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Il dono della gratitudine

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Il dono della gratitudine

AJAHN SUMEDHO

(Da “Tricycle”, primavera 2006)

Mio padre è morto circa sei anni fa. Aveva
novant’anni e fino a quel momento non aveva mai
espresso sentimenti di amore e di affetto nei miei
confronti. Fin dalla mia infanzia ho sempre pensato
che non gli piacessi e mi sono portato avanti questa
sensazione per la maggior parte della mia vita. Non
avevo provato nessun tipo di amore o di affettuosa
relazione con lui neppure io. Tra noi esisteva un
superficiale rapporto formale: .Ciao, ragazzo, felice
di vederti.. Sembrava si sentisse minacciato da me.

Ricordo che ogni volta che tornavo a casa, dopo
essere divenuto monaco buddhista, mio padre diceva:

“.Tieni presente che questa è casa mia e che tu
devi fare come dico io.. Questo era il suo modo di
salutarmi, e allora avevo quasi cinquant’anni. Non
so proprio cosa mai immaginasse che potessi fare.

Mio padre voleva diventare un artista. Ma nel
’29, quando arrivò la Depressione e il terribile
crack, lui e mia madre persero tutto. Mio padre
dovette accettare un lavoro di commesso in un
negozio di scarpe per mantenerci. Quando cominciò
la seconda guerra mondiale mio padre era troppo
vecchio per essere richiamato alle armi. Voleva
comunque dare un contributo alla guerra e divenne
meccanico navale a Seattle. Non amava quel lavoro,
ma era il modo migliore per dare un aiuto alla guer-
ra. Dopo la guerra tornò a fare il rivenditore di scar-
pe e divenne il direttore di un negozio al dettaglio.

Non che amasse questo lavoro, ma si sentiva troppo
vecchio per cercarne un altro. Aveva sacrificato le
sue aspirazioni per mantenere mia madre, mia
sorella e me.

Quando entrai all.università negli anni ’50
erano di moda gli studi psicologici. A quei tempi la
tendenza era di prendersela con la madre per qualsiasi
cosa non andasse per il verso giusto nella vita.

L’obiettivo era focalizzato sulle madri: quello che
avevano fatto causava a noi delle sofferenze. Non mi
rendevo conto che quella sofferenza era un fatto
naturale. Certo mia madre non era perfetta, ovviamente
c’erano delle cose che avrebbe potuto fare
meglio. Naturalmente però la sua dedizione, il suo
impegno, il suo amore e la sua attenzione c’erano
stati tutti, e tutti diretti principalmente, per quanto
fosse nelle sue possibilità, a rendere migliore e più
felice, la vita di mio padre, di mia sorella e la mia.

Chiedeva ben poco per se stessa, e quando ho
ripensato a questo, si è risvegliata in me la gratitudine
(kataññu in páli) verso i miei genitori.

Il Buddha ci esorta a pensare alle cose buone
fatte per noi dai nostri insegnanti, dai nostri amici,
dai nostri genitori, da chicchessia; e a farlo intenzionalmente,
a coltivarlo, piuttosto che a lasciarlo accadere
accidentalmente. I miei studenti che hanno
una certa rabbia nei confronti dei loro genitori mi
domandano come possono sviluppare gratitudine
nei loro confronti. Insegnando la gentilezza amorevole,
la pratica di mettá, su una base troppo sentimentale,
si può di fatto aumentare la rabbia.

Ricordo una donna in uno dei nostri ritiri che ogniqualvolta
si arrivava al punto di rivolgere la pratica
di mettá verso i propri genitori, cadeva in realtà in
un sentimento di rabbia e poi aveva dei gravi sensi
di colpa per questo motivo. Ogni volta che lei pensava
a sua madre sentiva solamente rabbia. Questo
succedeva perché lei usava solamente la testa, voleva
praticare la mettá, sentiva una gamma completa
di emozioni fuorché la gentilezza amorevole.

È importante porre attenzione al conflitto che
esiste tra ragione e sentimento. Con la ragione pensiamo
che potremmo dimenticare i nostri nemici e
amare i nostri genitori, ma nel cuore sentiamo che
non potremmo dimenticare mai quello che hanno
fatto.

Così quando sentiamo sia rabbia che risentimento,
cerchiamo di razionalizzare: .I miei genitori
sono stati cattivi, poco amorevoli, per nulla gentili,
mi hanno fatto soffrire così tanto che non posso né
dimenticare né perdonare.. Oppure: .C.è qualcosa
di sbagliato in me. Sono una persona terribile perchè
non posso perdonare.. Quando succede questo,
mi aiuta praticare la mettá verso i miei sentimenti.

Se pensiamo che i nostri genitori siano stati
poco gentili e amorevoli, noi possiamo rivolgere la
mettá verso questo sentimento che proviamo nel
cuore; senza formulare giudizi, vediamo cosa sentiamo
e accettiamo questo sentimento con pazienza.

