L’Uomo Magico

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L’Uomo Magico

di Pietro Cimatti

Tratto dall’intervento fatto ad “Esperimenta” 87

In questa tornata di interventi, a me è toccato come tema “L’UOMO MAGICO”, forse perché da molti
anni è di questo che mi occupo: delle dimensioni ignorate o trascurate della conoscenza, dell’uomo
interiore e dei poteri che ognuno di noi spontaneamente possiede, in maggior o in minor copia, ma
non considera, e non adopera, perché una cultura ancora dominante lo induce a modelli di pensiero e
di comportamento tutti efficientisti e pragmatici, che negano e reprimono la sua culturale e
correttiva “magia”.

E proprio questo è la chiave per interpretare alla radice l’infelicità, la scontentezza esistenziale
di cui tutti soffrono e soffriamo, proprio oggi che il progresso materiale potrebbe poterci esentare
da tanti problemi e dolori del passato.
Il fatto è che l’abuso della sfera pratica, razionale, deduttiva, contabile, umilia e sacrifica
l’altra sfera dell’uomo, quella poetica, intuitiva, magica, gratuita, che chiede e non ottiene di
essere consapevolmente vissuta affinché l’uomo esprima, non più in modo unilaterale e frammentario,
la pienezza, la complessità della sua persona.
Il vissuto di tale disarmonia corrisponde come è noto, per gli studiosi del funzionamento cerebrale,
al superlavoro e alla sopravvalutazione di una sfera del cervello, quella preposta al pensiero
logico-pratico, rispetto all’altro emisfero, che presiede all’intuizione, all’emozione profonda, al
pathos artistico e mistico che fa sentire il vincolo d’amore con tutto il vivente.

La disarmonia della società dove viviamo, raramente felici, ha dunque la sua radice e il suo primo
riconoscimento all’interno dell’uomo, nella sua struttura mentale, una cui funzione ipertrofica
reprime e sottomette l’altra funzione, non meno espressiva e vitale, e ciò provoca una continua
guerra tra il conscio e l’inconscio, che motiva le fughe, le angosce e, somaticamente, le malattie
che tanto ci umiliano.
Ma questo è il dramma delle epoche di mezzo, come è la nostra, che prima di poter accogliere la
buona notizia di un nuovo modello di esistenza, veramente a misura dell’uomo – dell’uomo intero -,
debbono pagare fino in fondo tutti gli errori, le inadempienze, le cecità del passato, fino a che
negli uomini – uno dopo l’altro – si accenda il lume di una nuova e più ampia consapevolezza, di una
coscienza liberata, che porti in terra il paradiso retorico delle favole religiose, che fonda
armoniosamente il magico e il razionale, il pratico e il mistico, in una felice unità di intenzione
e di azione – infine, che dia una fede alla scienza e una scienza alla fede, ricucendo così la
lacerazione di cui soffre il mondo moderno sino dalle sue origini.
Come già avrete capito, per UOMO MAGICO voglio intendere, oltre le banalità del luogo comune,
qualcosa di ben diverso dall’interpellatore di tavoli spiritici, dal sensitivo posseduto da un
inconscio incontrollato, dal fabbricante di costosi talismani contro la fattura e il malocchio, dal
venditore di rimedi e di formule prodigiose per i poveri gonzi, dall’illusionista ventriloquo e dal
mistagogo che si vanta in combutta con presunte entità e spiriti guida per plagiare e assecondare il
suo io delirante, eccetera.

Il mio tema, se avrete la pazienza di ascoltare, è ben altro, e parte da un problema di urgente
attualità, ma dalla soluzione impossibile con i metodi logico-pratici del passato, dell’uomo del
passato;
Intendo dire: l’inquinamento generale del pianeta terra.

Come la guerra collettiva – è ben noto alla psicologia e alla sociologia più raffinate – non è che
la somma rivelatrice delle guerre che l’io privato dichiara continuamente ad ogni suo simile e
nemico, per ottusa rapacità ed egoistica incontinenza, così l’inquinamento generale del pianeta è –
se vogliamo finalmente accorgercene – nient’altro che l’evidenza generalizzata e materializzata di
tutti i soprusi, le prevaricazioni, le prepotenze, i cinismi, i vuoti quotidiani di coscienza e di
rispetto verso i territori fisici e psichici degli altri, non è insomma che la somma dei
comportamenti intenzionali con i quali una buona parte di noi, civili, enfatizzando la più egoistica
ragion pratica, corrompe ed inquina l’ambiente sociale, nel tentativo di espandere senza fine il suo
io logico-pratico, cieco ed ignaro di ogni altra legge che non sia la ferocia dell’interesse privato
e il desiderio di privilegio e di potenza.
L’uomo magico – avviciniamoci così ad una prima definizione – è quello invece che, consapevole di se
stesso e del suo rapporto organico con tutto il vivente, rinfodera la spada dell’io prevaricatore,
ritrae le ventose, gli artigli, le mani rapaci dell’io proiettate sul mondo, dato come esterno e
nemico, per catturare più prede che sia possibile.

Eppure, basterebbe solo un po’ di attenzione per vedere che tale comportamento metodicamente rapace,
anche se socialmente incentivato e approvato, è nefasto proprio per la società e finisce per
volgersi contro gli stessi che lo promuovono, facendo dell’esistenza sociale un inferno, delle città
altrettanti luoghi di pena e di paura, delle geografie terrestri altrettanti spazi inabitabili,
della bruttura e della sozzura crescenti.
L’uomo magico, insomma, è l’uomo dell’attenzione e della coscienza, perfette antitesi del rifiuto di
conoscenza e di responsabilità in cui vive e opera l’uomo (ma è poi davvero un uomo?) pratico,
razionale, laico, contabile, bassamente politico, di cui ogni giorno i mass media narrano le imprese
e le pretese….
Ma questo, ripeto, è il dramma e lo scotto delle epoche di mezzo, quale è la nostra, che escono dai
tempi delle superstizioni, dall’ignoranza obbligata dai sistemi ideologici al potere, e che a
tentoni cercano alle primissime luci di un’alba che ignorano, nuove e più umane direzioni
dell’esistenza.

L’uomo magico (continuando a definirlo per approssimazione) è colui proprio che vive la fine storica
delle ideologie, dei sistemi di pensiero basati sulla contrapposizione, sulla divisione, sulla
prepotenza di un gruppo contro l’altro, di ognuno contro ognuno, in nome di sacri pregiudizi e
divini giuramenti;
Nel contempo, l’uomo magico dichiara nei fatti, con l’esempio, l’inizio di un tempo dell’uomo,
sciolto da quei pregiudizi e da quei giuramenti: la cui prima conoscenza è di se stesso, la cui
bandiera è la conoscenza dei propri limiti e doveri, il cui impegno è, oltre ogni separatività,
quello di costruire qui, finalmente, il mondo fraterno dell’uomo.
L’uomo magico (e ognuno, come poi vedremo, lo ha in sé, chiuso nel nocciolo delle cattive abitudini)
non ha certo la testa fra le nuvole, come può sembrare, né è chi cerca, egoisticamente, di acquisire
poteri inconsueti per poi farsene vanto e farne mercato, e così continuare ad inquinare il mondo;
E invece, in primo luogo, l’uomo consapevole che il mondo materiale e fenomenico, cioè lo schermo
sul quale si proietta la storia dell’umanità, è soltanto la facciata di una realtà più profonda,
quella psichica;
E questa, a sua volta, è la facciata, è il velo dietro cui si cela un’altra realtà, ancora più
profonda e più vera, quella che seguitiamo a chiamare spirituale – con un termine vecchio e carico
di ambiguità.

Si capisca però che “spirituale” non significa più, come nell’alienazione del passato, l’opposto e
la negazione del “materiale”, del concreto, bensì ciò che origina e spiega, che racchiude e completa
questo mondo materiale e concreto, dando ad esso una direzione ed un significato.
L’uomo magico ha compreso infatti, per esperienze consumate in solitudine, che tutto il visibile, il
quotidiano, è radicato e motivato nell’invisibile, oltre le coordinate spazio-temporali entro cui
l’uomo è fisicamente prigioniero.
Benché non appartenga a nessuna religione, per sua igiene mentale, l’uomo magico ha compreso che
proprio in questo invisibile, non esterno ma interno all’uomo, non pauroso ma amico, è quel “regno
di Dio” annunciato dalle guide e maestri dell’umanità.
In altri termini, il famoso regno di Dio non è che l’interiorità, la coscienza, l’abisso psichico e
spirituale intimo all’uomo, del quale gli abissi astronomici sono la proiezione sensibile e il
simbolo materializzato.

