Il buddhismo è una religione? (parte terza e fine)

pubblicato in: AltreViste 0

Il buddhismo è una religione? (parte terza e fine)

(del venerabile Ajahn Sumedho)

(parte terza e fine)

© Ass. Santacittarama, 2008. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Dal libro “La mente e la via”
Traduzione di Elizabetta Valdrè

Estratto del libro “La mente e la via”, su gentile concessione dell’Editore
Ubaldini.

* * *

Domanda: Il buddhismo è una religione/filosofia che volge il suo sguardo
prima di tutto all’interno?

Risposta: È quello che sembra, inizialmente, perché nella meditazione
buddhista ci si siede, si chiudono gli occhi e ci si volge all’interno. Ma
in realtà, la meditazione fa comprendere la natura delle cose, la natura del
tutto.

In quanto esseri umani, avete una forma assai sensibile. Il corpo è molto
vulnerabile ed esiste in un sistema universale immenso e impossibile da
capire. È facile lasciarsi intrappolare da una prospettiva in cui il mondo è
un oggetto esterno. Secondo tale visione, che si esprime in termini di
interno ed esterno, rivolgersi all’interiorità sembra meno importante. Ciò
in cui state penetrando sembra poca cosa in confronto alla vastità del
sistema universale esterno.

Se però lasciate andare le percezioni, lo stato condizionato della mente,
iniziate a percepire l’universo in un altro modo. Non si presenta più come
una separazione tra soggetto e oggetto. non abbiamo le parole adatte a
descrivere quella sensazione, possiamo solo dire che “la realizzate”.

L’analogia più calzante che mi viene in mente è con un apparecchio radio. Il
nostro corpo è una forma sensibile, come la radio o la televisione. Le cose
lo attraversano e tendono a manifestarsi a seconda degli atteggiamenti,
delle paure e dei desideri. Quando liberiamo la mente dalle limitazioni
degli stati condizionati, iniziamo a percepire che queste forme umane sono
recettori di saggezza e compassione.

D.: Allora in che cosa credono i buddhisti, ammesso che credano in qualcosa?

R.: È una domanda comune a cui non è facile rispondere. Se dichiariamo di
non avere alcun credo, la gente dice: “Allora non credete in nulla”. Noi
replichiamo: “No, non è così. Non crediamo neppure che non ci sia nulla”. E
ribattono: “Allora, credete che ci sia qualcosa; credete in Dio?”. +

Rispondiamo che non riteniamo necessario credere in Dio. E loro: “Allora
credete che non ci sia nessun Dio?”. E possiamo continuare a girare intorno
al problema in questa maniera, perché la gente pensa che religione equivalga
a un credo specifico: credere in determinate dottrine e posizioni teistiche,
oppure avere una posizione atea. Sono i due estremi della mente: credere
nell’eterno e credere nell’estinzione o nell’annullamento.

Ma quando parlate del buddhismo, non potete servirvi di tutte le idee che vi
siete fatti sulle altre religioni, perché non vanno bene. L’approccio
buddhista parte da un’angolazione diversa. Non siamo disposti a credere alle
dottrine, agli insegnamenti, ad alcunché ci provenga dall’esterno. Vogliamo
scoprire la verità per conto nostro.

La verità insita nelle cose deve essere a nostra disposizione. Altrimenti,
siamo solo essere impotenti, perduti in un universo misterioso, senza alcuna
possibilità di capire cosa ci accade e perché le cose sono come sono. Siamo
una sorta di incidente cosmico, o qualcosa di più? Gli esseri umani
avvertono che c’è qualcosa al di là dell’apparenza del mondo sensoriale. Il
sentimento religioso, la sensazione di star procedendo verso qualcosa, di
innalzarsi verso qualcosa, lo troviamo sia nelle società primitive sia in
quelle moderne. Siamo tutti coinvolti in un grandioso mistero, e vogliamo
sapere come confrontarci con esso.

Cosa possiamo fare nello stato in cui ci troviamo, incarcerati come siamo in
un corpo umano per sessanta, settanta, ottanta, novant’anni? Se c’è una
verità, dobbiamo essere in grado di aprirci ad essa e conoscerla. Altrimenti
saremo continuamente catturati dall’illusione, vivremo un’esistenza senza
speranza né scopo. Senza la verità, la vita non significa nulla, e non
importa quel che fate; la vita non ha valore di sorta. Ma anche se
sceglieste di accettare la visione nichilista secondo cui la vita è priva di
significato, non ne sareste comunque certi, non è così? Magari preferite
credere che non ci sia alcun significato, piuttosto che credere che ci sia,
ma ancora non lo sapete. Quello che sapete adesso è di non sapere, e le
cose, per ora, stanno così.

C’è l’atto del conoscere, non è vero? C’è l’intelligenza. C’è l’inclinazione
al buono e al bello. C’è il desiderio di sfuggire al dolorose e al brutto.

Gli esseri umani hanno sempre avuto aspirazioni. Ci odiamo quando viviamo
una vita meschina, autoindulgente, brutta. Proviamo vergogna quando compiamo
azioni malvage o grette: speriamo che nessuno ne venga a conoscenza. Se la
vita fosse totalmente priva di significato, non ci sarebbe alcun bisogno di
vergognarsi: potremmo fare le solite cose e non avrebbe alcuna importanza.

Ma poiché abbiamo la sensazione che alcune delle nostre azioni non sono né
meritevoli né sagge, aspiriamo a elevarci al di sopra degli istinti del
corpo e della mente.

Abbiamo l’intelligenza umana; formuliamo concetti elevati; concepiamo
mentalmente le cose migliori. La democrazia, il socialismo, il comunismo
derivano da pensieri di natura elevata in merito alla forma di governo più
giusta e più equa. Ciò non significa che i nostri governi ottengano
effettivamente gran che, ma ci provano. C’è il valore che attribuiamo a ciò
che è esteticamente raffinato: la bellezza nella musica, nell’arte e
nell’uso del linguaggio. Tutto ciò è indicativo dell’aspirazione umana verso
il bello e il buono. Aspiriamo a una visione del mondo più ampia e
universale: un solo pianeta, un unico sistema ecologico, una sola famiglia
umana. Questo genere di percezione è sempre più diffuso. L’umanità è ora una
famiglia globale, sotto molti aspetti: ciò che accade in Mongolia o in
Argentina riguarda tutti.

Possiamo espandere la capacità percettiva, spostarci dalla prospettiva
individuale in cui ci occupiamo solo di noi stessi, a una prospettiva
globale in cui della nostra famiglia fanno parte tutti gli esseri umani e
non solo la famiglia attuale o quella nazionale. Quando espandiamo la
coscienza, diamo vita a percezioni e concetti molto più amorevoli e
compassionevoli, che vanno al di là del prenderci cura di noi stessi come
individui. Si può andare ben oltre l’attenzione alla famiglia, al gruppo,
alla classe e alla razza. Si può espandere la coscienza fino a comprendere
tutti gli esseri umani, poi tutti gli esseri. La coscienza diventa
universale.

Condividi:

Lascia un Commento: