LA MUSICA ROCK COME NUOVO RITO DI MASSA

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LA MUSICA ROCK COME NUOVO RITO DI MASSA

di Antonello Cresti

A ben guardare (anche se sono perfettamente conscio che si tratta di considerazioni quasi
provocatorie nella loro inattualità – il riferimento a Nietszche non è casuale…-) musica e
spiritualità sono due realtà strettamente legate; San Tommaso amava affermare che “chi canta prega
due volte”, questo perché, evidentemente, aveva colto l’intrinseca valenza catartica del suono ed in
particolare dello strumento voce-corpo, relazione che coinvolge tutti i gradi della fisicità e della
psiche. Anche nella civiltà orientale fiorirono testi che trattavano l’argomento: citiamo per tutti
il magnifico “La musica delle sfere” di Sufi Inhayat Klan le cui tesi sono state anche parzialmente
riprese da tanti scientisti del nostro Occidente. Può essere inoltre interessante ricordare che
anche agli illusori prodromi della nostra civiltà innumerevoli furono i ponti gettati tra phonè e
spirito (nella più varia accezione, si intenda): se a Roma strumenti come la tuba e la bucina
(progenitori della nostra attuale tromba) venivano usati dall’esercito per incutere timore
nell’avversario, nell’Antica Grecia spesso si parlò di suoni “esicastici” ossia capaci di fiaccare
l’animo del vigoroso uomo guerriero.

Tra tutte le arti la musica è per definizione la più impalpabile, la più legata alla dimensione
metafisica e dunque quella più in grado di mettere in comunicazione l’animalità dell’uomo con una
gerarchia superiore. In questi tempi di infruttuosa decadenza ovviamente anche la musica è stata
relegata ad una delle più nefaste sfere della bruta materialità, ossia è divenuta il mezzo per
realizzare velocemente i propri progetti di scalata sociale e di illusorio benessere terreno (una
visione che non potrà non suggerire collegamenti con la mentalità mercantilistico-puritana degli
States…), partecipando così anch’essa al criminoso piano di rimbambimento delle masse e
dell’individuo con esse; già Guy Debord col suo celeberrimo “La società dello spettacolo” aveva
svelato a grandi linee questa perigliosa tendenza, ma a mio avviso non è più tempo di distaccate
analisi, bensì di ferme e accorate denunce e dunque è necessario andare ben oltre a ciò che Debord
affermava.

Si ha un bel dire che l’attuale gioventù occidentale è rammollita, fiacca, priva di interessi e
impaurita: tutto ciò avviene perché essa viene sottoposta incessantemente ad una lobotomia tesa a
consegnare alla società non degli individui bensì le loro copie funzionali; inoltre le nuove
generazioni non possono neanche sviluppare sani anticorpi poiché a questo dominio dell’immagine e
della forma senza sostanza vengono consegnati dai loro alienati genitori. Il primo risultato di
questo processo è evidentemente l’annullamento di ogni capacità critica di discernimento (si usi
questa parola nel suo significato etimologico originario) e con essa del ruolo attivo
dell’ascoltatore. La musica che le radio sparano incessantemente non deve essere ascoltata, ma si fa
ascoltare; l’ascoltatore è suonato dalla musica stessa che diventa sottofondo funzionale allo
spaventoso vuoto pneumatico (…il silenzio fa tanto, troppo rumore…) delle nostre menti. Notava con
la consueta lucidità Manlio Sgalambro nell’essenziale saggio “Contro la Musica” che “se si può
ascoltare non è Musica” e con ciò voleva esattamente dire ciò che fin qui ho riferito.

Eppure non sempre è stato così: negli oramai demonizzati anni ’70 (demonizzati dal volgo vociante,
ovviamente) molteplici furono gli artisti che cercarono di affidare alle loro composizioni il
compito di innalzare se stessi e gli ascoltatori con loro alle gioie della contemplazione, della
meditazione e con esse del gusto del particolare e del dettaglio. In Germania vi fu una scena molto
fertile con gruppi come Popol Vuh (che operava una sincretistica fusione di religione Maya,
Cristiana e Hindu) e Tangerine Dream; in America vi furono le danze dei dervisci messe in musica dal
grande compositore Terry Riley, ma anche in Italia vi furono (e tuttora vi sono, anche se
schiacciati dall’arroganza della dittatura della cacofonia) personaggi che hanno fatto del loro
intenso itinerario spirituale un unicuum coi paesaggi sonori che hanno dipinto: tra questi spiccano
Claudio Rocchi, colui che in un periodo di dogmi e certezze osò porsi delle domande, e Juri
Camisasca, musicista da anni immerso nel recupero del canto gregoriano, per non parlare di Franco
Battiato la cui parabola è sempre stata più fortunata degli altri “inattuali”.

Stanti però così le cose, che fare allora?

Il primo passo di questa ennesima nostra rivolta contro il mondo moderno non può non passare da una
abiura totale del concetto di musica come intrattenimento e/o opera di consumo, attraverso una
rivendicazione del ruolo attivo dell’ascoltatore come creatore di nuovi significati della trama
sonora (i processi di feed-back sono da sempre studiati in antropologia musicale) ed infine non può
prescindere dal fatto di attuarsi in un contesto oramai irrimediabilmente corrotto e spalleggiato
dalla proverbiale vigliaccheria dei nostri critici e “intellettuali” sempre pronti a prostrarsi di
fronte all’ultimo dei sicofanti! In base a ciò una serie di maleodoranti topoi verranno
irrimediabilmente a cadere: il primo effetto sarebbe il crollo del messaggio comunemente inteso; la
Musica si ritroverebbe ad assolvere il suo compito metafisico e devolverebbe il suono stesso di
veicolare messaggi sovversivi od anche eversivi (ma mai rassicuranti od accomodanti).

La concezione di Musica come mezzo deve essere abbattuta seduta stante, poiché i significanti da
sempre stanno oltre i significati.

Un esempio per tutti?

La Sinistra si è forse incarnata nella sua massima espressione solo una volta, ossia attraverso il
gruppo progressive sperimentale Area, una band essenzialmente strumentale (!!!) ed accusata di
filonazismo nei primissimi tempi della propria carriera avendo intitolato il debut album “Arbeit
Macht Frei”… Evidentemente tutto ciò non può non farci comprendere il ruolo di un situazionismo in
un tale contesto e con esso la reale portata rivoluzionaria di un suono radicale in barba a tutte le
orazioni cui ci tocca assistere oggi (U2, Jovanotti e compagnia stonata…).

In secondo luogo dovremmo riappropriarci del gesto consci finalmente che il linguaggio musicale, il
Rock in particolare, conosce solo la langue dell’eccesso. Dove sono gli essenziali equilibrismi
concettuali di un David Bowie che saluta a braccio teso la platea londinese? Dove sono finiti gli
ingressi sul palco con la Harley Davidson di Rob Halford? Chi è in grado di escogitare momenti di
altissimo raccoglimento come i 4’33’’ di silenzio di John Cage? Questi gesti decontestualizzati dal
loro contesto d’uso assumono tutt’altra valenza incidendo sulla formazione attiva dello spettatore e
sulla sua capacità di trascendere per qualche istante dalla bruta materialità cui è legato.

Queste domande sono al momento senza alcuna risposta. Tristemente è così.

Non ci si lasci dunque incantare da discorsetti adulatorii e sorrisetti di convenienza: la Musica,
questo irrinunciabile rito socio-individuale, vive un momento ormai lungo di impasse totale. Sta
ancora una volta a noi ardimentosi irregolari opporsi a tutto ciò, come musicisti in primo luogo, ma
anche, non lo si scordi, come ascoltatori creatori di un nuovo senso. Dicendo questo voglio lanciare
una serie di proposte di azione provocatorie, poiché la si finisca una volta per tutte di
pontificare sul nulla, ma si abbia il coraggio di appoggiare ciò che si dice: cominciamo
innanzitutto col rifiutare il modello imposto dalle radio che propinano “musica di consumo”,
impariamo a ritenere MTV e tutti questi patetici canali televisivi “a target giovanile” per quello
che sono: una immensa sarabanda di nudi e ammiccamenti sessuali per teen agers in crisi ormonale ed
infine rifiutiamo un concerto che sia la stanca riproposizione del lavoro in studio e riscopriamo
così il gusto del viaggio attraverso il pentagramma. Solo così potremo reagire imponendo agli altri
una sana visione alternativa.

fonte: guide.supereva.com/controcultura

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