Come hanno detto le più alte filosofie e le più umili mistiche, l’esterno dell’uomo ha le sue radici
e la sua spiegazione nel suo intimo.
Sono ormai lontani i tempi in cui per spiegare il bene del mondo, di cui l’uomo si sentiva incapace,
e per giustificare il male del mondo, di cui l’uomo voleva sentirsi irresponsabile, furono ideati un
remoto Dio di bontà e un astratto Satana di malvagità senza fine.
L’uomo magico, cioè perfettamente consapevole che tutto è all’interno dell’uomo, nel bene e nel
male, sa che l’inferno non è oltre il velo della vita, ma è qui, nella coscienza infelice dell’uomo:
e così pure, il paradiso delle antiche favole non è oltre l’uomo e le sue misure, ma è qui, nella
coscienza tranquilla di un’esistenza che ha superato, pagando gli errori e le paure della crescita
umana;
In altri termini, l’uomo si crea da solo il suo inferno e il suo paradiso.
La medicina più avanzata sa e dimostra che le malattie, i disagi fisici e psichici hanno nell’intimo
dell’uomo le radici e la spiegazione.
Da quasi un secolo la psicoanalisi cerca e trova nell’inferno dell’inconscio le ragioni, dimenticate
dalla memoria ma non dalla coscienza, dell’angoscia e del crimine. Allo stesso modo le minacce alla
sopravvivenza, nell’attuale situazione del pianeta, sono provocate dall’uomo e hanno una profonda
matrice psicologica. Ciò significa, ripeto, che il male del pianeta è il male stesso dell’uomo,
intimo a lui, e che solo con rimedi interiori può essere curato e sanato.

Come è possibile non capire, o nascondere ai propri occhi, che la degradazione dell’ambiente, il
decadimento urbano e la sofferenza sociale, lo sradicamento e la solitudine, la violenza e il vuoto
che ci si illude di colmare con le varie narcosi di massa, non sono che gli specchi della nostra
limitata, egoistica visione del mondo?

Il mondo esterno riflette quello interno, lo si voglia o no. Mi permetto di insistere, precisando
ancora meglio: l’avidità, l’ignoranza delle leggi sia spirituali che materiali, lo spreco,
l’arrivismo, il cinismo, la brutalità sono i vuoti di coscienza che provocano l’inferno del
presente, dove tutti abitiamo, e definiscono una basilare immaturità psicologica dell’uomo moderno.
Costui (ed è anche qui) si vanta padrone e despota del mondo, lo violenta ignaro che ne sarà poi
violentato, per la legge di causa e di effetto.
Infatti il mondo gli si rivolta contro. Ma lui si ostina in un sogno di possesso e di potenza che
sempre più gli si rivolta e lo fa sempre più spaventare, impotente, malato, preda di un futuro che
insieme provoca e teme, ma ancora incapace di recedere dal suo sogno stupido e brutale.
L’uomo magico si domanda, dall’angolo della società di cui non spartisce i miti e gli errori, anche
se non si esonera affatto dalla responsabilità collettiva: ma perché l’intelligenza umana, che ha
tanto conquistato, offende così stupidamente se stessa e le sue stesse conquiste? Perché l’uomo
vuole tanto soffrire, mentre dichiara di volere solo la felicità e la libertà? Perché inseguendo il
miraggio di un benessere illimitato e l’esenzione dalla sofferenza, si ammala di mali sempre più
umilianti e più gravi? Perché, quanto più ama e insegue la vita, tanto più la limita e la avvilisce?
La responsabilità non è di nessuno in particolare, ma è di tutti.

La diagnosi apparentemente semplicistica dell’uomo magico, cioè l’uomo della conoscenza e della
coscienza, dice che ognuno ha in se stesso, nativamente, la possibilità e i mezzi per migliorare il
mondo, a partire dal suo mondo, cioè da poco e da vicino, e, in primissimo luogo, da se stesso.
Ogni altro rimedio è ingannevole, illuderebbe che sia lo stesso inquinatore a disinquinare, lo
stesso corruttore a moralizzare.
Come il male del mondo è il nostro male intimo, proiettato fuori e dimenticato come nostro male,
così la guarigione del mondo è e non può essere che la nostra guarigione interiore, che si
proietterà fuori e diventerà immediatamente quel mondo migliore finora promesso dalle utopie e dalle
favole della speranza.
Ognuno di noi è la speranza del mondo, dunque, se questa è la sua profonda volontà, se è capace di
quella illuminazione interiore, di quel ribaltamento spirituale di cui parlano le guide
dell’umanità.

