IL LIBRO DEI MANTRA – parte 3

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IL LIBRO DEI MANTRA – parte 3
IL RITMO SACRO DELLA PREGHIERA

Testi di Gisella Melluso,
a cura di Luigi Colli e Pier Giorgio Viberti

OM: IL BIG BANG DA UN PUNTO DI VISTA SPIRITUALE

Si è già avuto modo di dire che alla prima vibrazione della sostanza cosmica corrisponde OM, che è
dunque il mantra del suono primordiale.

Gli antichi indù avevano il raro talento di dire moltissime cose in forma essenziale. OM ne è un
esempio: tre sole lettere (vedremo subito che OM viene da AUM) raccontano la creazione, la
conservazione e il suo riassorbimento nella totalità dell’uno, correlate come sono a Brahama, Vishnu
e shiva.

Recita un inno di lode a Shiva: “O tu che dai rifugio, con le tre lettere AUM, che indicano i tre
Veda, i tre stati, i tre mondi e i tre dèi: la parola OM li nomina separatamente. Unita ai suoni
sottili, la parola OM nomina Te (il Brahaman) nel tutto, nomina il tuo stato assoluto e
trascendente”. Questa sacra sillaba, dunque, significa Brahaman, l’anima suprema, la trinità
dell’unità.

Il mantra dei mantra, è composto da tre lettere: A, U e M, di cui le prime due vocali si uniscono
nella O. A rappresenta il piano materiale dell’universo, U quello sottile e M quello causale, non
manifesto. Nella rappresentazione grafica sopra OM è posto il candra bindu, un segno a forma di
mezzaluna sormontata da un punto. Tale segno designa nada e bindu, i due aspetti del grande potere
necessari alla creazione dell’universo, perché in essi cresce il germe dell’azione per produrre la
manifestazione. La creazione così prodotta si ripartisce nella triade di Energia simboleggiata dalle
tre lettere A, U e M. Pertanto nada e bindu rappresentano lo stadio non manifesto che precede la
comparsa del mondo, in cui la vita animata è presente nelle condizioni di sonno, sogno e risveglio
(A materiale, U sottile e M causale). Nell’essere umano A è in relazione al corpo materiale, U al
corpo sottile o psichico, e M al corpo causale, o puro spirito.

Il fonema mantrico OM viene anche nominato talvolta come il Pranava, che significa ‘veicolo dei
prana’. Prana è un modo di definire la forza, il soffio divino che presiede alla vita di ciascuno e
che alla vita, in senso cosmico, ritorna, quando il corpo esala l’ultimo respiro.

Anche attraverso il concetto di prana, insomma, si ribadisce il principio della ‘continuità vitale’,
su cui poggia il pensiero indiano. “Nulla ha un inizio e una fine assoluti. Tutto è trasformato e
trasformabile. Nascita e morte sono modalità della trasformazione universale. Ogni esistenza è il
nodo di una corda, che viene fatto alla nascita e sciolto alla morte”. Comunque, anche al di fuori
dei più elevati obiettivi spirituali, OM come Pranama si rivela efficace nelle pratiche di
respirazione che, se correttamente compiute, consentono che l’energia vitale fluisca più liberamente
nel corpo e sciolga le tensioni interne che impediscono una respirazione profonda.

COME SI RECITA OM

La recitazione di Om può essere più o meno prolungata, ma è importante che termini con la vibrazione
della M in tono più acuto del resto, anche se, come consonante labiale, prodotta a labbra chiuse.
All’attacco si fanno vibrare il respiro e la lingua per mezzo della laringe e del palato come
fossero una cassa di risonanza. Il suono di A è gutturale, e parte dal fondo della cavità boccale. U
si ottiene dal movimento in avanti della lingua, provocato dall’emissione della forza energetica
dell’espirazione e finisce sulle labbra, che a questo punto si chiudono per dare luogo alla M.

Se con la OM si vuole attivare il prana alle tre lettere corrispondono tre fasi respiratorie,
addominale per la A, toracica per la U e clavicolare per la M. L’obiettivo finale, dopo la presa di
coscienza del movimento del respiro e l’interiorizzazione del suono, è quello di un controllo della
propria energia respiratoria.

Om, TAT, SAT.

Queste tre sillabe sacre designano Brahaman nei Veda e nei Brahamana e, di conseguenza, nei
sacrifici. Perciò i devoti di Brahaman non si accingono mai a compiere un atto di sacrificio, di
offerta o di penitenza, come è comandato nelle Scritture, senza prima aver recitato il mantra OM.

Nell’evoluzione del rito o degli atti di devozione e penitenza pronunciano TAT.

SAT indica l’atto degno di lode, ed è pertanto il termine correlato alla costanza nel fare
sacrifici, offerte e penitenza, alle azioni, insomma, di cui Brahaman è la meta. Perché questi atti
siano efficaci, devono comunque essere compiuti con fede. In caso contrario l’atto è Asat, non
esistente, e come si legge nella Bahagvad Gita, non conta nulla né prima né dopo la morte.

I MANTRA DELLE RUOTE D’ENERGIA

Si è visto come OM venga tra l’altro definito veicolo del prana’. Questa energia sottile nello Yoga
e nel tantrismo rende conto della vita nel corpo astrale e in quello fisico di ogni essere vivente.
Come nella concezione induista della creazione il progressivo addensamento di una vibrazione
iniziale del tutto rarefatta e sottile dà luogo a piani successivi sempre più grossolani, fino alla
materia, così il rapporto spirito materia non è da intendersi nel microcosmo uomo come
un’opposizione di tipo dualistico, ma come una differenziazione in forme sempre più dense, benché
sempre interagenti dell’energia vitale. Queste forme, i chakras o ruote dell’energia, dove si
concentra e si distribuisce l’energia vitale, sono disposte lungo un asse che va dalla sommità del
capo fino alla base della colonna vertebrale.

Per facilitare alla mentalità occidentale la comprensione di questo modo complesso di intendere
l’energia vitale il processo di solidificazione dell’energia dall’alto verso il basso è stato
paragonato al “depotenziamento (qualitativo e quantitativo) degli effetti vibratori prodotti in
scala (dalla nota più alta a quella più bassa) dalla corda di uno strumento.
L’affinità dei chakras con il suono è colta anche all’interno delle pratiche yogiche e tantriche,
che prevedono la recitazione di un mantra particolare per risvegliare e attivare i vari chakras.
Oltre che a un mantra, ogni chakra è anche associato a un elemento (etere, aria, fuoco, acqua e
terra), a una qualità sensibile del corpo, a uno yantra, a un animale e a una coppia divina (il dio
e la sua Shakti). I chakras sono rappresentati all’interno di un fiore di loto, con un numero
variabile di petali, e ogni petalo reca inscritta una delle cinquanta lettere dell’alfabeto
sanscrito che, come si è detto, sono considerate sacre perché espressione della parola e del suono
divino.
Nel prendere ora in considerazione i vari chakras si seguirà il percorso dal basso verso l’alto.

MULADHARA: MANTRA LAM

Mula significa radice, adhara supporto: questo chakra dunque localizzato alla base della colonna
vertebrale, è la terra (tale è infatti l’elemento cui è collegato) in cui si radica l’albero della
vita di ciascuno ovvero, come sede di Kundalini, è il centro in cui l’energia suprema è nell’uomo
addormentata, presente soltanto a livello potenziale. La qualità sensibile correlata a Muladhara è
l’olfatto.

Nella sua rappresentazione simbolica il loto è quello che presenta il minor numero di petali. La
coppia divina del mantra è Brahama Savitri. Di quest’ultimo la mitologia indù racconta che venne
fecondata da Brahama prima della Creazione e che fu dal suo utero che emersero, a partire dalla
musica, innumerevoli figli, compresa la morte.

SVADHISTHANA: MANTRA VAM

Questa ruota d’energia è situata nella regione addominale, sotto l’ombelico, più o meno alla radice
degli organi genitali. L’elemento correlato è l’acqua e la qualità sensibile è il gusto. Se
l’energia di Muladhara si manifesta nella sessualità animalesca, nel puro istinto che spinge alla
riproduzione, quella di Svadhisthana si manifesta nella sessualità già individualizzata, come
ricerca di un ponte, attraverso il sesso, tra l’io e il mondo esterno. Nel simbolo il loto ha ora
sei petali e ingloba una falce di luna con i corni rivolti verso l’alto. La coppia divina del mantra
è quella di Varuna e Sarasvati. Varuna è Brahama nella sua veste di Signore delle acque, così come
Sarasvati è uno dei molti aspetti che nel pantheon indù assume Devi, la dea, ovvero il principio
divino femminile che promuove tutte le forze e determina tutte le forme, creando la separazione a
partire dall’Unità.

MANIPURNA. MANTRA RAM

Questo chakra è localizzato all’altezza dell’ombelico e nella sua espressione grafica i petali del
loto sono diventati dieci. La parola allude etimologicamente a un’abbondanza di gemme preziose, e il
tipo di energia che qui si raccoglie e distribuisce è quella del calore.

A Manipurna è infatti collegato l’elemento fuoco: l’essere, fattosi stabile nella terra di Muladhara
e incanalato dal desiderio, già individualizzato ma fluttuante, nell’acqua di Svadhisthana, si
determina verso l’esterno esercitando sul mondo un’azione potente, paragonabile a quella del sole.
Così Manipurna è collegato alla qualità sensibile della vista, che consente la percezione dei colori
e delle forme. Le divinità del mantra sono Agni, Signore del fuoco, altrimenti incarnato da Rudra
(il fuoco come elemento distruttore) con la sua Shakti, ‘La nata dalla furia di Devi’. Il fuoco in
effetti è un’energia dal duplice aspetto, e il Brahamanesimo lo sottolinea meglio di qualunque altro
sistema mitologico. Agni è nato dallo sfregamento di due pezzi di legno ed è la vita che sboccia dal
legno morto e secco. Dimora nel cielo perché dardeggia nel sole, ma è in stretto rapporto con
l’acqua perché, in forma di lampo, squarcia le nuvole, aprendo un varco alle acque benefiche che
fertilizzano la terra. Nel mondo fisico, potendo divorare ogni cosa, è anche colui che purifica: le
passioni e le emozioni del mondo sono il fumo di ciò che Agni divora e, quando il fuoco si spegne,
anche il fumo a poco a poco svanisce nell’aria. Il Buddhismo accentua invece l’aspetto negativo del
fuoco, tendendo a identificarlo con il vissuto emozionale dell’individuo.

Dice il Buddha: “Tutto è in fiamme; l’occhio e tutti i sensi sono in fiamme; il mondo intero è
avvolto nel fumo; il mondo intero si consuma nel fuoco. Lo spirito è avvolto dal fuoco. La coscienza
dello spirito, le impressioni raccolte dallo spirito e le sensazioni che nascono dalle impressioni
raccolte dallo spirito sono anch’esse avvolte dal fuoco.”

Nonostante la distanza tra le due impostazioni dall’una e dall’altra si ricava la consapevolezza di
come sia fondamentale il controllo di questa energia.

