Il treno della consapevolezza

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Il treno della consapevolezza

di Gioia Lussana

Sono grata al trenino che tutte le mattine mi porta a Roma, dove lavoro. Sicuramente è propizia l’ora mattutina (al mattino la mente è più fresca e ricettiva alla pratica) e l’aria della campagna. Già i dieci minuti di macchina per arrivare alla stazione sono una piccola benedizione. Pensavo che è un po’ come l’effetto di un caffè, che a me fa l’effetto di vedere tutto in modo più positivo.

In quel breve tragitto attira la mia attenzione soprattutto il cielo. Può essere greve e plumbeo con grossi nuvoloni gonfi di pioggia o lieve e azzurro, ma la luce del mattino che filtra l’aria mi trasmette sempre un senso di… reverenza. Qualcosa che non so dire altrimenti, ma che avverto come un’emozione allo stomaco. Poi arrivo alla stazione. È una minuscola stazione in mezzo ai campi e già il profumo dell’erba e il cielo vasto, senza i palazzi delle città, mi dispone in modo naturale al silenzio. Dopo una breve attesa, il suono di una campanella che ricorda il richiamo alla pratica nei monasteri annuncia l’arrivo del mio treno.

Quando lo vedo spuntare da lontano qualcosa mi sorride dentro. È un amico che arriva. Mi pregusto una sicura mezz’ora di… intimità con me stessa. Le opzioni che mi concedo sono:

1) la lettura tranquilla di qualche pagina di un libro nutriente e ispirante,

2) l’esercizio della metta verso i miei compagni di viaggio,

3) l’ascolto del respiro in silenzio. Qualunque sia la modalità prescelta, so che alla stazione Tiburtina, dopo circa trenta minuti, il cuore sarà più ricco e la vita sarà stata più vissuta.

Ogni giorno coltivo un senso di profonda gratitudine per quella mezz’ora scandita dal ritmo sempre uguale del treno e vissuta intensamente col cuore pronto e il più attento possibile. E quando uno sciopero dei ferrovieri mette in forse la mia serena e breve avventura quotidiana sento un rammarico tinto di nostalgia.

Qualche volta è capitato di dover fare i conti con l’amico
‘attaccamento’. Infatti l’incontro con un conoscente o un compagno di viaggio in vena di conversare sono stati vissuti come delle vere e proprie minacce al mio guscio di silenzio. In alcuni casi non sono riuscita a vivere la frustrazione abbracciandola con la pratica col risultato di vivere un vero e proprio scippo della mia mezz’ora. Altre volte ho fatto un piccolo salto buttandomi con la stessa attenzione che dedico normalmente al mio silenzio nella conversazione con il mio casuale interlocutore o comunque nella situazione presente.

In conclusione ho capito che ‘la mia mezz’ora di pratica’ è sempre a portata di mano, qualunque siano le circostanze e le condizioni. In campagna, in città, in treno, in macchina, la mia mezz’ora è già nel mio cuore, dipende solo da me darle vita.

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