I “RIMEDI” MUSICALI

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I “RIMEDI” MUSICALI

di Federica Leva – classicaonline.com

Il termine musicoterapia, come abbiamo già avuto modo di analizzare precedentemente, esprime
un’alleanza sorprendente, dove s’uniscono elementi appartenenti a branche del sapere estremamente
differenti l’una dall’altra. La terapia, nel linguaggio medico, è “la conoscenza degli agenti
curativi ed il loro impiego per sollevare o guarire i malati”. La musica, invece, è l’arte
dell’organizzazione dei suoni. L’efficacia di questa apparentemente bizzarra comunione si ritrovano
storicamente già nei papiri egizi e nella Bibbia, e sia Platone che Aristotele hanno lasciato
documenti che attestano gli effetti benefici della musica utilizzata a scopo terapeutico. Di grande
interesse e attualità è “l’applicazione della musica a metodi di distensione e rilassamento;
soprattutto stati ansiosi e disturbi del sonno possono essere favorevolmente influenzati dal
training autogeno (J.H. Schultz) e dal training psicosomatico’. Per tutti i disturbi psicosomatici
l’aggancio di metodiche non solo verbali aumenta notevolmente le potenzialità terapeutiche. Per
malati particolarmente irrequieti ed insonni si può raccomandare dapprima Les pas sur la neige e La
fille aux cheveux de lin di Claude Debussy, e successivamente gli Charmes di Federico Mompou, come
Pour endormir la souffrance. Pour pénétrer le âmes e Pour inspirer l’amour. “

[…]

“Per fornire un’idea concreta dei benefici che è possibile cogliere tramite l’utilizzazione della
musica a livello terapeutico possiamo citare l’esempio riferito in un Seminario dell’”Associazione
Internazionale per l’espressione artistica nella terapia” al Monte Verità di Ascona, di una
giovinetta a tendenza psicotica. Dopo ripetuti tentativi di suicidio, si chiude in se stessa e
rifiuta qualsiasi contatto con i famigliari. Nulla più la interessa a questo mondo. Venti audizioni
l’accompagnano sul cammino che la riporta alla guarigione con intenso supporto psicoterapico (ed
anche psicofarmacologico). Bach e Ciajkovskij sono i maghi della sua “redenzione”.

Durante l’esecuzione del preludio della Bella addormentata nel bosco di Ciajkovskij (alla 18 e 19’
audizione) la giovinetta ad un tratto scatta in piedi e grida: “Voglio danzare!” Era salva. […] In
un lavoro, rimasto famoso, di Paperte sulla prima rivista americana di psicoterapia, si legge un
elenco di musiche classiche divise per categorie “psicotrope”: 1) musiche stimolanti: modicamente
eccitante (es. Le campane di S. Maria di Adams), gioiosa (es. Canto di primavera di Mendelssohn
Bartholdy), nettamente eccitante (es. Bolero di Ravel); 2) musiche sedative: meditativa (es. Canto
alla stella di Venere dal Tannahuser di Wagner), calmante e carezzevole (es. Dolce antico canto
d’amore), poetica (es. Chiaro di luna di Debussy), sognante (es. Il rosario di Nevin), deprimente
(es. Marcia funebre della sinfonia Eroica di Beethoven).

Per le persone depresse risultano utili musiche suadenti e sognanti, come i valzer viennesi e
soprattutto Lo Schiaccianoci di Ciajkovskij, adatto particolarmente al primo approccio. Infatti, non
di rado il depresso tende a rifiutare inizialmente l’approccio musicale. La tendenza melanconica ci
porta a prediligere la musica rinascimentale e barocca che sembra rianimare e rasserenare, talora
con effetti sorprendenti.

Pazienti con tendenze ansiose ed ossessive si avvantaggiano dell’ascolto di “Variazioni”
particolarmente pittoresche come quelle di Brahms su temi di Haendel e Paganini, e soprattutto le
“Variazioni Goldberg” di Bach. Sorpresa può destare l’effetto positivo su pazienti fobici della
“Musica per corde, celesta e percussione” di Bela Bartòk, che comprende tre percussioni diverse:
ascoltandolo è come se il fobico toccasse tanti oggetti diversi, che lo distraggono dalle sue fobie.

