La Meditazione, spiegata da Sri Sai Baba – J.S.Hislon – Terza parte

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DHYANA

“La meditazione negli insegnamenti di Sri Satya Sai Baba”

Mother Sai Publications

(Terza parte)

– Lo stato di Meditazione –

Domanda – Svamiji ha parlato or ora della concentrazione della mente. In quale rapporto sta con la
meditazione?

Sai – La parola “Dhyana”, ossia Meditazione, viene interpretata in differen- ti modi e perciò si fa
della confusione. La pratica spirituale per mezzo della quale le tre componenti, e cioè il
meditante, I’oggetto della meditazione (Dio) ed il processo di meditazione vengono unificati, si
chiama Dhyana. Non va identificata con la concentrazione, o totale applicazione della mente ad un
so- lo oggetto.

Tutte le azioni di routine, come il mangiare, il bere ed il cammi- nare richiedono una certa
concentrazione, la quale è subordinata ai cinque sensi di percezione. Per esempio, per leggere il
giornale, le mani lo devono reggere, gli occhi devono vedere i caratteri di stampa e la mente deve
coordi- nare tutte queste attività. Così pure, nel guidare un automobile, bisogna con- centrarsi,
per maneggiare i comandi e sincronizzare tutti i controlli. L’atto di elevare la mente al di sopra
dei sensi e degli oggetti dei sensi per avere co- me obiettivo il Divino si chiama meditazione.
Perciò, la meditazione sta al di sopra dei sensi, mentre la concentrazione è ad essi subordinata. Se
si vuol cogliere una rosa bisogna saper distinguere tra spine, foglie, rami e fiori e soltanto dopo
la si può cogliere senza toccarne le spine. Tutto ciò avviene nell’ambito della concentrazione.
Quando il fiore è stato colto, non ha più relazione con la pianta d’origine: il distacco del fiore
dalla pianta dà luogo alla contemplazione. Offrite questo fiore a Dio. Se poi il fiore viene offerto
al Signore, la pianta madre, la mano che l’ha colto ed il fiore stesso hanno cessato di esistere.
Esiste solo ed unicamente Dio. Questa è meditazione.

La vita è come un roseto: le vostre relazioni sono i rami, le vostre qualità sono le foglie, gli
attaccamenti e i desideri sono le spine; il vostro amore è la rosa e l’esercizio di tenere il fiore
dell’amore lontano dai rami e dalle spine degli attaccamenti e del desiderio è la contemplazione.
Nel momento in cui offrite questo amore puro a Dio, avete l’unità dei tre elementi. Se considera- te
il mondo intero come fosse la vostra casa e come se ogni cosa in esso con- tenuta vi appartenesse,
il vostro amore si dilaterà sempre più, mentre l’amore chiuso nel proprio egoismo tende
esclusivamente ad appagare i propri desideri.

– Esperienze particolari –

Domanda – Svamiji, è vero che nella meditazione profonda si possono udire suoni ed avere delle
visioni?

Sai – Sì; è possibile sperimentare suoni (come i rintocchi di una campana, o la vibrazione di una
conchiglia) e visioni. Ramakrishna offrì a Vivekananda l’esperienza di una visione ed un temporaneo
stato di beatitudine. Ma questa beatitudine non è permanente: può durare al massimo 21 giorni, dopo
di che, o si esce da quello stato, o si abbandona il corpo.

Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco il calore e la mente

(VD 89)

Salmo 26

Dai DISCORSI Dl SAI

In questa sezione, abbiamo ritenuto opportuno presentare l’argomento “Meditazione”, estraendolo da
alcuni discorsi pronunciati da Sai Baba in varie circostanze. Molte cose sono già state dette. Qui,
tuttavia, più che avvalerci dell’andante latino “repetita juvant”, vorremmo porre l’accento sulla
paziente amabilità di Svami, che, anno dopo anno, rinfresca la memoria di tutti, arricchendola con
nuovi particolari e offrendo dei suggerimenti che sembrano avere persino connotazioni personali.
Egli è a conoscenza di tutte le nostre difficoltà, obiezioni, neghittosità e negligenze. Questa Sua
insistenza prova l’importanza che Egli attribuisce a questa pratica, quando in essa c’è vera
devozione a Dio e non al ritualismo e ai suoi frutti. E poi, – diciamolo pure – dette da Lui le
esortazioni, anche se ripetute, suonano sempre nuove e originali!

– Il frutto maturo –

La pace, o la distrazione, la calma, o l’ansia, sono sempre il prodotto dei pensieri e
delle azioni e dipendono dalle attitudini e dal comportamento tenuto, sia in proprio, che in
società. Alcuni, che si affidano al processo di Dhyana, ossia ad una regolare Meditazione sul Nome e
la Forma di Dio, sono in | grado di acquietare le agitazioni del cuore e di aprire la via alla
realizzazione interiore.

Ma la Meditazione non dovrebbe vacillare od oscillare da un ideale all’altro: non va
ridotta ad una meccanica formula da manuale, ad una schematica tabella di marcia per la respirazione
a narici alterne, o ad un insignificante fissare lo sguardo sulla punta del naso.

È una rigorosa disciplina che controlla i sensi, la corrente nervosa e i voli della fantasia. Ecco
perché si dice che la Meditazione è la valle della pace che si stende oltre un’immensa catena
montuosa, le cui vette sono conosciute come i sei nemici: Lussuria, Ira, Avidità, Attaccamento,
Orgoglio, Odio.

Per raggiungere la pianura sottostante, bisogna scalare queste vette. Bisogna squarciare i veli,
perché risplenda la luce. Si deve rimuovere la cataratta dagli occhi, per poter vedere la verità.
Maya, ossia l’lllusione, è il nome di quella nebbia di ignoranza, che tormenta la mente, il cui
unico anelito è tuffarsi nelle profondità del Sé.

Questa bruma è l’intricato viluppo delle tre componenti qualitative, che turbano
l’originaria serenità dell’Universo: il bianco, il rosso e il nero; il sattvico, il ragiasico ed il
tamasico; l’inattaccabile, l’attivo e l’ottuso; il distaccato, il passionale e l’indolente. II velo
di Maya costituito da questi tre elementi dev’essere, o spazzato via, o lacerato, o sollevato, in
modo che la Realtà possa rivelarsi. II sentiero della devozione lo solleva, perché Dio, che lo ha
disteso, è pietoso. II sentiero dell’azione lo lacera per mezzo dell’attività, che tende a scomporre
la sua trama. II sentiero della conoscenza lo spazza via, in quanto procede come se non esistesse
realmente; lo ignora come parto della fantasia! E il velo scompare, dimostrando quanto siano validi
quei sentieri.

Alcuni negano l’esistenza di Dio, perché, a causa della miopia di cui sono affetti, non
percepiscono la Sua Presenza; allorché un abile chirurgo correg- ge il difetto, possono vedere da
soli l’evidente Onnipresenza della Sua Grazia e della Sua Maestà. L’amalgama dei tre guna, ossia
delle tre qualità di cui abbiamo già detto, se spalmato come un unguento sulla chiara visuale, fa
brancolare l’uomo, gli fa scambiare una cosa per l’altra e gli cela la verità, a cui attribuisce
tutte le sfumature o gli orrori del falso! La mente è lo stru- mento interiore di cui si serve Maya
per confondere e truffare. Sotto il suo influsso, la mente salta da un capriccio all’altro e non si
arresta mai su ciò che ha raggiunto. Maya tiene la mente impegnata su oggetti esteriori, oppo- ne
resistenza al viaggio interiore dell’intelletto, al processo di autoanalisi e di autodisciplina. Ma,
non appena l’uomo riesce, sia pure per poco, a svin- colare la propria mente dalla sua presa per
mezzo della Meditazione, si illu- mina la strada che incammina all’illuminazione finale.

La Meditazione è la disciplina mediante la quale la mente si allena all’ana- lisi
interiore e alla sintesi. II fine della Meditazione è l’Uno, in cui tutti gli “Io” si trovano
riuniti nella forma più pura. Nella Gilta, l’Uno viene descrit- to con otto attributi: 1) è
cosciente del passato, del presente e del futuro; 2) è senza tempo fin dal Suo principio; 3) detta
ogni legge; 4) è più piccolo del più piccolo corpuscolo; 5) è alla base di tutto; 6) è di forma
inesplicabile; 7) è splendente; 8) è al di là delle tenebre. Scoprire questi attributi del Divino è
un compito che può essere eseguito solo mediante una irriducibile Medi- tazione.

La Meditazione, inoltre, deve andare di pari passo con il controllo dei sen- si. I sensi
bloccano la via che porta al paradiso, perciò, nessuno di essi de- v’essere lasciato a briglia
sciolta. Nei tempi attuali, alcuni divulgatori dello Yoga diluiscono le discipline insegnate
predicando accanto alla Meditazione libertà assoluta per i sensi, perché temono, insistendo su
doveri difficili, di perdere la loro clientela e i loro introiti! Lo Yoga è, per definizione, “Citta
vritti nirodha”, cioè il dominio sul vagabondaggio della mente. In che modo si potrà praticare dello
Yoga, se si lascia alla mente la libertà di giocare biri- chinate e trucchi di ogni genere? Essa
trascina l’uomo nella selvaggia foresta dei desideri e lo tuffa nella ricerca del piaceri esteriori.

La prima lezione di Yoga consiste nella conquista di Kama, ossia del Desi- derio. La
Volontà deve essere foggiata come uno strumento per l’azione be- nefica e l’azione deve
sottomettersi alla necessità di raggiungere la Saggezza, la quale conferisce in un batter d’occhio
la consapevolezza della Realtà. Una mamma non può muoversi in casa per le sue faccende quotidiane,
come la- vare e cucinare, finché il bambino urla e piange nella culla. Prima deve farlo
addormentare, così potrà dedicarsi ai lavori più importanti. Così pure voi dovete mettere fuori
servizio la mente, prima di intraprendere il viaggio ver so il regno al di là del dualismo.

Fate che il Nome di Dio sfolgori sempre sulle vostre labbra e nella vostra mente: ciò
servirà a tenere sotto controllo le stravaganze mentali. Quando si mantiene accesa la lampada,
l’oscurità non riesce ad offuscare l’ambiente circostante. Nella Glta si dice che se un morente
recita la sillaba di Brahman, e cioè OM, mentre esala l’ultimo respiro, ottiene la grazia di
riunirsi a Brah- man. Ma soltanto chi si è abituato a ripeter costantemente quella sacra silla- ba
nel corso della propria vita può, con fiducia, pronunciarla nell’estremo istante. Una mera
giaculatoria sul punto di partire non vi salverà: la OM fi- nale deve essere il fiore che sboccia
sul rampicante che si è avvinghiato a Dio per tutta la vita. Nella Glta questo viene chiamato
“Rajavidya”, ossia la via regale al successo spirituale, ed anche “Rajaguhyam”, il mistero regale,
un insegnamento che deve essere impartito dal maestro al discepolo, dopo lun- ghi esercizi
preparatori, in un’atmosfera seria e sincera. Vyasa mise tutto questo in versi.

La Gilta spiega il processo di Dhyana mediante una chiara formuletta: “Mam anusmara
yuddhya ca!” Tienimi nella tua memoria e combatti! Si suggerisce di combattere la battaglia della
vita con Dio che risiede quale auriga nella coscienza. Non è un’indicazione valida solo per Arjuna;
è una direttiva per tutta l’umanità. “Fissa la tua mente su di Me e combatti! lo sarò la Volontà
dietro la tua volontà, sarò l’occhio dietro il tuo occhio, il cervello nel tuo cervello, il respiro
dentro il tuo respiro. La lotta è Mia, la potenza è Mia, le prove e i trionfi sono Miei, i frutti
della vittoria sono Miei, l’umiliazione della sconfitta è Mia. Tu sei Me ed Io sono te”. Questo è il
coronamento della Meditazione: identità, negazione di ogni differenza.

“Mam anusmara”: nella memoria con Me, per sempre! Non fate distin- zioni fra l’azione del
Bhajan (canto sacro), quella del Bhojan (mangiare) e quella della Puja (adorazione di Dio). Tutte le
azioni sono adorazione, per- ché il cibo è da Lui donato, da Lui consumato, per Lui mangiato, allo
scopo di mantenervi in forze per Lui. Ogni attimo ha il suo valore, perché è Lui che lo dà, Lui se
ne serve, Lui lo colma, Lui lo modella, Lui lo completa.

Giacchè Egli è fuso in ogni vostro respiro, voi potete compiere l’impresa su- prema di immergervi in
Lui; ne avete la possibilità. L’Essenza divina (Atma) non può essere conseguita da chi è debole, non
vi potete arrivare finché la fonte del potere non è in voi, finché voi stessi non lo sarete
diventati comple- tamente, finché rimarrete delle creature fragili, inadatte alla sublime avven-
tura, questa possibilità vi sarà preclusa.

“Mam anusmara”, lo “smarana”, il ricordo diventerà stabile solo quan- do sarete liberi
dalle catene dell’invidia e del rancore. “An-asuya”, senza tracce di orgoglio, o invidia, malizia, o
odio, egoismo o presunzione. Questo è il mo- do di mantenere il cuore puro, perché Dio vi Si
stabilisca. II dolore vi ferisce perché credete di esservi meritata la felicità che non avete
raggiunto; ma c’è un dispensatore imparziale di gioia e di dolore, che vi dà ciò che vi occorre, non
quello che desiderate. La sventura potrebbe essere un rimedio adatto al la vostra salvezza, e Il
Misericordioso, I’Eterno, l’Onnisciente Iddio, cono- sce bene ciò di cui avete bisogno. Accogliete
le sciagure e combattete la vo- stra battaglia armati della corazza del Ricordo Divino. Come tutti i
fiumi corrono verso l’oceano, così lasciate che la vostra immaginazione sia tutta rivolta verso Dio.
II Dramma è Suo; la parte che si recita è un Suo dono; il copione è stato scritto da Lui; Lui decide
i costumi e la scenografia, i gesti e lo stile, l’entrata e l’uscita. Sta a voi recitare bene la
vostra parte e ricevere la Sua approvazione quando cala il sipario. Guadagnatevi il diritto di
ottene- re parti sempre migliori con la buona volontà ed l’entusiasmo; questo è il significato e lo
scopo della vita.

Non siate troppo attaccati al mondo e non fatevi avviluppare dai suoi ten- tacoli. Tenete
sempre a bada le vostre emozioni. L’onda agita solo lo strato superficiale del mare; sotto, in
profondità, c’è calma. Anche voi sarete liberi dall’agitazione delle onde, se vi sprofondate nella
vostra interiorità. Sappia- te che molte cose non hanno valore durevole e possono perciò essere
scarta- te. Tenetevi saldamente aggrappati alla sostanza solida. Usate la vostra discriminazione per
discernere quale sia lo scrigno e quale il tesoro.

II “Pranavajapa”, ossia la recitazione della OM e la contemplazione di quella mistica
sillaba, vi servirà a calmare le onde ruggenti. OM è la somma di tutti gli insegnamenti vedici su
Dio e di tutti i sistemi di culto alla Divinità: “OM ithi ekaksharam Brahma” – OM, quell’unica
sillaba è Brahman! OM si compone di tre suoni: A, che parte dalla regione ombelicale; U, che scorre
attraverso la gola e la lingua; M, che va spegnendosi sulle labbra chiuse. De- ve essere pronunciata
in crescendo, il più lentamente possibile, diminuendo lentamente, fino a che dopo la M rimarrà l’eco
del silenzio ripercossa nella cavità del cuore. Non eseguitela a strappi, adducendo che il vostro
respiro non resiste più a lungo. Resistete finché riuscite ad esaurire l’inspirazione e
l’espirazione con il silenzio che ne segue. Questi momenti rappresentano gli stati di veglia, di
sogno e di sonno ed il quarto stato, quello che va oltre i tre. Rappresenta anche il fiore
dell’individualità che cresce e diventa un frut- to pieno del dolce succo della propria essenza
interiore, ed infine si stacca dall’albero. (SSS VII, 264-270)

“Vi dò la forma più universale ed efficace ‘Per andare all’anima di Dio, il Massimo, occorre
anzitutto solcare le profondità della propria anima, il Minimo, poiché nessuno può conoscere Dio se
non ha conosciuto se stesso.”

Dopo essersi seduti in una posizione confortevole e stabile ed aver rallentato il respiro,
è necessario staccare i sensi dalla percezione sensoria (“Pratyahara”) e purificare tutti gli organi
del corpo (“Anga Nyasa”). La luce è purificatrice per eccellenza, perché disperde tutte le tenebre.
Si dirige la luce attraverso il corpo, per purificare gli organi ed i sensi, e la si colloca nel
loto

Va custodita gelosamente l’immagine prediletta della Forma del cuore, dove va custodita
gelosamente quella del Signore, su cui bisogna concentrarsi (Dharana) per giungere alla Meditazione
(Dhyana) e quindi al “Samadhi”, ossia allo stato di immersione in Dio, il Supremo Sé.

Quando vi accingete alla Meditazione, recitate anzitutto alcune preghiere inneggianti a
Dio, per dar modo alla mente agitata di calmarsi. Poi, mentre recitate il Nome di Dio (Japa),
disegnate adagio adagio con l’occhio della Forma Cio’ che quel Nome rappresenta, e riportatela
nella vostra mente Lasciate che vada soavemente a posarsi sull’uno o sull’altra. Così guidata, la
mente potrà essere domata facilmente. La figura prodotta dalla vostra immaginazione si trasformerà
nel “Bhavacitra”, ossia in un simulacro emozionante, caro al cuore, e si fisserà nella memoria.

Pian piano diverrà il “Sakshatkaracitra”, ossia la Forma che Dio assumerà per esaudire le vostre
aspirazioni. Questa Sadhana si chiama “Japasahithadhyana” ed Io ve la consiglio, perché, per i
principianti, è la migliore tecnica di Meditazione.

In pochi giorni vi abituerete e apprezzerete la gioia che essa procura. Dopo dieci, o
quindici minuti circa nella fase iniziale e più a lungo negli stadi più avanzati, richiamate alla
memoria la gioia di cui avete fatto l’esperienza: vi sarà di sostegno nella vostra fede e nella
serietà del vostro impegno. Quando avete finito, non alzatevi di scatto per riprendere subito le
vostre occupazioni; rilassate i muscoli adagio, gradualmente e ponderatamente prima di dedicarvi al
lavoro abituale.

Se all’inizio non sapete rimanere concentrati a lungo, non perdetevi d’animo. Quando si
comincia ad andare in bicicletta, non si acquisisce subito l’abilità di mantenersi in equilibrio: si
spinge la bicicletta verso un campo aperto, si sbanda di qua e di là e si cade rovesciandosi addosso
la bicicletta, e così si fanno molti tentativi prima di riuscire a padroneggiare il mezzo senza più
il timore di perdere l’equilibrio. Poi, automaticamente si imparano anche i movimenti necessari per
mantenere l’equilibrio, non è vero? E dopo esser diventati esperti, non si ha bisogno di spazi
vasti; si può scorazzare in bici per i vicoli più stretti ed anche per i viali più affollati. In
modo analogo, la pratica vi fornirà la concentrazione necessaria a resistere negli ambienti più
chiassosi e nelle situazioni più difficili.

Per quanto riguarda la Meditazione, insegnanti e istruttori consigliano tecniche diverse.
Ma Io ora vi darò la forma più universale e più efficace. È il primo passo nella disciplina
spirituale. Destinate ogni giorno alcuni minuti per questo e, man mano andate avanti, prolungatene
la durata, finché sentirete la beatitudine propria di quello stato.

Fatelo alle prime ore del mattino, prima dell’alba. È il momento più propizio, perché il corpo è
ristorato dal sonno e le vicende della giornata non vi opprimono ancora. Tenete davanti a voi una
lampada con una fiamma viva, fissa e non vacillante, oppure una candela accesa. Sedetevi davanti
alla candela nella posizione del padmasana, od in qualche altro modo, purché sia comodo. Continuate
a fissare stabilmente la fiamma e, ad occhi chiusi, cercate di sentirla dentro di voi, nel punto fra
le sopracciglia. Fatela scorrere verso il loto del cuore, mentre la sua luce lascia una scia dove
passa. Quando essa entra nel cuore, immaginatelo come un fiore di loto che dischiude i suoi petali
ad uno ad uno, irrorando di luce ogni pensiero, ogni sentimento, ogni emozione e dissipando
l’oscurità che non trova più spazio per nascondersi. La luce della fiamma diventa sempre più ampia e
luminosa.

Fatela penetrare nelle membra, che ora non possono più essere immischiate in attività losche,
ambigue e dannose: sono diventate strumenti di Luce e d’Amore. Quando la Luce raggiunge la lingua,
la menzogna si dilegua. Fatela salire sino agli occhi ed alle orecchie, perché bandisca i cupi
desideri che li infestano e vi inducono a cercare cose ignobili e conversazioni sciocche. Fate che
la testa si inondi di Luce, così che tutti i pensieri immorali ne siano scacciati. Immaginate che la
Luce sia sempre più intensa, poi che risplenda tutt’intorno a voi e che da voi venga effusa in
cerchi via via più grandi, racchiudendo nella sua sfera tutti i vostri cari, i parenti, gli amici e
compagni, i nemici e i rivali, gli estranei, tutti gli esseri viventi, il mondo intero.

Dal momento che la Luce ogni giorno illumina profondamente e sistematicamente tutti i
sensi, verrà presto il momento in cui non sopporterete più il buio e le visioni diaboliche, non
amerete più ascoltare racconti lugubri e sinistri, non sarete più attratti da ciò che è spregevole,
dannoso, da cibi e bevande tossiche e mortali, non vorrete più occuparvi di cose losche e
degradanti, né frequentare ambienti equivoci e malfamati, né tramare insidie contro qualcuno.
Mantenete viva l’entusiasmante consapevolezza di vedere la Luce dovunque. Se adorate Dio sotto
qualche forma, cercate di visualizzarla in questa Luce onnipresente. Infatti, la Luce è Dio, Dio è
Luce.

Praticate ogni giorno con regolarità la Meditazione come Io vi ho consigliato. Negli altri
momenti della giornata ripetete il Nome di Dio (qualunque Nome richiami la fragranza delle Sue
molteplici Glorie), tenendo sempre presenti la Sua Potenza, la Sua Misericordia e la Sua
Munificenza.

Tecnica avanzata di Meditazione su So-Ham

In questo sacro Shivaratri, proponetevi di visualizzare Shiva, che è la For- za Interiore
di tutto. Ad ogni singolo respiro voi dichiarate “So Ham”, lo sono Lui; e non solo voi, ma ciascun
essere vivente lo afferma. È un fatto che avete ignorato per tanto tempo. Ora potete crederci. Se
osservate il vo- stro respiro e meditate su quella Grande Verità, I”‘lo” ed il “Lui” pian pia- no si
fonderanno e non ci saranno più due entità, il SO HAM andrà cedendo il posto all’OM, il Suono
Primordiale, il Pranava, che i Veda proclamano come il simbolo dell’ Infinito Assoluto, “Nirakara
Parabrahman”; è lo “Sva- svarupa”, la Realtà che sta dietro tutto questo “relativo irreale”.

Questo è l’autentico sentiero spirituale, la tappa finale nel progresso del- I’aspirante.
Ma vi sono molte tappe preliminari, ciascuna delle quali richiede molta capacità di resistenza e
tenacia. (SSS X, 281-284)

– Dhyana una pianticella da crescere con cura –

Generalmente si dànno di Dhyana i significati più diversi.

Che cosa significa Dhyana o Meditazione? Su che cosa si medita e chi è che medita? Perché
meditare?

Se non c’è un oggetto su cui concentrarsi, non si può fare Meditazione. Tale oggetto, su
cui si medita, ovvero si fa Dhyana, è conosciuto come “Dhyaya” . Senza un oggetto di concentrazione,
non potete concentrarvi. Esiste un oggetto di Meditazione, ma chi medita? Perciò, ci dev’essere un
terzo ele- mento, “Dhyata”, che siete voi quando meditate. Dhyata, che sareste voi, attraverso il
sentiero di Dhyana, che è la Meditazione, deve giungere all’e- sperienza di Dhyaya, che è l’oggetto
di Meditazione. Sono tre fattori: uno che riceve sottomissione, uno che si sottomette e il processo
di sottomissio- ne. Quando il meditante considera l’oggetto di Meditazione e penetra nel pro- cesso
meditativo, questi tre fattori – colui che medita, I’oggetto di Meditazione e lo svolgersi della
Meditazione – si uniscono per formare un tutt’uno e solo allora è possibile raggiungere l’unità.

Colui che ama, colui che viene amato ed il sentimento dell’amore sono i tre fattori. In
Prema (Amore), l’Amante, l’Amato e l’Amore formano una triade che si compendia nell’Uno che fa
fluire il “Prematatva”, ossia il Prin- cipio dell’Amore. In mancanza di uno di essi, non può esserci
integralità, l’in tero non può costituirsi. Se ce ne sono due, cioè l’amore e chi è disposto a darlo
e manca chi dovrebbe riceverlo, è superfluo. Se c’è chi ama e chi può essere amato, ma il sentimento
non è reciproco, è inutile. Se poi non c’è nessuno che sappia amare, allora a che serve l’amore?
Perciò, è l’unione di questi tre aspetti che si chiama Dhyana o Meditazione. In tutti e tre gli
aspetti, c’è Amore in egual misura. È questo che si intende con le parole “L’Amore è Dio”, “Vivete
nell’Amore”.

Riflettete bene sul significato della Meditazione, che è un ottimo mezzo per unirsi
all’Infinito. In tutti questi giorni avete ascoltato ciò che è contenuto in molte nostre Scritture,
come le Upanishad, i Veda, i Darsana, e varie “sastra”, ma se non avete capito il signicato di
Meditazione, che è il sentiero per giungere alla meta, tutto quanto avete appreso rimarrebbe
conoscenza libresca, di cui, prima o poi, finirete per disinteressarvi.

L’orario, nella Meditazione, ha la sua importanza ed è conosciuto sotto il nome di “Brahma
Muhurta”. Scegliete la forma che preferite per meditare e, nell’intervallo di tempo denominato
“Brahma Muhurta”, che va dalle 3 alle 6 del mattino, meditate sempre alla stessa ora ogni giorno. Ci
sono le discipline e i metodi adatti allo scopo e non bisogna trascurarli o pensare che siano
inutili.

Vi farò un esempio. Abbiamo piantato un alberello da frutta. Quando è una pianticella,
dobbiamo proteggerla, mettendole attorno una recinzione. Perché mai dovremmo proteggere la pianta,
quando è giovane? Lo facciamo perché temiamo che capre, pecore o altri animali attratti da essa ne
bruchino i germogli, con ogni probabilità, distruggendola.

Poiché vogliamo che la pianta cresca bene, la circondiamo con una protezione. Ma, quando la pianta è
cresciuta e diviene un albero, allora togliamo la recinzione. Perché proprio allora? Perché quegli
stessi animali, come la capra, la pecora e la mucca, che avrebbero potuto distruggere la pianticella
quand’era piccola, ora trovano ombra e riparo sotto le sue fronde.

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