HIPPIE: SADHU D’OCCIDENTE

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HIPPIE: SADHU D’OCCIDENTE

di Giuseppe Gorlani

A distanza di più di sei lustri dal periodo in cui emerse e scomparve la figura dell’hippie, oggi
molti credono che su di lui sia stato detto tutto, ma così non è. In realtà, a quanto mi consta,
buona parte di ciò che si è scritto in proposito non lo riguarda. L’hippie, nel suo significato più
nobile ed essenziale, non aveva infatti nulla a che vedere con il contestatore di sinistra, studente
od operaio, con il reazionario di destra, con l’intellettuale impegnato, con il “drogato” o con il
barbone mendicante, e neppure con il presunto artista che, insieme all’acqua sporca dell’ipocrisia
culturale dominante, gettava via il bambino della bellezza atemporale. Dato che la moda
dell’hippismo non lo riguardava menomamente, è dunque improprio affermare che su di lui sia fiorito
il mercato della pseudo-spiritualità contemporanea o che per suo tramite siano dilagate nella nostra
putrescente civiltà occidentale idee antitradizionali quali la negazione tout court dell’autorità,
il pacifismo incondizionato o un comunismo orizzontale all’interno del quale si pratichi la
promiscuità sessuale; e neppure è lecito affermare che attraverso di lui siano penetrate idee
politico-sociali innovative nel senso progressista in auge.

L’hippie, essendo un uomo del Tao, si muoveva (o, meglio, si muove) fuori dal tempo e da una visione
dell’uomo e della vita irriducibilmente fondata sull’ignoranza (avidya). L’illusione della Storia,
il moto ondoso dell’apparire e scomparire delle civiltà, la teoria dell’evoluzione, con i suoi
derivati, e le varie dottrine evoluzionistiche non gli interessavano; i suoi punti di riferimento
fondamentali e fonti di ispirazione erano la Natura e il sapere-saggezza – a tutt’oggi vivo presso
alcune tradizioni orientali – che risveglia alla Conoscenza silenziosa (una non-conoscenza, da un
punto di vista ottenebrato). Parafrasando i primi versi del Tao Te Ching, si potrebbe dire:
“L’hippie di cui si può parlare non è l’eterno hippie”.

In questo scorcio di Kali-yuga, egli va pertanto considerato come una testimonianza dell’archetipo
dell’uomo irrudicibilmente libero (l’Adam Kadmon, l’Uomo universale, il Purusha) o, quantomeno,
dell’aspirante alla Liberazione.

A conferma di quanto sopra, basti ricordare quali fossero gli Autori, i testi o le Scuole
sapienziali ai quali egli attingeva: Meister Eckhart, Angelus Silesius, Kabir, le Upanishad, la
Bhagavad-gita, il tantrismo shivaita, il già citato Tao Te Ching , l’I Ching, i Maestri Zen o Ch’an
illuminati, i saggi e i poeti Sufi, Don Juan, uomo di conoscenza Yaqui, per non citarne che alcuni
tra i più significativi. Si noterà come il denominatore comune di tale breve elenco sia la
Non-dualità. La via percorsa dall’hippie fu dunque quella dell’Ineffabile – ovvero, stando alla
terminologia sanscrita, nirguna: priva di qualificazioni – circa la quale si può dire ben poco, pena
il travisarla, riducendola all’ennesima corrente pseudospirituale accampante pretese di monopolio
della “verità”.

Una volta precisato apofaticamente il suo status metafisico, credo tuttavia sia necessario dare
dell’hippie un’immagine più concreta. Egli, innanzitutto, rifuggiva le città, considerandole
un’espressione della grave malattia nella quale è andata gradatamente cadendo l’umanità; le mura, i
grandi agglomerati di case, le strade senza asperità, la ricerca della comodità ad oltranza,
un’organizzazione sociale negatrice di ogni dignità e libertà da che cosa nascono, infatti, se non
dalla paura della Natura sia nel suo aspetto femminile, che in quello maschile? Per chi si sia
liberato dal plagio della «grande ipocrisia», alla quale già accennava Lao Tse duemila e seicento
anni fa, è palese che la tanto decantata civis condanna l’uomo ad uno stile di vita artificioso ed
astratto, contrario al vero benessere e alla realizzazione del suo dharma (dovere-destino)
essenziale: la Conoscenza di Sè in quanto Uno-Tutto. Nelle città l’individuo, pur essendo circondato
da migliaia o milioni di altri suoi simili, vive in una condizione di profondo isolamento ed
alienazione che lo impossibilita a comunicare (da cum-munire: edificare insieme). Ne deriva
l’imperativo del regressus ad uterum: il ritorno all’Origine atemporale attraverso la Madre-Shakti;
e incidentalmente occorre notare come tale orientamento – in cui la Natura vale quale stigma del
Divino – sia del tutto diverso da quello caratterizzante un certo ecologismo, oggi assai diffuso e
propagandato, la cui preoccupazione principale consiste nel preservare la durata e la salute della
terra-oggetto soltanto per poterla più a lungo e meglio sfruttare.
Evadere dalla prigione-città non è però facile: per abbattere il muro interno ed esterno in cui il
burattino-schiavo dell’Era Oscura si dibatte sono necessarie una grande forza ed una precisa
conoscenza sovrasensibile che l’istruzione scolastica e quella religiosa, coadiuvate da un esercito
di psichiatri, secondini della mente, hanno viepiù tentato di negare e cancellare, soprattutto in
Occidente. Ecco allora apparire provvidenzialmente all’orizzonte, insieme ad altre forme di
iniziazione valide ma meno deflagranti e rapide, le medicine estreme delle sostanze psicotrope o
“acque corrosive”. Il fatto che siano “estreme” sottolinea subito la loro pericolosità, almeno dal
punto di vista dell’identificazione nella soggettività. Esse, se utilizzate in senso liberatorio e
sacrale, valgono infatti quali scorciatoie, esplosivi o veleni capaci di abbattere resistenze
tenaci, corrodendo una coscienza di sé costipata nello spazio ristrettissimo di una visione di vita,
quella moderna occidentale, secondo il cui falso sapere l’uomo si riduce ad essere soltanto un corpo
ed una mente dicotomica.

