Il vegetarianesimo nella Coscienza di Krishna

pubblicato in: AltreViste 0

Il vegetarianesimo nella Coscienza di Krishna

di Parama Karuna dd

Molte persone sono convinte che la Coscienza di Krishna, definita anche vaisnavismo o sanatana
dharma, sia semplicemente una religione come le altre, ma la verità è che dovrebbe essere
considerata piuttosto una “trans-religione”, in quanto riconosce ed apprezza e comprende tutte le
altre vie spirituali autentiche, senza fare discriminazioni.

Come abbiamo già accennato, i seguaci del sanatana dharma accettano Buddha come manifestazione
divina che insegnò i principi eterni della religione, e con la stessa visione universale accettano a
apprezzano gli insegnamenti autentici di tutte le religioni e i loro seguaci, secondo l’insegnamento
dharman saksad tu bhagavat pranitam, “ogni volta che vengono enunciati gli eterni principi della
religione, è il Signore stesso che agisce, o personalmente o attraverso i Suoi rappresentanti
autentici.”
In questo spirito i seguaci del sanatana dharma invitano i seguaci di ogni religione — buddhismo,
cristianesimo, islam eccetera, a unirsi al grande movimento di spiritualizzazione della società
umana che consiste nella glorificazione collettiva dei molti nomi e delle molte qualità del Signore
(sankirtana).

In lingua sanscrita, sanatana dharma significa “l’eterna qualità inerente” e indica la natura
permanente dell’essere, la sua tendenza spontanea e vera, e il suo dovere autentico e naturale. Il
concetto di sanatana dharma si contrappone dunque al concetto di gruppo religioso, cioè dharma
materiale e limitato, che può essere modificato per vari motivi (conversione, perdita di fede, nuova
nascita in un contesto sociale e culturale diverso, eccetera).
Nella Bhagavad gita, il testo sanscrito che espone la conoscenza del sanatana dharma, Krishna (il
Signore) dice: sarva dharman parityajya mam ekam saranam vraja, aham tvam sarva papebhyo
moksayisyami ma sucah, “Abbandona ogni genere di religione materiale e affidati completamente solo a
Me; non temere, Io ti libererò da ogni male.” (18.66) Sempre nella Bhagavad gita (2.42-43, 44-46),
Krishna esorta apertamente il Suo discepolo e amico Arjuna a superare la visione limitata dei Veda
conosciuta come induismo: “Gli uomini di scarsa conoscenza si lasciano attrarre dal linguaggio
fiorito dei Veda, che raccomandano la pratica di attività interessate per raggiungere i pianeti
celesti, per ottenere una buona nascita, il potere e altri benefici simili. Desiderando la
gratificazione dei sensi e una vita opulenta, essi non vedono nient’altro… O Arjuna, supera le tre
influenze della natura materiale, che costituiscono l’oggetto principale dei Veda. Liberati da ogni
dualità, dall’ansia di guadagno e di sicurezza materiale, e stabilisciti nel sé. Come una grande
riserva d’acqua adempie a tutte le funzioni del pozzo, così colui che conosce il fine supremo dei
Veda raccoglie tutti i benefici che i Veda procurano.”

Come affermano tutti i grandi leader religiosi, le riforme e i nuovi insegnamenti non sono intesi a
combattere la religione vigente, bensì a completarla e ad approfondirla, mettendone in risalto lo
spirito più che la lettera, portando la gente direttamente alla fonte, a un livello dove tutte le
religioni dicono la stessa cosa e le differenze non hanno più significato. Sempre nella Bhagavad
gita (15.1-4), Krishna descrive i Veda e la religione che essi prescrivono come una specie di albero
di attaccamenti limitanti che si deve abbattere per arrivare al livello trascendentale della
relazione diretta con il Supremo: “Esiste un albero baniano che è eterno e ha le radici che si
dirigono verso l’alto e i rami verso il basso; le sue foglie sono gli inni vedici. Chi conosce
quest’albero conosce i Veda. Nutriti dalle tre influenze della natura materiale, i rami di
quest’albero si estendono verso il basso e verso l’alto; le fronde sono gli oggetti dei sensi.
Alcune radici dell’albero scendono anche verso il basso e sono legate alle attività interessate
compiute nella società umana. La vera forma di quest’albero non può essere percepita in questo
mondo, nessuno può vederne la fine, l’inizio o la base. Tuttavia si deve abbattere con
determinazione quest’albero così profondamente radicato usando l’arma del distacco. In seguito si
deve cercare quel luogo dal quale, dopo averlo raggiunto, non si torna più indietro. Là si entra a
contatto diretto con il Signore Supremo originale, dal quale ogni cosa ha inizio e nel quale ogni
cosa dimora fin da tempo immemorabile.”

