MUSICOTERAPIA E MULTIMEDIALITA’ IN CASI DI PSICOSI

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Dalla rivista “Anthropos & Iatria” – anno 2, n° 2-3, 1998 – De Ferrari editore.

MUSICOTERAPIA E MULTIMEDIALITA’ IN CASI DI PSICOSI

di Agostino Fortini – etnomusicologo e musicoterapeuta

art. tratto dal sito neurolinguistic.com

SINTESI

Parte I

Etnologia-musicale, informatica e psichiatria: sodalizio esperienziale per l’elaborazione di una
tecnica di rilevazione di frasi e parole contenute nel linguaggio psicotico inacessibile e
conseguente costruzione di una terapia musicale. Il metodo, che implica conoscenze etnomusicali e
tecnologia elettronico-informatica, è articolato in quattro fasi:
1) Registrazione dell’accadimento sonoro-vocale del paziente.
2) Procedimento di decodificazione computerizzato per la rilevazione di parole chiave e relativa
ritmica musicale.
3) Costruzione e abbinamento di tessuti sonori utilizzando anche la voce stessa del paziente
4) Seduta di ascolto con il paziente e conseguente registrazione sonora per l’intervento successivo.

Parte II
La musicoterapia come tecnica ed esperienza per tutti: per ampliare il proprio spazio espressivo,
usando il corpo e le emozioni, per instaurare benessere ed armonia.

LINGUAGGI COMPARATI

La ricerca e la metodologia di questo lavoro sono il frutto della mia collaborazione decennale con
il Dott. Gaetano Roi, medico psicoanalista-psicoterapeuta, consulente di Neuropsichiatria
dell’Istituto Medico Pedagogico di Asso. Ne “IL BOSCO MAGICO” Erga Edizioni, ’96, con Giulio
Calegari, conservatore della sezione di Paleontologia del Museo di Storia Naturale di Milano,
Direttore Scientifico del Centro Studi di Archeologia Africana di Milano e con Rosalba Monguzzi,
Direttore dell’Istituto Medico Pedagogico del Presidio di Asso, Responsabile del Servizio di
Assistenza Sociale USSL Ambito Territoriale di Cantù, il dott. Roi ed io abbiamo offerto un’
anteprima sui risultati di un aspetto della nostra ricerca: quella inerente la terapia iniziatica
che accompagna i ragazzi in luoghi nei quali si possono scorgere le “aure”.

Le “aure” sono luoghi dove le raffigurazioni artistiche, le rocce, il paesaggio e i suoni contengono
ed esprimono movimenti affettivi condivisibili, ed offrono alla scienza psicoanalitica e
psicoterapeutica dei mezzi espressivi. In questo contesto, invece, l’aspetto che viene sottolineato,
sia pure in forma estremamente sintetica, è riferito alla necessità del dott. Roi di riconoscere,
interpretare e spiegare, anche attraverso l’indagine tecnologica una serie di manifestazioni
gestuali e linguistico-espressive dei suoi pazienti.

Con il mio apporto, gettando un ponte fra etnicità e informatica, la terapia psichiatrica viene
quindi a porre un altro dei tasselli mancanti nella relazione terapeutica con soggetti psicotici: si
può finalmente comprendere maggiormente il loro linguaggio e ciò che essi hanno da comunicarci. I
risultati sono stati resi possibili attraverso l’uso di computer e varie apparecchiature
elettroniche musicali con le quali ho potuto elaborare le mie conoscenze sonoro-musicali etniche
acquisite dalla diretta pratica e “contatto sul campo”, nel corso di un ventennio di lavoro e
ricerca con popolazioni della West Papua, Aborigeni dell’Australia, Tuvani, Tibetani, Indios del
Suriname ed anche in ripetuti viaggi in Nepal, India, Stati Uniti ed Europa nord orientale.

Le modalità comunicative degli psicotici sono ricche di archetipi e di messaggi ancestrali; si
rendeva necessario da parte mia poterli riconoscere e compararli con i diversi sistemi vocali
etnici; sovente di questi non si conosce il significato rappresentativo, ma si riconosce sola-mente
il significato simbolico. E’come quando ascoltiamo un brano suonato al pianoforte: non ascoltiamo le
parole della poesia che è nella melodia, sentiamo invece solo suoni che però contengono un’emozione
che tutti riconoscono.
Nel contatto con gli psicotici l’importante è non emettere giudizi: occorre sentire questa sequela
di idiomi, apparentemente sgraziati, per comprendere che, al di là dell’apparenza, entrando dentro
il contesto, questi idiomi diventano un tutto costituito da una connessione di simboli e di modi con
cui la persona si esprime. Occorre una grande consapevolezza di ciò che è il linguaggio globale e
multimediale. Diversamente, se questo linguaggio venisse analizzato con lo spirito del musicista, si
compirebbe una valutazione di ordine estetico e questo comprometterebbe subito la sua comprensione.

“C’è pericolo – sostiene il dott. Roi – di ascoltare di preferenza le stonature che stridono con la
formazione musicale, piuttosto che essere ricettivi alle invenzioni estetiche del paziente alle
quali si dovrebbe fare eco “. E’ importante astenersi da un giudizio di qualità. Lo psicotico si
esprime in modo esteticamente sgradevole; noi dobbiamo permettergli di farlo.L’autentica
comunicazione implica risonanza: con un legame ascolto-risposta si assume il punto di vista altrui,
non lo blocchiamo; forse può accadere che riusciamo a superare la barriera di quel temporaneo o
durevole disturbo nel processo di comunicazione che è la chiusura autistica.

L’ARTE DELLA PAROLA RITROVATA

Vi è stata dunque, una necessità di sodalizio di esperienze: da una parte la razionale visione
scientifica psichiatrica del dott. Roi, dall’altra il mio estro creativo artistico, la capacità di
ri-conoscimento sonoro etnico, nonchè l’uso di tecnologie elettroniche computerizzate. Ciò ha così
permesso di condurre la ricerca sullo sviluppo di un metodo che avvicinasse alla comprensione
effettiva e non intuitiva dei linguaggi prodotti dai soggetti psicotici.

Il dott. Roi con un audio-recorder registra tutto l’accadimento sonoro durante un momento di
incontro con i pazienti. Successivamente, nel mio studio, inizia il lavoro di decodificazione. Come
prima fase, con un computer di elevata memoria, il reperto audio viene digitalizzato processandolo
attraverso un hardware ad alta risoluzione di campionamento e utilizzando un software per la
gestione ed editing; quindi, con un equalizzatore grafico oppure con un analizzatore di spettro, si
passa alla fase di pulizia delle frequenze che interferiscono con la voce che si vuole analizzare,
attuando un procedimento attento e meticoloso per non rovinare il modello sonoro interessato. Una
volta ottenuta la sequenza più pulita possibile, si procede all’ascolto, in maniera scansionata, del
linguaggio isolato; il processo continua con il riascolto in ripetizione, allargando e chiudendo il
settore evidenziato.

Dopo aver rilevato le varie parole chiave, in lingua italiana, quelle che il dott.Roi ritiene
cruciali di un momento terapeutico, inizia il delicato lavoro di riconoscimento del tipo di emozione
ed inflessione etnica che queste parole possono contenere; molte volte abbiamo riconosciuto schemi
sonori orientali, di origine arcaica, classici occidentali (es.” il recitar cantando” di Monteverdi,
ritmicità del teatro di Artaud), così come nello stesso soggetto abbiamo rilevato anche scale arabe
fino a vocalizzazioni tibetane ed Ainu giapponesi.

Alla fine del procedimento ci ritroviamo in possesso di una voce isolata ed evidenziata ed abbiamo
inoltre il corrispondente modello sonoro. Passiamo quindi alla fase di costruzione di un elaborato
musicale, che ogni volta sarà una risposta alla precedente sessione, una continuazione sonora che
espanderà ed approfondirà la nostra relazione col paziente. E’ possibile usare la sua stessa voce
per avvalorare una musica appositamente creata per il caso e che si svolge parallela e con modalità
simile, oppure momenti di reale musica etnica sulla quale viene doppiata la voce del paziente.
Questa diventa parte intonata di una composizione già esistente e che mette in condizione il
paziente di riconoscersi nell’ascolto insieme ad altri esecutori; in ciò egli potrà risentire una
eco che gli darà coraggio e soprattutto la certezza di non essere solo e chiuso in un irrecuperabile
isolamento idiomatico, e sentirà di aver comunicato col mondo e aver ricevuto risposta. Con un
convertitore Pitch to Midi abbiamo anche usato l’impulso della voce psicotica per pilotare dei
sintetizzatori musicali che rispondevano esattamente agli impulsi generati dalla conversione in
segnali midi, producendo così una composizione musicale creata dall’intensità della voce stessa,
senza nessun altro intervento, tranne che per la nostra scelta del timbro assegnato preventivamente
allo strumento.