ANAHATA. MANTRA YAM

Anahata è la ruota d’energia situata dietro lo sterno, in corrispondenza del cuore. Nel suo loto di
dodici petali un triangolo con la punta rivolta verso il basso e un altro triangolo con la punta
rivolta in alto si compenetrano a formare una stella a sei punte. L’unione dell’uomo e della donna
nel sentimento dell’amore? La copiosa simbologia legata al cuore nella nostra cultura incoraggia una
simile interpretazione, ma quella di Anahata è ancora un’energia ambivalente, perché se presuppone
un’elevazione spirituale e quindi può alimentare quell’amore che è alla base tanto della carità
cristiana quanto della compassione buddhista, può anche irretire nell’egoismo per cui l’altro è
vissuto come un possesso o nel compiacimento per il proprio altruismo e la propria generosità. Qui
l’elemento di riferimento è l’aria, mentre la qualità sensibile è il tatto. La coppia di divinità
del mantra è costituita da Ishvara (uno dei nomi di Shiva) e dalla sua Shakti Bhuvaneshvari.

VISHUDDHA. MANTRA HAM

Simbolizzata in un loto a dodici petali, Vishudda è il chakra che, per il tipo di energia che vi ha
sede, può per certi aspetti rendere conto della stessa potenza del mantra. Infatti è localizzato nel
plesso laringeo, e quindi è correlato alla formazione del suono.
La qualità sensibile di riferimento è l’udito e l’etere, che dei cinque elementi esprime le
vibrazioni più sottili. Infine, il termine significa ‘centro di purezza’, o di ‘purificazione’, e
l’energia che esprime è quindi quella che consente il passaggio tra la limitazione delle energie
inferiori e la libertà di quelle superiori. D’altra parte, leggendo il collegamento dall’alto verso
in basso, è per l’energia di Vishuddha che il mentale assume un rivestimento vocale e può così
manifestarsi e diventare mezzo di comunicazione. La coppia di divinità del mantra è costituita da
Shiva con una delle sue Shakti, Shakini.

AJINA: MANTRA OM

L’Ajna, posto nel cervello più o meno a metà della distanza tra le sopracciglia, come sede del
mentale non ha elemento o facoltà sensibile di riferimento, ed è rappresentato con un loto a due
petali che simboleggiano Ida e Pingala, i canali di scorrimento del prana rispettivamente a sinistra
e a destra della colonna vertebrale. La parola significa ‘comando’, perché è al mentale che arrivano
i messaggi dei sensi ed è il mentale che impartisce gli ordini per conseguenti azioni. E’ anche
detto il chakra del Guru perché è questa l’energia che permette di mettersi in relazione con il
carisma spirituale del Maestro. Ajna viene infine definito terzo occhio ovvero l’occhio della
conoscenza trascendente che consente di vedere l’illusorietà del desiderio. Del suo mantra, OM, si è
già parlato abbastanza ampiamente, ma è interessante notare che l’energia al vertice del corpo
fisico dell’uomo corrisponde alla vibrazione che ha dato origine alla creazione. La coppia divina
del mantra è costituita da Para Shiva e dalla sua Shakti Siddha Kali (Kali perfetta).

SAHASRARA

Generalmente collocato al di sopra della testa, non fa più parte del corpo fisico, perché lo stato
energetico cui si riferisce (la perfetta unità della coscienza con l’energia cosmica) è al di là
della manifestazione. Noto come loto dai mille petali, rappresenta il mondo di Brahama ove tutto è
realizzato. Chi riesce a risvegliare questo chakra si è del tutto liberato dal tempo e dallo spazio,
e ciò significa che ha raggiunto la liberazione dal ciclo delle rinascite e che può vivere nella
beatitudine conseguente al superamento dell’individualità.

I MANTRA SEME

Da un punto di vista formale il bija mantra, vale a dire il mantra seme, è un monosillabo e tali
sono dunque i mantra presi in considerazione finora, a partire da OM. In realtà all’interno del
tantrismo ‘seme’ allude a ben altro che a questo aspetto esteriore. Oltre al fatto che le lettere
sanscrite impiegate, come si è detto, hanno carattere sacro come dono divino, occorre rifarsi ancora
una volta alla fede nell’esistenza, al di là del mondo fenomenico, di un mondo sovrasensibile o
sottile, dove determinati suoni sono la vibrazione dei vari dèi e delle loro Shakti. Con il bija
mantra le lettere e le sillabe dell’alfabeto umano entrano in relazione con le loro corrispondenze
del piano sottile.