Se accolgo questo sentimento di avversione
verso mio padre, piuttosto che negarlo, potrò da
quel momento incominciare a superarlo. Quando
lasciamo andare qualcosa con consapevolezza, possiamo
liberarci del suo potere. La soluzione di un
tale conflitto ci porta a contemplare che cosa è la
vita. Una vita senza gratitudine è una vita senza
gioia. Se la vita è una continua lamentela sulle ingiustizie
e iniquità che abbiamo ricevuto e non ci ricordiamo
delle cose buone che ci sono state fatte,
cadiamo in depressione, cosa non certo poco
comune ai nostri giorni. È impossibile immaginare
che saremo mai felici di nuovo: pensiamo che ci
sarà per sempre infelicità.

Quando divenni monaco buddhista in
Thailandia, per fortuna incontrai un maestro, Luang
Por Chah, conosciuto come Ajahn Chah, che è divenuto
il centro catalizzatore della gratitudine nella
mia vita. A quel tempo avevo trentatré, trentaquattro
anni e la gratitudine non faceva ancora parte
della mia esperienza di vita. Ero ancora molto coinvolto
da me stesso, da quello che volevo, da quello
che pensavo. Tuttavia, dopo qualche anno di noviziato
da monaco buddhista, al sesto anno circa di
vita monastica, ho avuto una esperienza di apertura
del cuore, kataññu kataveditá, la gratitudine verso
i propri genitori.

Ero stato buddhista molti anni
prima di conoscere Ajahn Chah. Ero fortemente
interessato al buddhismo, sia dal punto di vista
dello studio che della pratica. Ma faceva parte della
mia voglia di fare, studiare, tentare di praticare.

Quando divenni monaco questo mio atteggiamento
era ancora vivo: .Voglio liberarmi dalla sofferenza.
Voglio essere illuminato.. Non mi preoccupavo
affatto delle altre persone, dei miei genitori, neppure
di Ajahn Chah, con il quale abitavo in quel
momento. Pensavo che fosse molto gentile, che
fosse contento di me, ma non provavo gratitudine.

Pensavo che la vita mi dovesse tutto questo,
era un modo di pensare veramente sgradevole.

Quando si è cresciuti con tutti i comfort della classe
media, come lo sono stato io, ci vuole molto per
ammetterlo. I miei genitori avevano lavorato molto
perché la mia vita potesse essere più confortevole,
ma pensavo che avrebbero dovuto lavorare ancora
più duro e che meritavo molto di più di quanto mi
avessero dato. Anche se non era un pensiero consapevole,
sotto sotto pensavo di aver meritato tutto
quello che possedevo: le persone dovrebbero
darmi queste cose; i miei genitori avrebbero dovuto
darmi la migliore vita possibile, come avrei voluto
che fosse. Ajahn Chah ebbe il compito di insegnarmi
e guidarmi su questo punto.

In Thailandia praticavo con diligenza, cosa che
ebbe un effetto determinante sulla mia vita monastica.

Dopo aver partecipato a cinque ritiri nella stagione
della pioggia (vassa) un monaco non è più considerato
un novizio ed è libero di lasciare il monastero.

Mi sembrava che essere guidati da un maestro
fosse una cosa buona, ma volevo andare avanti da
solo. Lasciai la Thailandia centrale per il nord-est.

Dopo il vassa andai a fare un pellegrinaggio in
India. Era il 1974 e decisi di andare come un
tudong-bhikkhu, vagabondando di qua e di là,
seguendo l’austera regola di pratica monacale.

Qualcuno mi fece avere un biglietto da Bangkok a
Calcutta e mi trovai a Calcutta con la mia ciotola per
l’elemosina, il mio saio e seguendo la regola del
monachesimo, senza un soldo. In Thailandia era
stato facile, ma in India aggirarsi senza nient’altro
che la ciotola per l’elemosina all’inizio mi spaventò.

I cinque mesi che passai in India furono un.avventura,
e ho ricordi piacevoli di quei momenti. La vita
di un mendicante funziona in India. Tra tutti i paesi
è proprio lì che si dovrebbe andare a mendicare,
dove visse e insegnò il Buddha.

Cominciai a pensare ad Ajahn Chah e a riconoscere
la gentilezza che mi aveva rivolto. Mi aveva
accettato come discepolo, si era occupato di me
dandomi degli insegnamenti e aiutandomi in ogni
modo. E c’era il suo esempio. Se si dovesse desiderare
di essere un buon monaco si dovrebbe essere
come lui. Era un essere umano pieno di umanità,
un uomo che mi ispirava, qualcuno da emulare e,
devo aggiungere, non esistevano molti uomini per i
quali provassi qualcosa di simile. In America i
modelli da imitare non erano così interessanti per
me: John Wayne o i presidenti Eisenhower o
Richard Nixon, non erano certo dei modelli esemplari
per me; star del cinema e atleti erano considerati
molto importanti, ma nessuno di essi mi ispirava.

Ma poi in Thailandia incontrai quel monaco. Era
molto basso di statura; io lo sovrastavo di un bel
poò. Quando eravamo insieme mi trovavo a sorprendermi
del fatto che avesse tanto carisma. Aveva
quel certo non so che che attraeva le persone. Così
mi capitava di andare a cercarlo nella sua capanna
verso sera o tutte le volte che era possibile. Coglievo
tutte le occasioni per stargli vicino. Una volta gli
chiesi cosa ci fosse in lui che attraeva tanta gente, e
rispose: “Lo chiamo il mio magnetismo”.. Usava il
suo magnetismo per attirare le persone in modo da
poter insegnare loro il Dhamma. Questo era il
modo di usare il suo carisma, non al servizio del
suo ego, ma per aiutare le persone.

Il Buddha, dopo l’.illuminazione, al principio
pensò che il Dhamma fosse così sottile da non
poter essere capito da nessuno e che non ci fosse
nessun modo per insegnarlo. Quindi, secondo la
leggenda, uno degli dèi si fece avanti e gli disse:

“Signore, per favore insegna il Dhamma a coloro
che hanno poca polvere sui loro occhi.”. Allora il
Buddha contemplò con il potere della sua mente
chi avrebbe potuto comprendere l’.insegnamento
del Dhamma. Ricordò i suoi primi maestri ma con i
suoi poteri si rese conto che erano morti tutti e due,
quindi ricordò i cinque amici asceti che avevano
praticato con lui e che lo avevano lasciato. Spinto
dalla compassione andò a cercarli ed espose il suo
brillante insegnamento sulle quattro nobili verità.

Questo mi fa sentire kataññu kataveditá del
Buddha. È meraviglioso: sono qui . proprio io di
questo secolo . e ho l.opportunità di ascoltare il
Dhamma, di avere questo puro insegnamento ancora
disponibile.

Il semplice fatto di avere un maestro vivente
come Ajahn Chah non era come adorare un profeta
che era vissuto 2500 anni fa, era come essere in
contatto diretto con l’.insegnamento stesso del
Buddha.

Forse proprio perché stavo visitando i luoghi
santi del Buddha, la mia gratitudine cominciò a
diventare molto forte. Poi pensando ad Ajahn Chah
in Thailandia, ricordai che avevo pensato: “.Ho fatto
i miei cinque anni, ora sto per lasciare. Sto per
avere una serie di avventure, potrò fare quello che
voglio, sarò lontano dallo sguardo del vecchio
monaco”..

Mi resi conto allora che in realtà ero fuggito.
Quando sentii in me questo senso di gratitudine,
ciò che volevo fare era solo tornare in
Thailandia e offrire me stesso ad Ajahn Chah. Come
potevo compensare un maestro come quello? Non
avevo denaro, e in ogni modo non era certo interessato
a questo. E allora pensai che l’.unico modo con
il quale avrei potuto renderlo felice sarebbe stato
quello di essere un buon monaco buddhista e di
tornare indietro per aiutarlo. Qualsiasi cosa volesse
che io facessi l’.avrei fatta. Con quell’.intenzione, tornai
dopo cinque mesi passati in India a consegnarmi
al mio maestro. Era una offerta piena di gioia,
senza alcun risentimento, perché era derivata da
questa kataññu, vera gratitudine per le cose buone
che avevo ricevuto.

Da allora mi resi conto che la mia pratica di
meditazione cominciava a migliorare. Si incrinava in
me quel forte egoismo; il mio tentativo di ottenere
qualcosa, la mia aspirazione all’.armonia, il mio desiderio
di praticare e di avere una vita di pace priva di
responsabilità. Quando realizzai tutto questo, le
cose trovarono il loro posto. Ciò che mi era difficile
come controllare la mente, divenne più facile, e
constatai che la vita era diventata fonte di gioia per
me.

L.ultima volta che andai a trovare mio padre,
decisi che avrei tentato di stabilire un contatto di
gentilezza amorosa tra di noi prima che morisse. La
vita di mio padre negli ultimi anni era stata piuttosto
infelice e lui era pieno di risentimento. Soffriva
di un.artrite terribile e del morbo di Parkinson. Alla
fine era stato ricoverato in un ospedale a lunga
degenza. Era completamente paralizzato, poteva
muovere solo gli occhi e parlare, ma per il resto il
suo corpo era immobile. Era tremendamente risentito
per questo: era stato un uomo forte e indipendente.

Quando lo andai a trovare mi resi conto che il
suo corpo aveva bisogno di essere stimolato, così gli
dissi: .Posso massaggiarti le gambe?..

“No, non è necessario che tu faccia questo..”

.”Ti verranno le piaghe da decubito, perché hai
bisogno di essere massaggiato. Ho voglia di farlo
veramente..”

Rifiutò ancora, ma credo che ci stesse riflettendo.
“.Penso che sarebbe una buona cosa”., gli dissi.
“.Lo vuoi fare proprio?..”
.”Sì..”

Cominciai a massaggiargli i piedi, le gambe, il
collo, le spalle, le mani e la faccia; senza dubbio gli
piaceva il contatto fisico. Era la prima volta che si
lasciava toccare da me in quel modo. Il contatto fisi-
co è pieno di significato, è un.espressione del sentimento.

Cominciai a capire che mio padre mi amava
realmente, ma non sapeva come manifestare il suo
amore per me. Capii finalmente anch.io quell.amore
e provai un.immensa gratitudine.

(Traduzione di Ida Tonini)

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