Ed ecco un’altra definizione dell’uomo magico: egli è, per coscienza acquisita, l’uomo semplice
della speranza.
Non compie miracoli su ordinazione, non vende panacee o ricette per una felicità e una guarigione
contro assegno, non allude gli infelici e non si traveste da portavoce privilegiato degli spiriti,
insomma non è il personaggio del baraccone parapsicologico oggi in voga tra il pubblico dei
rotocalchi.
E’ invece, in primo luogo, l’uomo della speranza; e quindi, come ipotesi immediata, della possibile
felicità.
E’ stato detto: “beati gli uomini di buona volontà, perché di loro è il regno dei cieli”.
Ora noi abbiamo compreso che la felicità è un impegno, non una fuga o una vincita alla lotteria; che
il regno dei cieli è una dimensione e una conquista interiore, non un remoto regalo post mortem; ora
abbiamo compreso che l’infelicità è un errore umano e si può correggere all’origine, in sé stessi.
Infine, l’uomo è il regista e l’interprete unico del suo destino: questo è il messaggio dell’uomo
magico.
Come si può già capire, l’uomo magico conosce il labirinto delle illusioni e la sua uscita, dal moto
delle cause individua la spirale degli effetti, conosce e può indicare i rimedi al male di vivere –
ma chi lo ascolta?

Il prototipo, il maestro assoluto dell’uomo magico, che parla al cuore da duemila anni, chi l’ha
ascoltato e seguito?
Eppure nei suoi vangeli c’è la soluzione immediata e radicale di ogni problema dell’uomo e del
mondo, c’è l’indicazione della soglia oltre la quale l’uomo diventa, finalmente, degno di questo
nome ancora usurpato, uomo, e il mondo può diventare, d’incanto, la terra promessa non a pochi
fanatici ma a tutti, al prezzo solo della buona volontà.
Se è antico costume non ascoltarlo, dunque, che cosa può ancora dire l’uomo magico, cioè l’uomo
intimamente felice, al suo distratto auditorio?
Questo, per prima cosa: che ogni uomo è spontaneamente mago, e non lo sa.
Saperlo, adesso, può significare sì una grande responsabilità, ma anche l’avvio di un processo di
restituzione al proprio migliore destino.
Dopo la grande alienazione si può tornare, pian piano, in sé stessi – per conoscersi meglio e usarsi
meglio.
Certo, e sia chiaro, nessuno può vendere o comprare i famosi poteri magici, né qui in occidente né
là in oriente dove tanti nomadi infelici corrono ad acquistarli da guru e santoni in vetrina.
Nessuno può fare, per noi, quello che solo noi possiamo e dobbiamo fare.
Fuori di sé, l’apprendista mago non incontra che miraggi e false notizie.
Qualcuno potrà, all’improvviso, indicargli la strada, ma quando lui è già pronto, e dovrà sempre
percorrerla da solo, e in silenzio.
Le soglie dei templi affollati, dei gruppi esoterici, dei cenacoli spirituali, eccetera, conducono
in altrettanti recinti chiusi dove l’ossigeno si consuma presto, e poi si soffoca.

L’uomo magico, strano a dirsi, è un self made man, che, ancora più strano, non arriverà mai da
nessuna parte, perché la via della magia è un cammino senza fine.
Chi spera di ottenere vantaggi, o anche solo di essere risparmiato dai colpi dell’avversa fortuna,
spererà invano: la via magica, infatti, non è una gruccia o un antidolorifico, ma un duro impegno e
un percorso solitario al lume delle stelle.
Lo simboleggia il Nono Arcano dei Tarocchi, cioè l’Eremita.
Che significa, allora, che ogni uomo è spontaneamente mago, e non lo sa?
Significa che ognuno opera e respira in un ambiente totalmente magico, nel quale è fruitore ed
artefice, ma è ignaro delle forze naturali e psichiche che muove e da cui è mosso, e quindi non sa;
In tal modo, benché sia per nascita libero e per dotazione potente, con un grande corredo genetico
nel quale è contenuta l’intera storia della specie che l’ha preparato, con tutte le sue conquiste e
potenzialità, si riduce per ignoranza di se stesso a pensieri ed attività che non lo distinguono
abbastanza dagli abitanti dei regni inferiori, cioè dagli esseri naturali che vivono di automatismi
sociali e senza la luce di un progetto individuale.
Qualunque forma di infelicità, di incompiutezza, di vuoto interiore, derivano, per l’uomo, proprio
da questo abdicare al suo reale destino (per pigrizia, per ossequio agli idoli dominanti); derivano
da questo recedere e regredire a pensieri ed atteggiamenti inferiori sia al suo livello evolutivo
che al naturale richiamo delle sue potenzialità magiche, cioè creatrici.
Sono queste potenzialità non ascoltate e non fruite che determinano quelle misere esistenze, di cui
sono piene le strade del mondo, incattivite e malate di conseguenza, che contagiano l’atmosfera
psichica del pianeta e fanno la fortuna sia della casta medica che di quella sacerdotale.
Perciò gli antichi sapienti, e quindi maghi, definivano come primo compito dell’uomo quello di
conoscere se stesso, che in primo luogo significa conoscere, per poi saggiamente usare, tutte le
proprie potenzialità, la propria spontanea e connaturale magia.

L’immediata domanda è: ma come si fa a conoscere sé stessi?
Si è detto prima: è la volontà che fa liberi.
Si può aggiungere adesso: la divisa dell’uomo magico è di farsi e poi mantenersi semplice, solo e
libero da tutte le sirene dell’ideologia e del desiderio.
Il suo impegno può condensarsi in una frase di accompagnamento ad ogni attimo della sua esistenza:
sii felice!
Che significa: sii felice così, come sei, con chi stai, con quello che hai, al presente – perché
l’inferno non è che il luogo psichico dei rimpianti e delle ambizioni, dove i fantasmi del passato e
i demoni del futuro privano dell’unica certezza e dell’unica felicità reale, quella del presente.
E l’uomo magico è l’uomo del presente, del qui e adesso, costantemente attento e responsabile di se
stesso, lieto di se stesso, nell’eterno presente dell’esistenza.
Questo significa – ripeto – l’impegno di demolire, dentro di noi, i castelli spiritati del rimpianto
e dell’ambizione, i due lividi nemici del presente.
Essi infatti ci trascinano, come dannati danteschi, ora qui o ora là, sotto angosciose bandiere, al
suono di trombe o di campane che ora ci inginocchiano e ora ci travestono da guerrieri, e ci
illudono con false promesse e poi disilludono con orribili risvegli.
L’uomo magico è, ripeto, solo, semplice e libero, ovvero partecipa a tutto, in quanto è vita e
spettacolo di vita, ma conserva costantemente il distacco e il sorriso di chi sa che non è fuori, ma
dentro, la realtà delle cose e la verità dell’uomo.
Conoscere se stesso, dunque, è l’impegno costante dell’uomo magico, cioè poi l’uomo di domani,
quando questo frenetico carnevale della storia sarà concluso.

La sua prima acquisizione cosciente è che l’uomo non è padrone di niente, sulla terra, non è re di
niente, di nessuno, non vale più o meno di nessun altro, non è divisibile per patrie, religioni,
censo, colore, sesso, ideologia, mestiere, eccetera, ma è semplicemente fratello di ogni uomo, di
ieri, di oggi, di sempre, nell’infinita famiglia cosmica, che appartiene per diritto e dovere alla
sola famiglia che esiste e ci impegna, quella universale.
Ha scritto Albert Einstein, un altro prototipo dell’uomo magico, che visse solo, semplice e libero,
col corrispondente distacco dell’uomo adulto: “Un essere umano è parte di un Intero chiamato
universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto: è
una sorta di illusione ottica della coscienza. E questa illusione è una prigione. Il nostro compito
– prosegue Einstein – deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso
l’allargamento del nostro circolo di conoscenza e di comprensione, fino a includere tutte le
creature viventi e l’interezza della natura nella sua magnificenza”.
La natura, per l’uomo magico, non è oggetto, merce, valore, ma è sacra, è coscienza, è vita.
Questa sola consapevolezza, se assunta come giusto comportamento, risolverebbe tutti i problemi e i
mali dell’ambiente, e quindi, coerentemente, dell’uomo.

Sarebbe molto bello, tutto questo, dice l’uomo che resiste al richiamo della sua magia, cioè della
sua felicità e della sua dignità; ma tutto questo è difficile, insiste, persuaso della sua impotenza
da un flusso di informazioni e di suggestioni che lo vogliono impotente, appunto, pessimista,
frustrato, per seguitare una politica di dominio e di sfacelo.
Sarebbe molto bello, ripete, ma come si fa?
Ognuno, in cuor suo, vorrebbe partecipare al mondo migliore che l’uomo magico promette, no, che
indica a chiunque non abbia smarrito la fiamma della buona volontà.
Se così è, perché non adoperarsi per costruire questo mondo migliore alla portata dell’uomo?
E facile, sapete: basta avere l’amore, la fiducia, il coraggio necessari per ogni impresa non
illusoria.
E così si conclude, per il momento, la favola dell’uomo magico, cioè di ognuno di noi.

Pietro Cimatti Poeta, scrittore, giornalista RAI

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