Il TG che forma le nostre menti

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Il TG che forma le nostre menti

di: Pierre Mellet

Data articolo: novembre 2007
voltaire.net, tradotto per Megachip da Cristina Falzone
Fonte: www.megachip.info

Il telegiornale è il cuore dell’informazione contemporanea. Principale fonte d’informazione della
maggior parte dei francesi, non era, pertanto, ai suoi inizi, in Francia nel 1949, che il
sottoprodotto di ciò che non avevano voluto diffondere al cinema la Gaumont e l’Attualità Francese.
Si trattava inizialmente di una carrellata d’immagini commentate,mentre il “presentatore” ha preso
posto sulla sua poltrona solo nel 1954, quando il giornale è stato fissato alle 20.

Da allora, la regia è sempre andata in crescendo, e l’informazione è stata scartata – nel caso fosse
presente all’inizio – per fare di questo teatro non più un giornale, ma uno spettacolo rituale, una
cerimonia liturgica. Il “telegiornale delle 20h” ( d’ora in avanti TG20h, n.d.t) non ha la funzione
d’informare, nel senso di trasmettere un tentativo di comprensione del mondo, ma di divertire i
telespettatori, mentre gli si ricorda ciò che devono sapere . L’analisi che segue si basa sui due
principali giornali televisivi delle 20h francesi, quello di TF1 e quello di France 2, ma può, a ben
guardare, trovare corrispondenze, con i giornali televisivi di altri Paesi, principalmente in
“Occidente”.

Il contesto

Fissato alle 20h, il telegiornale è divenuto, come la messa in altra epoca, l’appuntamento a cui si
ritrova (ognuno a casa sua) tutta la società. È, paradossalmente, un luogo di socializzazione
essenziale. Ognuno scopre ogni sera il mondo in cui vive, e può, da quel momento, farne il riassunto
con chi gli è intorno, discuterne i temi del momento con la sicurezza che siano importanti, poiché
ciò è stato mostrato al “TG”. Tutto è sistemato come in un rituale religioso: l’orario fisso, la
durata (una quarantina di minuti), il presentatore-prete inamovibile o quasi, che entra, così, assai
meglio nel quotidiano di ciascuno, il tono scelto, serio, distante, quasi oggettivo, ma mai
veramente neutro, le immagini scelte, la scaletta dell’informazione. Come in ogni rituale, la stessa
cosa ritorna permanentemente e si aggrega ad una pantomima di evoluzione quotidiana. Le stesse ore
annunciano le stesse storie, raccontate dagli stessi servizi giornalistici, mandati in onda e
commentati con le stesse parole, mettendo in scena gli stessi personaggi, illustrati dalle stesse
immagini. È un circolo senza fine e senza sostanza.

In apertura i titoli di testa appaiono con una musica astratta in cui si avvertono in un miscuglio,
il tempo che passa, il precipitare degli eventi ed un modo atemporale, necessario ad ogni cerimonia
mistica. Durante la sigla, una rappresentazione del mondo precede il presentatore o una carrellata
su quest’ultimo lo fa passare dall’ombra alla luce. Tutto avviene come se il mondo stesse per
esserci rivelato. Il presentatore vi riveste un ruolo di passaggio e di autentificazione.
Personaggio principale e trascendentale, si trova nel cuore del dispositivo di credibilità del
TG20h. È attraverso di lui che l’informazione arriva, attraverso di lui che è legittimata, resa
importante e data come “vera”. Attraverso di lui, ugualmente, il telespettatore può essere
rassicurato: se il mondo va male e sembra totalmente incomprensibile, c’è ancora qualcuno che “sa” e
che può spiegarcelo. (In altri casi, è un duo che presenta il telegiornale. La relazione con il
telespettatore è d’un tratto molto meno professionale e paternalista, ma più dell’ordine della
conversazione, e può sembrare più frivola. Evidentemente, non si troveranno mai due presentatori o
due presentatrici, ma sempre un duo eterosessuale. È un modo non scioccare la rappresentazione della
famiglia borghese cristiana. Poiché in Francia questo tipo di regia è rara, non l’analizzeremo).

Credibilità e informazione

“Signore e Signori, buonasera, ecco i titoli dell’attualità di questo lunedì 6 agosto”, ci dice il
presentatore all’inizio di ogni giornale. Non si tratta dunque di un sommario, di una cernita della
redazione sull’informazione del giorno, ma proprio di “titoli di attualità” del giorno, ovvero
precisamente di ciò che bisogna sapere sul mondo. Non c’è nulla da capire, il “giornalismo” ormai
non si impegna più a farci capire il mondo. Il presentatore non ci dà chiavi, non decifra nulla,
dice ciò che è.

Non è una “visione” dell’attualità che ci è presentata, ma l’Attualità stessa.

Ciò che importa, da quel momento, per lui, è di “aver l’aria”. La sua credibilità non è basata sulla
sua qualità di giornalista, ma sul suo carisma, sull’empatia che sa creare, la sua maniera di essere
rassicurante, e sulla sua apparenza di uomo onesto e intelligente. David Pujadas può annunciare il
ritiro di Alain Juppé dalla vita politica e Patrick Poivre d’Arvor mostrare una falsa intervista di
Fidel Castro, che sarebbero comunque mantenuti al loro posto, col sostegno della loro direzione,
senza perdere per questo il loro statuto di “giornalista” e la loro credibilità presso il pubblico.
Tutto avviene come se l’informazione trasmessa non avesse, alla fine, alcuna importanza. Essa esiste
solo per giustificare il rituale, come la lettura dei Vangeli alla messa, ma essa non ne è, in alcun
modo, la ragione centrale, il cuore, che si trova sempre altrove, nel richiamo costante delle parole
d’ordini morali, politiche ed economiche della loro epoca. “Ecco il Bene, ecco il Male”, ci dice il
presentatore.

La gerarchia dell’informazione è dunque inesistente. Mentre uno dei primi lavori effettuati in ogni
“giornale” è di evidenziare i soggetti che sembrano i più importanti per tentare di estrapolarne un
scaletta(propria ad ogni redazione) in ordine decrescente, da ciò che è importante a ciò che è
insignificante, qui non si fa nulla del genere. Si passa dalla salma del cardinale Lustiger
all’incidente della Festa delle Logge, poi viene la conclusione nell’affare del rapimento del
piccolo Alessandro alla riunione, segue il suicidio di un agricoltore di fronte alle rivolte degli
anti OGM, a cui fa seguito l’assegnazione del rientro scolastico, i bambini che non partono in
vacanza, l’innalzamento dei prezzi dell’elettricità, la speleologa belga imprigionata in una grotta,
la campagna elettorale statunitense dei democratici, l’intervento di Reporter Senza Frontiere per
denunciare l’assenza di libertà d’espressione in Cina, la Cina come destinazione turistica, il
licenziamento di Laure Manadou, un incidente durante una corsa negli Stati Uniti, il festival Fiesta
di sete, il decesso del giornalista Henry Amouroux ed infine quello del barone Elia di Rothschild.
Non c’è alcuna coerenza, in nessun momento. I soggetti non sembrano scelti che per la loro
insignificanza. Tutto è mischiato, l’amore e l’odio, il riso ed il pianto, l’empatia al pathos, le
immagini spettacolari o risibili ai drammi patetici, e l’onnipresenza della fatalità ci ricorda la
predominanza della morte sulla vita.

Il reportage

Una volta annunciati i “titoli”, il presentatore arriva alla partenza del reportage. Quest’ultimo è
la dimostrazione attraverso l’esempio di ciò che ci dice il presentatore. In effetti, tutto ciò che
sarà detto e mostrato nel servizio si trova già nel suo annuncio iniziale. Il presentatore riassume
sempre invece di presentare. Questo crea una ridondanza. Ciò che viene detto una volta a guisa
d’introduzione è sistematicamente ripetuto in seguito nel reportage. Si tratta delle stesse
informazioni che sono enunciate, la prima volta riassunte, e la seconda volta sentite per
l’elaborazione della storia raccontata. Il reportage aggiunge ben poca cosa a ciò che ha già detto
il presentatore e sviluppa appena i dettagli anonimi che controbilanciano “l’oggettività” del
presentatore creando la “prossimità.” Agli elementi di partenza, presenti nel lancio, si aggiungono
in seguito alla storia i piccoli dettagli romanzeschi necessari alla sua istruzione ludica.

