Il vero significato e le glorie del SANTO NOME

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Il vero significato e le glorie del SANTO NOME

Rischiamo di mancare rispetto al Signore quando sottovalutiamo
il potere spirituale del canto dei Suoi nomi.

di Urmila Devi Dasi

(da Ritorno a Krishna di Marzo-Aprile 2003)

Questo è il quarto di una serie di articoli sulle offese che si debbono evitare quando cerchiamo di
progredire spiritualmente cantando i nomi di Dio. L’articolo tratta delle offese di considerare il
santo nome una ritualità materiale di buon aspicio, di dare ad esso un significato immaginario e di
pensare che le sue glorie siano esagerate.

Le rimangono da vivere da due a ventiquattro ore. Il respiro di mia madre era diventato affannoso e
non aveva più la capacità di fare piccoli cenni di assenso o di diniego con la testa per indicare i
suoi desideri.
Così, il momento era venuto. Durante le molte settimane in cui aveva potuto prendere solo acqua, mia
madre, incapace di parlare, una volta o due, aveva scritto: “Quando?” In quel momento pensai subito
ad alcune ritualità per proteggerla – segnare il suo corpo con argilla sacra, metterle addosso grani
di tulasi e così via. Ma così non doveva essere. “Nessuna ritualità della Coscienza di Krishna”, mi
aveva ammonito mio cugino medico. Sebbene non fosse il suo medico curante, come medico aveva
praticamente preso in mano la situazione. “Tua madre non era una Hare Krishna. Lasciala morire com’è
vissuta.”

“Ma”, risposi, “in queste ultime settimane le ho sempre recitato il mantra, letto racconti dalle
nostre scritture e cantato canti devozionali. Spesso me lo chiedeva e le piaceva molto. Perché oggi
mi dovrei comportare diversamente?” Ero un po’ nervosa, ma anche fiduciosa. Per due settimane ero
stata con mia madre dodici o più ore al giorno. Durante la prima settimana i muscoli a poco a poco
mi si erano irrigiditi a causa del continuo sforzo di attenzione per accorgermi di quando la morte
sarebbe venuta, così da poterla aiutare a ricordarsi di Krishna. Finalmente compresi: se chiedevo a
mia madre di arrendersi a Krishna, io per prima avrei dovuto farlo. Il momento e le circostanze
della sua morte non dipendevano da me. Non mi era possibile essere con lei ad ogni istante per
controllare la situazione. La sua compagna di stanza della casa di ricovero, apparentemente in buone
condizioni, non era improvvisamente deceduta per un attacco di cuore proprio in questa stanza
qualche giorno fa?

In quel momento mi trovavo nella stanza delle infermiere. Sarei stata presente quando la morte di
mia madre sarebbe soppraggiunta?
“Nessun rituale della coscienza di Krishna”, disse di nuovo. Sospirai, poi lo guardai direttamente
negli occhi stringendogli la mano. “Nessun rituale”, dissi “lo prometto.”
Mantenendo la promessa, lessi ancora a mia madre la storia di come Krishna sposò Rukmini. Poi cantai
sulla mia corona a voce alta: “Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rama,
Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.”
L’assistente privata che aiutava mia madre aveva lavorato come infermiera diplomata in Sud America
ed era una donna educata ed intelligente con una dolce, semplice fede in Dio e Gesù.
Quando mi sentì cantare, con un’occhiata complice, disse: “Suo cugino si trova ancora
nell’edificio.”
Quando egli tornò nella stanza un po’ più tardi, io velocemente misi via la corona, ma sebbene
avesse visto e mi avesse sentito cantare, non protestò. Forse aveva capito che il canto del santo
nome non è un rituale religioso, tanto meno settario?

PUREZZA SENZA RITI

Poiché Krishna, il Signore Supremo, è il culmine e la definizione stessa della purezza, nessuno può
ottenere di servirLo direttamente senza essere a sua volta puro. Tutte le scritture autentiche e le
tradizioni religiose del mondo, perciò, hanno riti e metodi per portare un essere umano ad un
livello di purezza tale da poter amare Dio. Ma il santo nome ha in sé il potere di generare quella
purezza senza bisogno di riti.
Sfortunatamente, le pratiche spirituali trascendentali come il canto dei nomi di Dio possono essere
scambiate per un rito o col tempo essere trasformate in pratiche tradizionali esteriori, prive di
significato. Perciò, molte persone pensano che il canto dei nomi di Krishna come in Hare Krishna,
Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare, sia la
ritualità formale di una particolare setta religiosa, il cui scopo è di procurare felicità
materiale, ottenere il controllo del corpo e della mente o addirittura la salvezza. Questo modo di
pensare costituisce un’offesa al nome. Interpretare a livello materiale il santo nome e pensare che
le glorie spirituali ad esso attribuite siano esagerate o mitologiche sono offese dello stesso tipo.
Se offendiamo il nome in questo modo, Krishna non ci rivelerà il vero significato del Suo nome e non
ci darà le Sue benedizioni. Il risultato sarà la sofferenza anziché il risveglio del nostro amore
per Krishna.

Ci sono delle ragioni per cui potremmo essere confusi sulla natura trascendentale del nome di
Krishna. Per esempio, le scritture promettono ricompense materiali o la liberazione a colui che
canta il santo nome. Ci sono inoltre metodi standard – che possono apparire rituali – per cantare il
nome del Signore, come fare voto di cantare un certo numero di nomi al giorno ed usare i grani della
corona come aiuto per la meditazione.
Il nome di Krishna, invero, è Krishna stesso incarnato nella forma di suono. Il santo nome proviene
direttamente dal più intimo e sacro regno del Supremo: Goloka Vrindavana, la dimora di Krishna nel
mondo spirituale.
Il santo nome è Krishna che entra nei nostri cuori e sale a danzare sulla nostra lingua. Ma proprio
come i principianti del computer conoscono solo poche funzioni elementari, così coloro che iniziano
il percorso della scienza spirituale possono non essere in grado di apprezzare che cosa rappresenti
veramente il nome e come esso sia all’interno della loro bocca. In altre parole, i principianti
possono non comprendere che il santo nome ha una potenza illimitata.

Krishna ha investito tutte le Sue energie nel santo nome, quindi il canto dà ad una persona accesso
a tutte le energie, compresa quella spirituale. Invece, una persona dedicata ad attività materiali
karmiche o ad attività pie tese ad ottenere ricchezza, salute ed altri benefici di questo mondo,
entra in contatto solo con le energie materiali. E la meditazione, la contemplazione e gli sforzi in
campo filosofico collegano la persona soltanto con le energie che danno la salvezza, a volte
chiamate brahma-nirvana. Pertanto, offendiamo il nome se pensiamo che il canto abbia solo la potenza
propria delle attività pie e di quelle che danno la salvezza. E vero che a volte le attività pie
(karma) o dirette alla liberazione (per mezzo di jnana) concorrono a creare una situazione che può
condurre al canto del santo nome, tuttavia la differenza tra queste attività e il canto possono
ulteriormente essere spiegate come segue.

Le attività pie o quelle per la salvezza sono mezzi per ottenere uno scopo. Alla fine esse vengono
abbandonate e sono sempre impure. Il canto del santo nome, invece, è sia il principale mezzo per
ottenere l’amore per Dio, sia la principale attività che una persona compie una volta che ha
ottenuto questo amore. Il santo nome non è mai impuro; la purezza e le glorie del nome si
manifestano man mano che cresce la purezza di colui che canta. Una persona, che comprende queste
affermazioni relative al santo nome, rifiuta karma e jnana e si dedica esclusivamente alla bhakti il
cui centro è il canto.

OPERE E FEDE

Coloro che, critici del canto, lo vedono come una ritualità, dicono che Dio e il Suo servizio non
sono ottenibili con uno sforzo personale, ivi compreso il canto. Come le austerità, lo studio ed
altre opere (per usare il termine biblico), anche il canto non può obbligare Dio ad accettarci. Noi
siamo d’accordo su questo – per lo meno qqando si canta in modo meccanico. SrIla Prabhupada scrive:
“Il risveglio del nostro amore addormentato per l’Essere Divino non dipende dall’esercizio meccanico
di questo ascolto e canto, bensì unicamente e interamente dalla misericordia incondizionata del
Signore che, una volta soddisfatto pienamente dallo sforzo sincero del Suo devoto, può conferirgli
la benedizione del Suo puro servizio d’amore.” (Srimad-Bhagavatam 1.7.6, spiegazione)