Questa spiegazione così precisa e lucida ci dimostra che il livello trascendentale della
realizzazione spirituale comprende e trascende allo stesso tempo tutte le tradizioni religiose di
tutti i tempi e di tutti i luoghi, e costituisce dunque una specie di “super-religione” universale.
Tutte le religioni della storia, comprese quelle più diffuse ai nostri giorni, costituiscono una
specie di “traduzione” di questo eterno e trascendentale sanatana dharma in un linguaggio specifico
destinato a un gruppo particolare di persone, distinto dagli altri per livello di evoluzione,
cultura, luogo e tempo; ogni religione si basa infatti sui quattro principi fondamentali di
austerità, pulizia, compassione e sincerità — e ha lo scopo di collegare l’essere individuale con
il Tutto Supremo, che deve essere servito con amore e dedizione.

Dobbiamo notare a questo proposito il significato della parola religione, che deriva dal latino
religare, cioè collegare, unire. Lo stesso significato si trova nel termine sanscrito yoga, la cui
radice linguistica ha generato ad esempio la famiglia glottologica alla quale appartiene il termine
aggiogare, dal latino jungere e jugum, che ha parenti anche nelle lingue anglosassoni (yoke, geoc,
joh, zygon). Il termine esprime anche i significati di “disciplinare, asservire, controllare”.
In altre parole, corrisponde all’amore per il Tutto — a quello che i testi sanscriti definiscono
come bhakti yoga. Un’altra famosa definizione del sanatana dharma, o bhakti yoga, (o “yoga
dell’amore”) afferma: sarvopadhi vinirmuktam tat paratvena nirmalam bhaktir ucyate — l’amore per
Dio è la forma pura della spiritualità, totalmente libera da qualsiasi designazione di carattere
materiale.
Un’altra definizione molto significativa della coscienza di Krishna è “scienza spirituale”. I
concetti esposti nella Bhagavad gita possono essere a buon diritto definiti “scienza spirituale”
perché si adattano perfettamente a qualsiasi religione, e costituiscono una descrizione scientifica
della realtà dell’universo, come gradualmente sta scoprendo anche la scienza moderna.

Per comprendere meglio il sanatana dharma dobbiamo analizzare il concetto di dharma. Generalmente
tradotto come “religione” o “dovere” è in realtà un termine molto più complesso, e può essere
definito meglio come “qualità intrinseca” e “attività collegata con la propria natura”, proprio come
diremmo che il dharma del fuoco è la luce e il calore, e il dharma dell’acqua è la liquidità. Al
livello condizionato delle divisioni sociali dell’umanità abbiamo differenti dharma collegati con la
diversa natura psicologica e attitudinale degli esseri umani, che sono considerati doveri religiosi
in quanto lo svolgimento coscienzioso del proprio dovere è accettato dalla teologia vedica come una
forma legittima di adorazione del Supremo. Tra le varie tendenze degli esseri umani ci sono anche le
culture “religiose” che si rivolgono alle varie tradizioni etniche o storiche o concettuali
attraverso le quali gli esseri umani si riferiscono al Supremo.

Il dharma eterno dell’essere vivente è quello di servire il tutto, perciò a livello materiale le
diverse categorie sociali e i diversi gruppi umani hanno il dovere religioso di servire il corpo
sociale o l’umanità nel suo insieme. Il dharma di una persona di famiglia è quello di servire la
famiglia, e chi non ha niente e nessuno da servire finisce per servire qualche ideale, qualche
illusione, o anche solo un animale da compagnia, ma è sempre e comunque impegnato a servire. Più si
cerca di diventare “padroni”, più ci si ritrova ad essere servitori — del proprio status sociale,
dell’azienda, delle proprietà, della necessità di mantenere tutti coloro che dipendono da noi.