Quando il paziente si rivolge al centro di musicoterapia diretto dal terapeuta parigino Paul Sivadon
viene anzitutto sottoposto ad un’analisi psicologica. Il medico avvia con lui una conversazione che
di solito prolunga per circa mezz’ora. A seconda poi della sensibilità e della capacità ricettiva
del paziente per la musica, si fissa, “su misura”, un programma di tre ore. La scelta dei brani da
eseguire è affidata alla “commissione musicale” del centro, e può comprendere ogni genere di musica:
da Wagner, Verdi, Massenet alla musica sinfonica, alla musica pop o a quella elettronica. A capo
della “commissione musicale” c’è — quale garanzia di serietà — il violinista Yehudi Menuhin. Durante
le audizioni i pazienti a volte sono controllati mediante encefalogrammi. I brani di musica sono
selezionati in modo da influire nella misura più intensa possibile sullo stato d’animo del malato.
In quanto strumento di disciplina del pensiero e di espressione delle emozioni attraverso la
motricità, che però tocca sfere del subconscio ma accessibili all’educazione intesa nel senso
abituale, la musica trova ampio impiego nel campo della pedagogia e del recupero dei minorati
fisici, dei bambini non udenti e non vedenti, nelle turbe del linguaggio e anche negli insufficienti
mentali gravi.

Si può far rientrare nella musicoterapia di tipo preventivo quella ad indirizzo psicopedagogico che
trova la sua sede elettiva nelle istituzioni scolastiche, educative e rieducative. Si tratta di una
educazione con la musica e per mezzo della musica per favorire lo sviluppo della creatività, la
socializzazione, la consapevolezza della corporeità, così da contribuire alla strutturazione di una
personalità equilibrata.

Un’applicazione particolarmente valida della musicoterapia è quella che si riferisce ai soggetti
handicappati, in particolare ai bambini autistici. […] Il bambino autistico, per la sua paura del
mondo esterno e per il suo timore di comunicare, può essere avvicinato solo da un linguaggio
preverbale, come la musica. Egli non ha paura dei suoni, degli strumenti musicali e della chitarra
in particolare. Un intervento musicoterapico permette di tentare un approccio relazionale e
terapeutico col bambino autistico, senza il rischio che egli si chiuda ancora più profondamente in
se, come potrebbe capitare con l’uso di un linguaggio puramente verbale.

Esperienze condotte negli Stati Uniti su bambini con alcuni problemi psicofisici (ritardo
nell’apprendimento, turbe del carattere, ecc.) hanno dimostrato quanto sia efficace imparare a
suonare uno strumento per favorire lo sviluppo psicomotorio da una parte, e anche quanto il suo
influsso risulti positivo sul carattere.

La professoressa Ruth Gal, direttrice di Conservatorio in Francia, ricorda l’esperienza di una
ragazzina handicappata di dodici anni che non sapeva né leggere né scrivere e neppure riconoscere le
proprie dita. Ai genitori della piccola fu consigliato di avviare la figlia allo studio di uno
strumento musicale, e in soli tre anni di studio del pianoforte la bambina riuscì a riconoscere e a
superare diverse difficoltà ritmiche, e a suonare addirittura alcuni brani. Nel frattempo imparò a
leggere, a scrivere e a far di conto. La terapia musicale aveva liberato e guidato le sue facoltà
che probabilmente non sarebbero state individuate in altro modo.”

Una musicoterapia efficace, quindi, sollecita gli elementi positivi dell’individuo: volontà,
coraggio, decisione, fiducia, intelligenza, e, ad un livello più profondo, la musica, in quanto
“agente omeostatico” facilita il ristabilimento dei ritmi fondamentali.