Quali sono questi “sforzi sinceri” che attraggono la grazia di Krishna? Sono i nostri sforzi di
afferrare il misericordioso amore di Krishna quando ci viene offerto. Le pratiche esteriori di una
sincera vita spirituale e religiosa, come darsi una regola nel canto, hanno lo scopo di mostrare a
Krishna la nostra sincerità, cosicché Egli sia propenso a rivelarSi a noi.
Si realizza così una simbiosi tra “opere” e “fede” (per citare nuovamente termini biblici), ma le
comuni opere pie o filantropiche non attraggono l’attenzione di Krishna, sebbene possano essere
utili per portare l’anima verso una vita di autorealizzazione. Solo l’impegno devozionale, il
servizio diretto al Signore e alle persone sante, attira l’attenzione di Krishna.

In effetti, alla fine nient’altro se non la misericordia del Signore ci porterà al nostro stato
originale di purezza spirituale. Il modo migliore per mostrare il nostro desiderio di questa
misericordia è collegarci con i nomi di Krishna, in particolare cantando il maha-mantra: Hare
Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.
Ma che dire di questi benefici materiali promessi a colui che canta? Essi sono veri e non proposti
come semplici fronzoli luccicanti per attrarre la nostra attenzione e attivare le nostre
motivazioni. Tuttavia il devoto di Krishna può darsi che non ottenga questi benefici. Perché? Perché
il devoto non cerca questi piccoli frutti senza sapore, avendo ottenuto il dolce e nettare o succo
dell’amore di Krishna.

Le scritture inoltre descrivono esempi di repentine e straordinarie realizzazioni e purificazioni
spirituali, ottenute attraverso il canto ed altri trascendentali servizi di devozione.
Comunque, poiché questi eventi sono rari, una persona può pensare che le scritture esagerino i
benefici del canto. I benefici invece sono reali. E solo una questione di quando e come una persona
sperimenterà le glorie del nome e questo dipende dalla misericordia di Krishna e dall’attenta cura
per evitare le offese da parte di chi canta.

PERCHÈ IL CANTO DÀ FELICITÀ

Alcune persone pensano che i cambiamenti positivi in colui che canta i santi nomi derivino dalle
meccaniche del canto anziché da una trasformazione spirituale. Per esempio, una famosa rivista
americana ha recentemente pubblicato un articolo di copertina su come tutte “le esperienze
religiose” possano essere attribuite alle funzioni neurologiche del cervello. In altre parole,
alcuni scienziati sostengono che l’atto fisico di cantare influisce sulla chimica del cervello e le
conseguenti alterazioni provocano quella che viene definita felicità o realizzazione spirituale. Le
scritture e le persone sante ci dicono invece che la felicità e la comprensione trascendentale
provocano modificazioni positive del corpo e della mente, alcune delle quali possono essere misurate
dalla chimica del cervello. Si può comprendere che l’amore di una persona rapita da Krishna avrà
effetto sul corpo in cui questa si trova, proprio come una festa in una casa fa vibrare le pareti e
i pavimenti. Affermare che le vibrazioni del pavimento sono la causa dell’atmosfera gioiosa di
coloro che fanno festa sarebbe illogico.

Il santo nome ha il potere di trasformare una persona da illuso ad illuminato perché il nome è
Krishna Stesso e nella forma del maha-mantra – Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare
Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare – è il Signore e la Sua suprema energia, Radha. La
parola Hare è il modo di chiamare qualcuno il cui nome corrisponde sia a Hari (maschile, un nome di
Krishna), sia a Hara (femminile, un nome di Radharani). Srila Prabhupada ci ha detto che noi
invochiamo la madre suprema Hara, perché ci aiuti ad avvicinare Sri Krishna o Rama. Krishna
significa supremamente affascinante, un nome adatto per Dio, perché Egli è il più forte e il più
ricco, rinunciato, famoso, bello ed intelligente – sono queste le categorie fondamentali
dell’opulenza. E Rama è un nome di Dio che significa supremo goditore, pieno di piacere.
Letteralmente Hara significa “portare via”. Radharani invocata come Hare, porta via la pena degli
attaccamenti materiali e ci conduce da Krishna. Essa porta via anche la mente di Krishna, attraendo
il più attraente in assoluto con il suo incomparabile amore. Il maha-mantra è pertanto
un’esaltazione dell’amore di Radha-Krishna e una richiesta a Radha e Krishna di permettere a colui
che canta d’incrementare ulteriormente l’illimitata espansione del Loro amore.

Molti grandi maestri spirituali hanno riferito le loro meditazioni sul nome e sul maha-mantra e
tutti concordano con la fondamentale comprensione prima esposta. Bhaktivinoda Thakura, per esempio,
spiega che ciascuna coppia di nomi del mantra si riferisce ad una delle otto preghiere (Siksastaka)
scritte dal Signore Stesso quando apparve, come Caitanya Mahaprabhu, nel sentimento di Radharani.
Bhaktivinoda inoltre afferma che ciascuna di queste coppie di nomi e di preghiere corrisponde ad un
livello del graduale processo di realizzazione di un’aspirante alla spiritualità.

“TORNA DA GOVINDA!”

Krishna può trovare molti modi per convincerci della potenza del nome. La morte di mia madre fu una
grande lezione per me.
I miei vari parenti che con forza si erano opposti alle “ritualità della coscienza di Krishna”, sia
direttamente sia attraverso il dottore, improvvisamente e senza spiegazione lasciarono la stanza,
nonostante avessero dichiarato che sarebbero rimasti “fino alla fine”. Mentre ero seduta accanto a
mia madre, un altro devoto entrò nella stanza e cominciò a cantare Hare Krishna per lei, senza
sapere che le erano rimasti solo pochi minuti da vivere.
L’infermiera si sedette da una parte dicendo: “Vai dal Signore, ama il Signore!” ed io mi sedetti
dall’altra descrivendo la forma di Krishna e cantando canti del mondo spirituale. Il corpo di mia
madre ebbe un fremito come se qualcuno avesse afferrato il tronco di una grande pianta dentro di lei
e l’avesse scosso. Da alcune settimane, non aveva più potuto parlare, nonostante la sua coscienza
fosse chiara e sveglia. Era un suo intimo desiderio di ascoltare soltanto le glorie di Krishna, che
aveva preparato questa situazione? I miei parenti sarebbero tornati per accusarmi di ritualità
settarie? Avrebbe potuto continuare così per giorni, con la possibilità che io fossi fuori dalla
stanza nel momento in cui lei lasciava il corpo? Lasciando le risposte a Krishna, le parlai dei Suoi
bei capelli, dei Suoi occhi e del Suo amore.

“Vai da Govinda! Vai da Gopala! Dagli tutto il tuo amore e tutto. Lascia i tuoi attaccamenti
materiali e abbandonati solo a Lui. Radhe Jaya Jaya, Madhava. Vai da Gopala!”
Cessò di respirare. Poi dalla sua bocca uscì un piccolo soffio d’aria e il suo corpo divenne
immobile. Può una persona la cui vita non ha avuto per sfondo i rituali vedici andare da Krishna per
mezzo del potere del Suo nome, addirittura negli ultimi momenti di vita? lo sono tuttora
meravigliata di come il santo nome sia misericordioso e di come Krishna in quella forma sia al di
sopra di ogni considerazione.
Il telefono squillò.
“Come sta la nonna?” chiese mia figlia. “La nonna è morta proprio ora, un minuto fa.”
“Un minuto fa? Un minuto fa davanti all’altare stavo chiedendo al Signore Caitanya di proteggerla.”
Con fede nella potenza del nome, consapevoli che Krishna è completamente presente in questa forma
con tutte le sue potenze e nella convinzione che il nome comprende tutto ed è al di là di tutto,
cantiamo con entusiasmo.

Urmila Devi Dasi dirige, insieme ai suoi familiari, una scuola nel Nord Carolina. Collabora
frequentemente al BTG ed è la principale autrice e redattrice di Vaikuntha Children, una guida ad
un’educazione cosciente di Krishna per bambini.

© 2004 The Bhaktivedanta Book Trust International. All rights reserved.

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