A livello dell’anima, però, l’eterna religione o natura (sanatana dharma) dell’anima individuale è
la relazione armoniosa con il Tutto, il servizio al Supremo. La differenza tra dharma eterno
(religione spirituale) e dharma condizionato (religione materiale) è quindi fondamentale: chiunque
può spostarsi da una tradizione religiosa (cioè dottrinale, sociale, culturale) all’altra, ma non è
mai possibile modificare la propria natura fondamentale, che è quella di servire il Tutto Assoluto
in una relazione di amore. La Bhagavad gita (9.34, 18.65) riassume così il significato dell’origine
di tutte le religioni nella forma dello yoga originale: man mana mad bhakto mad yaji mam namaskuru,
mam evaisyasi yuktaivam atmanam mat-parayanah, “Pensa sempre a Me, dedicati a Me, amaMi, adoraMi e
offriMi sacrifici e rispetto.

In questo modo sarai costantemente cosciente di Me e sarai sempre collegato a Me.” Notiamo in questo
verso che Krishna Si presenta nella Bhagavad gita come l’aspetto originario e supremo del Tutto
universale. L’antica tradizione del sanatana dharma o scienza dello yoga, che ha dato origine a
tutte le religioni del mondo, è stata ripresa con grande energia nel XV secolo da un personaggio di
enorme importanza, Sri Krishna Caitanya Mahaprabhu (krsna caitanya significa in sanscrito proprio
“coscienza di Krishna”), che predicò il puro messaggio della Bhagavad gita applicandolo al di là dei
limiti delle religioni sociali, per distribuire liberamente il puro amore per Dio, libero da
qualsiasi limitazione o motivazione materiale.

Sempre all’interno del significato radice della parola yoga, vediamo che il concetto si applica ai
diversi livelli di identificazione relativi all’atma: corpo/volontà, sensi/mente,
mente/intelligenza, intelligenza/sé spirituale, sé inferiore/sé superiore, sé individuale/Sé
supremo, dove l’uno deve essere disciplinato, collegato, controllato e usato dall’altro in direzione
ascendente. In generale, lo yoga è la pratica disciplinata di questo controllo del superiore
sull’inferiore per progredire nell’evoluzione personale. E’ evidente come tale principio si applichi
con uguale validità a tutte le religioni esistenti.

Un altro concetto estremamente scientifico esposto nella Bhagavad gita è il concetto del karma. Il
termine karma è ormai entrato a pieno diritto nei vocabolari di tutte le lingue, poiché il suo
complesso significato non ha una traduzione equivalente in nessun’altra lingua del mondo. Potremmo
tradurlo parzialmente come “azione, reazione e relazione tra azione e reazione” e di conseguenza
“destino, buona o cattiva fortuna, risultato dei nostri sforzi, attaccamento all’azione”, “bagaglio
di lezioni da imparare o già imparate” eccetera. La scienza dell’azione viene spiegata
dettagliatamente nella Gita, che la considera un punto fondamentale nello sviluppo spirituale.

Fondamentalmente, la legge del karma è una legge puramente fisica e scientifica: ogni azione provoca
una reazione uguale e contraria. Come in fisica succede per le forze, le reazioni si possono
accumulare, smaltire e controbilanciare sempre applicando l’azione (cioè nuove forze diverse). La
Gita distingue tra karma propriamente detto (“azione positiva compiuta per ottenere un risultato”),
vi-karma (“azione negativa compiuta per egoismo senza preoccuparsi dei risultati”) e a-karma o
nais-karma (“azione che non produce reazioni vincolanti, né buone né cattive, per il suo autore”).
E’ importante notare che il karma è sempre temporaneo e soggetto a esaurimento, quindi il “destino”
in sé viene riscritto ad ogni istante.

