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In NOME della MEDICINA NATURALE…

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[ 9 minuti di lettura ]

In NOME della MEDICINA NATURALE…

di Valerio Pignatta

le medicine naturali sono ormai arrivate a traguardi insperati dal punto di vista terapeutico e
della loro diffusione. Ma quanto hanno conservato della loro iniziale spinta egualitaria e
autogestionaria? Chi ancora parla di medicina e alimentazione naturale come liberazione dalla
schiavitù medica e come controllo diretto della propria salute?

C’era una volta, un gruppo di giovani cappelloni visionari, dai jeans consumati, che sognava un
mondo in cui sedersi a tavola a mangiare insieme sarebbe diventato un momento e un luogo di
guarigione fisica e mentale. Questi ragazzi immaginavano un sapere curativo diffuso e condiviso e
soprattutto autogestito. Lo scambio di ogni nuova informazione terapeutica che veniva recepita
avveniva tra di essi in modo automatico, e l’esperienza e il coinvolgimento personale o familiare
svolgevano un ruolo primario nella formazione della consapevolezza dei meccanismi della malattia e
della guarigione.

Quei giovani dall’aspetto trasandato pensavano di poter un giorno essere in grado di curarsi da sé
le proprie magagne fisiche e psicologiche, condividendo con amici e parenti le proprie esperienze
fortunate e/o i propri dubbi e insuccessi.

L’esproprio della salute dalle mani di una classe di ricchi professionisti, assurti prepotentemente
a dèi della vita e della morte dei comuni mortali, pareva loro un dovere sociale e politico
indiscutibile e senz’altro conseguibile. Bastava impegnarsi con assiduità nello studio delle
discipline salutistiche più efficaci e trascurate dalla medicina ortodossa di derivazione chimica:
alimentazione naturale, shiatsu, agopuntura, omeopatia, fitoterapia, medicina tradizionale cinese,
massaggi ecc.

Un universo di filosofie, magie, energie, processi fisiologici e psichici si aprì a questi giovani
sperimentatori che iniziarono ad accumulare un notevole bagaglio di conoscenze non usuali e non
conosciute ai più nelle nostre società occidentali industrializzate.

Tuttavia, dall’accumulo individuale, si sa, purtroppo nasce la necessità della protezione
dell’accumulato e dalla protezione dei propri beni deriva la separazione dagli altri.

Dalla separazione alla contrapposizione il passo è breve e da questa al tentativo di dominio è
addirittura inevitabile.

Quel che segue è storia dei nostri giorni: le medicine naturali sono ormai arrivate a traguardi
insperati dal punto di vista terapeutico e della loro diffusione. Ma quanto hanno conservato della
loro iniziale spinta egualitaria e autogestionaria? Chi ancora parla di medicina e alimentazione
naturale come liberazione dalla schiavitù medica e come controllo diretto della propria salute?

Di quei trascurati cappelloni visionari non è rimasta traccia tra gli incravattati e impettiti
fautori odierni delle medicine “alternative”, sponsorizzati dalle multinazionali di turno degli
integratori alimentari o dei rimedi omeopatici.

Una nuova classe di cooptati si appresta a dirigere una nuova irreggimentazione dei pazienti in
nuovi canoni interpretativi della malattia e della guarigione e si assicura che nessuno scappi a
questo reclutamento. Nel nuovo esercito occorrerà seguire nuove disposizioni e nuove parole
d’ordine. Siano quelle della Nuova Medicina Germanica o quelle dei meridiani energetici cinesi, la
sostanza non cambia. La questione principale è che i pazienti si sono rimessi ancora nelle mani di
qualcuno al di fuori di loro stessi, che tende a medicalizzare ogni aspetto della realtà e ad
assumere su di sé la responsabilità e la capacità del successo terapeutico e della guarigione. La
delega non si discute più o quasi.

Tra qualche tempo, questa inedita situazione verrà legalizzata a livello centrale dal sistema con
una regolamentazione legislativa che riconoscerà ai nuovi arrivati il ruolo che compete loro nella
scala della gestione della salute collettiva e individuale. Rimarranno fuori gli outsider geniali ma
non accademici, gli ostinati cappelloni in via di estinzione ormai spelacchiati e i visionari che si
sono persi in percorsi esoterici ad alto rischio per la mente e per il corpo.

Il verbo di questa classe di terapeuti sarà molto simile al precedente: andate dal vostro naturopata
o omeopata o altro e fate i test consigliati… Ogni mese sarebbe meglio… Assumete il tale
integratore, prendete il tale rimedio preventivamente, state attenti che la malattia potrebbe
colpirvi quando meno ve l’aspettate, fate i bravi, non eccedete, pentitevi e se siete ansiosi
ingurgitate subito il Rescue Remedy. Sarete sicuramente intolleranti o allergici a qualcosa, avrete
certamente il fegato ingrossato, mangiate troppi latticini o cereali o carne o dolci. Rilassatevi
con lo yoga e la meditazione e continuate pure a massacrare al meglio i vostri amici e parenti e
colleghi con le vostre manie, idiosincrasie e frustrazioni. Verbi generalizzati, rimedi
generalizzati, visioni generalizzate, superficializzate, così come sta accadendo a omeopatia,
agopuntura e altri percorsi terapeutici favolosi, svuotati della loro profondità e individualità e a
rischio di accedere a posizioni di dominanza ma derubati dei loro significati più veri, svalutati a
semplice rimedi sintomatici all’interno del solito sistema ortodosso centripeto e spersonalizzante.

Perché non si pensi che quei pochi devitalizzati lunghi capelli (dovrò fare un mineralogramma?) che
ancora si attardano sul mio cranio mi offuschino la vista come a un vecchio cane pastore bergamasco,
provo a fornire alcuni dati e riflessioni “illustri” a sostegno di questa interpretazione, che ben
poco ha a che spartire con la visione dei tempi che furono di cui si è raccontato.

Nel nostro paese il Parlamento sta lavorando da tempo per elaborare una legge che riconosca validità
ad alcune medicine naturali. Le più diffuse tra esse saranno riconosciute tali solo se professate e
praticate da medici regolarmente iscritti al proprio Ordine professionale. Fuori dunque agopuntori e
omeopati magari con esperienze trentennali, esperti di alimentazione o erboristi autodidatti di
notevole statura morale e terapeutica, chiropratici e osteopati “che i medici se li sognano” ecc.
ecc.

Inoltre sempre più autori di coscienza sottolineano la confusione che viene abitualmente fatta tra
malattia e malessere. Questa mancanza di chiarezza in merito a questi due termini favorisce la
medicalizzazione galoppante della società e dei comportamenti dei pazienti-cittadini. Secondo D.
Jenning circa la metà dei pazienti consultano i medici di base per motivi maggiormente legati ad un
malessere esistenziale o psicoemotivo che non per patologie vere e proprie. Da questi ricevono
invece medicine (naturali o meno che siano) praticamente per malattie inesistenti o non ancora tali
a pieno titolo.

Tuttavia l’ampliamento del concetto di benessere personale è probabile che porti in futuro (e sta
già portando) a conflitti tra categorie di “guaritori” e associazioni professionali che li
rappresentano per l’attribuzione della competenza nella cura di questo benessere. Ad esempio, la
guerriglia in corso tra naturopati e medici si può in un certo modo inscrivere in questo meccanismo.

Ma sarà solo l’approdo a un concetto di salute di tipo positivo (ossia malattia come sofferenza
umana in tutti i sensi e in tutti gli ambiti) che porterà non più ad un ulteriore allargamento
dell’ingerenza di classi di terapeuti nella vita biologica e psicologica delle persone, ma ad una
delegittimazione della professione medica e terapeutica in generale e alla sua disgregazione. Solo
allora sarà possibile reinventare modalità autogestite e condivise di cura tra consulenti della
salute e cittadini-pazienti protagonisti.

Senza contare che questo è un passo obbligato anche in funzione del fatto che la crisi ambientale e
sociale che l’umanità e il pianeta stanno attraversando non prevedono scorciatoie.

Lo sviluppo esponenziale di tecnologia e industrializzazione nei paesi ricchi sta creando grandi
disparità sociali nel mondo. Affinché una eguale scienza medica sia diffusa paritariamente tra gli
umani occorrerà avere sempre presente requisiti di efficacia, di costo e di fattibilità tecnica e
culturale per ogni farmaco e/o terapia (B.J. Good). Le soluzioni tecnologiche che propongono sia la
medicina convenzionale che quelle non convenzionali sono spesso al di là delle condizioni che
soddisfano questi requisiti (D. Callahan). La tecnologia è centralizzata. Quasi mai decentrata e
autogestita. Checché se ne dica, per fare un esempio molto noto, se lo Stato o le multinazionali
delle comunicazioni o dell’energia abbassassero sull’off la leva dei vari server di Internet, la
tanto decantata libertà della Rete finirebbe in una manciata di secondi. In medicina è anche peggio.
Immaginiamoci come fa un abitante di un villaggio del Mali ad autocostruirsi un apparecchio per
l’elettroagopuntura secondo Voll. Il risultato peggiore, poi, si raggiunge quando si vuole applicare
scienza medica tecnologica a problemi di natura sociale. È il noto tema della medicalizzazione caro
a Giulio A. Maccacaro, il medico che ha fatto strada negli anni Settanta nel nostro paese su questi
argomenti, precorrendo senz’altro i tempi.

La medicalizzazione, per naturale che sia, crea sempre una cultura individualistica (P. Vineis). Le
liti legali tra medici e pazienti ne sono una delle espressioni più palesi.

Ivan Illich del resto aveva pure lui già messo in guardia da un’eccessiva medicalizzazione che non
prestasse attenzione alle motivazioni che avevano prodotto quell’innumerevole mole di malattie prima
inesistenti o quasi. Basti pensare oggi a depressione, ansia, allergie, asma, disturbi alimentari
ecc. per capire quello che si intende. Di certo non sono problematiche che si risolvono a livello
sociale semplicemente demandando a un naturopata o a un omeopata. È tutto un modo di vivere
collettivo che deve venir messo in discussione. Cosa invece che le medicine non convenzionali fanno
sempre meno. Sembra che la medicina naturale abbia abbandonato le sue aspirazioni politiche, nel
senso migliore del termine. Quando si è accolti alla tavola del padrone si tende a dimenticarsi dei
compari che si sono lasciati fuori dalla porta.

Il controllo della salute individuale e collettiva da parte di categorie rigidamente normate dal
sistema fa l’interesse, oltre che delle categorie stesse, anche delle aziende farmaceutiche
(convenzionali o no) e dello Stato, sia per un chiaro ritorno economico per le prime che per un
proficuo aumento della manovrabilità di governo per il secondo. Intento questo di meno immediata
individuazione, ma altrettanto plausibile se si pensa che un popolo di ipocondriaci e malati o sani
ipermedicalizzati e spaventati ha poco da pensare e manifestare per altre questioni. Senza contare
il bacino di elettori che questa pratica può portare ai vari partiti istituzionali. Una persona
libera e in grado di guarirsi da sé a chi giova?

L’autore
Plurilaureato, giornalista, è il responsabile per MacroEdizioni di quattro collane di salute e
alimentazione (L’arte di cucinare, Biblioteca del benessere, Ciò che i dottori non dicono e Salute e
Alimentazione).

Bibliografia

Callahan, Daniel, La medicina impossibile: le utopie e gli errori della medicina moderna, Baldini e
Castoldi, Milano, 2000

Good, Byron J., Narrare la malattia, Edizioni di Comunità, Torino, 1999

Illich, Ivan, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Bruno Mondadori, Milano, 2005

Jenning, D., “The confusion between disease and illness in clinical medicine”, in Can. Med. Ass. J.,
vol. 135, 1986, pp. 865-870.

Maccacaro, Giulio A., Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976, Feltrinelli, Milano, 1979

Vineis, Paolo, Dirindin, Nerina, Elementi di economia sanitaria, Il Mulino, Bologna, 2004

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