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L’UOMO ED I TRAPIANTI

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[ 7 minuti di lettura ]

L’UOMO ED I TRAPIANTI

di Orazio Valenti
per Edicolaweb

Si discute sui “trapianti si – trapianti no” e c’è un maggior discutere sull’avvenuta morte: se è
già avvenuta quando il cervello è piatto o se avviene per altri motivi.

Una serie di esperti in etica umana, è chiamata o meno a decidere quando e se si può espiantare un
organo o una cellula.
Si dice che gli organi vengono presi “a corpo morto”, perché la diagnosi di morte è certezza, quindi
la paura è ingiustificata. Chi vuol donare gli organi lo deve dichiarare, altrimenti il silenzio è
assenso.
Sono stati sempre più pressanti i comunicati ufficiali in cui si richiama il cittadino a questo
“dovere”, anzi a questo “atto d’amore”. Addirittura si è arrivati a lasciar dichiarare da qualcuno,
la donazione, come un imperativo.
Non stiamo esagerando?
Ci domandiamo: “È possibile che ci sia una certa colluttazione tra correnti scientifiche e politiche
di potere”?
Certamente, la scelta è una questione di coscienza, ma legata a quale conoscenza di sé stessi?
Offerta da quale scienza razionale o religione irrazionale?
Sono temi ardui.
Dobbiamo deciderci!

Cosa c’è dietro ai “SI” ed ai “NO”? A chi appartiene la irresponsabilità o la incultura?
La massima libertà di pensiero è perentoria, non tanto perché la crediamo figlia della democrazia,
ma più che altro perché è la prima Legge Universale.
E libera è la volontà evolutiva individuale della coscienza, che decide anche del proprio corpo
senza fare alcun male al prossimo.
Ci sono svariati studi che pendono da ambo la parti. Chi pensa che le leggi le facciamo noi, anche
con il concetto per cui la cultura è uno spaccato di realtà, che è quello che decide la maggioranza;
c’è anche chi pensa che esiste un’Etica, una Legge Morale che investe le realtà umane naturali ed
intrinseche prima della legge fatta dall’uomo che, a seguito di una serie di interessi, si apre a
moralismi discordanti.

A nostro avviso, non c’è divario tra religione e scienza, ma tra scienza e scienza!
Bandendo ogni interesse politico o religioso, è molto più utile e chiarificatore fare scienza, una
scienza aperta ed evoluta, vivificata dalle nuove scoperte sulla realtà dell’uomo, per cui, anche in
questo contesto, si arriva all’Etica Una, perché la Verità è Una e non quella di qualunque religione
o filosofia politica o degli interessi di qualunque multinazionale od industria della salute o della
malattia.

Chi è l’uomo? Questo è il tema fondamentale della nostra realtà vivente in cui annaspiamo da milioni
di anni, facendoci dominare dal prurito esteriore degli egoismi possessivi, senza scavare in fondo a
quel nostro intimo che ci appartiene a tal punto dal farci pensare, vivi, individui singoli e
diversi, in un contesto funzionale infinito.
Si ricorda ancora la polemica sorta in una trasmissione televisiva, commentata dal “Il Giornale” del
26 Maggio 2001. A pag. 13, così si esprime il signor Roberto Agnes che, con comprensiva sofferenza,
ha perso la moglie per ritardato arrivo del cuore da trapiantare; e dice, riferendosi alla
trasmissione di Adriano Celentano: “…in quella settimana di babele mediatica tanti cittadini
distratti, superficiali e un po’ egoisti hanno smesso di considerare la donazione come un
imperativo”.
A prescindere dal fatto che, come sottolineava il giornalista Stefano Zurlo, in quelle settimane di
dibattito le opposizioni alle donazioni passarono dal 27,7% al 23,4%, quello che lascia interdetti è
quella parola “imperativo”, che non ci sta affatto.
Molti di noi hanno compilarono il famoso ed ambiguo tesserino sulla dichiarazione di volontà per la
donazione degli organi, definito una “scelta consapevole”, moralismo che va bene sia col “SI” che
col “NO”, dipende dal tipo di coscienza che si agita in ciascuno di noi.
Anche se il silenzio può voler dire ignoranza, non certo assenso, mi domando e domando a tutti noi
se ci lasciamo “consapevolizzare” dal desiderio sempre maggiore di conoscenza o di ignoranza.

Chi decide di affidarsi agli altri, ben faccia. Ma per chi vuole affrontare il “conoscersi”,
l’essere egoisti, altruisti, possessivi, il dono di sé, sono temi etici di difficile risoluzione, se
non vogliamo comprendere la realtà dell’uomo.
Ci sono spiegazioni di numerosi studiosi sul campo vitale ed invisibile dell’uomo. È inutile
tergiversare o polemizzare: l’uomo è energia.
“Siamo esseri di energia. Il buon funzionamento del corpo umano è legato strettamente all’equilibrio
fra un complesso di sistemi energetici interattivi. Ciascuna cellula di ogni essere vivente vibra
con proprie lunghezze d’onda” (Dott. Luca Tonello, medico omeopata).
Come ampiamente spiegato da una équipe internazionale di medici, biologi, fisici, fisiologi,
neurologi, sociologi, psichiatri, è continuamente analizzata e fotografata, con certezza
sperimentale, l’espressione energetica del corpo umano, dei suoi sistemi funzionali, dei suoi
organi, delle sue cellule, con vari risultati dalla concezione incredibile:
– Ogni corpo ed ogni cellula ha la propria vibrazione individuale.
– Al momento della morte, quando il corpo decide di rompere le righe per ogni meccanismo
fisiologico, non è così per il corpo energetico che, non solo alita fuori del corpo, distaccandosi
da esso dopo il secondo giorno, ma porta con sé un insieme di esperienze vibratorie che sono state
registrate dagli apparecchi di misura sotto forma di agitazioni particolari, a seconda del “vissuto”
fino all’ultimo istante.

Scusatemi se è poco…
L’uomo… se ne va altrove, con il bagaglio-memoria delle esperienze vissute da ogni minima parte
del proprio corpo, col quale è nato.

Cosa succede, con queste spiegazioni, ad un corpo umano quando subisce trapianti?
Si ritiene che ci sia un rigetto energetico molto più incisivo di quello biofisico, che gli venga
tolta parte del proprio bagaglio di esperienze, portate su di un altro individuo, commettendo un
doppio “assassinio animico”.

Che differenza tra il trapianto di una mano, di un organo, di una cellula o di un una molecola?
Il paziente a cui era stata trapiantata una mano, ha rilasciato varie interviste e vorrei ricordare
un tema dichiarato: “Ad un certo punto ho sentito sempre più pesantemente che la mano non era una
cosa mia, per diversi fattori, avevo forti conflitti tra l’emozione e la logica”.
Ha deciso di togliersela, “…e da quel momento mi sono sentito libero, sereno, col desiderio di
recuperare la concretezza della mia vita”.

Ho colloquiato con diverse persone, di cui non ho voluto sapere il nome, a cui era stato o
trapiantato un organo o trasfuso il sangue. Hanno in comune caratteristiche simili:
“È come se mi sentissi un’altra persona…”;
“Prima desideravo mangiare qualcosa che ora rifiuto, mentre prediligo altri alimenti che prima
rifiutavo…”;
“Prima non fumavo, mi dava fastidio, mentre adesso fumo accanitamente…”;
“I rapporti con il mio coniuge sono cambiati, non ci capiamo come prima…”;
“L’ho fatto per sopravvivere, ma questo organo non lo sento mio e mi crea continui stati di
angoscia, anche mentre dormo”.

Perché non si dice di queste testimonianze? Quali assurdi timori ci possono dividere dall’amore per
la conoscenza? Non c’è libertà di comunicazioni di esperienze? Di che tipo di “rigetti” si tratta? E
non sono sintomi da curare psicologicamente, perché sono semplici, pratici, in perfetta salute
mentale.
Se vogliamo, quanto spiegato su numerosi testi sacri, compresi il “Libro dei morti” egiziano,
tibetano, ecc., cioè che l’essenza umana trasmigra nei corpi delle incarnazioni successive, acquista
un supporto di rilevanza non trascurabile.

La serie di pareri scientifico-spirituali, sulla realtà vivente dopo la morte del corpo, ci
spiegherebbe che il destino non può essere forzato in modo disastroso.
Questo nulla toglie alla ricerca scientifica, se non che venga stimolata a percorrere la strada di
una più approfondita presa di coscienza della realtà completa dell’uomo.
Sono solo spunti di meditazione, nulla di più, e nulla da dire alla liberissima scelta di chi
ritiene il trapianto un “atto d’amore”, un “dono per la vita”, ne ha tutte le sue ragioni e fa
benissimo.
Anzi, per chi ritiene che la vita sia circoscritta al corpo materiale e tutto finisca con questo, è
un vero ed altissimo atto d’amore: “dare la vita per gli altri”.
Così come fa benissimo chi crede che oltre l’atto prettamente fisico vi siano dubbi di natura
interiore che riguardino una certa realtà umana che va oltre la malattia ed oltre la morte del
corpo, ed è libero di decidere per sé stesso di non sottoporsi a questi interventi.

Sarebbe dunque opportuno non creare enfasi né imperativi per l’una o l’altra scelta e ben ha fatto
la decisione governativa di fornire a tutti i cittadini quel tesserino che dovrà essere tenuto in
massima considerazione, per la vita o per la morte, questo è un profondo rispetto per il prossimo,
compreso il prossimo che ritiene che con la morte cerebrale, seguita da quella cardiaca, al terzo
giorno muore solo il corpo, non l’uomo…
È di vitale importanza approfondire questa vita oltre la vita.

orvalen@tiscali.it

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