Tale impervio sentiero non è però spurio o riprovevole, come gli ignoranti paludati da sapienti
vogliono farci credere; esso infatti è stato riconosciuto e pregiato presso molti popoli sin dalla
notte dei tempi. In proposito, va ricordato ante omnia l’avvaloramento autorevole di Patañjali, il
codificatore dello Yoga, il quale scrive nei suoi Yoga Sutra, introducendo il quarto capitolo
(Kaivalya Pada): “I poteri (siddhi) compaiono sia in virtù della nascita, che per mezzo di elisir,
mantra, pratiche ascetiche, e per mezzo del samadhi”. Malgrado alcuni commentatori occidentali
neghino ogni relazione tra gli «elisir» citati da Patanjali e le “droghe” che gli hippies
utilizzarono, è evidente che con tale termine – che in una diversa versione, non ricordo più quale,
suona assai più efficacemente: «piante che danno luce» – si intendono proprio simili sostanze. Lo
dimostra il fatto che a tutt’oggi in India i sadhu, soprattutto quelli shivaiti, assumono bhang e
datura e fumano ganja, charas e hashish a fini illuminativi o realizzativi. È importante
sottolineare che, essendo tali sostanze considerate come ipostasi degli aspetti femminili o maschili
di Shiva, la loro assunzione equivale ad una sorta di comunione col dio, l’unico che, nel vastissimo
corpus mitologico di quella terra, fu in grado di assumere il veleno derivato dalla produzione
dell’amrita, la bevanda dell’immortalità. Shiva è altresì il patrono per eccellenza o l’archetipo
dei sadhu, degli yogin, dei sannyasin, degli aghorin, degli asceti-tapasvin, dei tantrika, ovvero
dei mahavira, i grandi eroi dello Spirito che percorrono la via del ritorno (nivritti marga) alla
Realtà ultima.

Quanto sopra non dev’essere interpretato, si badi bene, come un incoraggiamento ad usare in modo
superficiale le piante di potere, bensì quale argomentazione a sostegno dell’uso spiritualmente
valido che ne fecero gli hippies. Le stesse, infatti, se usate soltanto a fini ludici, vanno né più
né meno equiparate alle sigarette, all’alcool, alla televisione, agli psicofarmaci e alle numerose
altre “droghe”, più o meno nefaste, spacciate come lecite o illecite, a seconda del tornaconto,
nella nostra società.

Gli hippies comunque non consideravano tutte le sostanze psicotrope valide ai fini della liberazione
dall’ignoranza, ma tendevano a prediligere quelle naturali, le stesse usate dai sadhu indiani, con
l’esclusione degli oppiacei (in particolare, morfina ed eroina) – che ottundono la coscienza invece
di espanderla ed acutizzarla – e in genere di quelle che danno gravi effetti di dipendenza. Tra gli
allucinogeni (naturali o sintetici) ebbero grande importanza l’LSD – sostanza semisintetica poiché
per produrla è necessario partire sempre dall’alcaloide della segale cornuta – la datura stramonium
o, meglio, inoxia (la varietà più potente che cresce ai tropici) e il fungo psilocybe.

La morfina e l’eroina vennero introdotte negli ambienti dei giovani non omologati dall’establishment
con il preciso intento di distruggere e vanificare dall’interno le loro istanze di liberazione. «We
can change the world» faceva paura: non si poteva accettare che dal recinto degli schiavi produttori
di energia qualcuno fuggisse. Molti caddero nella trappola, ma non tutti. Quei pochi che in India
vennero iniziati da autentici Baba all’uso sacrale del chilum si sottrassero all’eccidio. La
consapevolezza che il chilum di ganja o l’LSD sono soltanto strumenti, il dito che indica e non la
luna indicata, permise a costoro di non affondare nei pantani della dipendenza e di volare leggeri
verso il Sole ineffabile.

Sull’LSD, comunemente detto “acido”, sono state dette e scritte molte cose: secondo taluni
ditruggerebbe le cellule cerebrali, secondo altri provocherebbe «danni e aberrazioni cromosomiche,
specie rottura e diploidismo» o indurrebbe al suicidio, ecc. Ecco che cosa ne pensa lo scopritore
Albert Hofmann: «Era cattiva informazione. Con assoluta certezza l’acido non produce dipendenza, non
distrugge cellule, non ha controindicazioni mediche. L’unico problema è essere pronti a superare la
prima volta. Lo shock della rivelazione. Ci sono stati casi di ragazzi che non sono più riusciti a
tornare indietro con la testa».

Personalmente, avendolo sperimentato ad abundantiam, soprattutto a Goa, nelle vicinanze dell’allora
minuscolo villaggio di Anjuna, durante le grandi feste psichedelico-tantriche (full moon parties)
del ’71, posso dire in tutta sincerità che la sua assunzione esponeva ed espone a seri pericoli: la
maggior parte degli individui non riesce a reggere la rivelazione abbagliante sulla divinità della
propria natura intrinseca e al minimo accenno di dissolvenza della «descrizione del mondo» – per
usare una locuzione cara a Don Juan – va “fuori di testa”. Se prima della rimozione più o meno
violenta del velo misteriosamente steso sulla Realtà non ci si è meritata l’iniziazione di un
autentico Guru, è assai improbabile che di punto in bianco si riesca a conciliare l’evidenza di
essere nel contempo un dio ed un microscopico frammento di vita condizionato da mille necessità. E
neppure si riesce a comprendere come la nozione ordinaria di realtà possa convivere con l’indefinita
molteplicità delle dimensioni coesistenti qui ed ora; l’onda deve morire all’illusione della propria
separatezza se vuole risvegliarsi oceano. In questa difficoltà va ravvisata una tra le principali
ragioni per le quali nel Mondo Antico le iniziazioni ai Piccoli o Grandi Misteri venivano rese
accessibili soltanto ad aspiranti dotati di precise qualificazioni, in primis la disponibilità a
confrontarsi con la morte iniziatica: la rinuncia all’identificazione in quel che non si è. Occorre
precisare, però, che per un numero esiguo di giovani quelle esperienze valsero quali chiavi capaci
di schiudere porte sull’Infinito.

Durante i cinque o sei full moon ai quali partecipai non si usavano soltanto LSD, ganja o hashish,
ma anche molte altre droghe, alcune delle quali ancor più pericolose, per esempio la datura inoxia.
Quest’ultima, infatti, oltre a produrre effetti immediati assai sgradevoli (nausea, abbassamento
della vista, atrofia della gola con conseguenti inibizioni della parola e del gusto) immerge tanto
subitaneamente negli imi della multidimensionalità dell’universo da indurre lo sperimentatore non
qualificato alla follia, relegandone la coscienza nelle tenebre dell’inconscio. Essa, divorando in
un sol boccone ogni possibilità di riconoscersi nella percezione ordinaria, toglie all’istante
qualsiasi sostegno. Se ne possono masticare i semi, bere decotti di ogni sua parte, fumare i fiori o
le foglie. Ho visto giovani morirne, cadendo da rocce o alberi, altri tornare allo stato ordinario
dopo alcune settimane senza ricordare nulla, e altri ancora non riuscire più a recuperare il proprio
equilibrio psichico. È una tra le piante di potere preferite dagli Stregoni-Sciamani, giacché,
attingendo all’akasha, l’etere onnipervadente, rivela la rete impalpabile secondo cui ogni cosa è
unita al tutto e mette in contatto con la memoria della Terra e del Cielo. I popoli arcaici la
utilizzavano con estrema cautela e riverenza per comunicare con gli antenati e i mani e ricordare il
Tempo delle Origini. Un suo aspetto esaltante e temibile insieme è che può modificare in modo
indelebile la struttura sottile della percezione. Chissà per quale ragione, tra i pochi che
conservano frammenti di ricordi, quasi tutti affermano di aver visto giganti. Superfluo dire che la
si sconsiglia vivamente, a meno che a proporcela sia un autentico Maestro in grado di assisterci.

Il filo conduttore dell’esperienza psicotropa era il motto all right now, “tutto è bene ora”;
secondo la prospettiva di quelli che aspiravano alla visione illuminativa irreversibile, trattavasi
pertanto non di una semplice evasione, contestazione, protesta o “sballo”, bensì di una sorta di
“suicidio” dell’ego o della mente dicotomica fondato sulla consapevolezza innata (ma comunque
accuratamente coltivata per tutta la vita), o ricevuta tramite iniziazione, di essere uno con Shiva,
il Bene supremo trascendente ed immanente ad un tempo ed anteriore ad ogni pensiero.
Per fortuna, durante tali feste, arrivarono, attratti dalle potenti emanazioni psichiche e
spirituali degli hippies, alcuni sadhu shivaiti la cui preziosa presenza aiutò i “predestinati” ad
incanalare l’energia cosmica ascendente – nella terminologia yoga detta kundalini: sintesi dei
princìpi maschile e femminile – nel sottilissimo canale mediano (susumna) sfrecciante oltre i due
estremi dell’autogratificazione e dell’autodistruzione egoica, dell’attacamento e della rinuncia,
del bene e del male, del paradiso e dell’inferno.

In sintesi, usare le piante di potere è un po’ come interrogare un oracolo al quale si chieda chi si
è realmente: una risposta chiara si otterrà soltanto se la domanda sarà ben posta. E, una volta
ottenuto quello che si desiderava sapere, sarebbe assurdo tornare reiteratamente a chiedere.
Insospettiscono perciò quei sedicenti hippies che a distanza di trent’anni continuano ad usare
quotidianamente il joint o il chilum, magari mescolando le piante sacre con il tabacco di sigaretta.
A me pare che costoro non si rendano conto che, unendo l’erba o l’hashish alle sigarette, si
precludono la possibilità di ricevere influssi illuminativi e, invece di accedere a spazi di più
ampia gioia e libertà, si confinano in gravi forme di schiavitù e dipendenza. Il tabacco di
sigaretta è infatti un veleno mortale sia per il corpo che per l’anima; esso uccide forse più
lentamente dell’eroina, ma il suo scopo è lo stesso: indirizzare le aspirazioni al sacro e
all’estasi verso le paludi del nichilismo. La faccenda sarebbe del tutto diversa se si usasse
tabacco naturale, come del resto facevano i sadhu di quell’India non ancora del tutto
occidentalizzata (e dunque non inquinata chimicamente) di trenta o trentacinque anni fa e della
quale ora non rimangono che minuscoli frammenti.
In ogni caso, anche l’uso prolungato dell’erba e dell’hashish puri o mescolati con tabacco naturale
non è esente da effetti collaterali negativi: spossatezza, problemi di digestione, una certa
assuefazione psichica, ecc.; la cosa migliore sarebbe assumerli saltuariamente, in un contesto
ritualizzato o sotto la guida di un maestro.

Insieme alle sostanze psicotrope, altro ingrediente fondamentale di quelle feste e, più in generale,
dell’esperienza psichedelica fu la musica rock. Tra gli hippies che stazionavano ad Anjuna nel ’71
correva voce che alcuni esponenti degli Who, passati di lì poco tempo prima, avessero loro donato un
sofisticato impianto hi-fi con due enormi casse nere per la diffusione del suono. Qualunque fosse la
sua provenienza, l’impianto c’era, custodito all’interno di un tee-pee in un valloncello che si
affacciava sul mare, e posso garantire che la sua potentissima presenza si faceva sentire. Negli
stati di coscienza intensificati ed espansi nei quali ci trovavamo ascoltare a tutto volume Who’s
Next, con l’indimenticabile Won’t Get Fooled Again, Sticky Fingers, degli Stones, In Search of the
Lost Chord dei Moody Blues, Eric Burdon and the Animals, i Jethro Tull e molti altri dischi e band
fu davvero un’esperienza che aprì in modo irreversibile alcune porte (cakra) dentro di noi. Immagino
che altri, come me, si saranno chiesti: «È musica oggettiva quella che si espande nell’aria,
intrecciandosi con il pacato sciabordio delle onde sotto la luna, oppure si tratta di vibrazioni
della mia anima assumenti forma intelligibile?». Avevo rincontrato pochi giorni prima una ragazza
italo-francese di nome Elian e una voce, in non so quale canzone, mi ripeteva insistentemente: «The
secret is Elian, the secret is Elian…», mentre il ritmo mi sospingeva verso il maithuna, le nozze
alchemiche, quasi fossi stato un’epifania dello stesso Shiva vagante stoned (ubriaco) di bang e
datura nella foresta in cerca della Shakti. Incontrai la tigre, «divampante folgore / Nelle foreste
della notte»; vidi sulla fronte di Elian uno svastika azzurro ruotare lentamente; in quel segno
senza tempo precipitai, anch’io ruotando, stella a cinque punte, con le braccia spalancate; vidi la
Terra volare nello spazio; udii il Pranava, il suono cosmico Om, la Voce di Dio. Sulla riva del mare
inargentato dai raggi di Chandra, con i piedi lambiti da piccole onde, mi abbandonai all’estasi di
Shiva Nataraja, il dio della danza, travolto dalle note rapinose di Bitch. Ad un tratto mi ritrovai
con un libro aperto tra le mani e lessi: «Abbiamo bevuto il Soma, abbiamo visto gli Dei, siamo
diventati immortali».

Verso l’alba, l’accampamento si era stranamente diviso in due metà: da un lato si agitavano i
“cattivi” che emanavano taglienti pentacoli capovolti, camminavano sul fuoco, celebravano sacrifici
di sangue, mangiavano carne cruda, evocavano animali feroci e demoni, gridavano mantra terribili
laceranti le orecchie; e dall’altro ondeggiavano i “buoni” con sitar, bellissime ragazze, cibo
squisito, canti angelici, ghirlande e fiori tra i capelli. Al centro correva una sottilissima linea
invisibile, sulla quale, forse in virtù del fatto che avevo già incontrato a Kashi il mio Baba
iniziatore, mi “svegliai” consapevole di non essere soltanto un piccolo “io” con nome e cognome,
data di nascita e di morte, bensì l’Io Sono Vita. La dualità esterno-interno, bene e male, nascere e
morire era sparita, dissolta dal tocco risolutore dell’Ineffabile.

Dai fool moon di Goa i giovani (ma vi erano anche individui di quaranta o più anni) colà convenuti
da ogni parte del mondo prendevano diverse strade: alcuni, costeggiando il mare per una decina di
chilometri, si dirigevano verso Arrambol, “Il lago della tigre”, un luogo affatto selvatico con un
grande banyan, un meraviglioso laghetto a pochi passi dal mare, diversi felini, scimmie, serpenti e
tartarughe, dove ci si poteva dedicare allo yoga o alla sperimentazione della datura che lì cresceva
abbondante; altri si immergevano nell’India profonda ed incontaminata per partecipare allo
Shivaratri di Hampi, o per rendere omaggio ai più disparati luoghi sacri, soprattutto al Nord, dato
che coll’avvicinarsi della primavera nel Centro-Sud cominciava a fare piuttosto caldo; e altri
ancora, i più, si sottomettevano ai numerosi “guru” ad hoc che «l’India borghesuccia» sfornava per
gli occidentali.

Personalmente, giacché visitai Goa in tempi diversi, ebbi modo di andare ad Arrambol, ad Hampi e,
dal ’73 al ’75, di assistere al vero e proprio esodo verso Rajneesh. Anche a me fu chiesto di
conoscere “Bhagwan”, a Poona, ma, sebbene spesso l’invito provenisse da splendide ragazze, ogni
volta rifiutai poiché avevo già incontrato il mio Maestro – un sadhu senza nome che mi tenne con sé
a Kashi per tre mesi e poi mi condusse oltre Rishikesh, alle sorgenti di Madre Ganga, dove scomparve
-, e inoltre mi urtava il fatto che tutto si dovesse pagare: ingresso nell’ashram, mala (collana di
grani di legno con appesa l’immagine del maestro), iniziazione, meditazioni varie, ecc.

Gli hippies furono gli ultimi occidentali a poter calcare la via dell’Oriente in piena libertà. Essi
amavano sia il viaggio interiore che quello fisico, considerandoli un tutt’uno. Percorsero il lungo
tragitto dall’Europa all’India e al Nepal con treni, autobus, automobili o pulmini preparati in modo
speciale, o altri mezzi di fortuna, spesso senza denaro e passaporto. I popoli islamici li
guardarono con simpatia, intravedendo in essi consonanze con la follia sufica. L’India del
Sanatana-dharma li accettò e Shiva li prese sotto la sua protezione.

Per quanto mi riguarda, cominciai a “viaggiare” a diciott’anni, nel ’65, allorché, dopo essermi
fortunosamente diplomato, me ne andai a Roma in Piazza di Spagna, prima con una vespetta cinquanta e
poi in autostop. Colà, i primi “capelloni” italiani cantavano le canzoni dei Rokes, solidarizzavano
tra loro, bevevano vino e andavano a dormire a Villa Borghese, senza che Carabinieri o Polizia li
disturbassero troppo. Ma il mio vero viaggio iniziò a ventun’anni, nel ’67, allorché, finito il
militare, abbandonai i miei genitori, l’università e il lavoro per andarmene a Genova con la
fanciullesca idea (avevo letto molti libri di avventure) di imbarcarmi come mozzo per l’Oriente. A
Genova, in Piazza de Ferrari e nel dedalo di carruggi della città vecchia, conobbi molti altri
giovani nelle mie stesse condizioni, mi innamorai, sperimentai per la prima volta l’erba, l’hashish
e l’acido e scopersi finalmente il grande rock (erroneamente definito “musica leggera”) e la musica
indiana.

Mi trovavo in una soffitta di una vecchia casa in Piazzetta San Bartolomeo dell’Olivella quando feci
il mio primo tiro da un joint d’erba; sul piatto del giradischi stavano sospesi su una lunga asta
otto LP: il doppio bianco dei Beatles, i Vanilla Fudge – con la loro lunga e magica versione di
Season of the Wicth di Donovan -, i Moody Blues, Wanderwall di George Harrison, The Pretty Things,
Ravi Shankar ed altri. La scoperta della musica rock mi colpì come una sorta di eucatastrofe: i
suoni, i colori e le forme vibravano all’unisono davanti al mio occhio interiore, dando vita a
strutture mandaliche innumerevoli e portando in superficie il magma dell’inconscio; per la prima
volta la serpe annodata della Kundalini si sciolse nel plesso solare e dal muladhara cakra iniziò la
sua ascesa verso l’alto. La paranoia della polizia che serpeggiava tra i presenti mi apparve come
una parata di denti-soldatini sorridenti nella bocca di un drago e ciò mi permise di comprendere che
si è e si vive quello che si pensa: la monolitica realtà oggettiva, circa la cui unicità ci avevano
persuaso sin dalla nascita, finalmente crollava al soffio soave e potente della Signora in Verde,
l’Erba; oltre le sbarre divelte si intravvedevano vasti orizzonti, mentre qualcuno cantava «la
realtà non esiste».

Poco dopo sperimentai l’LSD e scoprii la musica di Claudio Rocchi: l’unico tra gli italiani che,
avendo colto lo spirito hippie, era in grado di reggere il confronto con i musicisti
anglo-americani; i suoi “voli magici” sapevano davvero far viaggiare.

A Genova, ispirato prima dalle letture di William Blake, di Baudelaire e dei poètes maudits, poi da
Ginsberg, Kerouac e Burroughs scrissi in una prosa veloce e poetica un libretto, Anatema, che si
rivelò profetico per me e forse anche in parte per la mia generazione. Esso si conclude con le
seguenti parole: «Rinnego totalmente l’occidente, questa parte del mondo in cui regna la fretta e
dove gli uomini vivono le proprie vite come carni da macero e dove capelloni, vecchi, studenti,
impiegati, ladri, poeti, prostitute e signore, tutti quanti insieme, non sanno far altro che
esultare e abbracciarsi perché due stronzi camminano sulla luna. Rinnego senza esitare l’Europe aux
anciens parapets, quest’insondabile e vecchio animale dove solo con estrema fatica possono, di tanto
in tanto, crescere vagabondi straccioni illuminati; patria di centenarie generazioni d’ombra, su di
essa io sputo e sopra la sua carcassa di vecchie e ridicole glorie, in attesa di andarmene lontano».

Immediatamente dopo, insieme a Marina e alla sua bambina di tre anni, partii via terra per l’India.
Giunti in Afghanistan, dovemmo però fermarci poiché imperversava l’ennesima guerra fratricida –
lascito dei civilissimi inglesi – tra l’India e il Pakistan. L’incontro col mondo islamico fu
davvero magico e sorprendente: rendersi conto che esistevano tradizioni e modi di vivere del tutto
diversi da quelli occidentali valse quale ulteriore e potente rivelazione. Gli afghani guardavano
gli hippies con divertita curiosità e rispetto, ma in loro non albergava alcun senso di inferiorità;
quegli uomini e quelle donne (queste ultime ebbi modo di vederle a viso nudo all’interno di alcune
case in cui venimmo ospitati) erano manifestatamente contenti e fieri della propria Tradizione e del
proprio stile di vita fermo nel tempo.

Agli ottenebrati che credono nella supremazia assoluta dell’Occidente – prima cristiano e adesso
tecnologico e scientista – sembrerà una cosa assurda, ma per gli hippies era assai più gratificante
vivere in mezzo a quella gente semplice e fiera piuttosto che nelle inquinate città dalle quali
provenivano. In Afghanistan ci si poteva sedere per terra; si poteva fumare hashish puro in
meravigliose pipe ad acqua quanto e dove si voleva, sorseggiando tè verde; quotidianamente si
ascoltava e suonava musica per le strade; nel raggio di centinaia di chilometri non si intravedeva
la benché minima ombra di fabbriche-prigioni sputaveleni e i mezzi di locomozione continuavano ad
essere soprattutto cavalli e cammelli; i cibi erano squisiti ed assolutamente naturali; la vita
costava pochissimo; il senso del sacro era vivo e palpabile e non di rado capitava di incontrare
occhi accesi da una luce particolare. In sostanza, in quel Paese, che la propaganda anglo-americana
ci ha di recente dipinto quale emblema delle peggiori barbarie, noi ci sentivamo liberi.

Il rigetto della tecnologia e del becero tradizionalismo imperante non era comunque espressione di
una moda o di un atteggiamento esterofilo, esotico o superficiale, bensì derivava dalla comprensione
– suffragata da una Tradizione sapienziale pressoché universale definita da A.K. Coomaraswamy
Philosophia Perennis – dell’inutilità di perseguire mete effimere, assumendo abiti mentali
menzogneri e violenti. Il distacco era volto sia all’esterno che all’interno: l’hippie, ispirato
dalla grazia del Mistero, sapeva che soltanto la soluzione dell’ignoranza al fondo di sé può
favorire la nascita di un mondo armonico e bello, affrettando l’arrivo del Kalkin Avatar.

Fu quindi nell’ottica di un superamento della dicotomia esterno-interno che il passaporto e il
denaro – i quali, pur essendo in sé e per sé solo carta straccia o semplici strumenti per nutrirsi e
viaggiare, simboleggiavano l’attaccamento ad una identità artificiosa – vennero rifiutati. Basta un
attimo di riflessione impersonale per realizzare, almeno intellettualmente, che, prima di essere un
nome e cognome (l’onda), siamo l’Io Sono Vita onnipervadente (l’oceano), in sanscrito l’Atman. Non
si semina denaro per produrre grano, riso o frutta, e non abbiamo chiesto noi di vivere e di essere
quello che siamo; perciò, se esiste uno stomaco preposto a precise funzioni, esisterà
necessariamente un cibo adatto a lui. In una conversazione con Shri Pillai, Shri Ramana Maharshi, il
saggio di Arunachala, affermava eloquentemente: «Qualsiasi fardello venga posto sulle spalle di Dio,
Egli lo porta. […] Sappiamo che il treno porta tutti i carichi, e quindi, dopo esservi saliti, a
che serve portare il nostro piccolo bagaglio sulla testa e stare scomodi, invece di deporlo sul
pavimento e metterci a nostro agio?».

Prima di cacciare o di faticare, coltivando la terra, l’uomo si sostentava raccogliendo quello che
la Natura gli offriva. Il concetto di lavorare per vivere è dunque assurdo e sbagliato e
contrassegna l’Era Oscura nella quale stiamo annaspando. Ne consegue che l’hippie, rigettando
passaporto, denaro e lavoro, aspirava, in pieno Kali-yuga, a vivere nel Satya-yuga, l’Era della
Verità e della spontaneità. Parrà strano e persino crudele, ma il mio Maestro mi insegnò che
l’attuale genere umano si divide sinteticamente in due categorie: quelli che, essendo soggetti
all’ignoranza principiale (avidya), pagano la vita, e quelli che, essendosene liberati
coll’abbandonarsi a Shiva – la Realtà indescrivile e intelligente che si prende cura di se stessa -,
ottengono ricchezza e beatitudine senza compiere il minimo sforzo. I sadhu vanno però distinti dai
mendicanti e infatti, nell’India tradizionale, offrire loro cibo costituisce un privilegio e fonte
di meriti spirituali, non un’elemosina.

La Verità è semplice ed accessibile a chiunque voglia fermarsi un attimo a considerare la realtà con
la mente sgombra da pregiudizi ereditati per karma o assorbiti dall’ambiente. Ed essa è stata
custodita sino a non molto tempo fa in India, senza veli. Ecco perché l’hippie riteneva che la mèta
per eccellenza del suo peregrinare fosse quella terra. Nel mondo islamico o cristiano la Conoscenza
non-duale si è sempre dovuta nascondere, pena la morte o l’anatema, ma nell’India eterna circola
libera per le strade. Purtroppo non si può dire altrettanto dell’India occidentalizzata, dove
l’ipocrisia religiosa, l’immedesimazione nell’apparenza, il miraggio del benessere tecnologico e la
parodia della democrazia sono in fortissimo aumento.

Già agli inizi degli anni Settanta, durante il governo di Indira Gandhi, i sadhu, soprattutto quelli
tamilici del Sud, le cui figure selvagge sembravano emergere intatte dalla notte dei tempi, venivano
visti di cattivo occhio e perseguitati. Da fonti popolari, e quindi presumo attendibili, appresi
inorridito che la polizia di New Delhi e di altre importanti città del Nord aveva ricevuto l’ordine
di catturarli e castrarli. Parallelamente, le droghe da essi usate, in particolare l’hashish e la
ganja, che sino a poco prima non erano soggette a restrizioni, tanto da poter essere acquistate in
negozietti governativi insieme a piccoli chilum d’argilla, venivano viepiù proscritte e chi le
possedeva andava incontro a seri guai. Del resto è evidente che la semplice esistenza dei sadhu, il
culto delle vacche, degli alberi, dei fiumi, delle montagne o di divinità tero-antropomorfe e l’uso
delle piante di potere sono espressioni di una vita primordiale e atemporale antitetica alla
civilizzazione.

In proposito, ricordo bene come la sera di Natale del ’72, a New Delhi, un folto gruppo di indostani
idolatri del mito occidentale, in blue jeans e magliette, irruppe ad Hannuman Park, dove stazionava
una colonia di hippies insieme a qualche sadhu, per bastonare, distruggere e incendiare. Io stesso,
avendo tentato di recuperare il sacco a pelo che, dopo otto mesi trascorsi senza neppure una
coperta, un amico mi aveva regalato il giorno prima, ricevetti tre colpi violentissimi. Agli occhi
di quei fanatici noi rappresentavamo la mano che strappava il velo delle loro illusioni; la nostra
sola presenza diceva loro: «Vedete, pur provenendo da quel ricco e progredito occidente al cui stile
di vita agognate, noi siamo tornati nella vostra terra a piedi nudi, a torso nudo, senza denaro, per
attingere alla sapienza dei sadhu e delle selve che voi stolidamente rifiutate; sappiatelo: la
civiltà occidentale moderna non è in grado di offrire né conoscenza, né felicità».

Nella loro intensa aspirazione ad evadere dagli schemi ipocriti che la nostra società pretende di
imporre urbi et orbi, gli hippies intuirono l’importanza di rimparare a vivere insieme secondo norme
adatte a favorire la realizzazione dell’uomo, sia nel suo aspetto universale, dharma, che
individuale, svadharma, e non di inibirla, producendo schiavi ed eunuchi dello Spirito.

Fu così che sorsero le prime comunità. I problemi da superare erano invero enormi ed essendo noi
cresciuti «in quella prigione dove ti hanno insegnato ad amare poche persone alla volta», come canta
Donatella Bardi ne La tua prima luna di Claudio Rocchi, le difficoltà maggiori riguardavano l’amore,
i rapporti interpersonali, l’autorità, la proprietà, la mancanza di magnanimità, ecc. A posteriori,
si può ben dire che, dopo alcuni anni di intense sperimentazioni, gli ostacoli non vennero superati,
almeno all’apparenza, e che il fenomeno delle comunità si esaurì. C’è però una prospettiva più
profonda, secondo la quale tali avventure prepararono la nascita, agli inizi degli anni Ottanta, di
comunità magari piccolissime e invisibili, ma capaci di reggere alla prova del tempo e delle
difficoltà sopra accennate. Dai tentativi comunitari degli anni Settanta, germinarono pure i Rainbow
Gathering e l’idea degli ecovillaggi che oggi affascina tanti “alternativi”, pur stentando a
decollare.

Per vivere in una comunità non omologata agli schemi ideologici correnti, occorre essere pervenuti
ad un certo grado di maturazione coscienziale e di generosità: se non ci si auspica che anche gli
altri beneficino del nostro stesso piacere e della nostra abbondanza, nessun cenobio o convivenza
armonica sarà mai possibile. Il cammino che conduce a tale mèta principia col rendersi conto di
essere stati plagiati, ovvero di giacere gravemente malati. Indi ci si dovrà decondizionare,
rimettendo in discussione il coacervo di abitudini acquisite e rimuovendo le cause
dell’obnubilamento. Ciò richiederà un’intensa attenzione; ogni volta che si “sente”, “vuole” o
“desidera” sarà opportuno domandarsi: «Chi sente, vuole, desidera? L’io reale o quello illusorio?».
In tal modo si comincerà a scendere attraverso le sedimentazioni artificiose accumulatesi in noi,
strato dopo strato, sino ad oscurare la nostra identità originaria. Se si insisterà in questo
spietato lavoro di disidentificazione e di smascheramento, inevitabilmente si perverrà al fondo di
sé ove pulsa l’Io-Vita che in realtà siamo, esente dal bisogno di essere affermato o negato,
aumentato o diminuito.

Una volta pervenuti all’intima verità di noi stessi potremo vivere in modo armonico e saggio con gli
“altri”; non prima. Soltanto quando avremo compreso che l’Io Sono che ci sostanzia è lo stesso che
anima la nuvola, la formica, l’ago di pino, il nostro miglior amico e parimenti il nostro peggior
nemico ci sarà possibile dire: «Io sono, sento, voglio e desidero» e nessuno nell’intero trimundio
potrà contestarcelo. Per contro, gli stolti e i pavidi, sottomessi a «quelli che volano», non
avranno altra scelta che proiettare all’esterno le proprie limitazioni e miserie, credendole verità
autonome, e in tal modo verranno travolti dalle acque rapinose della dualità irrisolvibile
(samsara).

Nella prima metà degli anni Settanta ebbi modo di vivere per periodi più o meno lunghi nella
comunità di Terrasini, fondata da Carlo Silvestro, nella Free Land di Piero Naselli a Piazza
Armerina, entrambe in Sicilia, e nella comunità del gruppo etno-rock-folk (non saprei esattamente
come definire la loro musica, tutt’ora godibilissima) degli Aktuala, situata in un vecchio mulino in
provincia di Siena, il cui personaggio focale fu Walter Maioli. Inoltre, mi trovai a vivere spesso
in dimensioni comunitarie durante i festival psichedelici che allora spuntavano come funghi qua e là
in Italia. Ricordo in particolare alcune Feste della Luna sui colli prospicienti Brescia, il raduno
di Cuggiono, sulla riva di un fiume, organizzato da Stampa Alternativa, e una vivace festa nelle
vicinanze di Catania, durante la quale, essendomi spogliato nudo su una spiaggia riservata alla
polizia, venni catturato – e al contempo salvato dall’ira di numerosi bagnanti-poliziotti – e, dopo
una paterna ramanzina, rilasciato dai Carabinieri. Nel corso di quest’ultima, mi rimase tra l’altro
impressa l’immagine di un giovane in acido che usciva nudo dalla pineta in cui stazionavamo per
incamminarsi lungo una strada asfaltata, tra le automobili; non seppi mai che fine avesse fatto.

Tali esperienze mi insegnarono molto sia in senso positivo che negativo. Le idee e le aspirazioni
che circolavano tra i giovani che vi partecipavano erano spesso buone, sebbene mescolate con molta
ideologia di sinistra o, inconsciamente, di destra, ma scarseggiavano gli strumenti per attuarle. Si
pretendeva di essere diversi e liberi pur senza alimentare, con una severa introspezione, l’energia
e l’intelligenza necessarie a portare il cambiamento in profondità. L’abito che si indossava era sì
diverso, ma quel che si celava all’interno di esso restava troppo spesso ricettacolo di schemi
appropriativi, egoistici ed ipocriti, magari frammisti ad alcune perle preziose. E anche se il corpo
veniva volentieri messo a nudo, il Cuore, sede dell’Intelligenza noumenica, giaceva dimenticato al
buio. A gran voce si proclamava l’amore universale, la comunione dei beni, l’equanimità, ma bastava
una minima difficoltà relazionale a far crollare il paradiso. E alla fin fine l’anelito a superare
in modo non antagonistico l’interpretazione corrente dell’autorità, della proprietà e della
gerarchia permaneva insoddisfatto, o addirittura svaniva come se non fosse mai esistito. Dietro la
bautta dell’uguaglianza, nei momenti decisivi, appariva sovente il volto del “padrone”; persino il
chilum – e ciò mi faceva particolarmente arrabbiare, visti i miei trascorsi indiani -, invece di
essere usato come strumento di concordia, serviva a sancire privilegi o alleanze tra i più abbienti.
Ne derivava che, non di rado, i portatori delle idee più lungimiranti e risolutive venivano
sottilmente emarginati o apertamente osteggiati.

Sul fronte positivo, rammento invece incontri con persone meravigliose; condivisioni di flash di
improvvisa comprensione dell’all right now sfolgorante nell’eterno qui ed ora, oltre l’agitarsi del
mentale; l’immersione amorevole nella natura, accendendo fuochi, cucinando chapati o altri cibi
semplici e buonissimi che davano la sensazione di essere ritornati all’alba dei tempi; la musica
che, sgorgando improvvisa da chitarre, flauti e tamburi, raggiungeva di frequente apici di grande
armonia e univa gli animi più di tante parole; lo sporadico emergere di una sessualità liberata
dalla paura, ma non per questo volgare; lo scambio di esperienze interiori, di sogni e di
riflessioni utili alla conoscenza di sé; l’emergere di una sintonia immediata con persone mai
incontrate prima, quasi si appartenesse ad una medesima corrente sgorgante da una Fonte invisibile.

L’aspirazione ad una sessualità affrancata dagli schemi in cui l’Occidente cristiano l’aveva
impastoiata fu un’ulteriore elemento caratterizzante gli hippies. Alcuni giovani intuivano che
l’energia sessuale non poteva essere relegata negli ambiti angusti della sola riproduzione o dello
sfogo istintuale. E fu così che essi incontrarono le dottrine taoiste sulla sessualità, ma
soprattutto il tantrismo indiano, vertiginosamente ricco di sfumature e possibilità. Lo spirito
tantrico ci affascinava poiché scalza alla radice il pregiudizio secondo cui la rinuncia
all’ignoranza debba di necessità votare il sadhaka al dolore, alla tristezza e alla povertà,
vietandogli ogni piacere. Esso insegna che in realtà non v’è gioia più grande del rigettare il
perseguimento di inutili miraggi per immergersi nella pienezza del Sé-Atman, oltre la polarità. Il
che equivale ad essere stoned, ovvero pietrificato, morto all’apparenza e vivo nell’Essere.

Nel ’76/’77 l’energia che aveva alimentato l’insorgere della sperimentazione comunitaria andava però
spegnendosi, soffocata dai venti contrari di una società sempre più alienata e dallo psichismo
negativo irrisolto di quelli che avevano tentato il cambiamento. Fu in quegli anni che tanti
ritornarono tra i ranghi dell’establishment; altri decisero, pur non avendo realizzato alcuna
autentica conoscenza, di improvvisarsi “maestri”, insegnando nuove mirabolanti tecniche per
viaggiare in astrale, far l’amore per sette ore, nutrirsi di luce ed ascendere, ricordare le vite
passate, scoprire il bambino interiore, illuminarsi in tre giorni, et similia, aprendo così la
strada a quello che di lì a poco sarebbe diventato il fiorente mercato new age; non pochi,
purtroppo, finirono nelle mani degli psichiatri, subendo terapie a base di electroshok, serenase e
altre schifezze chimiche, dalle quali è quasi impossibile ritornare alla salute; una buona parte
morì di eroina o cominciò il calvario tra il buco e la comunità di recupero (recupero, ovviamente,
al carcere dal quale aveva tentato di evadere per una via sbagliata); molti presero le strade dei
diversi maestri, sette, scuole, religioni o congregazioni allora disponibili: Ananda Marga, Hare
Krishna, le varie branche del buddhismo, Osho-Rajneesh, i Bambini di Dio, ecc.; altri ancora si
diedero alla politica, magari abbracciando fucili e pistole e ammazzando spietatamente.

Verso la fine degli anni Settanta sembrava che nessuno credesse più in nulla e così ripresero il
sopravvento quelli che parlavano di marijuana e fucile, di rivoluzione fatta sulla pelle degli
altri, di matrimoni tra omosessuali o lesbiche, e altre stupidaggini simili.

Per quanto mi riguarda, decisi di ritornare dai miei genitori, non per arrendermi all’imbecillità
elevata a dogma, ma per verificare in modo decisivo se l’insegnamento ricevuto in India tra i sadhu
e nel tempio della natura selvaggia potesse davvero essere realizzato dappertutto, senza l’aiuto di
nessuna sostanza psicotropa e senza che fosse necessario identificarsi in questa o quella etichetta
spirituale o religiosa e politica: destra, sinistra, estreme destra e sinistra, centro, trasversale,
ecc.

Quando avevo tentato lo stesso esperimento, un triennio prima, a ventisette anni, tra un viaggio in
India e l’altro, ero stato ricoverato in modo coatto all’ospedale psichiatrico di Brescia. Mi si
imputava di essere uno squilibrato perché meditavo, non volevo lavorare, leggevo e disegnavo, mi
prendevo cura dell’orto, cucinavo pane, riso ed erbe selvatiche, amavo la solitudine, aborrivo
televisione e giornali e osavo tacciare i miei parenti cattolici di crassa ipocrisia: «somiglio un
incapace / per i veri incapaci». Inoltre, al centro delle sopracciglia, mi ero fatto tatuare, ad
Hampi, durante un viaggio con la datura, un piccolo terzo occhio azzurro non proprio ben riuscito.
Un luminare della psichiatria sentenziò, dopo avermi osservato dal buco della serratura, mentre,
seduto in padmasana, assaporavo l’eterno Sivo’ham (“Sono Shiva”) del respiro: «sta diventando
catatonico», e tutti gli credettero.