Il servizio giornalistico è costituito da due parti: l’immagine ed il suo commento. Ora, se si
taglia il suono, l’immagine non significa più nulla. Anche se tutto dovrebbe basarsi su di essa, è
precisamente l’inverso che accade in televisione: il commento racconta ciò che l’immagine non fà che
illustrare. Quest’ultima è lì solo come “spalla”. Si tratta di una successione di paesaggi simili,
di visi e di gesti interscambiabili, attaccati gli uni agli altri, e senza legame tra di loro. In
televisione, l’immagine non serve che a giustificare il commento ad autentificarlo. Essa gli
permette di apparire come “vero”. Ed essa glielo permette precisamente perché, non dicendo nulla
attraverso sé stessa, il commento può allora trasformarla in ciò che si vuole ed è là il principale
pericolo di questo media. Poiché l’immagine possiede una forza di convinzione molto importante, il
consenso è tanto più semplice da ottenere una volta che avete privato l’immagine di tutto il suo
senso e l’avete trasformata in prova certificante il vostro discorso. Tutto si basa dunque ormai sul
commento e sulla verosimiglianza della storia che ci sarà raccontata.

“Nel reportage, scrive l’antropologo Stephane Breton, il commento è suggerito dalla regia, questo
mondo nascosto proibito al telespettatore (?) e da dove, si erge, come se fosse una rivelazione, un
senso imposto all’immagine. Il senso non è da trovare nella scena ma fuori di essa, pronunciato da
qualcuno che sa.”

Il giornalista non appare che molto raramente alla fine del suo servizio. Noi sentiamo dunque una
voce senza enunciatore. È una parola divina che s’impone a noi per spiegarci ciò che non potremmo
capire guardando solo le immagini. Non c’è interlocutore, dunque nessuna contraddizione. Il
reportage è un filo che si dipana seguendo una logica propria, quella che il giornalista ci vuole
insegnare, dove i “testimoni” non si succedono che per accreditare la parola che, in ogni modo, ha
già detto ciò che ci vogliono spiegare. La ridondanza è onnipresente nel reportage, come lo è nel
lancio. Ogni “testimone” è presentato non secondo la sua funzione, né nello scopo di giustificare il
suo posto in questo reportage in quel preciso momento, ma seguendo ciò che ci dirà. E la parola del
“testimone” accredita il commento dando un punto di vista necessariamente “vero”. “Poiché lui lo
dice, è così”, E molto spesso il testimone non ha assolutamente nulla da dire, ma lo dirà
ugualmente, poiché il giornalista deve provare la sua oggettività e l’autenticità del suo reportage,
della sua inchiesta, dimostrando che si è recato proprio sul posto e che può, dunque, farci vedere
ciò che succede.

Il reportage, nel telegiornale, non è la realizzazione di un’inchiesta che esplora diverse piste, ma
il racconto di un fatto qualsiasi mostrato come fondamentale. È una visione del mondo senza
alternativa, che tenta di apparire come puramente oggettiva. Se il presentatore dice ciò che è, il
reportage, lui, lo dimostra. Ed è precisamente là che l’immagine pecca attraverso il suo non senso,
e che il commento sembra divenire parola divina. “Ecco il mondo”, ci dice uno, “ed ecco la prova”,
prosegue il reportage. E come contestare la prova quando essa ci è presentata, là, sotto i nostri
occhi stupiti ? La realtà si costruisce sull’aneddoto, e non su un insieme di fatti più o meno
contraddittori che permettono di ri-vedere una situazione in un tentativo di visione globale per
potere, in seguito, analizzare.

Le parole d’ordine

Tutto questo si rapporta alla logica di diffusione della morale. Il telegiornale, come la quasi
totalità dei media, è un organo di diffusione di parole d’ordine dell’epoca. Esso non discute mai il
sistema, non sembra, del resto, neppure conoscere la sua esistenza, ma diffonde a getto continuo gli
ordini che la classe dominante detta. Il telegiornale fa parte di questo “servizio pubblico”, di cui
parla Guy Debord nei Commenti sulla società dello spettacolo, “che (gestisce) con un’imparziale
professionalità la nuova ricchezza della comunicazione di tutti attraverso i mass-media,
comunicazione infine giunta alla purezza unilaterale, in cui si fa tranquillamente ammirare la
decisione già presa. Ciò che è comunicato, sono gli ordini; e molto armoniosamente, quelli che li
hanno dati sono ugualmente quelli che diranno cosa ne pensano.”

Il telegiornale delle 20h, nato da una società in cui la memoria è stata distrutta, trasmette le
parole d’ordine, come per ogni condizionamento, attraverso la ripetizione permanente e quotidiana.
Le storie raccontate sembrano tutte diverse, anche quando le stesse sono tutte simili. Tutto è
ripetuto, sera dopo sera, costantemente, ed a tutti i livelli. Solo i nomi ed i visi cambiano, ma il
film, lui, resta sempre identico. Si tratta di un perpetuo presente che è mostrato e che permette di
occultare ogni movimento di potere. Poiché le evoluzioni non sono più messe in luce, sicuramente
esse non hanno più corso. Il telegiornale diffonde dunque la morale borghese (cristiana e
capitalista) in un blocco compatto. È un vomito lento e lungo, diluito e disseminato durante le
20h00.

I poteri conoscono più modi di diffusione:

– L’accusa. Essa è costante e generalmente detta dai “testimoni”, ciò che permette di fare credere
al giornalista che ha mostrato un “avviso” e che ha dunque dato uno sguardo obiettivo della
situazione. Un incendio devasta una casa e sono i pompieri che sarebbero dovuti arrivare prima. Un
violentatore è uscito di prigione perché aveva diritto ad uno sconto di pena ed è la giustizia che
non funziona. Un governo rifiuta di piegarsi ai dettami occidentali, ed è una dittatura, un paese
sottosviluppato dove la stupidità si mescola alla barbarie, e meglio ancora, dove la censura punisce
tutti gli oppositori, che sono necessariamente d’accordo con il punto di vista degli occidentali ma
non possono dirlo. Si tratta sempre di trovare qualcuno da mettere alla gogna per ricordare ciò che
è “bene” e ciò che è “male” e dove ci si ritrova tutta la semantica cristiana del “perdono”, del
“peccato”, ecc.

– L’evidenza . Particolarmente utilizzata per regolare senza discussioni le questioni economiche,
essa consiste a diffondere i dogmi o le decisioni governative senza mai rimetterle in questione. È
questo per esempio il caso della “crescita”, che è sempre la via necessaria alla sopravvivenza mai
rimessa in causa e di cui il presentatore ci annuncia le cifre con aria catastrofica: “la crescita
non sarà che del 1,2% quest’anno, secondo gli esperti ?”

– L’agiografia. Come alla messa, il telegiornale ha i suoi santi da mettere innanzi. È il ritratto
di qualcuno che è “riuscito”, che sia appena morto, che abbia “vinto tutto”, che si sia fatto da
solo, ecc. Si tratta di un modello di eccellenza che detta un criterio da seguire suscitando
ammirazione e rispetto. Ecco ciò che non siete, che dovreste fare, ma non potrete mai diventare e
che, dunque, dovete adorare, ci ripete il telegiornale permanentemente.

