L’amore nell’azione di Thich Nhat Hahn

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L’amore nell’azione di Thich Nhat Hahn

Nel suo libro ‘Toccare la Pace’ (sempre Ubaldini, traduzione mia)
Thich Nhat Hanh è tornato a riflettere sulla guerra del Golfo del
1991.

Sergio Orrao da: Lista Gaia

Quelle sue riflessioni sono quantomai attuali:

L’amore nell’azione

Nel Maharatnakuta Sutra viene insegnato che quando un bodhisattva si
arrabbia con un altro bodhisattva, si creano infinite interferenze in
tutto l’universo. È possibile che un bodhisattva si arrabbi? È
naturale. Un bodhisattva non dev’essere per forza perfetto. Chiunque
sia consapevole di ciò che sta accadendo e cerchi di risvegliare gli
altri è un bodhisattva. Siamo tutti bodhisattva, facciamo tutti del
nostro meglio. Ogni tanto può capitare, lungo il sentiero, di
sentirsi arrabbiati o frustrati. Per questo è importante che
pratichiamo seguendo il “Trattato di Pace”. Quando un bodhisattva si
arrabbia con un altro bodhisattva, ovunque nell’universo sorgono
infiniti ostacoli. Questo è comprensibile. Sappiamo che, se la pace e
la gioia dimorano in noi, la pace e la gioia risuonano in tutto il
cosmo. Allo stesso modo, quando in noi non ci sono che odio e rabbia,
queste emozioni si manifestano in ogni luogo.

Abbiamo sofferto in molti, insieme, quando il presidente Bush ha dato
l’ordine di attaccare l’Iraq. Io mi trovavo al Plum Village, dove
stavo insegnando sulla base dell’Avatamsaka Sutra; a un certo punto,
in mezzo a una frase, mi sono trovato a pronunciare queste parole:
“Non credo che andrò in America la prossima primavera. Non ho proprio
voglia di andarci adesso”. Abbiamo tutti fatto una lunga pausa per
respirare, e poi ho ripreso il mio discorso. Quel pomeriggio, durante
la meditazione del tè, un gruppo di studenti del Nord America mi ha
detto che, proprio perché mi sentivo in quel modo, sarei dovuto
andare là. Mi hanno ricordato che molti amici stavano lavorando
duramente proprio negli Stati Uniti, al fine di organizzare i ritiri
che avrei dovuto condurre, e mi hanno quindi permesso di comprendere
che molti americani hanno anch’essi sofferto quando il loro
presidente ha dato il via all’attacco. Pertanto ho deciso di
mantenere il mio impegno per poterli sostenere e condividere la loro
sofferenza.

Ho capito che il presidente Bush era un bodhisattva che stava
cercando a modo suo di rendere servizio al suo popolo. In un primo
momento, all’inizio del conflitto, aveva sancito un embargo, ma
poiché non lo abbiamo incoraggiato abbastanza, è diventato impaziente
e tutto a un tratto la guerra è diventata inevitabile. Quando ha
proclamato l’attacco per terra, dicendo: “Dio benedica gli Stati
Uniti d’America”, ho capito che quel bodhisattva aveva bisogno
d’aiuto. Tutti i leader hanno bisogno del nostro aiuto come della
nostra comprensione. Siamo tenuti a usare un linguaggio intelligente
e amorevole, in modo che possano ascoltarci. Se ci arrabbiamo, questo
diventa impossibile. Ho prestato attenzione ai miei amici americani
presenti al Plum Village con tranquillità e serenità, e ho accettato
il loro consiglio di andare comunque negli Stati Uniti.

Se ci arrabbiamo, sorgeranno infiniti ostacoli, e il nostro cammino
verrà interrotto. Di conseguenza, senza farci prendere dall’ira,
dobbiamo trovare un modo per far sapere al presidente che Dio non può
benedire un paese che si contrappone a un altro paese. Un presidente
deve imparare a pregare in un modo migliore di quello. Ma, d’altra
parte, sarebbe errato pensare che la situazione verrà trasformata
semplicemente eleggendo un altro presidente. Vogliamo un governo
migliore? Allora dobbiamo cominciare a cambiare la nostra coscienza e
il nostro stile di vita. La società è dominata dall’avidità e dalla
violenza. Trasformando l’avidità e la violenza in noi stessi e
lavorando per cambiare la società, troviamo un modo per aiutare il
nostro paese e il nostro presidente.

