesposizione a questo stimolo nella
vita intrauterina avesse lasciato qualche traccia a livello neuronale. Per farlo hanno utilizzato
una tecnica che si chiama Brains Event-related- potentials (ERPs) che consente di misurare una reazione cerebrale come risposta elettrofisiologica a uno stimolo.

REAZIONI DIVERSE – Nel corso degli esperimenti, effettuati subito dopo la nascita e quattro mesi
dopo, i ricercatori hanno rilevato le reazioni dei neonati al suono della melodia che già avevano
udito e le hanno confrontate con quelle dei piccoli che non avevano ricevuto lo stesso stimolo.
Risultato? Sia alla nascita che quattro mesi dopo le risposte elettrofisiologiche registrate nei
neonati che avevano sentito la ninna nanna nel grembo materno erano molto diverse rispetto a quelli
del gruppo di controllo. I primi mostravano un atteggiamento simile a quello che si ha nel ricordo
di qualcosa di noto. Inoltre, lampiezza delle reazioni cerebrali registrate era proporzionale al
tipo di esposizione prenatale vissuta: i bimbi ai quali la ninna nanna era stata cantata con
maggiore frequenza sembravano ricordarla meglio degli altri. I risultati dello studio mostrano che
gli effetti dellesposizione a uno stimolo sonoro durante la vita intrauterina possono durare anche alcuni mesi.

RICORDI FETALI – «Si tratta del primo studio che documenta per quanto tempo i ricordi fetali restino
nel cervello. I risultati sono significativi, poiché lo studio delle reazioni del cervello ci
permette di analizzare le basi della memoria fetale. I primordiali meccanismi mnemonici che, ad
oggi, non conosciamo» sottolinea Minna Huotilainen, prima autrice dello studio. «Questo lavoro
sposta linteresse dalle scoperte genetiche allinfluenza che lambiente esercita sullo sviluppo del
sistema nervoso centrale e della mente del bambino. Si tratta di una scelta in controtendenza
rispetto allorientamento degli ultimi tempi – commenta Umberto Balottin, direttore della
Neuropsichiatria Infantile dellIstituto Neurologico Mondino di Pavia -. I dati presentati sono
interessanti e parzialmente nuovi. È stato ampiamente dimostrato che il feto percepisce la voce
umana a partire dallultimo trimestre di gravidanza. Nel corso di esperimenti precedenti era stato
chiesto a future mamme di leggere una certa fiaba al bambino che avevano in grembo due volte la
settimana. Alla nascita i neonati dimostravano di saper riconoscere tra due fiabe quella che avevano ascoltato durante la vita prenatale».

A LUNGO TERMINE – «Indubbiamente innovativa lapplicazione di una tecnica neurofisiologica per
rilevare la capacità del feto di cogliere i suoni e riconoscerli. Si tratta di una tecnica
standardizzata di registrazione delle risposte elettrofisiologiche correlate a un evento. La seconda
novità è rappresentata dalla dimostrazione del perdurare di questa capacità anche a distanza di
quattro mesi dalla nascita. Ciò significa che vi è una variazione della neuroplasticità cerebrale i
cui effetti possono essere rilevati a lungo termine» conclude Balottin. Poco si sa invece degli
effetti negativi che il rumore del luogo di lavoro può avere sul feto nellultimo trimestre di
gravidanza: un corposo progetto di ricerca su questo tema è in corso presso il Finnish Institute of Occupational Health.

15 novembre 2013 – corriere.it

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