Meditare

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Meditare

di Guendune Rinpoché

Meditare non vuol dire tentare di vedere colori o forme o cercare di
modellare questa o quell’esperienza. Meditazione è sgombrare, liberare
la mente da tutte le forme di appiglio, di attaccamento, di
intenzionalità, di caratterizzazione delle cose. Non si tratta tanto
di fare qualcosa, quanto di disfare i vincoli e i legami della mente.
Abbandonando l’attaccamento alle cose, basato sulla convinzione che
queste abbiano una realtà oggettiva, si mollerà la presa della mente
nei confronti di queste cose e dell’intenzione che vi è connessa, in
modo che l’apparenza si troverà ad essere libera da sola.

Spesso si crede che meditare significhi imporre uno stato di vuoto
alla mente, uno stato senza pensiero nè movimento mentale: quest’idea
è sbagliata, perché se la meditazione fosse uno stato senza pensiero,
questo stesso tavolo starebbe meditando! La meditazione non ha niente
a che fare con il fatto di creare un vuoto volontario nella mente:
meditare non vuol dire bloccare il movimento dei pensieri, ma restare
in uno stato in cui questi pensieri non fanno presa. Se non ci fossero
pensieri o movimento concettuale nella mente, chi mediterebbe?

Meditare è semplicemente riconoscere ciò che ci lega alle apparenze,
alle manifestazioni esteriori, e mollare la presa delle fissazioni
mentali. Significa creare una distensione rispetto al condizionamento
abituale, e lasciare che questa distensione faccia effetto: gli
oggetti su cui la mente si fissa cadono da soli, i nodi si disfano da
soli.

Meditare vuol dire disfarsi della corazza che ci siamo forgiati, dei
vestiti superflui che indossiamo; allora, abbandoniamo a uno a uno gli
abiti mentali, per restare nella nudità primordiale. In questa
distensione si sperimenta lo stato naturale della mente come luce,
come coscienza conoscente, come viva lucidità. Questa chiarezza della
mente è definita come coscienza istantanea, immediata, uno stato
esente da elaborazioni mentali o reificazione.

Semplicemente restiamo nel godimento di questo stato, lasciando la
mente nella dimensione che le è propria, senza caratterizzare o
giudicare nulla, senza neppure concepire la nozione di meditazione.
Quando la mente riesce a mantenersi stabile in quello stato,
sperimenta il proprio spazio, e tutti i fenomeni esteriori ed
interiori vengono percepiti come vuoti. Questo stato non è limitato da
nulla, è libero da ogni orientamento, privo di sostegno e in esso c’è
la conoscenza fondamentale libera da punti di riferimento. E anche uno
stato di felicità e di benessere libero da ogni impedimento
concettuale. L’apparizione di queste qualità della mente è segno di
successo della pacificazione mentale; lo sviluppo di questa
meditazione, quando si rimane assorti in tale stato senza perderlo o
alterarlo, è il conseguimento del samadhi.

È importante non giudicare la propria meditazione, non pensare che il
tale stato sia «buono» e che quell’altro sia «cattivo»; che quando la
mente è calma la nostra sia una «buona meditazione», mentre quando la
mente è agitata la nostra sia una «cattiva meditazione». Quando, nel
corso della meditazione, vengono idee del genere, si può dirigere la
propria attenzione verso chi sta giudicando in questo modo, verso la
coscienza che sta valutando la meditazione; con l’introspezione,
questa coscienza scopre di essere priva di forma o di colore;
l’osservatore è privo di qualsiasi specificità che potrebbe provare la
sua esistenza. Come avevamo fatto per l’oggetto percepito, ritroviamo
la dimensione vuota della mente percipiente, l’assenza di realtà del
soggetto.

Dunque, quali che siano i fenomeni che sorgono nella mente si trattano
cosi’: non si tenta di prevenire il loro insorgere nè di farli cessare
una volta che sono presenti; non vanno seguiti, ma apprezzati per quel
che sono. Ogni volta che si riconosce l’essenza attraverso lo sguardo
diretto, ritroviamo la dimensione della mente non ostruita, libera da
ogni ostacolo.

Meditare cercando qualcosa di più all’esterno porta
all’insoddisfazione. Ciò che si deve fare è esattamente il processo
inverso: liberarci da ciò che ingombra la mente volgendoci
all’interno, fino allo stato spontaneo in cui non sussiste nè ricerca
nè sofferenza: la pienezza onnipresente.

La dimensione naturale della nostra mente è il Dharmakaya, che è
spontaneo per natura. L’unico modo di incontrare la mente è
armonizzarla con questa natura priva di cause e solo uno stato di
distensione e di apertura può consentire a quest’essenza spontanea di
sorgere da sé.

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