Osservate quei cinquecentomila uomini e donne provenienti
dall’America e dall’Occidente, e quell’altro milione di soldati
iracheni che hanno trascorso mesi in attesa dell’offensiva terrestre.
Si sono allenati giorno e notte a uccidere. Di giorno, elmetto in
testa, afferravano fucile e baionetta, saltavano e urlavano come se
non fossero stati esseri umani, infilzando sacchi di sabbia che
rappresentavano i soldati nemici. Non avrebbero potuto comportarsi in
quel modo se non fossero scesi a un livello subumano. Hanno dovuto
trasformarsi in qualcosa di inumano per imparare a uccidere. Lo hanno
fatto durante il giorno, e hanno continuato a farlo durante la notte,
nei loro sogni, piantando così semi di sofferenza, di paura e di
violenza nelle loro coscienze. La pratica della guerra è questa: un
milione e mezzo di uomini e donne che per molti mesi non fanno altro
che praticare la violenza e la paura. Sapevano che dovevano farlo per
poter sopravvivere.

Poi è arrivata la guerra. C’è stata un’imponente perdita di vite
umane, e questa la chiamano ‘vittoria’. I cinquecentomila soldati che
sono tornati a casa erano ormai uomini e donne profondamente feriti
dalla pratica di una violenza così inaudita, nella realtà come nelle
loro coscienze. Per molte generazioni, milioni di loro figli e nipoti
erediteranno quei semi di violenza e di sofferenza. Come possiamo
definire questo evento una vittoria? Al ritorno a casa, quei soldati
hanno pianto. Erano ancora vivi. Anche le loro famiglie, i loro
figli, hanno pianto. Ovviamente avevano ogni diritto di essere
felici, ma una volta tornati a casa, quegli uomini e quelle donne non
erano più gli stessi di quando erano partiti. Le loro ferite
resteranno con noi per molto tempo.

Dobbiamo meditare insieme in quanto nazione, se vogliamo riuscire ad
amare i nostri reduci, il nostro presidente e il nostro governo.
L’ottanta per cento degli americani ha sostenuto la Guerra del Golfo
e l’ha definita ‘pulita ed etica’. Non ha capito la vera natura della
guerra. Chiunque abbia visto una guerra sarebbe incapace di una
definizione del genere. La Guerra del Golfo non è stata pulita ed
etica per il popolo iracheno, e non lo è stata nemmeno per quello
americano. In seguito alla guerra, molte persone, i giovani in
particolare, hanno creduto alla violenza come unico metodo per
risolvere i problemi. La prossima volta che sorgerà un conflitto in
qualche parte del mondo, saranno indotti a sostenere un’ulteriore
soluzione militare, un’altra guerra rapida. Questo tipo di pensiero e
di azione nuoce alla coscienza di chi sta dalla parte dei cosiddetti
‘vincitori’. Dobbiamo guardare in profondità nella natura della
guerra, e dobbiamo farlo sia come individui che come nazione, se
vogliamo proteggere la vita. E una volta che abbiamo capito, dobbiamo
rivelare la nostra comprensione a tutto il paese, proiettandola su un
grandissimo schermo. Dobbiamo imparare tutti insieme, e fare del
nostro meglio per prevenire una nuova tragedia. Se ci limitiamo a
protestare, non saremo pronti per la prossima guerra, tra cinque o
dieci anni. Per prevenire la prossima guerra, dobbiamo praticare la
pace oggi stesso. La guerra non verrà, se avremo stabilito la pace
nei nostri cuori e nel nostro modo di guardare la realtà. L’unico
modo per fermare una guerra è godere di una vera pace. Se aspettiamo
che la prossima guerra sia imminente per iniziare a praticare, sarà
troppo tardi.

La morte di un soldato iracheno comporta la sofferenza di una
famiglia, e sommando i soldati e i civili abbiamo avuto più di
centomila vittime: non conosciamo neppure il numero esatto dei
caduti. Dopo ogni guerra, la sofferenza continua su ambo i lati per
molte generazioni. Considerate per esempio la sofferenza dei reduci
della guerra del Vietnam e la sofferenza del popolo vietnamita.
Dobbiamo praticare la consapevolezza e non dimenticare la sofferenza
che ancora colpisce entrambi i contendenti. Accorriamo là dove c’è
bisogno della nostra presenza, per far sapere che condividiamo la
sofferenza, che anche noi soffriamo. Quando qualcuno si sente capito,
la sua sofferenza diminuisce. Vi prego di non tralasciare questo
aspetto della pratica.

Avendo fatto esperienza della guerra, siamo tenuti a testimoniare la
realtà della guerra a coloro i quali non l’hanno vissuta
direttamente. Siamo la luce in cima alla candela. È una luce molto
calda, ma ha il potere di brillare e illuminare. Praticando la
consapevolezza, sapremo come guardare in profondità nella natura
della guerra e, grazie alla nostra comprensione, risveglieremo gli
altri e tutti insieme potremo evitare che gli stessi orrori abbiamo a
ripetersi. Noi che siamo stati partoriti nella guerra, conosciamo la
sua natura. La guerra è in noi, ma è in anche in tutti gli altri
uomini. Tutti abbiamo visto il filmato dei poliziotti di Los Angeles
che picchiavano Rodney King. Quando ho visto quelle immagini, mi sono
identificato con Rodney King, e ho sofferto molto. Credo che vi siate
sentiti male anche voi. Siamo stati picchiati tutti nello stesso
istante. Ma guardando più in profondità, ho visto me stesso anche nei
cinque poliziotti: non ho potuto sentirmi separato dagli uomini che
stavano praticando la violenza. Quegli uomini manifestavano l’odio e
la violenza che pervadono la nostra società.

È tutto pronto per esplodere, e siamo tutti corresponsabili. Non
soffre solo chi è colpito, ma anche colui che esercita la violenza.
Se non soffrisse, cos’altro potrebbe spingerlo a comportarsi così?
Vogliamo far soffrire qualcun altro solo nel momento in cui anche noi
soffriamo. Se siamo pacifici e felici, non abbiamo nessun impulso a
infliggere sofferenza a un’altra persona. Anche quei poliziotti hanno
bisogno del nostro amore e della nostra comprensione. Abbiamo
contribuito alla loro formazione con la nostra distrazione, con il
nostro stile di vita. In cuor mio non mi sento di biasimare nessuno.
Arrestare i poliziotti e metterli in carcere non li aiuterà, né potrà
essere considerata una soluzione. La questione è molto più profonda.
La violenza è entrata a far parte delle nostre vite. I reduci del
Vietnam, come i reduci della Guerra del Golfo e i milioni di persone
che assorbono la violenza giorno dopo giorno, sono stati addestrati
esattamente come le persone che hanno eseguito il pestaggio.
Accettiamo la violenza come stile di vita, e innaffiamo i semi della
violenza in noi guardando programmi pieni di violenza alla
televisione, e film che ci avvelenano e avvelenano la nostra società.
Se non riusciamo a trasformare tutta questa violenza e tutta questa
ignoranza, un giorno nostro figlio si troverà nei panni di colui che
è colpito o ucciso, oppure sarà lui stesso a picchiare. Non possiamo
dire che questo non ci riguarda.

Prendete per mano il vostro bambino, o la vostra bambina, e andateci
insieme a passeggio, lentamente, nel parco. Vi sorprenderà constatare
che mentre voi vi state godendo il sole, gli alberi e gli uccellini,
i vostri bambini si sentono un po’ annoiati. I giovani d’oggi si
annoiano facilmente. Sono abituati alla televisione, ai videogiochi,
alle armi giocattolo, alla musica a tutto volume e ad altre forme di
sollecitazione. Da grandi, corrono su auto veloci, fanno esperienza
dell’alcol, delle droghe e del sesso, come di altre cose che mettono
a dura prova il corpo e la mente. Anche noi adulti cerchiamo di
colmare la solitudine con questi diversivi, e soffriamo tutti.
Dobbiamo insegnare a noi stessi e ai nostri figli come apprezzare i
piaceri semplici che già abbiamo. Potrà non essere facile, in una
società complessa e distratta come la nostra, ma è essenziale per la
nostra sopravvivenza. Seduti sull’erba con i vostri bambini,
mostrategli i fiorellini gialli e blu che crescono in mezzo all’erba
e contemplate insieme questi miracoli. L’educazione alla pace
comincia qui.

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