Linee guida per la vita interiore

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Linee guida per la vita interiore

(parte prima)

“LINEE GUIDA PER LA VITA INTERIORE”
. Di Swami Gokulananda. Estratto da Tattvaloka, Febbraio 2007.
(Tratto dal Bollettino ‘VIDYA’- di FEBBRAIO 2008)

La mèta suprema si consegue con la
Comprensione che ogni cosa in questo mondo
è transeunte e da ciò nasce la spassionatezza.

– Il richiamo interiore –

Si sente spesso ripetere da un numero considerevole di devoti, discepoli
iniziati del Math di Ramakrishna, che pur avendo ricevuto l’iniziazione
(diksha) e il mantra, per loro non sembra esserci stato alcun progresso
lungo il sentiero spirituale e si domandano come mai questo possa succedere.

Innanzitutto occorre ribadire che è necessario aver commpreso con
sufficiente chiarezza qual è la meta; infatti, per molti essa non è altro
che il veder esaudite alcune ambizioni terrene o anche celesti. Ma il fine
supremo, la meta, dovrebbbe essere il conseguimento della perfezione in
questa stessa vita – realizzare la propria vera natura che è Esistenza,
Conoscenza e Beatitudine assolute. È facile conseguire tale Meta suprema se
si è tanto fortunati da ricevere l’insegnamento da un sadguru, un
realizzato, simbolo vivente della Divinità prescelta (ishtadevata) cui si è
devoti.

Ma per essere capaci di un tale conseguimento occorre essere stanchi dei
piaceri terreni, del teatro delle illusioni, cosÌ che sorga imperiosa una
determinazione a volgere lo sguardo all’interno e a tornare alla nostra vera
dimora. Solo allora avvertiremo la necessità di ritirarci da ogni lusinga e
seduzione di questa terra. Coloro nei quali si è instaurata una simile
potente aspirazione e che avvertono sete di Eterno e di Infinito sono pronti
per perseguire la Meta suprema. Si tratta di auto-realizzazione in cui
l’aspirazione profonda della vita umana trova il suo compimento.

Perché dobbiamo batterci per conseguire l’Infinito o l’Eterno? Chi può
conseguire la Meta suprema?

La vita spirituale è fatta di dedizione al Supremo; è una vita di
consacrazione e sacrificio, di direzione univoca. Una certa dose di divina
insoddisfazione è necessaria, perché se siamo del tutto soddisfatti di ciò
che la vita ci offre non possiamo sperare di conseguire la meta. A volte il
mondo ci colpisce e ciò ci fa ritornare in noi.

Si dice perciò che quando si avverte un certo malcontento si può più
facilmente giungere a comprendere che questo mondo non può dare una felicità
durevole e reale e si cercherà così di eliminare l’attaccamento a ciò che è
terreno.

A tal riguardo è opportuno fare riferimento al concetto di màya (Illusione)
nella sua duplice funzione: velante (avarana) – un velo che copre il nostro
vero Sé – e proiettiva (vikshepa) – distorsione della realtà sostituita da
qualcosa di mentale. È a causa di questa maya che i non-conoscitori vengono
illusi e percepiscono i molti oggetti invece del Brahman,
l’Uno-senza-secondo. La verità è che noi siamo divini (aham brahmasmi = Io
sono Brahman)(1), ma ci pensiamo e ci comportiamo come jiva, esseri limitati
e finiti. Il jiva non è altri che Brahman (Jivo brahmaiva naparah) afferma
Shankara(2).

Pertanto, non è forse prudente, da parte nostra, impegnarci seriamente nella
vita spirituale e cercare di raggiungeere la Meta suprema in questa stessa
vita? Questo non significa che tutti devono diventare monaci o suore; ciò
che veramente occorre è sviluppare il distacco-spassionatezza (vairàgya)
verso tutto quello che riguarda il mondo e ricordare sempre che esso è
temporaneo e fuggevole.

Solo se sviluppiamo tale attitudine sarà possibile un giuusto rapporto con
gli altri nel nostro vivere quotidiano. Si dice che la mente nella sua
interezza deve esser donata al Divino, ma perché ciò sia possibile occorre
non fare distinzione tra secolare (mondano) e spirituale. Qualcuno potrebbe
chiedere: «È possiibile agire in questo modo, per un aspirante che stia nel
mondo?». La risposta è sì; cercate di spiritualizzare le vostre relazioni
quotidiane; ricordate sempre la verità secondo cui la vita di un aspirante
spirituale è una vita di continua meditazione. Che non ci sia intervallo
alcuno!

– Ostacoli lungo la via spirituale –

Anche se il richiamo interiore verso la nostra vera patria si è fatto
sentire, l’attrazione che proviamo verso gli oggetti dei sensi è tale che
simile richiamo rischia di venire sommerso dal rumore e dalla frenetica
agitazione del mondo. Ma coloro che persistono nel dare ascolto al richiamo
possono intravedere la fugace apparizione di una realtà interna quando,
anche solo per un breve istante, riescono ad acquietare il rumore esterno;
allora essi non permetteranno più alle attrazioni del mondo di assalire la
loro mente distogliendola dalla meta.

Il “visto” non è altro che apparenza o maya, mentre il fine è di conseguire
la Meta suprema, la Realtà. Come poter rag-giungerla? Dobbiamo strappare il
velo della maya; dobbiamo scoprire Brahman, la realtà sottostante ai
mutevoli fenomeni del mondo: un compito facile e difficile allo stesso
tempo. Ma quali sono gli ostacoli? Ce ne sono alcuni fondamenntali, uno dei
quali è il nostro attaccamento a tutto ciò che non è àtman.

Consideriamo questo nostro corpo. Esso è solo un involucro, un contenitore,
ma noi, a causa dell’avidyà (ignoranza), ci identifichiamo totalmente a
questo insieme di corpo-mente e non ci dedichiamo a scoprire la realtà che
vi dimora. Se l’insieme corpo-mente viene paragonato ad un portagioie,
possiamo dire che le gemme che si trovano al suo interno rappresentano la
nostra vera natura, l’àtman, o pura Coscienza. Solo quando comprenderemo il
valore delle gemme daremo scarsa o nessuna importanza al portagioie. Ogni
momento della nostra esistenza è occupato dal pensiero del corpo e solo del
corpo; se non cerchiamo di rinunciare al falso attaccamento verso questo
corpo-mente, la realizzazione dell’ àtman non è possibile.

Un altro modo per superare le attrazioni del mondo esterno è essere al di
sopra dell’idea maschio-femmina. Fintanto che siamo confinati nell’ambito
corpo-mente emerge il problema del rapporto tra i sessi, ma l’anima è senza
sesso. Anche se abbiamo sentito parlare di tale verità, se ne abbiamo
parlato noi stessi e l’abbiamo meditata, è molto difficile viverla. Occorre
coltivare la spassionatezza (vairàgya) verso le cose mondane, ma perché ciò
sia possibile occorre instaurare un cambiamento nel nostro atteggiamento
mentale. Essere attaccati al complesso corpo-mente significa rendersi
vittime di molteplici desideri e ostacolare il conseguimento della nostra
reale natura divina, l’àtman o pura Coscienza.

A volte potrebbe presentarsi il seguente pensiero: «È il mio passato cosi
negativo che mi ostacola!». A tale persona le grandi Anime direbbero: «Non
rimuginare sul passato, ma dimenticalo del tutto!». È stato detto: «Ogni
santo ha avuto un passato e ogni peccatore ha un futuro».

È bene comprendere la sottile distinzione tra l’ “io” superiore e l’ “io”
inferiore. L’ “io” inferiore o ego ci spinge a fare questo e quello, di
conseguenza abbiamo molti desideri e questi desideri sono senza fine,
contraddittori, e spesso di difficile attuazione. Se veramente vogliamo
percorrere il sentiero della perfezione spirituale dobbiamo superare tutti i
desideri che da tale sentiero ci allontanano, e abbracciare docilmente una
disciplina tramite cui l’ “io” inferiore possa essere integrato da quello
superiore.

È assolutamente necessario, per coloro che in questa vita sono interessati
alla realizzazione spirituale, cambiare del tutto il proprio modo di agire e
di pensare. Se vogliamo la Verità suprema, dobbiamo essere pronti a pagarne
il prezzo. Senza dubbio, la realizzazione è un processo lungo e a volte
penoso, ma non dovremmo permettere di essere vinti dall’io inferiore.
Se l’appello verso la spiritualità è stato ricevuto, non dovremmo lasciar
passare invano questa vita preziosa. Malgrado possano esserci degli alti e
bassi nel nostro viaggio spirituale, non sentiamoci scoraggiati e abbattuti.
Assumiamo un atteggiamento ottimista e positivo, prepariamoci a pagare
qualsiasi prezzo pur di trascendere le limitazioni di questa esistenza
materiale e realizzare l’immortalità.

– Appoggi per la vita spirituale –

Vorrei ricordare quanto affermato in un’ occasione dal grande Swami
Vivekananda, a proposito del ruolo giocato dalla immaginazione nel cammino
spirituale: «Immagina di trovarti in una condizione che si accosti sempre
più alla perfezione. Cosi potrai avvicinarti sempre più alla perfezione,
conseguiresti inoltre una maggiore armonia e la tua luminosità crescerebbe.
Ed anche il tuo dinamismo aumenterebbe».
Vediamo ora quale ruolo viene giocato dalla meditazione. Con l’aiuto della
meditazione possiamo infondere in noi nuova vita. Ma quando ci si chiede di
meditare sull’ideale da noi scelto, dobbiamo ricordare che non ci viene
chiesto di meditare sulla forma fisica di un nostro ideale spirituale
(ishtadevata), ma sulle qualità divine che vengono attribuite ad esso. La
meditazione è davvero difficile e dovremmo comprendere la distinzione tra
qualità e quantità.

Spesso nelle nostre preghiere (japa) e in meditazione (dhyàna) la nostra
mente si allontana dal seme di meditazione. Quando ciò si verifica, si può
provare il lila-cintana (3): immaginiamo di andare nei luoghi associati con
il lila divino di una incarnazione della Divinità che forma l’oggetto della
nostra devozione. Tutto ciò può avere la sua validità.

Nel mezzo delle molteplici attività del vivere quotidiano occorre essere
vigilanti e cercare di continuare a meditare sul nostro ishtadevata, perché
altrimenti saremo assorbiti dagli oggetti del mondo empirico. Pertanto,
tutti coloro che vogliono seriamente conseguire la Meta suprema in questa
stessa vita dovrebbero cercare di ritirare la propria mente da tutti gli
oggetti che presentano forma, odore, gusto, tatto e suono.

Sri Ramakrsna ha detto: «Durante la meditazione, si può conseguire
un’attenzione tale che si riuscirà a non vedere, non sentire, né si sarà
consapevoli del tatto, ecc. In simile stato, un serpente potrebbe strisciare
lungo il corpo del meditante senza che questi se ne accorga: nessuno dei due
sarà consapevole dell’altro. Nella meditazione profonda gli organi dei sensi
smettono di funzionare; la mente non guarda all’esterno, è come chiudere la
porta di casa. I cinque oggetti dei sensi: forma, gusto, odore, tatto e
suono vengono tutti lasciati fuori».

Come ben sappiamo, i nostri sensi, e con essi la mente (manas), sono rivolti
all’esterno in cerca dei rispettivi oggetti. Soltanto coloro che sono
intenti a ritirare la propria mente dal mondo esterno praticano il vero
raccoglimento interiore (uparati) e possono conseguire la meta. La
Kathopanishad dice: «Qualunque saggio, aspirando all’immortalità e divenuto
uno che ha rivolto all’interno la visione [che prima era esteriore], vedrà
l’intimo àtman»(4).

Che cosa dobbiamo fare se vogliamo conseguire la Meta suprema? Dobbiamo
praticare l’introspezione, dobbiamo ritirare la mente dal mondo esterno. Chi
può farlo? Solo quei pochi saggi determinati a conseguire l’immortalità.
Allora potremmo chiederci: «Se la realizzazione suprema non è per tutti, a
che serve studiare i testi del Vedànta e ascoltare i discorsi al riguardo?».
La risposta che dovremmo darci è: «Se uno su un milione può conseguire la
meta, perché non potrei essere proprio io quell’uno?». Quindi, abbiate fede,
abbiate un vigoroso ottimismo.

Davvero desideriamo e vogliamo la salvezza? Davvero vogliamo conseguire la
Meta suprema proprio in questa vita? Se questo è il caso, ogni momento della
nostra vita deve essere trascorso in raccoglimento, con attenzione e
vigilanza; dobbiamo costantemente cercare di aderire a ciò che va sotto il
nome di brahmanistha, “essere fermamente stabiliti nel Brahman”, avere la
costante “consapevolezza del Brahman”. Se non riusciamo a far ciò, allora
non sarà possibile attuare un sostanziale progresso lungo la via spirituale.

– Vairàgya o spassionatezza –

Si dovrebbe compiere uno sforzo costante per aderire a ciò che è noto come
‘Coscienza brahmanica’ – cioè che noi siamo ‘Brahman’,
Esistenza-Conoscenza-Beatitudine assolute. Dovremmo sempre essere
consapevoli della pura Coscienza e della nostra inerente natura divina;
dobbiamo cercare di vivere costantemente in accordo con il nostro Sé reale.
Se non lo faremo, la nostra mente verrà inevitabilmente assalita da ogni
tipo di tentazioni e dalle distrazioni del mondo esterno. Dimorare sul piano
dell’ àtman significa vivere nel proprio Sé interiore.

Un uccello ha bisogno di due ali se vuole librarsi nel cielo; allo stesso
modo, se cerchiamo la liberazione, abbiamo bisogno di due cose:
distacco-spassionatezza (vairàgya) e comprensione della nostra vera natura
(bodhi).

Dobbiamo sempre esser consapevoli del fatto che questa vita è transitoria e
di breve durata; un giorno sicuramente moriremo e nessuno verrà con noi,
neppure i parenti più vicini e cari. Quando simili pensieri si presentano,
si è portati a prendere le cose più seriamente ed a cercare la guida delle
Scritture e di un vero maestro che ci fornisca il sentiero di una sàdhana
spirituale per conseguire tale meta; sarà quindi vairàgya, insieme alle
altre pratiche spirituali, che ci condurrà verso la Meta suprema.

Tutte le cose di questo mondo sono apparenze, non-realtà, e finché non
svilupperemo una sincera spassionatezza non riusciremo a conseguire la
liberazione-moksha. Il primo prerequisito importante è perciò vairàgya, e
tuttavia ciò non è tutto. Facciamo un esempio per illustrare questo punto.
Un tavolo ha quattro gambe: si consideri la prima gamba quale viveka
(discriminazione), la seconda quale vairàgya (spassionatezza-distacco), la
terza quale samadishatkasampatti o l’insieme delle sei virtù (cioè sama,
dama, titiksha, uparati, sraddha e samadhàna) e la quarta quale mumukshutvam
(anelito alla liberazione)(5). Se le quattro gambe del tavolo non sono
perfettamente bilanciate questo può oscillare. La quarta gamba, si è detto,
è mumukshutvam e solo quando si ha una potente aspirazione per la
liberazione, la propria sadhana diviene operante e prooficua.

Supponete che si voglia innaffiare un campo per coltivarlo. Una semplice
annaffiatura non sarà sufficiente. Dobbiamo evitare in tutti i modi
qualsiasi tipo di movimento doppio. Ma che cosa significa movimento doppio?
Come abbiamo già detto, i nostri sensi sono rivolti verso il mondo esterno e
si protendono per afferrare i rispettivi oggetti. Ma ci sono delle persone,
persone intelligenti, dotate di discernimento e con gli occhi ben aperti,
che comprendoono nelle profondità del proprio cuore che se si lasciano
attrarre dalle seduzioni del mondo esterno non saranno poi in grado di
conseguire in questa vita la meta desiderata. Esse hanno compreso che i
sensi hanno la tendenza a trarci via dal mondo reale interiore per spingerci
verso le apparenze esteriori, e così non li assecondano più. Nella nostra
ricerca dei banali piaceri effimeri del mondo, dimentichiamo che questo è un
mondo di apparenze e che è non-reale. Se permettiamo di esser ingannati
dalle attrattive del mondo e vogliamo, allo stesso tempo, procedere lungo il
sentiero spirituale, incorriamo in ciò che potrebbe esser definito un
“movimento doppio”. Se siamo invece determinati a seguire seriamente il
sentiero verso la nostra meta finale ed eterna, allora dobbiamo fare la
scelta una volta per tutte.

Dobbiamo dare una direzione divina ai nostri desideri. Il mondo esterno,
secondo il Vedànta, significa cinque cose: nama, rupa (nome, forma), asti,
bhati, priya (esistenza, conoscenza, beatitudine)(6); riuscendo a eliminare
nama, rupa (cioè, il nome e la forma) integrandoli, percepiremo
l’onnipresenza di Brahman: e cioè, asti, bhati, priya, o esistenza,
conoscenza, e beatitudine assolute.

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