Il Cristo di Rabindranath Tagore

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Il Cristo di Rabindranath Tagore

ROBINDRANATH TAGORE

IL CRISTO

Antologia di scritti, scelti e tradotti dal bengoli da Marino Rigon

con la collaborazione del Centro Studi Tagore

a cura di Laura Santoro Ragaini

Questi testi sono la trascrizione letterale di conferenze e conversazioni che Tagore tenne in più occasioni su argomenti aventi come riferimento Cristo e il suo messaggio. Nella traduzione si è rispettato, per quanto possibile, lo stile originario del poeta, comprese alcune espressioni e immagini letterarie tipiche della sua cultura.

Nella trascrizione delle parole bengalesi si è preferito adottare una grafia che rispettasse il più possibile la pronuncia originale, piuttosto che seguire quella tradizionale che ci viene attraverso l’inglese.

Seconda edizione 1994

FIGLIE DI SAN PAOLO, 1993

[…]

Gesù, tu sei tutto nostro

Parlando della personalità di Gesù, ci accorgiamo che le grandi anime vedono con grande semplicità la verità, come l’elemento base di tutta la vita. Esse non hanno predicato vie nuove, leggi vane, opinioni strane. Sono venute per dire parole autentiche; sono nate in questo mondo per chiamare padre il padre, fratello il fratello. Sono venute a dire con grande forza questa parola tanto semplice: che è vana gloria cercare di accumulare fuori di noi ciò che è del cuore.

Ci dicono di tenere il cuore vigile, di guardare avanti, cercando di vedere sempre più chiaramente. Ci invitano a togliere dal trono della verità le abitudini cieche.

Non professano idee strane: con lo sguardo dei loro occhi luminosi portano dentro la nostra vita luce eterna, al cui bagliore noi ci risvegliamo pieni di vergogna, accorgendoci di essere prigionieri di reti false, intrecciate di fragile materialità.

Svegliandoci, che cosa vediamo? Vediamo l’uomo, vediamo la nostra vera immagine. Ogni giorno noi ci dimentichiamo della grandezza dell’uomo. Centinaia di ostacoli, creati da noi stessi e dalla società, ci hanno fatto piccoli in ogni campo, tanto che non riusciamo più a vedere la nostra totalità.

Coloro che non hanno fatto piccolo il loro dio e non hanno fatto adorazioni false, coloro che hanno gettato nella polvere i segni della schiavitù di costumi umani e con vera dignità hanno dichiarato di essere figli dell’eternità: questi, in mezzo agli uomini, hanno fatto grande l’uomo. Questo vuol dire essere veramente liberi. La libertà non è un paradiso, non è piacere. La libertà è espansione, è percezione dell’Onnipotente.

Rivolgete lo sguardo verso chi è venuto sulla strada maestra dell’eternità, portando l’invito a questa libertà e si è fermato in mezzo a noi. Non disprezzatelo, non colpitelo; non fatevi meschini dicendo: Tu non sei uno di noi! Non disonorate la nostra religione dicendo: Tu non sei della nostra religione! Liberatevi dai falsi legami della superstizione e salutatelo con animo devoto e umile: Tu sei tutto nostro, perché per mezzo tuo abbiamo trovato noi stessi.

Noi consideriamo un tempo felice quello in cui, in una qualsiasi parte del mondo, nasce un grande uomo. Questa osservazione è giusta, ma potrebbe nascondere un inganno. Non possiamo considerare a priori sbagliati i segni contrari a ciò che noi di solito consideriamo giusto.

L’uomo cerca ardentemente di rimediare alla mancanza di qualche cosa che si presenta troppo difficile. Perciò non si può dire che la mancanza di qualche cosa sia contraria alla ricerca di sopperire alla sua necessità. Quando il vento si calma del tutto, noi sentiamo che la tempesta è vicina. Infatti nella storia dell’uomo noi vediamo spesso che non c’è nulla di così propizio come le avversità. Se noi consideriamo il tempo della nascita di Gesù, troviamo la prova di questa verità.

Ai nostri giorni possiamo vedere quanto grande è l’influsso che esercitano sulla nostra mente la ricchezza e la gloria dell’uomo. Nessuno vuole vedere altri più grande di se stesso. L’uomo preso dalla brama della ricchezza passa tutta la vita facendosi mendicante, schiavo, ladro, senza un momento di tranquillità.

Gesù dissipa tutte le illusioni

Gesù nacque nel periodo più splendido e glorioso dell’Impero romano, quando le sue possibilità e la sua potenza non conoscevano limiti e stupivano il mondo intero.

Le immense reti della sua organizzazione riunivano forza e potere politico.

Proprio allora, in un angolo nascosto dell’impero, nacque questo bambino, generato dal segno di una povera ebrea.

Come era forte l’immagine di ricchezza dell’impero, così era gloriosa la supremazia della Scrittura e dei costumi della società giudaica. La religione dei Giudei era chiusa dentro la loro razza. Essi credevano che il Dio Jahvè li amasse privilegiandoli fra tutti i popoli e si sentivano legati a lui da particolari verità, da leggi scritte nei loro codici. Osservare quelle leggi voleva dire osservare il comando di Dio.

L’intelligenza religiosa dell’uomo che resta chiuso sempre e solo dentro i limiti immobili della legge, non può non diventare ristretta e crudele. Ma nello spirito dei Giudei oppresso da regole perfette accade un fatto che donò vita nuova.

Già in passato attraverso i loro muri di pietra, erano venuti in mezzo a loro dei profeti. Si erano fatti avanti con fede sicura. Messo da parte il suono di pagine morte di una scrittura passata, avevano portato messaggi immortali. Isaia, Geremia e altri profeti ebrei nei giorni di grande calamità avevano acceso una luce: con un diluvio tonante di messaggi luminosi, abbaglianti, avevano bruciato cumuli di colpe ammassate dai loro connazionali in tanti anni di un’esistenza chiusa.

Tutta la vita dei Giudei era regolata dalla Scrittura e dalla religione dei sacerdoti. Anche se erano soldati coraggiosi, al momento di difendere il loro paese non dimostrarono grande abilità.

Al di fuori dell’ambito politico, i profeti furono perseguitati dai loro connazionali.

Per alcuni anni, prima della nascita di Gesù, nella Comunità giudaica non era sorto nessun profeta. Spaventati da tante avversità, tutti si ispiravano al passato per trovarvi sicurezza. Divenne allora sempre più forte un gruppo che, chiudendo porte e finestre a ogni innovazione, alzò muri attorno alla comunità, rifiutando ogni nuovo insegnamento, respingendo la dottrina di libertà che andava alle radici dell’osservanza religiosa.

Tuttavia, per quanto possa essere schiacciato dalla materialità, il seme dello spirito che è nell’uomo non può essere annientato. Quando l’animo si sente oppresso e non riesce a trovare speranza all’esterno, ecco, sente nascere una nuova fiducia dentro di sé: forse quella voce non è del tutto chiara, ma è insistente. In quel tempo i Giudei si rincuoravano fra loro dicendosi che stava per tornare il tempo della ricostruzione del Regno: pensavano che il loro Dio avrebbe dato il possesso del Regno dei cieli alla loro gente; il popolo giudeo eletto da Dio sentiva che era di nuovo vicina l’età dell’oro.

Era vivo fra il popolo il pensiero che bisognava prepararsi a un tempo propizio che stava per arrivare.

[…]

Gesù dimostra la grandezza dell’uomo

Superando i confini del mondo visibile e delle cose che ingannano, contro i pregiudizi dell’uomo comune, egli vide il regno di Dio in una verità interiore, non fondata su alcun elemento esteriore. In quel regno nessuno può appropriarsi dell’onore dei disonorati, nessuno può distruggere le ricchezze dei poveri. Là, chi si umilia sarà esaltato, e chi è all’ultimo posto avanzerà al primo. Egli non ha lasciato questo insegnamento solo a parole. Il nome del grande giustiziere dell’impero che così facilmente lo ha ucciso è scritto soltanto in un angolo delle pagine della storia.

Colui invece che è morto crocifisso, come un ladro spregevole; che quando morì aveva come seguaci solo alcuni discepoli sconosciuti e paurosi, che non ebbe la forza di opporsi a un giudizio ingiusto, questi oggi, in gloria immortale, vive dentro il cuore di tutta la terra e ancor oggi dice: Beati i poveri, perché di loro è il regno dei cieli. Beati i mansueti, perché possederanno la terra.

Gesù indicando che il Regno dei cieli è dentro l’uomo ha dimostrato la grandezza dell’uomo. Se avesse posto il Regno dentro elementi esterni, avrebbe rimpicciolito la gloria pura dell’uomo.

Egli si è chiamato Figlio dell’uomo: è venuto a manifestarci chi è il Figlio dell’uomo.

E’ venuto a mostrarci che la grandezza dell’uomo non sta nella ricchezza dell’Impero, né nei suoi comportamenti esteriori, ma in Dio che si manifesta in lui. Davanti ala società umana ha chiamato Dio suo padre.

La relazione del figlio con il padre è una relazione di parentela profonda. Non è un rapporto di potere o l’adempimento di promesse. Dio è Padre: solo per questa eterna relazione l’uomo è pieno di gloria. Perciò, no perché re dell’impero, ma perché Figlio di Dio, l’uomo è più grande di tutti gli esseri viventi. Per questo quando il diavolo gli domandò: tu sei re? Egli rispose:

No, io sono figlio dell’uomo.

Dicendo questo egli ha onorato tutti gli uomini.

Egli ha condannato la ricchezza come il più grande ostacolo sulla via della salvezza dell’uomo. Questa non è la parola di un asceta senza valore. Il ricco considera infatti come sua principale roccaforte la ricchezza e, preso dalla continua brama di accrescerla, confonde ricchezza e umanità.

Così, finisce per nascondere la forza dello spirito. Chi riesce a vedere senza ostacoli la forza spirituale, vede anche la forza di Dio e in questa visione trova la vera speranza di salvezza.

L’uomo, quando vede realmente se stesso, vede in se stesso Dio; quando, invece, nel guardare se stesso vede solo la ricchezza, umilia se stesso e nel cammino della vita sconfessa Dio.

Il Figlio dell’Uomo ha visto l’uomo come qualche cosa di grande, non lo ha visto come uno strumento. E come le ricchezze esteriori non lo fanno grande, così gli atteggiamenti esteriori non lo fanno santo. Il contatto esterno, il cibo, non possono contaminare la sua umanità. Le relazioni esterne fanno piccolo l’uomo. E quando l’uomo diventa piccolo, diventano piccoli anche i suoi propositi, le sue opere; le sue forze vengono meno e finisce per essere inghiottito dai vortici del fallimento. Per questo il Figlio dell’Uomo non ha voluto che cerimonie e scritture fossero più grandi dell’uomo. Ha detto: “Dio non si adora con sacrifici, ma con la devozione interiore”. E dopo aver detto questo, ha toccato gli intoccabili, ha mangiato insieme con gente di malaffare; e senza abbandonare il peccatore, lo ha chiamato sulla via della salvezza.

E non solo questo. Egli ha percepito la presenza di Dio negli uomini. Parlando ai suoi discepoli disse: “Chi dà da mangiare al povero, dà da mangiare a me; chi veste l’ignudo, veste anche me”.

Non ha dato esempio, o predicato, per rinchiudere la devozione in una pratica esteriore. Dio non è il solo mezzo per godere della grazia della devozione. Se cerchiamo di blandirlo con fiori, offerte, con vestiti, noi inganniamo totalmente noi stessi. Fare del culto solo un gioco, anche se può darci soddisfazione, è disprezzare l’umanità.

Gesù è rimasto vivo

Coloro che veramente hanno accolto la parola di Gesù non possono passare tutto il loro tempo in preghiera; la loro preghiera è il servizio all’uomo. Ed è una scelta difficile. Molti, lasciata la tranquillità di una vita comoda, rinunciando agli effetti personali, hanno speso la vita in paesi lontani, fra gente primitiva, fra lebbrosi. Perché chi li ha consacrati a questo servizio era il Figlio dell’Uomo, attraverso il quale si è manifestata con grande chiarezza la bontà di Dio verso l’uomo.

I discepoli hanno chiamato Gesù, l’Uomo del dolore, perché ha saputo accettare enormi sofferenze. Anche così ha fatto grande l’uomo, mostrandolo superiore al dolore. Che cosa c’è di più grande nella sua vita di aver annullato se stesso proclamando l’amore di Dio attraverso l’amore per tutti gli uomini, scegliendo di prendere su di sé il peso del dolore di tutti gli uomini?

La religione dell’amore, infatti, sta nell’essere generosi e capaci di prendersi volontariamente carico delle sofferenze altrui. Le lacrime sentimentali di un amore senza vita, bagnano soltanto noi stessi. La vita vera che è dentro l’amore riceve gloria attraverso la rinuncia, attraverso l’accettazione del dolore, senza orgoglio. Non è necessario per l’amore esaltare se stessi dentro i fumi dell’orgoglio, poiché dall’amore stesso sgorga spontaneamente una fonte di immortalità.

Rivelazione di Dio in mezzo agli uomini!

Questo insegnamento di Gesù non è una verità prigioniera di un versetto della Scrittura. Egli si è mostrato come verità nella sua vita; è rimasto vivo sino ad oggi come un banian che genera sempre rami nuovi. (Nota banian: “Ficus bengalensis”, albero sempreverde del genere fico, alto sino a trenta metri, originario dell’India, dove è spesso coltivato presso i templi. La sua caratteristica principale sta nei rami le cui radici aeree, toccando terra, formano sempre nuovi tronchi, tanto da renderlo col tempo simile a un’immensa foresta. E’ simbolo della religione, capace di espandersi in ogni direzione pur mantenendo una sua unità, e anche dell’uomo religioso, asceta o mistico – fine nota).

Ogni giorno continui ostacoli tentano di disperderlo. Ogni giorno uomini, presi dal delirio del potere, lo insultano; i superbi nel loro orgoglio lo deridono; gli adoratori della forza lo disprezzano, chiamandolo debolezza e viltà; i crudeli del mondo, considerandolo sentimento da deboli, lo annullano. Eppure questo insegnamento, umile, in silenzio, prende posto nel più profondo dello spirito umano. Si è preso come aiuto il dolore, come compagno il servizio.

E si offre interamente a chi si fa carico del prossimo: a colui che rialza chi è caduto, a chi sa donare senza ricevere niente in cambio.

Così il Figlio dell’Uomo ha fatto grande la terra e tutti gli uomini; ha cancellato le loro umiliazioni; ha reso più forti i loro diritti; ha rimosso dalla società umana l’onta del disonore, annunziando la buona novella che tutti sono abitanti della casa del Padre. Questo vuol dire portare la salvezza.

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