Gioia suprema

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Gioia suprema

Brano tratto dal libro – Zhuang-zi [Chuang-tzu]

– gli Adelphi –

C’è al mondo una gioia suprema che possa far vivere la persona umana? E, per
assicurarsi questa gioia, su che cosa fondarsi? Che cosa evitare? Che cosa
adottare? A che cosa avvicinarsi, da che cosa allontanarsi? Che cosa amare?
Che cosa odiare?

Quel che tutti rispettano sono le ricchezze, gli onori, la longevità,
l’eccellenza; quel che a tutti reca gioia sono il benessere fisico, la buona
tavola, i bei vestiti, i bei colori e la musica. Quel che tutti disprezzano
sono la povertà, l’essere ignorati, la morte prematura e la cattiva
reputazione. Quello di cui tutti soffrono è venir privati del benessere
fisico, del buon cibo, dei bei vestiti, dei bei colori e della musica. Chi
non ottiene queste cose si affligge e si preoccupa. Questo atteggiamento è
stupido, perché non porta neppure al benessere del corpo.

Il ricco si affatica, lavora intensamente, accumula più denaro di quanto ne
possa spendere. Le sue azioni restano estranee al benessere del suo corpo.
Giorno e notte, l’alto dignitario pensa e ripensa ciò che ha fatto di bene e
di male. Anche lui è lontano dal benessere del proprio corpo. La vita di un
uomo è accompagnata, fin dalla nascita, da ogni tipo di preoccupazioni; se
vive troppo a lungo cade nell’abbrutimento e finisce col temere che la morte
non arrivi mai. Condizione miserabile e lontanissima dal benessere del
corpo. L’eroe si sacrifica per i suoi simili è da tutti considerato buono;
questo non basta a conservargli la vita. Non so se, in questo caso, il bene
si distingua veramente dal male. Se dico che un tale bene è il bene, come
mai questo bene non è in grado di conservare la persona dell’eroe? Se
pretendo che questo bene non è il vero bene, come ammettere allora che
l’eroe possa salvare la vita degli altri uomini?

Così è stato detto: “Se i tuoi rimproveri sono giustificati, ma non vengono
ascoltati, resta tranquillo, lascia fare e non contendere oltre”. Tuttavia.
Zi-xu contese a tal punto che attirò su di sé il supplizio. Se non avesse
conteso, la sua gloria, non sarebbe stata perfetta. Era un bene? Era un
male?

Quando osservo ciò che oggi spinge all’azione il volgo e ne fa la gioia, non
so se questa gioia sia vera o falsa. Ciò che fa la gioia di tutti, ciò verso
cui la maggioranza degli uomini si affanna, come se non potesse fare
altrimenti, questo tutti chiamano gioia. Ma non so se sia gioia o no. Una
simile gioia esiste davvero, o non esiste?

Nel non-agire, secondo me, risiede la vera gioia. Ma tutti considerano il
non-agire come la più grande delle sofferenze. Così è stato detto: “La gioia
suprema è senza gioia; la gloria suprema è senza gloria”.

Il vero e il falso non possono venir definiti, ma il non-agire permette di
determinare il vero e il falso. Se la gioia suprema è di far vivere la
persona, solo il non-agire conserva l’esistenza.

Mi sia consentito di spiegarmi: il cielo non agisce, ecco il perché della
sua limpidezza; la terra non agisce, ecco il perché della sua stabilità.
Così, tutti e due si accordano per non agire, eppure grazie a loro tutte le
cose si trasformano e si producono. Sfuggenti, inaccessibili, niente di
percettibile scaturisce da loro, eppure da essi nascono tutti gli esseri e
ciascuno ha il proprio rango. Così è stato detto: ” Il cielo e la terra non
fanno nulla, e non c’è nulla che non facciano”.

Ma tra gli uomini, chi è in grado di non fare?

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