– I l vicinato (di altri Stati). Particolarmente efficace, si tratta di dire che “la Francia è
l’ultimo paese in Europa ad affrontare questa questione”. Si tratta del meccanismo che regge la
socialità di base, l’appartenenza al gruppo per imitazione, attraverso la riproduzione di ciò che
sembra fare o essere. Il presentatore ci dice “loro fanno così, perché noi facciamo diversamente ?”,
presupponendo che la nostra maniera di fare è necessariamente meno buona. “lavorare dopo i 65 anni,
negli Stati Uniti, non pone problema”. Non si effettua mai nessuna analisi sui punti positivi e
negativi del sistema vicino, solo uno sguardo “oggettivo”, che dice: ecco come lì vanno le cose e
perché è meglio che da noi.

– Il Folklore . Qui sono presentati col sorriso e l’indulgenza per l’artista un po’ matto ma che
alla fine non fa nulla di male, delle persone che vivono in maniera un po’ diversa. È allora, e solo
per questo tipo di soggetto, che il presentatore sottolinea il carattere “eccezionale” delle persone
che ci saranno presentate, per dissuadere chiunque di seguire il loro esempio.

Non abbiamo trattato che qualche esempio.

Aneddoto e fatalità

Due modi di rappresentazione del mondo costituiscono i telegiornali e sono i due principali
movimenti di diffusione delle parole d’ordine: l’aneddoto e la fatalità. L’aneddoto si trova
all’inizio di ogni soggetto. Tutto parte dal fatto particolare, dal fatto di cronaca della giornata,
e si estende verso il problema più vasto che sembra contenere in sé stesso, o che i giornalisti
fanno finta di credere che contenga. E’ una retorica particolare che si ritrova oggi alla base di
ogni discorso politico o giornalistico, un rovescio della logica, dello sviluppo effettivo della
dimostrazione e dell’analisi del mondo: è l’eccezione che conferma ormai la regola. Tutto parte dal
fatto particolare per prolungarsi, come se questo detenesse in esso tutte le cause e tutte le
conseguenze che hanno fondato la situazione più generale che bisogna dimostrare. Il TG20h non si
preoccupa mai di descrivere i fenomeni endemici, o li estrapola sempre dalla catena di avvenimenti
che li ha portati alla situazione presente. È una necessità dialettica logica per chi vuole
trasmettere ciò che è stato deciso senza dover spiegare, senza che sia obbligato a complicare la
propria dimostrazione e si rende conto che le cose sono meno semplici di come sembrano. Affinché le
parole d’ordine siano diffuse efficacemente, non bisogna dare la possibilità di essere contraddetti,
dunque meglio non spiegare nulla. Ad ogni modo, l’abbiamo già detto, non si tratta mai di far
capire, ma sempre di far apprendere a memoria.

La fatalità definisce l’insieme del telegiornale. Gli avvenimenti arrivano attraverso un contingente
di dispiaceri, un caso che tocca sfortunatamente sempre le stesse persone ( persone, paesi..). È un
lamento costante: “se i pompieri fossero arrivati prima”, “se gli stupratori non fossero usciti di
prigione”, “se l’Africa non fosse un continente povero e corrotto,” ecc. Essa è alla base di ogni
religione poiché permette di non aver mai nulla da giustificare, poiché siamo sempre “oltrepassati”
dagli eventi. La fatalità ritorna a suonare permanentemente, come una condanna, ed aggiunge a
dispetto di ogni logica ( ma non sempre). “È così”. Il sistema si regola da solo ed è “il migliore
dei sistemi possibili”, l’uomo è un essere “malvagio” e passa il suo tempo a “cadere” e “ricadere”,
malgrado tutti i tentativi di “perdono”; il povero è responsabile della sua situazione perché è
troppo pigro per cercare soluzioni ed applicarle, anche se gliele si propongono,ecc. È un sospiro
costante, un appello permanente all’impotenza ed alla sottomissione di fronte alla sofferenza. Il
mondo va così e noi non ci possiamo nulla ?

Una volta trasmesse le parole d’ordine, il messaggero divino può congedarsi, concludendo il sermone
del giorno senza mai omettere di darci appuntamento all’indomani, alla stessa ora, mentre la
telecamera si allontana, l’ombra si fa maggiore e si fonde progressivamente con quella specie di
musica che apriva già la cerimonia.

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