L’Arte come Terapia

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L’Arte come Terapia

di Nicola Ghezzani

La scrittura creativa terapeutica

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Il famoso motto cartesiano recita “Cogito ergo sum”: “Penso, dunque sono”. Cartesio ricavava la
certezza dell’esistenza soggettiva dall’attività del pensiero; per l’esattezza, dal pensiero
d’essere vivi. La psicobiologia moderna ci ha riportati a una concezione della vita più antica e più
immediata, esprimibile nell’assioma “Sentio ergo sum”, “Sento, dunque sono”: io deduco la mia
esistenza dal fatto di sentire, di essere dotato di una sensibilità che nell’atto del porre in
rapporto il mio corpo soggettivo con il “corpo” oggettivo del mondo reagisce fornendomi
“sensazioni”. Queste sensazioni sono la base del sentimento di esistere.
Sentire, allora, significa essere in contatto: attraversare un paesaggio e intuirne l’intima
struttura, essere catturati dal sorriso di un anziano e sospettarne la saggezza, stupire di fronte
al gioco d’un bambino, apparentemente privo di una logica costruttiva, eppure colmo di un senso
assoluto.

Sentire significa anche lasciare che dalla nostra mente emerga un’immagine, che, in se stessa,
contenga l’essenza, il nocciolo, d’un significato, d’una intuizione, d’una riflessione. Un’immagine
che, pur nella sua apparente insignificanza, può contenere la profondità di un sentimento, la
complessità di una situazione, o magari un intero universo, una cosmologia, concentrandoli
nell’istante e nello spazio d’una singola apparizione.
Il potere delle immagini consiste nella loro capacità di evocare il sentimento specifico che la
nostra sensibilità produce a contatto con ogni singolo evento, ogni singola cosa, del mondo e della
vita, e nella loro capacità di operarne una sintesi.
Raccogliere immagini e raccontarle, attraverso gli strumenti simbolici dell’arte e della cultura fa
sì che la vita ci si sveli in tutte le sue dinamiche.

Le storie immaginate e narrate possono allora essere cariche di gioia o di speranza, ma anche
rivelare ciò che la mente talvolta rifiuta di ammettere: la presenza della sofferenza e del dolore.
Un dolore tanto lacerante da indebolire o danneggiare la struttura di una personalità.
E allora le immagini (i sentimenti, i sogni, le visioni, i pensieri, le idee, i ricordi, le
fantasie) espresse nell’arte del racconto, della poesia, del romanzo, della pittura, del teatro, del
cinema, e quant’altro, ci mettono nella condizione di dare forma ai dubbi e ai turbamenti, ai
tormenti e alle ossessioni, fino a dispiegarle sotto i nostri occhi in una vita simbolica oggettiva,
autonoma dal nostro controllo cosciente.

Le “storie che vivono” diventano allora “storie che curano”. Attraverso la finzione, la simulazione,
la recitazione in cui esse prendono esistenza, possiamo portare all’estremo un complesso di
sentimenti, valutarne le infinite diramazioni e possibilità, fino a scoprire che il problema
conteneva già in se stesso la sua soluzione, e la conteneva già in origine.

Arte come terapia significa catarsi nel senso dato a questa parola dal teatro greco. Ogni passione –
dice la cultura greca – contiene in sé per intero uno sviluppo drammatico, sintetizzabile nella
forma di una “tragedia”: perché l’intensità della passione nasconde una dimensione “asociale”,
antagonistica nei confronti di questo o quell’aspetto della vita di relazione. Catarsi significa
allora consentire che, dietro la finzione artistica, l’elemento “negativo” della passione si metta
in scena, manifestandosi compiutamente. In tal modo, esso giunge a “dichiararsi”, mostrando due cose
di fondamentale importanza. La prima: che un sentimento espresso in forma estetica si rivela sempre
come universale; viverlo esteticamente significa che non si è più soli. La seconda: che le emozioni
“negative” che compongono quel sentimento, essendo universali, riflettono di un aspetto della natura
umana, dunque devono contenere potenzialità “positive”, civiche, nascoste al loro interno.

Le passioni dell’animo, dunque, rappresentate nella loro veste scenica drammatica, comunicate e
socializzate, vengono sfrondate dell’elemento “selvatico”, “anarchico”, “autarchico”, che le
accompagna, divenendo così passioni estetiche e civili.

L’esperienza di un lustro dedicato alla psicologia, e di gran parte della vita votata
all’espressione intellettuale e artistica, mi ha portato a dedicare una parte della mia pratica
all’Arte come terapia.

In questo senso, seguo individualmente o attraverso situazioni di gruppo persone che desiderino
conoscersi e sperimentarsi mediante l’arte; e che desiderino dare alla loro psiche la consistenza
dell’arte. E ciò particolarmente mediante la scrittura (dalla letteratura al testo teatrale fino al
brano filosofico), ma anche mediante il disegno, la pittura, la musica.

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Siamo una civiltà che non legge più libri. Perlopiù, riceviamo informazioni o fantasie attraverso
gli schermi (dei televisori, dei cinema, dei computer), dove prevalgono le immagini sulle parole, le
sensazioni sui sentimenti, le suggestioni sui concetti. Le creazioni dello schermo sono come
vascelli fantasma che attraversano alla cieca, senza senso né direzione, il mare informazionale
contemporaneo. Nulla a che vedere coi libri del passato, i quali invece erano vascelli pieni di
gente e di mercanzia di cui conoscevamo la provenienza e la destinazione. Questi moderni vascelli
fantasma (di cui Edgar Allan Poe ha prefigurato l’apparizione) portano con sé costumi e oggetti
senza tradizione, piante ornamentali senza radici. Cercano radici nella liquidità degli scambi,
nella frugalità dei contatti. Non sanno d’aver bisogno d’un nuovo rinascimento della persona, d’una
nuova disciplina dell’armonia, per cercare e ritrovare la forma umana nell’infinita frammentazione
comunicativa.
Ma anche i libri che leggiamo occultano le loro radici, e noi (figli dello schermo) non le
cerchiamo, pensiamo persino che non esistano. Leggiamo indifferentemente un autore americano o
coreano, indiano o giapponese, come possano equivalersi; e così li consumiamo.

Se diventiamo scrittori, scriviamo storie d’individui generici, individui qualunque di paesi
qualunque con storie qualunque, anche quando immaginiamo improbabili serial killer o trame violente
e passionali. I nostri scritti diventano così vascelli fantasma in cui vivono personaggi che sono
piante ornamentali senza radici.
Kafka, creando l’universo kafkiano, ha descritto il sentimento dominante del mondo moderno: il
panico, l’angoscia, che é la sofferenza senza radici, senza origine né senso.

La scrittura creativa terapeutica, come io la concepisco, è la ricerca della radice. Nella pagina
devo privilegiare l’elemento tellurico, sotterraneo, la visceralità della mia storia traslata nei
personaggi o nell’io narrante.
La scrittura diviene così irruzione delle parti nascoste, che contraddicono l’immagine bella di
“testa pensante”, testa senza cuore, di cui si compiace l’intellettuale moderno.
La mia storia, storia di passioni e di bisogni, storia di lotte riuscite e mancate, ha lasciato un
solco ed una traccia. Questa traccia è la radice della mia pianta. Una radice può dare germogli, per
quanto sia umiliata e sprofondata. Una pianta senza radice, una pianta ornamentale, è invece una
cosa morta, la cui bellezza è simulazione e inganno, e genera un solo sentimento: l’angoscia.

La scrittura creativa terapeutica come io la intendo, la pratico e la uso qualora qualcuno me la
proponga nel suo percorso terapeutico, è la ricerca di questo senso profondo, che dalla radice
rinvia direttamente al seme che ne contiene il disegno generale.

(Originariamente pubblicato su Psicoterapia Dialettica)

www.neuroingegneria.com/

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