Tratto e rielaborato da Il Terzo orecchio, Delli ponti-LubanPlozza

Si parla anche di espressività corporea (Gestalt) e “grafica musicale” in relazione alle
applicazioni sempre più frequenti della musica in ambito terapeutico.

Il brasiliano David Akstein, ispirandosi a certi ritmi di danze africane e brasiliane, ha sviluppato
una particolare tecnica di trance cinetica, indotta da un determinato ritmo musicale (da lui
chiamata tersicoretranceterapia) che produce un’intensa liberazione emozionale, utile nel
trattamento delle psiconevrosi e delle turbe psicosomatiche.

Si tratta di un tipo di musica che favorisce la distensione ed il rilassamento, l’ipotonia
muscolare, che si indirizza al corpo e allo spirito in modo infraverbale, arcaico, passando al di là
delle resistenze intellettuali. Essa ristabilisce ritmi biologici di fondo e facilita un miglior
controllo tonico-emozionale; provoca inoltre un sentimento di benessere ed apre le porte ad una
comunicazione interpersonale più autentica… questa musica sembra adatta per essere utilizzata con
profitto nella patologia dei malati psicosomatiche.

Anche il problema, oggi emergente, dell’assistenza agli anziani, con tutte le componenti di
inadeguatezza, decadimento fisico e di depressione psichica tipici di questa età, può trarre
vantaggio dalla musica.

Alcuni aspetti chimici, sociali e pedagogici della musicoterapia possono concorrere utilmente
all’opera di riabilitazione psicologica, fisiologica e sociale dell’anziano in difficoltà.

L’impiego terapeutico della musica può servire a stimolare alcune funzioni motorie, processi
intellettivi e creativi, funzioni percettivo-acustiche, funzioni sensoriali discriminative, processi
di integrazione sociale e altre facoltà ancora.

Tenendo conto degli interessi dei singoli e/o del gruppo è possibile attuare un progetto
riabilitativo attraverso attività musicali terapeutiche opportunamente coordinate fra loro e
inserite nell’ottica di un modo alternativo per la prevenzione e la profilassi dei problemi e delle
malattie dell’invecchiamento.

Malati qualificati come “analfabeti emotivi” possono essere bloccati nel loro mondo “razionale” e
utilizzando il linguaggio — senza parole —dei loro organi. Non sono però degli “analfabeti
musicali”, anche se percepiscono certi suoni come stridenti, in modo del tutto sfalsato rispetto a
persone in buona salute. Essi possono perfettamente presentare una musicalità emotiva; siccome la
musica chiama in causa il corpo, essi possono trovare a questo livello un adeguato luogo di
espressione.

L’Accademia di riabilitazione dell’Università di Heidelberg ha dimostrato in un suo recentissimo
studio la necessità di preparare un maggiore numero di musicoterapisti che potrebbero essere
coinvolti nella terapia di turbe funzionali, psicosomatiche e anche psicotiche come pure nel
processo riabilitativo di malati con gravi disturbi di tipo neurologico.

In studi recenti, in corso di pubblicazione, E. Pasini ha ipotizzato che la musica in genere, specie
se personalizzata, migliori il senso di solitudine, di isolamento e di frustrazione in molti anziani
che risiedono in Case di riposo e che possa anche influenzare favorevolmente alcuni ammalati del
morbo di Alzheimer.

Il messaggio semantico della musica può stimolare l’inconscio e quindi essere valido anche verso chi
inizialmente è refrattario a tale messaggio perché non capisce o ritiene di non capire la musica.

L’ascolto di musica piacevole provoca in noi una produzione e circolazione di endorfine, in armonia
(anche in senso letterale) con i nostri stati istintivi/emotivi/comportamentali. Questa
musicoterapia di livello immunologico promette nuove aperture per la connessione del sistema
nervoso.

L’alleanza con il suono può sorgere in modo non esplicito proprio perché è la musica che “capisce”
l’uomo e non è l’uomo a dover capire la musica. Con un neologismo potremmo parlare di “musicamento”:
la musica come medicamento.

Federica Leva

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