——–

Molti si saranno chiesti quali siano le motivazioni filosofiche e religiose che spingono i devoti di
Krishna a occuparsi del prasada (cibo vegetariano offerto a Dio) con tanto entusiasmo, aprendo
ristoranti, scrivendo e distribuendo libri di cucina, organizzando grandi distribuzioni di cibo
durante festival e cerimonie religiose.

Soprattutto nella tradizione Gaudiya Vaisnava, iniziata nel XV secolo in Bengala da Sri Krishna
Caitanya, i due pilastri fondamentali della pratica religiosa del sanatana dharma sono sempre stati
costituiti dal canto o dalla recitazione dei nomi e delle attività di Dio (kirtana) e dalla
distribuzione di cibo offerto a Dio (prasada).

Essere vegetariani infatti non è sufficiente per rimanere liberi da ogni reazione colpevole e da
ogni forma di violenza. Anche i vegetali sono esseri viventi, e sebbene il loro livello di
consapevolezza e di sofferenza sia estremamente basso se paragonato a quello degli animali, quando
ce ne nutriamo contraiamo un debito nei loro confronti. Nel mondo materiale, spiega lo Srimad
Bhagavatam, ogni essere è cibo per un altro (apadani catus padam… jivo jivasya jivanam), ma la Sri
Isopanisad insegna che ad ogni essere vivente viene assegnata una parte specifica di nutrimento
(tena tyaktena bhunjitha) a seconda delle sue reali esigenze. Poiché l’organismo umano è adatto a
nutrirsi di alimenti vegetariani, questo è il tipo di dieta che dobbiamo seguire. Se il nostro
organismo avesse veramente la necessità di mangiare carne (come succede ad esempio alle tigri)
sarebbe naturale e giusto per noi farlo, secondo l’ordine prestabilito e le leggi dell’universo.
Questo non significa però che gli esseri umani vegetariani (che prendono solo ciò che è loro
necessario per vivere) siano liberi da doveri e debiti nei confronti del Tutto universale e del
Signore, che è la fonte e il sostegno di ogni creazione e di ogni essere vivente. Per liberarsi da
ogni colpa e da ogni debito, l’essere umano deve dunque fare la sua parte nel Tutto universale
servendolo con dedizione libera da egoismo (come una parte del corpo serve automaticamente il corpo
intero), e specialmente nell’atto del nutrimento deve riconoscere questo suo collegamento
subordinato con il Tutto — deve preparare dei cibi adatti al mantenimento corretto del suo corpo e
offrirli in sacrificio al Signore Supremo. Soddisfacendo il Signore Supremo, che è la base
dell’esistenza di ogni cosa e di ogni essere, avremo soddisfatto ogni debito.

L’offerta del cibo a Dio, o “benedizione” o “ringraziamento” o “offerta sacrificale” è una pratica
universale, tramandata in qualche forma in tutte le religioni. Il concetto sul quale si basa è
semplice: il cibo che mangiamo ci viene fornito dal Tutto Supremo attraverso la vita che ci è stata
data e che ci viene mantenuta, attraverso la salute e l’intelligenza necessarie per guadagnarci da
vivere e infine attraverso la grazia della Natura, che fa crescere gli alimenti vegetali con la luce
e l’energia del sole e la pioggia — senza le quali non si potrebbe produrre alcun alimento. La
Bhagavad gita sottolinea questo fatto, affermando chiaramente che le persone che non offrono il
proprio cibo in sacrificio al Signore si comportano come ladri ingrati. I devoti che preparano il
cibo pensando al piacere di Dio e compiono sacrifici (cioè azioni sacre) rimangono invece liberi da
ogni peccato e possono progredire felicemente verso la liberazione.

Per rispetto verso ogni forma di vita, molti yogi e spiritualisti preferiscono nutrirsi
esclusivamente di frutti e foglie caduti dall’albero (che non sono esseri viventi, ma parti separate
del corpo delle piante, e che non hanno vita propria né sensibilità), e alcuni scelgono addirittura
di applicare le antiche conoscenze vediche dello yoga che insegnano l’assimilazione diretta del
prana, l’energia vitale dell’universo emanata dal sole e solitamente assorbita attraverso il
respiro. In questo modo alcuni yogi sono in grado di vivere senza mai mangiare nulla, anche per
molti anni. Non è un però cammino adatto a tutti, perché comporta una conoscenza e un’apertura
mentale straordinarie, e non ci sentiamo di raccomandarlo indiscriminatamente ai nostri lettori.
L’alternativa è l’offerta del cibo a Dio.

Un altro aspetto molto importante dell’offerta del cibo a Dio riguarda lo sviluppo di una relazione
personale di amore nei Suoi confronti. La tradizione della bhakti vaisnava considera fondamentale
coltivare la relazione con il divino attraverso le piccole azioni della nostra vita quotidiana. Così
il devoto impara ad amare Dio naturalmente e spontaneamente, come si impara ad amare un maestro, un
amico, un genitore, un figlio, un marito o un amante. Quando vogliamo stabilire un legame di affetto
con una persona, l’atto più semplice e più efficace consiste nell’offrirle qualcosa di buono da
mangiare o da bere. Abituandoci a pensare a Dio in questi termini, la nostra relazione con Lui
diventerà sempre più profonda e intima, fino a condurci al puro amore divino.

Nella storia degli scambi tra il Signore e i Suoi devoti, che possono diventare estremamente intimi,
ci sono episodi molto commoventi e addirittura miracolosi, che mostrano come in effetti il Signore,
che vive nel cuore di ogni essere, ricambia con grande sollecitudine i sentimenti di amore dei Suoi
devoti, specialmente basati su una cosa fondamentale e quotidiana come l’offerta del cibo. A questo
proposito, consigliamo ai lettori di consultare la vasta letteratura vaisnava disponibile
attualmente in varie lingue, anche in italiano.
Tra i tre scambi di affetto illustrati dal grande maestro Srila Rupa Gosvami (XV secolo), il primo è
“offrire cibo e accettare cibo”, il secondo è “fare confidenze e ascoltare confidenze” e il terzo è
“offrire doni e accettare doni”. Così come vengono applicati con successo nelle relazioni ordinarie,
questi tre segni di affetto sono altrettanto validi quando vengono scambiati tra devoti, oppure tra
un devoto e il Signore Supremo. Tra i diversi principi della vita devozionale elencati nel Bhakti
rasamrta sindhu (“l’oceano di nettare della devozione”), scritto sempre da Rupa Gosvami, c’è l’atto
di “offrire al Signore qualcosa che consideriamo buono e valido, qualcosa che ci piace
personalmente”, e questo si adatta particolarmente bene al cibo.

In India, questo metodo spirituale è conosciuto anche con il nome di pusti-marga, “la via del
nutrimento”, perché l’atto di nutrire con amore e devozione il Signore Supremo offrendoGli buoni
cibi nutre allo stesso tempo i sentimenti devozionali del devoto, la sua attrazione spontanea verso
il divino e il suo progresso spirituale. A Sua volta, il Signore nutre il devoto con il cibo
santificato, che sostiene non solo il corpo e la mente ma anche l’anima, con una potenza tale da
ispirare stati di estasi a coloro che hanno sviluppato una sufficiente sensibilità. La tradizione
del prasada non è una caratteristica esclusiva della scuola Gaudiya Vaisnava o del vaisnavismo in
genere, ma si ritrova con grande continuità in tutti i gruppi dei seguaci dei Veda anche se in modo
più modesto, e persino nelle tradizioni ebraiche, cristiane, musulmane, e delle altre scuole
religiose.

Le regole osservate dai devoti di Krishna
Cucinare per Vishnu non è una cosa da poco: si tratta nientemeno che della Persona Suprema, il
proprietario di tutto ciò che esiste nell’universo, l’origine di ogni cosa, l’antenato e il Padre di
tutti gli esseri, la massima autorità esistente, e il nostro migliore amico. Se dovessimo preparare
un pranzo per un carissimo amico o un personaggio importante di qualsiasi genere, ci sentiremmo
sicuramente emozionati e cercheremmo di mettere tutta la nostra attenzione nel lavoro di cucina. A
maggior ragione dovremo avere una particolare cura mentre prepariamo l’offerta per il Signore.