Anche quella fu una lezione assai istruttiva circa il volto nascosto della nostra società, e mi
diede l’opportunità di verificare quanto salda fosse la mia convinzione di essere sano; se avessi
nutrito il più piccolo dubbio su me stesso, non sarei qui a scrivere. In un tale inferno, qualsiasi
cosa si dicesse, anche la più scontata e normale, diventava prova di squilibrio mentale; ed era
atroce vedere le facce deformate dall’ira o dall’odio di medici, infermieri, parenti e pseudoamici
dichiarare a gran voce di volere il mio bene mentre mi torturavano e mi privavano delle più
elementari libertà e dignità. Per “fortuna”, tuttavia, dopo un mese venni “cacciato” dall’ospedale
perché mi si attribuiva la colpa di esercitare un pessimo influsso sugli altri malati: alcuni
intorno a me iniziavano a rendersi conto che le paranoie mentali sono solo illusioni e che in noi
c’è una presenza-testimone capace di osservarle, trasformando l’inferno in paradiso.

Tornare a casa a trent’anni fu dunque una prova durissima e indispensabile. Perdonare i miei
genitori mi aiutò a purificare la coscienza dal rancore che avevo maturato nei loro confronti. Per
alcuni mesi mi parve di vivere immerso nella vacuità e nel grigiore più estremi, ma, a poco a poco,
le cose migliorarono, sino a che imparai a sentirmi libero, realizzando almeno in nuce la saggezza
che invita ad «essere nel mondo ma non del mondo». Per verificare la mia libertà scelsi persino di
lavorare (preferibilmente a mezza giornata o per quattro giorni alla settimana): feci l’impiegato,
il professore, l’antennista, il vendemmiatore, il venditore di libri e il bidello. I lavori manuali
all’aperto, soprattutto se in nero, erano naturalmente i miei preferiti, poiché mi lasciavano
mentalmente libero con il cielo sopra il capo e non mi incatenavano alla macchina stritacarne della
burocrazia previdenziale. Tra i miei amici ero diventato “famoso” perché riuscivo a vivere con
diecimila lire al mese; il resto dei miei magri guadagni li spendevo in libri, dischi ed incenso.
Molti mi domandavano se non avessi paura della malattia, della vecchiaia o della solitudine. Ad
alcuni rispondevo in modo blando e vago per distrarli, ma a quelli che mi davano l’impressione di
capire qualcosa dicevo apertis verbis: «No, non ho paura». In realtà mi era ormai chiaro che la
salute è in buona parte nelle nostre mani e che diventiamo quello che pensiamo e vogliamo. In quanto
al morire, lo avevo già sperimentato ad abundantiam perdendomi in India o in Nepal, solo tra le alte
montagne, o tra le folle di senza tetto alla periferia di qualche formicolante città, o
nell’ospedale-prigione di Bombay, dove vissi un paio di settimane nella convinzione che mi dovessero
amputare entrambe le gambe, per via di due infezioni alle anche che, curate con gli antibiotici (da
anti-bíosis, contro la vita), mi avevano gonfiato gli arti inferiori a dismisura. E poi, come dice
un testo dedicato all’Agni Yoga di Nikolaj Rerich, morire non è più che strapparsi un capello. A ben
riflettere, proprio come lo yin e lo yang sono inseparabilmente commisti, la morte non può essere
distinta con nettezza dalla vita; perciò, che lo si voglia o meno, anche in questo momento stiamo
morendo: vivi e morti ad un tempo.

Nei lunghi periodi trascorsi nelle comunità sopra accennate e sulla strada avevo conosciuto, dentro
e fuori di me, le molte miserie che impediscono agli uomini di vivere insieme in modo amorevole,
gioioso e creativo. Ma non avevo perso la speranza che una comunità libera da immedesimazioni
ideologiche, religiose o neospiritualiste fosse possibile. E così, a 34 anni, dopo aver raggiunto un
discreto grado di autocontrollo e serenità, indipendenti dall’ambiente in cui mi trovavo, incontrai
per puro “caso” alcuni ragazzi e ragazze, mediamente più giovani di me di tredici-quindici anni,
insieme ai quali diedi vita alla comunità dei Cavalieri del Sole.

A proposito di essa, in un’intervista rilasciata di recente all’amica Sara Compagnone, dico: «Nella
nostra Visione il Sole simboleggia il Logos-Shiva che eternamente irradia, permea e riassorbe le
“diecimila cose”, e cioè l’Universo manifestato. Esso vale quale punto di congiunzione tra
l’Immanifesto e il Manifesto o anche quale porta d’accesso al Brahman nirguna, senza attributi.
Rispetto al Sole, gli individui sono scintille di Luce-Fuoco;[…] I raggi sono le infinite strade
d’andata e ritorno delle anime. Surya o Helios è dunque il nostro Adi-Guru e a Lui ci rivolgiamo per
attingere illuminazione riguardo ai temi filosofico-esistenziali fondamentali. […] Quando dobbiamo
affrontare qualche importante questione, o semplicemente rinnovare la nostra unione, ci sediamo in
cerchio ed immaginiamo di attingere al Sole nel Centro: risalendo il proprio raggio, ciascuno si
risveglia unito al Sole, l’Io Sono Tutto, l’En to Pan degli antichi epopti; se poi dal Sole si
discende lungo il raggio di chi ci sta accanto possiamo comprendere quel che è altro da noi come se
fosse nostro».

Anche questa piccola realtà comunitaria è ovviamente piena di difetti e le difficoltà che abbiamo
incontrato, sia all’interno che all’esterno, sono state e sono numerose, e talvolta di difficile
soluzione; cionondimeno, esse non sono riuscite a distruggerci, dato che viviamo insieme ormai da
ventisette anni senza aver perso la gioia e la voglia di creare.

La Via-Tao prosegue senza fine, avvolgendosi su se stessa. “Hippie”, “Sadhu” sono soltanto parole,
suoni, dita puntate sull’Ineffabile, e pertanto non è auspicabile mitizzarli o limitarsi a pregiarne
la scorza esterna. Poiché le forme attraverso le quali la Natura essenziale dell’Essere si manifesta
mutano infinitamente, è vano tentare di fissarle oltre misura. Diversamente da quanto ci hanno
insegnato ex cathedra i saccenti che stanno guidando l’Occidente verso la catastrofe, la prima
Conoscenza da perseguire è quella in cui svanisce la dicotomia soggetto-oggetto. E sarebbe un grave
errore confonderla con uno sterile accumulo di nozioni: essa sola sa trascendere l’attività mentale,
immergere nel Silenzio, portare pace e soddisfare il Cuore.

In un mondo dedito a perseguire l’apparenza, rivestendola di parole altisonanti quali “sviluppo” e
“progresso”, desidero concludere queste modeste riflessioni con alcuni versi tratti dal Tao Te
Ching, nei quali, in modo succinto, viene riassunto un immenso sapere:

«Colui che si applica allo studio aumenta ogni giorno.
Colui che pratica la Via diminuisce ogni giorno.
Diminuendo sempre di più si arriva al Non-agire.
Non agendo, non esiste niente che non si faccia».

fonte: www.ariannaeditrice.it

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