Abbiamo così ottenuto un risultato molto interessante in quanto, ritradotta in questo modo, la voce
rientra in un quadro musicalmente “estetico”, saltando così il pregiudizio del suono diretto e
dissonante: composizione musicale creata dall’intensità della voce stessa. Abbiamo una registrazione
audio dove la voce di una paziente, Ornella, genera, così trasformata, un brano di musica
contemporanea, con momenti di jazz. Questo risultato è stato montato in modo che a tratti uscisse la
sola voce, ritornasse poi in musica e poi uscisse mixato tutto insieme. Fatto ascoltare alla
paziente, è diventato gioco ed ha suscitato il suo interesse nel vedere come il suo soliloquio ora
fosse diventato così espressivo; è diventato per lei uno specchio che le ha mostrato come poteva
addolcirsi ed iniziare a giocare con il proprio esprimersi.

Abbiamo sollecitato la teatralità drammatica di Ornella, spazio potenziale, quello, verso il quale
tende con nostalgia. Ornella canta la follia. Canta il mito della sua storia . L’ analisi del suo
linguaggio ci dice che “non interviene con il suo sè, ma sembra mettersi in contatto con un altro
sè”. Molte volte ci siamo chiesti come potessero scaturire anche da Fulvio e Umberto, due pazienti
che sono stati per noi “maestri” nella nostra ricerca, modalità espressive così vicine e attinenti a
metodi comunicativi propri di altre culture distanti da loro nel tempo e nello spazio.

Si potrebbe sconfinare in supposizioni: possiamo pensare che in particolari stati altri di coscienza
avvenga un raggruppamento di quelle che sono le modalità espressive insite in ogni essere umano,
archetipi che non conoscono limiti spazio-temporali-culturali. E’ probabile che, in condizioni di
basso potenziale razionale, si possa accedere ad una chiave di comunicazione unificata ed unificante
che permette di entrare in contatto con l’universo dei contenuti, idee, immagini, suoni e
potenzialità senza sforzi per impararne i codici. Il significato sommerso, empatico, depositato
nella parola, ora resa comprensibile, produce le informazioni affinchè si possa iniziare a costruire
una terapia.

Abbiamo un esempio audio dove viene costruita una musicoterapia in cui la parola isolata “sono io”,
espressa da Fulvio, viene immediatamente montata in sequenza prima della battuta conclusiva della
Moldava di Smetana. Questa battuta finale prevede un movimento molto affermativo e avvalorante; in
terapia, è la risposta all’affermazione di Fulvio che si dice “sono io”, gridandolo. I risultati
ottenuti finora sono incoraggianti: abbiamo notato una notevole rivalutazione degli aspetti
creativi, perchè vissuti da noi come comunicazione e poi rimandati come potenzialità espressiva,
anzi come gioco in cui lasciare uscire, senza giudizio squalificante, quello che effettivamente sono
i momenti di vitalità comunicativa di queste persone; è in base a questo che ci si regola per gli
interventi successivi.

Ogni momento ha la sua musica, così come ogni soggetto su cui interveniamo ha un suo per-corso
sonoro terapeutico, non programmato, ma elaborato di volta in volta, a secondo delle informazioni
sonore e verbali che il soggetto stesso produce, che noi riconosciamo e che siamo in grado,
attraverso il nostro metodo, di trasformare in un intervento musico-terapeutico. Apparentemente,
all’atto della loro produzione, i linguaggi fonemici risultano incomprensibili, escono fuori e se ne
vanno nel tempo, espressi in un modo così inusuale che nessuno riesce a coglierli e capirli prima
che si dissolvano nello spazio.

Non potrò mai dimenticare lo stupore che provammo quando, per la prima volta, in un fraseggio di
Fulvio, che sembrava sgraziato, cacofonico ed incomprensibile, dopo averlo isolato con la scansione,
sentimmo perfettamente ed in lingua italiana:”il pazzo viene e va, ma va via” in modo leggermente
cantato. Ponemmo più cura nel delimitare i settori della forma d’onda sonora ed alla fine, quello
che era all’inizio un linguaggio incomprensibile, ora lo ritrovavammo chiaro e palese nel suo
significato ed attinente al momento in cui il dott.Roi ne ha effettuato la registrazione
audio.(Fulvio doveva realmente partire per un viaggio con i suoi genitori.)

Naturalmente sono infinite le prove e controprove che l’etica scientifica ci ricorda, per chiarire i
dubbi. E’ nostra consuetudine sottoporre i frammenti isolati all’audizione di persone esterne e non
a conoscenza del nostro lavoro; statisticamente, circa il 90% delle persone sottoposte a questo tipo
di esperimento ha riconosciuto perfettamente la parola da noi isolata. I casi di Fulvio , Umberto e
Ornella ci hanno dimostrato che il loro linguaggio empatico è utilizzabile in terapia e la diagnosi
può cambiare. Ad Umberto era stata diagnosticata una regressione ad uno stadio preverbale: il nostro
metodo ha dimostrato il contrario. E’ vitale elaborare un panorama globale per arrivare ad una
situazione di intervento multimediale in cui la musica, l’immagine, i suoni, la danza, i gesti
diventano elementi integrativi per la costruzione di una totalità che facilita enormemente la
terapia.

Molto spesso si usano metri valutativi che non sempre hanno una rispondenza oggettiva, se la
comunicazione è unilaterale (cioè se è solamente il terapeuta che comunica con il paziente e
interpreta secondo un proprio criterio soggettivo ). In questo modo automaticamente il discorso
diventa limitante: manca ciò che il paziente ha da dire. Ciò che avviene normalmente è un tentativo
di relazione con il paziente, non una relazione: è come dire tentare di suonare e suonare. Avere una
relazione è essere nella relazione, dunque una dipendenza l’uno dall’altro, essere entrambi in
gioco, con un ruolo attivo entrambi.

Come è intuibile, questa formula terapeutica si articola in modo differente rispetto ai criteri
classici in uso: vi è alla base, da parte nostra, il superamento del pregiudizio estetico,
necessario per un nuovo e migliore contatto con gli “altri”. Ciò può avvenire soltanto con
l’acquisizione di determinate consapevolezze riguardo il sistema comunicativo umano. Dice il dott.
Roi: -“dimensione estetica ed invenzioni estetiche inducono a concludere che la terapia è un’arte”-.
Sì, perchè quando si entra nel contesto relazionale e si fa eco alle invenzioni estetiche del
paziente automaticamente anche il terapeuta diventa creativo e la relazione si trasforma in un’opera
d’arte.

Dunque l’arte diventa terapeutica. Se poi i pazienti sono soggetti psicotici, la cura acquisisce la
connotazione di un simposio artistico, in cui tutti i partecipanti, operatori e pazienti,
interagendo tra loro con i medesimi codici metacomunicativi ed espressivi, creano la loro opera
unica e irripetibile. Così come ogni artista è unico nella sue modalità espressive, intensamente
intrise d’emozione, altrettanto lo sono le sue opere che mantengono la proprietà dell’unicità e
dell’irripetibilità. Orbene, quando costruisco tessuti sonori, o meglio, grembi sonori di musiche
altamente assonanti, so che queste creazioni non saranno giudicate a livello estetico, ma serviranno
esclusivamente a produrre un’onda energetico-emozionale che metterà in moto tutta una serie di
vibrazioni e stimoli a cui lo psicotico fornirà a sua volta determinate risposte
“artistico-emozionali”.

Il dott. Roi provvederà poi a dirigere la terapia globale, con le dinamiche che riterrà ogni volta
più opportune per la relazione, nella quale sono di capitale importanza le strutture dei partners.
E’ questa la caratteristica della terapia. E’ sempre unica, come è unico il paziente e le sue
risposte, è unica la relazione e il dialogo, é unica l’opera d’arte.
E’ stato detto che ogni scienza conosce una metodologia diversa; data la peculiarità del soggetto, i
risultati del nostro lavoro scientifico – terapeutico, per il momento non possono sottostare a
valutazioni di tipo statistico. I risultati sono condizionati dalle dinamiche ambientali che
interferiscono e pesano sul principio della ripetizione; sono altresì condizionati dal rapporto
transferale col paziente e pertanto dall’arte terapeutica.

Si temeva che la rivelazione della nostra scoperta fosse traumatica per Fulvio, Umberto e Ornella,
invece è stata per loro “una rivelazione” importante; essi si sono trovati improvvisamente
protagonisti di un dialogo e si sono scoperti interlocutori in una dimensione diversa. L’uso delle
parole scoperte con il nostro procedimento è diventato un ausilio indispensabile per la terapia; è
stato inserito negli interventi psicoterapici.
Ogni volta che abbiamo fatto poi un intervento musicoterapeutico come risposta, abbiamo mitigato
episodi regressivi e rilanciato il discorso musicale. Non dobbiamo cercare di stabilire i risultati
della terapia con criteri banali e non chiediamoci subito cosa hanno capito i pazienti. Il germe
creativo rivitalizzato ha tempi di latenza non quantificabili; le sensazioni ‘magiche’ alimentano
una potenzialità indistruttibile che troverà modo di esplodere anche a distanza di molti anni.
Questi casi, studiati correttamente, valgono molto di più che cento casi fatti rientrare in
stereotipi diagnostici che non hanno alcun valore e che non tengono conto delle dinamiche messe in
moto dall’incontro dei partners terapeutici e della molteplicità degli interventi e degli operatori.

L’osservazione diretta e prolungata di un solo caso è più istruttiva di una raccolta di dati su
soggetti disparati e portatori di una storia terapeutica povera. Come abbiamo detto nel convegno
dell’ ottobre ’95 al Museo di Storia Naturale di Milano:” il germe creativo che giace in ciascuno di
noi,viene rivitalizzato con immagini urto nel clima di magia e mistero che si incontrano negli
itinerari iniziatici.” Ora alla luce di un decennio di lavoro e centinaia di floppy-disks e
audiotapes non abbiamo più dubbi: gli psicotici comunicano con noi, ci raccontano il loro vissuto, a
modo loro, ma perfettamente udibili e riconoscibili: Il nostro compito è prestare ad essi attenzione
e rispetto.

Parte II

MUSICOTERAPIA COME TECNICA EVOLUTIVA PER TUTTI

Quanto descritto prima rappresenta un aspetto peculiare e specialistico mirato alle precise
condizioni dei soggetti a cui ci si rivolge. Se però riflettiamo onestamente, anche noi “normali”
abbiamo bisogno di liberarci da ciò che accumuliamo e che diventa un sovraccarico emotivo ed anche
molte volte un disturbo fisico; tutto il malessere che così avvertiamo, viene diagnosticato con la
parola stress.
Purtroppo l’esigenza di prendere degli spazi, dove entriamo in contatto con noi stessi, è ancora
visto come “optional ” e quindi non necessario come il cibo quotidiano.Così conviviamo il più delle
volte con moltissime parti di noi inespresse o poco sviluppate. Tutto rimane chiuso in una sfera
emotiva severa che controlla le espansioni, ma quando il controllo viene meno…..si dice :”sembrava
una brava persona, ma ha perso la testa o è stato colto da un raptus”. L’esigenza di potersi
esprimere con il corpo, la voce, le emozioni è una necessità vitale e naturale, tanto quanto
l’alimentazione, la respirazione, le escrezioni lo sono per la continuità del ciclo biologico
dell’organismo.

Sappiamo che quando viene a mancare questo processo fondamentale, tutto si può bloccare, anche la
vita. Può sembrare paradossale che ai giorni nostri, per riuscire ad utilizzare la musica come
sostegno per la nostra crescita e liberazione, bisogna presentarla come terapia; d’altra parte è
necessariamente utile.
Da sempre nell’ambito della ricerca interiore e nell’espressione umana la musica ed il suono sono
presenti come componenti del complesso quadro multimediale che l’umanità usa per esprimere il suo
esistere. Attualmente, per coloro che ne sentono la necessità, vi sono innumerevoli possibilità di
poter praticare tecniche che mirano all’ampliamento delle latenti e poco espresse potenzialità del
proprio essere. Sono state composte musiche appositamente strutturate, in modo che ad esse si
possano far corrispondere determinati movimenti e stati emozionali, creando così un pretesto di
esternazione: essi possono così essere espressi liberamente e resi coscienti.
Vi sono numerosi Centri che propongono questo tipo di attività.

Musicisti ed esperti di tutto il mondo partecipano alla composizione di questo nuovo aspetto attivo
della musica: ognuno diventa un protagonista ed esprime il suo sentire, cercando di liberarsi il più
possibile, seguendo le modalità che la musicoterapia ha predisposto per quel brano.
Queste “meditazioni-musicoterapie attive,”con il loro approccio non-violento e creativa-mente
costruttivo, possono rappresentare, anche per il nostro futuro una soluzione molto efficace e
necessaria.
A mio avviso dovrebbero essere integrate nei processi educativi e rese attive in tutte le strutture
sociali e didattiche, sia per fornire quello spazio all’espansione dell’essere in modo gioioso e
progressivo, sia per implementare una struttura umana che si rivelerà in modo meno violento e piu’
attento durante la vita sociale.

In molte e prestigiose Università sopratutto degli Stati Uniti, dove la meditazione-attiva è materia
di studio e pratica, si lavora già in questo modo, per instaurare un clima rilassato ed emotivamente
chiaro.
In questa convivenza così piacevole, anche l’apprendimento si incrementa produttivamente. Questi
insegnamenti e la loro pratica giornaliera sono inseriti nelle attività proposte alla comunità
universitaria a cui partecipano anche i docenti.

di Agostino Fortini – etnomusicologo e musicoterapeuta

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