Il bija di una sola lettera (per esempio KA) è KAM, perché tutti i bija mantra si completano con la
lettera M e la vocale non può essere pronunciata senza l’abbinamento con questa consonante.

M è una risonanza nasale che non raggiunge le labbra, scelta perché considerata un suono
equilibrante i cinque elementi della materia sensibile che corrispondono, nell’ordine, a LA, VA, RA,
YA e HA.

A titolo di esempio verranno ora presi in considerazione alcuni altri bija mantra.

AIM

Si pronuncia em ed è il bija di Sarasvatim la Shakti di Brahama, dea delle acque, inventrice delle
arti, delle scienze, della scrittura e dea dell’eloquenza, che scorre come un fiume. Anticamente il
mantra di Sarasvati era recitato dal Guru per aiutare il discepolo nello studio difficile delle
Scritture. La lettere di Sarasvati è ai, mentre con m si evoca Bindu, dissipatore della pena.

DUM

Dum è composto dalla consonante da, corrispondente a Durga, dalla vocale u, che ha il significato di
salvare, e da m, in questo caso rappresentante nada, l’aspetto del Grande Potere, in cui nasce il
germe per creare il mondo, e bindu, il punto di origine dell’impulso creativo. Durga è la prima
manifestazione della shakti come moglie guerriera di Shiva, nata dalle fiamme emesse dalle bocche
degli dèi in guerra con i demoni, che Durga sconfisse. Questa forma della divinità femminile
rappresenta non solo l’energia di chi è determinato a combattere il male, ma anche l’energia
dell’intelletto, perché cercare di capirla significa incamminarsi sul terreno dell’indagine
intellettuale più ardua.
GAM

Questo bija è composto dalla consonante ga, riferita a Ganesha, il dio con la testa d’elefante
figlio di Shiva e Parvati e patrono della buona sorte, e da m, anche qui come Bindu dissipatore
della pena.

GLAUM

Ga è sempre la consonante di Ganesha, la sta per colui che si pente, au è tejas (l’elemento fuoco) e
m è ancora Bindu dissipatore della pena.

HAUM

E’ un bija di Shiva, che compare tanto sotto forma di ha quanto sotto forma di au, che si riferisce
alla stessa divinità come Sadashiva. Contemporaneamente si esprime in m la venerazione per Shunia,
l’elemento che fa cessare le pene.

HRIM

Compare ancora ha per Shiva (la pronuncia della h comporta comunque solo una lieve aspirazione), qui
unito a r che è collegato a Prakriti (la Sostanza primordiale, matrice dell’universo, esistente
ovunque ma non manifesta in nessun luogo, che assume tuttavia una quantità incommensurabile di forme
individuali ed è anche nominata come Bhuvaneshvari, dea delle sfere), nonché alla vocale i che
indica Mahamaya (un modo di nominare Maya). La m indica nada e bindu, nel significato già chiarito
per DUM.

Si tratta quindi di un bija mantra strettamente connesso al suono primordiale e questo spiega anche
perché, insieme con altri, è un mantra utilizzato per il risveglio di Kundalini.

HUM

Ha per Shiva, u è uno dei piani di esistenza, m è nada e bindu. Anche questo è uno dei mantra cui si
ricorre per il risveglio di Kundalini: associato alla tecnica di controllo del respiro (pranayama)
lo si recita mentalmente nella fase di ritenzione. Anche a livello popolare vi si ricorre per
proteggersi dalla collera e dai demoni che, come la collera, sono forze negative interiori.

KLIM

Le divinità associate in questo bijia mantra sono Kama, dio dell’amore e Krishna (in ka), nonché
Indra, dio delle battaglie (in la). Nella i è espressa l’idea di accontentarsi.

KRIM

E’ il bija mantra usato di preferenza dai testi induisti per evocare la dea Kali, Shakti di Shiva.
Si tratta di una delle divinità complesse del pantheon induista, che di Shiva potenzia l’aspetto di
distruttore. Collegata alla morte e al tempo, che tutto distrugge, è quindi un’energia tra le più
potenti, ma ciò non autorizza a fermarsi all’immagine tramandata dai libri di avventura. Sul piano
spirituale, incarna le nostre paure più profonde come il terrore dell’annullamento.
Placandola, si compie un passo verso il distacco dal mondo e dalle forme, nella loro illusorietà. Ka
dunque rappresenta qui Kali, ra è Brahama, i sta per Maya, l’illusione e m, come si è già visto in
altri casi, è l’annullamento della sofferenza.

KASHRAUM

Ksa si riferisce all’avatara (incarnazione divina) di Vishnu come uomo leone (il mito di riferimento
è quello di un combattimento con un demone potente), seguito da ra, per Brahama, da au che reca
l’immagine dei denti puntati verso l’alto, e infine da m come Bindu dissipatore delle pene.

SHRIM

E’ il mantra seme di Lakshmi (sha). Ra indica qui la salute, i la soddisfazione, m è Bindu
dissipatore delle pene. Di origine antichissima come divinità della terra e della sua umidità
fecondatrice, Lakshmi è divenuta nel pantheon induista la Shakti di Vishnu, il conservatore della
vita. Gli indù colgono la sua forza potente in ogni forma di ricchezza terrena (compresa quella
costituita dalle vacche, non casualmente chiamate con il nome comune lakshmi), ma anche nella
ricchezza dell’animo e nella gioia interiore che ne proviene. Per questo, con il nome di Padma, è la
dea loto, simbolo in tutta l’Asia dell’illuminazione spirituale.

STRIM

Questo bija è composto da sa, che indica la liberazione dalle difficoltà, da ta, ‘salvatore’, da ra,
come forma di saluto, da i, che evoca la grande dea Maya, infine da n. nada e bindu.

IMPIEGO DEI BIJA MANTRA

Il bija viene recitato da solo, in composizione con altri o all’interno di una sequenza di sillabe
sacre che formano delle parole e possono arrivare a una lunghezza notevole. A seconda del numero
delle sillabe, un mantra assume un nome diverso: per esempio un mala mantra è formato da più di
venti sillabe.
Al di fuori dei rituali o di un’impostazione ascetica della propria vita, un bija mantra può
costituire per chiunque una pratica quotidiana, nell’ambito della quale si perseguono obiettivi non
necessariamente elevati fino alla liberazione spirituale, come il potenziamento delle proprie
facoltà intellettuali o il raggiungimento del benessere materiale. Ancora una volta non si tratta,
come nella nostra preghiera, di chiedere a Dio un beneficio dall’esterno, ma di mettersi in sintonia
dall’interno con il suono di quell’energia che determina la condizione desiderata. Nei due esempi
fatti, il mantra per il potenziamento delle facoltà intellettuali sarà quello in relazione con
Sarasvati, mentre il mantra per il raggiungimento del benessere intellettuale sarà quello in
relazione con Lakshmi.
Poiché in questi casi è prevista la ripetizione mentale del mantra per un numero elevatissimo di
volte, si rivela prezioso il supporto del rosario indiano, chiamato a sua volta mala, formato da
centootto grani, che viene tenuto appoggiato sull’anulare e fatto scorrere in avanti dal pollice e
dal medio; l’indice di norma non tocca il rosario.
Per facilitare la concentrazione e il raccoglimento si usa anche accendere bastoncini di incenso e
delle piccole lampade in cui brucia dell’olio o del ghee (burro chiarificato).

continua…

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