La maggior parte delle regole prescritte dalla tradizione vaisnava riguarda la pulizia, sia a
livello fisico che a livello mentale — in altre parole, le “buone vibrazioni” durante la
preparazione dei cibi. Trattandosi di una meditazione e di un rituale sacro, la preparazione del
cibo da offrire a Krishna dovrebbe avvenire in un ambiente tranquillo, piacevole, spirituale,
possibilmente con un sottofondo di musica devozionale o di mantra per aiutare la concentrazione. Gli
altri “ingredienti” fondamentali sono la puntualità nella presentazione dell’offerta e la devozione
nel cercare di scegliere gli ingredienti più buoni, freschi e sani, che piacciono di più a Krishna,
e nel presentare i piatti in modo attraente. Questi accorgimenti si tradurranno inoltre in un enorme
beneficio anche per la salute di coloro che consumeranno il cibo offerto.

Secondo le regole delle scritture, alcuni cibi sono considerati di prima scelta, altri di seconda
scelta, altri di terza scelta o addirittura inaccettabili, a seconda dell’influsso dei guna. Guna è
una parola sanscrita che significa letteralmente “corda, colore, qualità, attributo,
caratteristica”. I guna della natura materiale sono tre: sattva (bontà), rajas (passione) e tamas
(ignoranza). L’interazione tra queste tre qualità fondamentali della natura, spiegata ampiamente
nella Bhagavad gita, dà origine a un’immensa varietà di sfumature di livelli di coscienza negli
esseri viventi e di caratteristiche fisiche negli oggetti inanimati. Esseri viventi e oggetti
inanimati interagiscono tra loro grazie a queste “corde” che li collegano, e in particolare gli
esseri umani, equipaggiati con una mescolanza particolarmente propizia di “colori”, possono usare
saggiamente le “corde” della natura issandosi attraverso la rete che esse formano e liberarsi così
dalla trappola della materia.

La Bhagavad gita (17.8-10) spiega bene le caratteristiche dei cibi in relazione ai guna: “I cibi in
virtù accrescono la durata della vita, purificano l’esistenza e danno forza, salute, gioia e
soddisfazione. Questi cibi sostanziosi sono dolci, succosi, ricchi e saporiti. I cibi troppo amari,
aspri, salati, piccanti, secchi o caldi sono preferiti da chi è dominato dalla passione e generano
sofferenza, infelicità e malattia. I cibi cotti da più di tre ore prima di essere consumati, privi
di gusto, di freschezza, puzzolenti, decomposti e impuri sono preferiti da chi è sotto l’influenza
dell’ignoranza.” (17.8.10) Le vere funzioni del cibo sono quelle di accrescere la longevità, di
purificare la mente e dare al corpo salute e vigore. Grandi autorità in materia hanno scelto, in
passato, gli alimenti che soddisfano in modo migliore queste esigenze e che sono, tra gli altri, i
prodotti del latte, lo zucchero, il riso, il grano, la frutta e la verdura. Questi sono gli alimenti
preferiti dagli uomini guidati dalla virtù. Altri, sebbene di gusto meno buono, acquistano un sapore
migliore e qualità migliori se mischiati con il latte o altri alimenti in virtù e raggiungono così
lo stesso livello.
Gli alimenti governati dalla passione generano sofferenza perché producono irritazione e quindi
varie malattie, inoltre producono spesso assuefazione, come anche i prodotti governati
dall’ignoranza. Gli alimenti sotto l’ignoranza comprendono gli avanzi del cibo toccato da altre
persone, che possono trasmettere infezioni e malattie.

Per quanto riguarda gli ingredienti specifici, diversi gruppi di vaisnava possono avere opinioni
leggermente discordanti al proposito, ma tutti sono d’accordo che aglio, cipolle e funghi sono da
evitare in quanto alimenti fortemente rajasici. Aglio e cipolle non hanno soltanto un cattivo odore
di per sé, ma impregnano anche il corpo di chi li mangia, modificando le vibrazioni mentali. Anche i
funghi sono considerati poco pregiati, perché si nutrono della decomposizione di altri organismi
(non contengono clorofilla e quindi assorbono tutto il nutrimento dal terreno) e spesso assorbono
dal terreno anche sostanze tossiche — non solo i funghi velenosi: tutti i funghi sono famosi come
“spazzini del terreno”, cioè assorbono sostanze inquinanti e metalli pesanti in quantità superiore a
quelle di altre piante. Inoltre dobbiamo considerare il fatto che tutti i funghi contengono grandi
quantità di sostanze azotate, che possono intossicare i reni e quindi l’organismo. Per lo stesso
motivo è bene limitare il consumo di legumi ad altissimo contenuto proteico, che contengono
anch’essi una certa quantità di sostanze azotate. Altre verdure, come le barbabietole, le rape, la
scorzonera, i rapanelli, i finocchi, le carote, le melanzane bianche e via dicendo, sono considerate
insipide, poco nutrienti e povere e quindi poco adatte all’offerta rituale, ma come si diceva prima
possono essere trasformate, cioè rese migliori, da un procedimento di preparazione e da abbinamenti
speciali; non bisogna nemmeno dimenticare che oltre agli ingredienti particolarmente apprezzati e
considerati di prima scelta dalla maggior parte delle persone, è ottima cosa offrire al Signore
anche le preparazioni che ci piacciono di più o che consideriamo più buone e sane — anche se altri
potrebbero considerarle poco attraenti.

E’ opportuno qui aprire una parentesi sulla questione delle esigenze dietetiche personali di chi
pratica l’offerta di cibo a Krishna come metodo spirituale. Il bhakti yoga ci insegna che per
progredire sulla via spirituale bisogna imparare a controllare i sensi, a cominciare dalla lingua;
questo non significa che dobbiamo mangiare delle cose cattive o “povere”, ma che dobbiamo imparare a
mangiare soltanto ciò che è veramente necessario — in altre parole, una quantità di cibo molto
modesta, specialmente quando il cibo in questione è ricco e squisito come gli alimenti
caratteristici della virtù. Può capitare che, per qualche ragione, un devoto debba seguire una dieta
terapeutica o prendere delle medicine: se questo regime e queste medicine sono piacevoli, il devoto
potrà offrirle al Signore con cuore sincero, e il Signore accetterà volentieri la sua offerta.

Krishna afferma nella Bhagavad gita: patram puspam phalam toyam, yo me bhaktya prayacchati, tad aham
bhakty upahritam asnami prayatatmanah,”Se qualcuno Mi offre con devozione una foglia, un fiore, un
frutto o dell’acqua, Io mangio con grande soddisfazione la sua offerta perché è fatta con amore.”
Non è dunque necessaria una grande ricchezza di ingredienti e di preparazioni: persino una semplice
foglia, un frutto o dell’acqua costituiscono una dieta perfettamente accettabile per il Signore,
purché vengano offerti con amore. Dalla cucina di Krishna sono bandite le sostanze inebrianti e
intossicanti, come gli alcolici, il caffé, il tè e via dicendo, perché dannose per la salute. Per lo
stesso motivo è consigliabile anche limitare o eliminare del tutto gli additivi chimici
(conservanti, coloranti, aromi artificiali), cibi in scatola o surgelati, e altre sostanze che
sappiamo cattive per la salute. In molti cibi apparentemente vegetariani possono essere contenuti
additivi di origine cruenta, come ad esempio il caglio animale, ottenuto raschiando l’interno dello
stomaco dei vitellini da latte!
Attualmente la maggior parte dei formaggi in commercio viene preparata con caglio microbico o
enzimatico (ottenuto con una coltura simile a quella dello yogurt), e il caglio animale viene usato
solo in formaggi “doc” o “biologici”. In effetti anche a partire dal latte crudo si può ottenere una
coltura di caglio enzimatico.

Un’alternativa sicura al 100% consiste nel preparare in casa la cagliata fresca di latte,
caratteristica della tradizione vedica, in cui si usa un caglio di natura chimica: l’acido citrico
naturale contenuto nel limone. Il formaggio ottenuto in questo modo ha la caratteristica di non
fondere con il calore (come il tofu, la cagliata di soia), e per questa caratteristica costituisce
un ingrediente molto particolare che si presta a molti piatti dolci e salati.

di Parama karuna dd

da www.isvara.org

Condividi:

Lascia un Commento: