L’inconscio in Oriente e in Occidente

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L’inconscio in Oriente e in Occidente

Dr. Marco Ferrini (Matsyavatardas) Ph.D. Psychology

La struttura psichica (citta) è formata da mente (manas), intelligenza o intelletto
(buddhi) e falso ego o percezione distorta del sé (ahamkara). Buddhi è il faro che ci illumina e che
ci permette di discriminare, il lampo che riconosciamo in ogni intuizione; le intuizioni, le idee,
sono prodotti della buddhi. Ahamkara è invece un elemento capace di mettere in crisi tutte le nostre
potenzialità logiche: si tratta di un distaccamento della pura coscienza, cioè del purusha, del
principio spirituale, e si attiva quando ci si identifica con ciò che non è, asat o maya[1], il velo
dell’ignoranza cosmica che offusca la realtà delle cose. Ogni confusione che nasce sul piano
psichico e si esterna poi su quello fisico, deriva da questa identificazione con ciò che non è o
meglio: con ciò che non è come i sensi lo percepiscono.

La mente (manas), a sua volta, è dotata di cinque canali che si chiamano buddhi-indriya o
jnana-indriya e che sono: il senso della vista, quello dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del
tatto. Si tratta degli organi psichici dei sensi, che solo in un secondo momento formeranno i loro
organi d’azione per la percezione. Siamo quindi ancora sul piano in cui la mente usufruisce dei
cinque organi psichici fatti per l’acquisizione della conoscenza, che vengono utilizzati per
l’acquisizione dei dati. E’ a questo fine che ognuno dei cinque organi psichici formerà il
corrispondente organo fisico.

Aprendo un libro di psichiatria o di psicologia, vedremo che tutto lo studio si concentra
sugli stimoli prodotti dagli oggetti esterni sui sensi, ma esiste anche un mondo interiore che la
scienza psicologica, facendo un grande balzo in avanti, all’inizio di questo secolo ha chiamato
inconscio. I grandi saggi indiani conoscevano l’inconscio da millenni e l’avevano descritto così
bene, in modo così dettagliato, che sarebbe davvero la perdita di una grande occasione non collegare
questi due filoni del sapere.

Ogni oggetto che entra nel campo psichico è inquadrabile in un paradigma spazio-temporale
senza il quale la mente non funziona. Ogni oggetto, ogni esperienza, ogni percezione, si deposita
sulle cellule cerebrali corticali secondo le tre modalità della memoria: la memoria sensoriale, che
ha una durata di pochi secondi; la memoria operativa, che può andare da pochi minuti ad alcuni anni
e la memoria di lunga durata, che è virtualmente senza limiti, sia per durata sia per quanto
riguarda la quantità dei dati memorizzabile.

Ma la letteratura vedica ci informa che esiste anche un’altra memoria, una memoria latente chiamata
samskara. Ogni esperienza vissuta, fisica o psichica che sia, lascia una traccia nella memoria
cosciente, come abbiamo detto, ma residua anche come samskara nella parte profonda, oscura della
psiche, generalmente inaccessibile all’io cosciente. Da quella posizione è in grado di dettare
condizioni di comportamento alla persona; da qui gli automatismi, le idee coatte e quelli che la
moderna scienza psicologica definisce complessi.

Tutte queste dinamiche erano ben note ai saggi vedici. Freud ha gettato luce su di un
terreno sconosciuto in Occidente quando ha detto: “E’ illusione credersi padroni in casa propria
poiché non lo si è”, intendendo con ciò dire che bisogna fare i conti con l’inconscio. La scienza
della realizzazione spirituale consiste anche nel portare sul piano cosciente gli elementi
dell’inconscio, perché mantenere una grande porzione di sé blindata, seppellita, oscurata, significa
compromettere ogni progetto di felicità.

E’ possibile disporre di strumenti reali per lavorare sul carattere; non solo e non tanto
per rimetterci in piedi nei nostri ruoli storici, temporanei, quanto per operare ad un livello più
profondo, superiore, che è veramente il nostro e che tuttavia non contrasta con i doveri sociali,
politici, economici, e neppure con la logica con la quale siamo abituati a fare i conti tutti i
giorni. E’ un punto di vista più elevato, che accoglie tutte le conoscenze già sviluppate ma che va
oltre, trascendendole.

I livelli di conoscenza di un oggetto sono diversi: c’è una conoscenza letterale, nominale,
che non è di grande spessore per la conoscenza di quell’oggetto. Il nome è importante perché
identifica, togliendola dall’anonimato, una certa realtà, ma le persone ormai utilizzano i nomi in
maniera meccanica, per cui nella mente si sono formati dei circoli viziosi e pericolosissimi che
sono poi all’origine delle idee coatte, delle fissazioni, delle ossessioni. Questi circuiti
automatici, che la mente percorre con la massima naturalezza, creano l’oceano dilagante delle
nevrosi, oggi in crescente aumento. Bisogna andare oltre il suono del nome, considerando il suono un
vettore e cercando quindi la sua componente interiore. Già combinando assieme suono e forma
otteniamo maggiori informazioni sull’oggetto che stiamo investigando. Se poi riusciamo ad
individuare una terza categoria, e cioè la bioenergia di cui quell’oggetto è costituito, allora
disporremo di un trinomio che può cominciare a darci informazioni precise, tali da non più
permettere confusioni fra oggetti simili. C’è un libro famoso, è stato anche un best-seller, che
parla di uno che aveva scambiato la moglie per il cappello; ciò suscita il riso ma in effetti
esistono deformazioni mentali in base alle quali le cose si confondono tra loro. Limitiamoci a dire
che più dati riceviamo dall’oggetto su cui la nostra attenzione si sofferma, più possibilità abbiamo
di evitare confusioni.

Immaginiamo una piazza affollata, una piazza di mercato con una gran quantità di gente che
si muove per attività varie e un individuo che voglia cercare una persona, identificarla, fermare la
propria attenzione su di lei, investigarne le caratteristiche. Il campo mentale è come quella piazza
di mercato; la folla è il flusso dei pensieri, dei desideri e delle emozioni nel mercato mentale:
paure, preoccupazioni, angosce, incertezze. Se uno volesse davvero portare a termine la propria
ricerca e aver successo nel proprio operato, dovrebbe concentrarsi su quella persona e, a
prescindere dalle interferenze di altri che si frappongono fra lui e l’oggetto ricercato, dovrebbe
mantenere ben ferma l’attenzione su di lei. Da questo esempio si può capire che la concentrazione
(dharana) è la capacità di mantenere ferma la mente, di concentrarla come attraverso una lente
gigantesca fino a far diventare quell’attenzione un filo con cui agganciarsi in maniera ininterrotta
all’oggetto meditato. Ciò produce una rivoluzione all’interno dell’oggetto, finché un ininterrotto
flusso di contenuti psichici comincia a fluire dall’oggetto al soggetto (pratyaya), e quest’ultimo
si arricchisce dell’essenza di quell’oggetto (tattva).

Più la persona s’incammina verso un modo di vivere che collide con dharma, l’armonia
cosmica, più sperimenterà vari tipi di malessere ed infermità. Due sono le categorie di infermità:
primaria e secondaria. Quella secondaria (vyadhi)riguarda il corpo, quella primaria la mente;
quest’ultima prende il nome di vasana, che tecnicamente indica tendenze e inclinazioni scaturite dal
desiderio (kama)[2]. Sono i desideri a produrre la malattia primaria ovvero la malattia mentale.
Tutto quello che avviene nel corpo accade prima nella mente; per questo l’antica scienza medica
indiana, che trae il proprio fondamento dal Veda di millenaria storia, definisce primaria la
malattia mentale e secondaria quella fisica. Se risolviamo il disagio sul piano psichico, vedremo
dissolversi di conseguenza ciò che affligge il corpo. Qualcuno potrebbe obiettare che in un momento
di dolore intenso (un forte mal di denti o una lancinante emicrania), la mente subisce una pressione
negativa per cui appare come se fosse il fisico ad incidere sulle mente; e infatti incide, perché
ciò che accade sul piano fisico influenza lo psichico, tuttavia primaria incidenza è quella dello
psichico sul fisico.

Questi due corpi, citta e sharira[3], il corpo mentale e il corpo fisico, sono interagenti,
per cui la sfera del sentire deve essere affrontata contemporaneamente da questi due punti di vista.
Queste due sfere vanno prima armonizzate, poi trascese. Ritrovare l’armonia al di sopra di queste
due fonti del sentire; riscoprire una nuova forma di percezione che non necessita l’utilizzo del
corpo psicofisico, è lo scopo della realizzazione spirituale.

Il processo consiste nella decontaminazione della mente, nella sua purificazione, nella riapertura
di canali che non si sono perduti ma sono stati solamente disattivati. Grumi di energia sono rimasti
intrappolati nei meandri della psiche, incapsulati da bolle psichiche; per questo la persona si
sente depressa, scoraggiata, sofferente, talvolta disperata, spesso fino ad arrivare al suicidio,
che in ultima analisi è soltanto un tentativo di auto-eliminazione, visto che per sua natura
l’individuo è immortale e quindi quel che può uccidere è solo l’involucro, il corpo, non certo il
sé, l’atman immortale.

E’ vero che l’ambiente influenza l’individuo, ma l’uomo non è necessariamente e
supinamente soggetto all’ambiente perché ha la capacità, la forza, attraverso la gestione del
pensiero positivo, di trasformare la configurazione della propria mente, di trasformare i propri
pensieri fino a generare parole trasformate, trasfigurate, elevate, radiose, creatrici di situazioni
positive, di atti positivi, capaci di risolvere i problemi propri e altrui.

Il pensiero (mati,da manas, ‘mente’) è costituito da nome e forma che si configurano nel
campo mentale attraverso le vritti. Di solito l’individuo scambia per realtà una certa
configurazione assunta nella sua mente, ma si tratta di uno spettacolo cui lui soggettivamente sta
assistendo; e quindi soggettivamente, individualmente, la persona può modificare quello scenario e
riconfigurare la mente in modo diverso, passando dalla depressione ad uno stato di benessere, oppure
dall’eccitazione eccessiva (anch’essa una forma maniacale) all’equilibrio; con un impegno costante
si può giungere al livello di samadhi.

Frequentemente nelle ossessioni compaiono visioni devastanti, che atterriscono, assorbendo
l’energia vitale e lasciando la persona svuotata di forze; anche in questi casi si può intervenire e
migliorare notevolmente la situazione, ma si può fare tanto di più agendo in maniera preventiva:
intervenire preventivamente e mantenere una sorta di igiene mentale affinché mai si configuri un
nuovo scenario spaventoso o deprimente.

Ogni motore necessita di pause nel funzionamento, di un periodo in cui deve essere messo a
riposo, altrimenti gli ingranaggi si surriscaldano e il motore fonde. La mente è un motore
straordinario perché non si ferma mai; sia di giorno che di notte continua a produrre pensieri e,
più è disturbata più produce. Un pensiero si aggancia ad un altro, poi ad un altro ancora e così
via. La persona si stanca e vorrebbe smettere di pensare per riposare ma non può perché si trova
agganciata ad una sorta di reazione a catena (in psicologia si chiama concatenazione di pensieri).
Noi stiamo parlando di una tecnologia con la quale si può rompere questa concatenazione di pensieri
ristabilendo la quiete della mente. Il suicidio degli adolescenti è in vertiginosa crescita, proprio
nei Paesi cosiddetti del benessere. Non vogliamo demonizzare il benessere, ma bisogna tener presente
che la depressione sta diventando la terza malattia mondiale, con 420 milioni di colpiti.

Per dar vita al pensiero che guarisce dobbiamo prima formare il nucleo di questo
pensiero, dobbiamo ricreare le condizioni originarie che lo rinvigoriscono rendendolo positivo:
legarlo ad un’immagine pura; da qui l’infinita storia della preghiera, della terapia del mantra, il
nome di Dio che è quintessenza di purezza. Ci sono nomi che la straordinaria capacità d’influire,
attraverso la creazione di un pensiero positivo, non solo sulla psiche ma anche sul corpo fisico e
sull’ambiente circostante. L’accesso agli stati più profondi della mente avviene attraverso e per
mezzo di mantra, parole o frasi (vibrazioni) che hanno una loro capacità intrinseca di incidere, di
entrare in profondità e di fare un lavoro di triplice purificazione: fisica, psichica e spirituale.
I mantra sono innumerevoli; uno dei più noti è om, la quintessenza, il suono divino che rappresenta
tutte le manifestazioni della Realtà. Nella tradizione vedico-vaishnava il Nome divino possiede una
potenza che fa emergere i contenuti dell’inconscio alla superficie della coscienza, dove possono
essere assimilati, integrati e riprogettati. Il nome divino è un grande regalo, un dono
preziosissimo di efficacia inestimabile. Solo chi è capace di acquisirlo e praticarlo con costanza e
distacco emotivo dal mondo, si può rendere conto che quel suono placa l’ansietà e smuove la psiche
profonda. Cogliere le memorie profonde, quelle che producono le vritti[4] e fanno percepire la
realtà in maniera distorta, non è facile: un bastone immerso nell’acqua, pur essendo diritto appare
distorto; questo è un esempio grossolano di come i sensi non sono in grado di farci percepire la
realtà, che si può invece percepire attraverso una pratica costante di purificazione.

[1] Il termine, che letteralmente significa ‘non questo’, indica il carattere illusorio (in quanto
temporaneo) della realtà materiale.

[2] Per kama non si deve intendere esclusivamente il desiderio sessuale, ma ogni tipo di desiderio
egoico.

[3] In sanscrito esistono vari termini per indicare i due tipi di corpo prakritico: il corpo
grossolano, costituito da terra, acqua, fuoco, aria ed etere, viene generalmente chiamato sthula
sharira, tanu, deha, mentre il corpo sottile o pranico (costituito da mente, intelligenza e
concezione distorta del sé o falso ego) viene detto sukshma sharira o linga sharira.

[4] Modificazioni della mente. Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura della dispensa
CSB intitolata Yoga e immortalità. La Scienza per la reintegrazione del sé con la realtà universale.

tratto dal sito del Centro Studi Bhaktivedanta www.c-s-b.org <www.c-s-b.org>

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