L’OMBRA DEI RASNA – Il mistero degli Etruschi

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L’OMBRA DEI RASNA – Il mistero degli Etruschi

di Dino Vitagliano

Una gloriosa migrazione venuta da lontano approda sui lidi italici e da sempre sfugge alle ricerche
più approfondite. Dov’era la loro patria? Perché scomparvero senza lasciar traccia? Un’analisi degli
aspetti misterici e controversi degli Etruschi.

L’articolo non avrebbe la sua forma attuale senza il contributo prezioso e determinante di Romano
Manganelli, da sempre appassionato cultore della civiltà etrusca, che con profonda umiltà mi ha
permesso di comprendere i miei sbagli e rafforzare la validità delle mie ricerche. (n.d.A)

L’ombra dei Rasna

Gli Etruschi sono il popolo più enigmatico ed affascinante che appartiene all’Italia, territorio
principe della loro influenza. Secondo il ricercatore Mario Gattoni Celli, le notizie storiche su di
loro non coprono più di cinque o sei pagine di libro. Nulla di più esatto.

I testi scolastici sorvolano rapidamente sulla potente monarchia etrusca sviluppatasi per molte
generazioni, formata da sette re che gli alunni ripetono in successione come una filastrocca, dopo i
quali si giunge immediatamente alla nascita della repubblica romana. I saggi degli studiosi, dal
canto loro, aggiungono soltanto che gli Etruschi erano autoctoni della nostra penisola che parlavano
una lingua indecifrabile e raggiunsero livelli eccelsi nelle arti, nella politica e
nell’architettura, evitando di sottolineare le conquiste umane e spirituali donate all’impero
romano. Negli ultimi anni, dopo attente riflessioni, si è fatto in strada in chi scrive il sospetto,
divenuto pian piano certezza, che un fitto velo di silenzio sia calato sulla stirpe etrusca, per
nascondere segreti di vitale importanza. Gli Etruschi non sono mai morti e ci hanno donato un tesoro
inestimabile che narra una storia, la nostra, iniziata molto tempo fa.

Discesero dai Giganti

I ricercatori più audaci pongono l’origine degli Etruschi in Lydia, a oriente di Smirne, citando
Erodoto che scrive ne Le Storie, I, 94: “Raccontano i Lidi che sotto il re Atys, figlio di Manes, vi
fu in Lydia una grande carestia; per un po’ la popolazione vi tenne fronte, ma poi, visto che non
cessava, … il re divise il popolo in due parti… A capo dei designati a rimanere pose se stesso;
degli altri designati a partire, il proprio figlio Tirreno. Gli esuli scesero a Smirne, costruirono
delle navi…e salparono alla ricerca di una nuova terra…, finché dopo aver costeggiato molti paesi,
giunsero presso gli Umbri dove fondarono città che tuttora abitano…”

Manes, analogo al primo faraone egizio Menes, è il leggendario monarca Manu, nome collettivo che
incarna la guida delle sette razze–madri con le corrispettive sottorazze. Il Manu aveva condotto
moltissime migrazioni in epoche antidiluviane dalla primordiale Isola Bianca nel Mar del Gobi, la
mitica Thule, territorio tropicale lussureggiante che estendeva i suoi confini al Polo Nord, sino
alla formazione dei continenti di Mu e Atlantide. Gli Etruschi chiamavano se stessi Rasna, dalla
radice ra, analoga al Ramu, re–sacerdote di Mu, Rama in India e al Ra egizio, personificazione
dell’energia solare, cuore vitale del Cosmo. Simboli la svastica ed il globo alato delle tavolette
di Mu, effigiate rispettivamente sui muri di Sovana, a Grosseto, e nella Tomba dei Rilievi di Caere.
Le vie commerciali degli Etruschi erano le Tule che giungevano sino in Himalaya, e il cui eco
ritroviamo nel toponimo Caput–tolium, capo delle Tule, il Campidoglio. Roma, infatti, sorge sul
Tevere che incarna la Via Lattea e ha sette colli come gli astri dell’Orsa Maggiore, vicina alla
stella polare citata nel Rg-Veda indù, asse del cielo che pulsa a Thule.

Antenati degli Etruschi sono i Toltechi, terza sottorazza principe della stirpe atlantidea, come
apprendiamo dall’opera di Arthur Powell, Il Sistema solare. Di colore rosso–bruno, avevano
un’altezza prodigiosa e primeggiavano nell’arte edilizia con templi ciclopici, strade lastricate e
ponti. Crearono un impero splendente durato diversi millenni, quando un cataclisma si abbattè su
Atlantide e i Toltechi si spinsero nelle Americhe, fondando la civiltà incaica, mentre i suoi eredi
edificarono nel IX sec d.C. Tula in Messico, con i loro enormi “atlanti”. Il gene tolteco si ritrova
intatto nella sesta sottorazza akkadiana, propria degli Etruschi, che presentano legami
inestricabili anche con gli Egizi, i Maya e gli Indiani del Nordamerica, altri discendenti dei
Toltechi.

Un colore regale

Gli affreschi nella Tomba del Triclinio, a Tarquinia, ritraggono uomini rossi, mentre la Tomba degli
Auguri presenta personaggi di rango elevato del medesimo colore che si stagliano sopra individui
comuni. Un altro ancora tiene fra le mani un uovo, segno della creazione eterna. I re etruschi,
durante le cerimonie rituali, si tingevano di rosso con il minio, e rosso sarà il colore preferito
dall’imperatore Nerone. Il rosso, ammettono gli studiosi, ha carattere sacro, senza spiegarne però
il motivo. Simboleggia gli ancestrali predecessori e rimanda al culto del pianeta Marte, incarnato
dalla Sfinge leonina interamente rossa, a Giza, e dal giaguaro della piramide di Chichén Itzà. Il
felino sacro ricompare di nuovo a Tarquinia, nella Tomba dei Leopardi e in quella delle Leonesse, in
realtà giaguari. I pellerossa del Nordamerica, infine, come gli Etruschi conservano sepolcri a forma
di tumulo e venerano i simboli dell’uovo e del serpente.

Parlavano sanscrito

Ma chi erano in verità gli Etruschi? La lingua ne penetra il mistero? L’imperatore Claudio,
affascinato dal loro mondo, scrisse i Tirrenika in venti volumi, spariti nel nulla. Stessa sorte
subirono gli Annuali Etruschi custoditi nel Tabularium Capitolinum, che narravano la vera origine
dei Romani, i Libri Etruschi e i Tusci libelli, conservandosi soltanto qualche frammento negli
autori latini. Strano, dato che gli scolari romani andavano a studiare l’etrusco nella prestigiosa
Caere. La lingua dei Rasna, afferma il filologo Bernardini Marzolla, svela un’antica discendenza dal
primo idioma del pianeta: il sanscrito. Il testo più completo è inciso sulle bende di una mummia
scoperta in Egitto due secoli fa, ora al Museo di Zagabria. Le strisce di tela, quattordici metri,
compongono il “Libro della Mummia”, aggiungendosi alle oltre dodicimila iscrizioni rinvenute.

Adepti della Grande Madre

Intorno al 1.000 a.C., gli abitanti della Lydia dimorarono nell’isola di Lemno con capitale Efestìa,
nel Mar Egeo, disseminata di necropoli e santuari alla vergine nera Cibele, invocata come madre
dell’Indo. Le fanciulle raticavano la sacra teogamia in collegi particolari, che ricordano quelli
delle Mamacones inca e delle Vestali romane. La società etrusca era di tipo matriarcale, come
Atlantide, con le donne che presenziavano ai sacri culti e godevano di un peso influente nelle
decisioni più importanti. Prova ne è la tomba Regolini–Galassi, scoperta nel 1836 a Caere, che
ospitava la principessa Larthia, con indosso un fibula intessuta di minuscole sfere granulate.
Rivelatrice, poi, la storia di Lucumone, figlio di un nobile corinzio, che insieme alla moglie
Tanaquilla giunge a Roma da Tarquinia nel VII sec. a.C. Alle porte di Roma, un aquila afferra il
cappello di Lucumone per poi restituirglielo. Un presagio sacro, simile al mito azteco, e alla
fondazione della metropoli di Cajamarquilla in Perù, dove un condor avrebbe incoronato il suo
fondatore. Tanaquilla è un nome incaico, dato che quilla significa luna, suggerendo che la donna
appartenesse ad un antico culto lunare. In etrusco, lo stesso nome è Thanakhvil, dove than è
l’aspetto femminile del dio Tin e akhvil è ancella, in quechua aclla, indicante cioè “le ancelle
degli dèi”, un ordine sacro.

Gli avamposti megalitici

Lucumone entrerà a Roma mutando il suo nome in Tarchunies Rumach, Lucio Tarquinio Prisco, e diverrà
re nel 607 a.C. dopo la morte di re Anco Marzio (strana assonanza con il termine egizio Ank–hor).
Sarà lui a drenare l’acqua che alimenterà il Tevere dai colli attorno a Roma, a creare il Foro
Boario, il Tempio di Vesta e il Circo Massimo, luogo di culto. Suo è anche il magnifico tempio di
Tinia–Giove sul Campidoglio. Roma, territorio di povere palafitte, entrerà a far parte delle dodici
città sacre che coprivano l’intera Etruria, mentre un numero analogo di metropoli interessò la
Campania. Nell’erezione di un sito, i geomanti etruschi tracciavano due linee ad angolo retto in
direzione nord–sud, il cardo maximus, e il decumanus maximus con andamento est–ovest, ponendo nel
punto d’intersezione la pietra omphalos, ritrovata spesso intatta dai moderni mezzi di rilevamento.

Le metropoli etrusche annoverano Cortona, Arezzo, Fiesole, Tarquinia, Vulci e Populonia. Il
monumentale complesso urbano di Caere, con una necropoli che copre 360 ettari, era anticamente il
porto più potente del Mediterraneo, insieme ad Hatria, e da innumerevoli altri sulla costa
Tirrenica. Uno dei più antichi insediamenti è Vetulonia, che superava Atene con oltre centomila
abitanti. Le sue pietre megalitiche un tempo si stagliavano sulla collina–tumulo, ugualmente a
Ollantaytambo sulle Ande. Sulla ciclopica Cosa, vicino Orbetello, vigila una Sfinge di pietra e il
contiguo monte di Ansedonia è scolpito con animali mitologici analoghi a Marcahuasi.
Indistinguibili, poi, la cinta muraria di Volterra lunga 8 km e quella di Pisaq in Perù, come pure i
blocchi poligonali di Alatri e Amelia, pesanti centinaia di tonnellate, e Sacsayhuaman, sovrastante
Cuzco. Le profonde affinità degli Etruschi con gli Inca trovano autorevole conferma in Zecharia
Sitchin, da noi interpellato, il quale ha risposto affermativamente circa la nostra intuizione di un
simile legame con la lontana America.

Colpisce, poi, l’omofonia di Chianciano (probabilmente consolidatosi da un etrusco Clanikiane) e
Chan Chan, capitale del Gran Chimù peruviano, le quali conservano anche identiche urne funerarie
antropomorfe risalenti al VII sec. a.C. A Poggio Murlo, Siena, è stata rinvenuta anche una statuina
con barba posticcia di un “antenato”, munita di uno strano sombrero simile al copricapo del
Guerriero di Capestrano. Infine abbiamo Veio, patria dell’artista Velca, che scolpì la magnifica
statua di Apollo, divinità la cui l’effige sul Palatino sarà alta 15 metri. La stirpe degli Amhara o
Aymarà, che abitarono l’antic Ameria (Amelia) con il nome di Amr, adoravano Apu Illu, Signore dei
fulmini, sul Monte Soracte in Bolivia, mentre i Romani costruirono sul Monte Soracte, cantato da
Orazio nelle sue Odi, un santuario ad Apollo.

Le invisibili arterie di Porsenna

L’opera più imponente è il Mausoleo di re Porsenna a Chiusi, tratteggiato da Varrone e Plinio nei
loro libri. La struttura sembra un tempio buddhista con ben quindici piramidi di altezza
indescrivibile e una sfera di bronzo al centro, che emetteva particolari frequenze. I suoi pinnacoli
antenne rivolte al cielo per incanalare l’energia cosmica. Costituiva il centro oracolare madre in
Italia, legato con quelli di Delfi, Dodona, Tebe, Heliopolis e Metsamor, in Asia Minore. Sotto il
vicino Poggio Gaiella si diparte una fitta rete di gallerie sotterranee inesplorate che formano il
labirinto di Porsenna, cuore cerimoniale connesso con le dodici città–stato e le metropoli gemelle
al di là dell’oceano. Anche le catacombe sotto San Pietro, una volta templi etruschi, erano parte di
questo disegno.

Funzione iniziatica avevano i cunicoli ad U, come quello lunghissimo ed inquietante di S.Valentino e
altri a Pitigliano, Sorano e Sovana, un’area archeologica di notevole interesse, costellata delle
famose “tagliate”. Queste enormi strade nel tufo, che paiono scavate con il laser, si ergono
vertiginose nelle vicinanze di necropoli, templi, luoghi sacri, e spesso vicine le une alle altre.
Sorte al ritmo del flauto, con cui gli Etruschi scandivano ogni attività, richiamano alla mente il
musico greco Anfione, il quale edifica Tebe “alla musica delle sua lira”, presumibile scienza sonica
antidiluviana. Se l’enorme traforo sotto Castel Gandolfo, più di 1 km, è un’opera di ingegneria
idraulica, lo scopo delle “tagliate” non è ancora chiaro. Alla luce delle attuali cognizioni,
rappresentano allineamenti astronomici o tellurici di rilevante importanza, istoriate da glifi
cosmici. Il tufo, infatti è un materiale radioattivo, rinvenuto anche a Cuzco e sulla piana di
Nazca.

Guardiani della vita

L’illustre linguista Georges Dumézil, in appendice alla sua opera La religione romana arcaica
(Rizzoli, 2001), dichiara in toni concisi che i Romani mutuarono da un “passato indoeuropeo” un
solido sostrato rituale, che “l’apporto etrusco” modificò lievemente. Una contraddizione in termini.
Per amore di chiarezza, facciamo notare che gli Etruschi sono l’elemento indoeuropeo, e i Romani si
limitarono ad adottare le loro elevatissime concezioni, come in precedenza i Greci, poi totalmente
stravolte.

Gli Etruschi erano un popolo pacifico, costretto ad impugnare le armi soltanto a causa delle
vessazioni di Roma. Avevano una visione animista, in cui l’Universo tutto pulsa di vita e ogni
organismo è connesso. Da qui l’amore per la Terra, i boschi, le fonti, le montagne e il cielo,
sinfonia sublime dell’Energia Prima, che nel corpo umano esprime la sua sacralità attraverso le
funzioni sessuali. Il loro pantheon è formato da numerosi personaggi ed esseri ausiliari, esprimenti
i molteplici aspetti di una lontana dottrina esoterica, invisibile ai profani. Similmente agli
gnostici, ritenevano, infatti, l’uomo al centro delle forze luminose ed oscure, in grado di
stabilire da solo quale via intraprendere per tornare in alto.

Il linguaggio della Natura

Le rivelazioni uraniche si ritrovano nei Libri acherontici, sulle dimensioni nascoste, rituales,
fatales, e i Libri haruspicini riguardanti l’epatoscopia, o esame del fegato, per gli Etruschi un
piccolo cosmo in movimento. Una scienza definita dai Romani “etrusca disciplina”. I volumi
provenivano dal sapiente fanciullo Tages, spuntato da una zolla di terra, informazione che ci
ricollega al regno sotterraneo di Agarthi. La Madreterra donò agli Etruschi la geometria sacra e il
suono primordiale, con il quale ammaliavano gli animali. Notevole l’incisione del mandala esoterico
“fiore della vita” a sei petali, di matrice indiana, trovato sulla stele del guerriero Avele
Feluske, a Vetulonia. La disposizione reticolare dei massi negli edifici replica la struttura
biologica della cellula, facendo sì che l’intera costruzione prenda vita e “comunichi” determinate
frequenze, particolarmente attive presso i corsi d’acqua. L’elemento liquido aveva una funzione
purificatrice, ancor oggi apprezzata nei centri termali di Saturnia e Petriolo. Numa Pompilio, che
le tradizioni descrivono come monarca pacifico e illuminato, era in contatto con la ninfa Egeria,
che abitava una sorgente nel bosco sacro vicino al fiume Almene. L’acqua sorgiva magnetizza i raggi
cosmici, come gli infrarossi, rigenerando la terra e le forme di vita. Nell’uomo potenzia la memoria
ancestrale e inonda l’ipotalamo di energia planetaria.

Il bagliore di Zeus

Numa compose dodici libri di “scienze naturali” che nascose in un’arca nel suo sepolcro, trovato poi
vuoto, e introdusse il calendario solare di 365 giorni e ¼. Padroneggiava il “fuoco di Zeus”,
l’elettricità, e i suoi templi possedevano parafulmini all’entrata. Il suo successore, Tullo
Ostilio, morì invece incenerito dalle scosse fulminanti. Il segreto di Numa passò a Porsenna, che
nel VI sec.a.C. polverizzò Bolsena, invocando una folgore celeste, e sconfisse con una scarica
elettrica un essere feroce dal nome profetico: Volt.

Lo studio dei tuoni e dei fulmini era codificato nei Libri fulgurales, con le istruzioni per
evocare, dominare e guidare le folgori. Riti complessi seguivano alla caduta di un fulmine in un
determinato luogo, che veniva immediatamente recintato per precauzione e dichiarato sacro, per la
presenza nel terreno di ferro meteorico dei bolidi stellari, vitale agli Etruschi. I fulguratores,
provvisti di cera nelle orecchie, allontanavano le vibrazioni residue modulando una parola sacra.
Alle Sorgenti della Nova, un’antica metropoli guarda da una scalinata il Monte Becco, santuario
etrusco, dove ancor oggi avvengono strani fenomeni magnetici. Anche Costantino, sacerdote del Sol
Invictus, consultava segretamente gli aruspici etruschi, disposti a lanciare folgori sui Goti di
Alarico nel 410 d.C., sotto papa Innocenzo. I fulgurales erano una parte dei Libri Vegoici, dono
della ninfa Vecu al tempio di Apollo, in cui possiamo ravvisare i famosi Libri Sibillini, portati
all’imperatore Augusto da una donna misteriosa e distrutti dai cristiani nel 400 d.C.

Gli iniziati sonici

Numa istituì il collegio dei lucumoni, formato da 60 sommi sacerdoti abbigliati con la veste di
porpora, la catena d’oro, il tutulo conico sul capo che funge da ricettore celeste. In mano il
lituo, lo scettro ricurvo sormontato da un’aquila, che emetteva onde sonore. I lucumoni erano
medici–sciamani che viaggiavano nei mondi astrali acquisendo prodigiose conoscenze utili alla guida
della comunità, come avviene nella culture siberiane ed uralo–altaiche. Fra gli Inca assumevano il
nome di astronomi Tarpuntaes. Sempre a Numa dobbiamo la creazione di un altro enigmatico collegio,
quello dei Flamines Dialis, custodi del soffio terrestre, che nascondono nel nome l’energia
fiammeggiante della kundalini, alla base della spina dorsale. Costretti da severissime norme,
dormivano in grotte sacre sopra un piccolo pertugio nel terreno. Il loro abbigliamento consisteva in
una “camicia” dalle ignote funzioni e una sorta di stetoscopio con un filo di lana che captava
l’afflato tellurico, vestimento che nell’insieme lascia intravedere perdute operazioni geotecniche
di vulcanologia.

La stirpe del silenzio

Centro iniziatico e cuore della vita etrusca è il Fanum Voltumnae, nella fitta selva del Lamone
intorno al Lago di Bolsena, che estendeva i suoi confini sino a Tarquinia, formando un luogo sacro
al confine tra cielo e Terra. Qui, nel sacro Tempio, i lucumoni delle dodici città sacre si
riunivano ogni anno per eleggere un nuovo sacerdote e celebrare la cerimonia misterica della Paska,
in cui si spezzava il pane e si beveva il vino, mentre i partecipanti ricevevano una melagrana, la
rigenerazione. I Rasna erano a conoscenza che il loro compito sulla Terra volgeva al termine, come
gli Incas che lessero nelle stelle uguale ammonimento. Dieci “saecula” durava la civiltà gloriosa
che avevano creato, e nulla, nemmeno il più potente dei lucumoni, era in grado di opporsi.
Scomparvero all’alba di un nuovo Sole, stirpe coraggiosa che in silenzio aveva plasmato il tempo.

Bibliografia

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Celli, Mario Gattoni Gli Etruschi dalla Russia all’America – Carabba, 1968
Churchward, James Mu: il continente perduto – Armenia, 1999
Collins, Andrew Il sepolcro degli ultimi dèi – Sperling & Kupfer, 1999
Compassi, Valentino Dizionario dell’universo sconosciuto – SugarCo, 1989
Drake, Walter Raymond Quando gli dèi camminavano sulla Terra – Casa Editrice Meb, 1982
Feo, Giovanni Misteri etruschi – Stampa Alternativa, 2000
Gatti, Enzo Gli Etruschi – Edizioni Frama Sud – 2 voll.,1979
Hancock, Graham Lo Specchio del Cielo – Corbaccio, 1998
Kolosimo, Peter Italia mistero cosmico – SugarCo, 1987
Marzolla, Piero Bernardini L’etrusco – Una lingua ritrovata – Mondadori, 1984
Moreau, Marcel La civiltà delle stelle – Corrado Tedeschi Editore, 1975
Pallottino, Massinmo a cura di Gli Etruschi – Bompiani, 1992
Pincherle, Mario Come esplose la civiltà – Filelfo, 1977
Powell, Arthur Il Sistema Solare – Edizioni Alaya, 1993
Quattrocchi, Angelo Miti, riti, magie e misteri degli Etruschi – Vallardi, 1992

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