Fede nella ricerca2

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Fede nella ricerca 2

(del Venerabile Ajahn Jayasaro)

– Parte seconda-

°°°

Il Vinaya espone molte regole dettagliate circa il modo di
comportarsi verso il mondo materiale. Nella tradizione della
foresta, anche rubare un oggetto insignificante del valore di
un baht (circa tre centesimi di dollaro) conta come trasgres-
sione meritevole di espulsione dall’ordine. Nel I ‘Anusat, che è
parte della cerimonia dell’ordinazione, il precettore insegna al
nuovo monaco a non prendere assolutamente nulla che non
gli appartenga, nemmeno un filo d’erba.

Assumere quel parametro – un singolo filo d’erba – è
l’essenza del ‘lasciare la casa’. Comporta. un radicale
cambiamento di prospettiva rispetto agli atteggiamenti laici.
Tale parametro differisce non solo da quello dei criminali e
dei ladri, ma anche da quello del cittadino più onesto. Sono
pochi quelli che non si concederebbero una scappatella, se
fossero certi di restare impuniti: “Lo fanno tutti, sarei uno
sciocco a non farlo”. Ovviamente non è che al di fuori del
,
monastero la rettitudine sia sconosciuta; non sto affatto’
dicendo che noi monaci abbiamo il monopolio dell’onestà.
Semplicemente, che una comunità dove certi principi sono
applicati scrupolosamente è cosa estremamente rara. .~
L’essenza della vita quotidiana di un samana consiste nello
sforzarsi di abbandonare le impurità mentali e coltivare
qualità salutari attraverso la pratica della meditazione.
Passiamo diverse .ore al giorno seduti a gambe incrociate o
camminando su e giù lungo il jongrom. 6 Anche se non
sempre siamo soddisfatti dei risultati ottenuti, possiamo
almeno farci coraggio pensando di aver fatto qualcosa di
concreto per purificare la nostra mente. In confronto, il tiroci-
nio morale sembra una cosa modesta dagli effetti intangibili.
Per conservarci devoti ai precetti e al kor watr 7 dobbiamo
ricordare che la vita spirituale non è solo un fare, è anche un
non-fare.

L’astenersi da qualcosa non è appariscente, né ci
ispira in modo speciale. Non vediamo alcun progresso
clamoroso nel non nuocere o non essere ambiziosi, o nel non
desiderare quanto non ci appartiene, almeno a paragone di
una buona seduta di meditazione o un buon ritiro. Ma un
movimento cӏ, sia pure simile a quello della lancetta corta di
un orologio. E s/7a è un tesoro. E’ merito, è peremi E’ meravi-
glioso che vivendo questa vita in modo sincero, site si
accumuli e maturi di giorno in giorno nel nostro cuore. Il
Buddha disse che s/7a è il più bell’ornamento di un essere
umano, è la sola fragranza che si spande dappertutto. Ma
l’arte sta nel ricordarsene, nel riportare alla mente la bellezza
della virtù, rievocarla per rinfrancare e rallegrare il cuore e la
mente.

Il terzo principio che informa la vita di un samana riguarda
l’integrità, il contenimento e la purezza nei riguardi degli istinti
sessuali del corpo. Che un gruppo di giovani uomini –
almeno, la maggior parte di voi è giovane, io e Ajahn Vi passi
non siamo più novellini – sia capace di vivere un celibato
integrale è qualcosa che la gente per lo più stenta a credere.
Si pensa che un qualche sfogo di tipo sessuale sia previsto,
magari i rapporti omosessuali o la masturbazione.

Non credono sia possibile vivere così. Oggigiorno risulta invero-
simile che un gruppo di uomini possa vivere in completa
castità e non essere nevrotici, repressi o misogini. Forse lo
siamo! Se ci stessimo reprimendo non ce ne accorgeremmo,
vi pare? Ma io non lo credo. Credo che la nostra comunità
stia vivendo la ‘vita santa’ in modo radicale ma intelligente. E
sebbene non sia sempre difficile, quasi tutti hanno periOdi in
cui certamente rappresenta una sfida. E’ un grosso impegno,
ed è del tutto appropriato provare un sano orgoglio per il fatto
di poterlo’ onorare.

E’ solo adottando questo impeccabile standard che
possiamo cominciare a capire la natura, della sessualità.
Cominciamo a vedeme il carattere condizionato, come sorge
e passa. Cominciamo a vedere la sofferenza di ogni forma di
attaccamento alla sessualità, la sua natura impersonale, COsa
la alimenta, cosa le dà potere, che si tratti di condizioni
fisiche, cibo, scarso contenimento dei sensi o fantasie.
Cominciamo a vederla come un fenomeno condizionato. Ma
siamo in grado di prendere le distanze, rifletterei Sopra e
vederla per quello che è solo astenendoci dalle sue espres-
sioni fisiche e verbali.

C’è un punto importante riguardo alle impurità mentali: che
bisogna prima individuarle con chiarezza per poterle lasciare
andare. E il modo per individuare chiaramente qualcosa sul
piano mentale consiste nell’astenersi consciamente
dall’esprimerlo fisicamente o verbalmente, o pazientare fino a
quando l’intenzione di farlo non passa. Qui il rapporto fra il
samadhi panna diventa molto chiaro. Nella misura in cui
esprimiamo fisicamente le sensazioni sessuali o indulgiamo in
diSsorsi lascivi o riferimenti gratuiti alla sessualità, non siamo
in grado di isolar/a. Si muove, riceve ancora energia. Stiamo
ancora tenendola in movimento, ancora alimentando la
fiamma. Dunque cerchiamo di opporci alla corrente del
desiderio. E per poterei riuscire dobbiamo aspirare a
trascendere completamente la sessualità. E’ questa aspira-
zione, non meno che l’effettiva astensione, a distinguere il
samana dal laico.

Quindi come monaci celibi assumiamo un atteggiamento del
tutto nuovo riguardo ai nostri sentimenti sessuali, riguardo alle
donne, l’altra metà del genere umano. Ci esercitiamo a
considerare le donne più anziane di noi come madri, come
sorelle maggiori se c’è poca differenza d’età, come sorelle
minori se più giovani. Sostituiamo alla percezione sensuale
della donna una percezione più salutare. E’ un bel dono che
offriamo a tutte le donne. Quando una donna attraente arriva
al monastero, ci asteniamo dall’.indulgere a percezioni e
pensieri di tipo sessuale nei suoi confronti e li sostituiamo con
riflessioni salutari, ad esempio cercare di vederla come una
sorella o augurarle di liberarsi da ogni sofferenza .. Praticando
mettapensiamo: “che possa essere felice”.

Offriamo alle donne il dono di trattarle sanamente come
esseri umani, invece di seguire l’attrazione istintiva o farci
ossessionare dal loro corpo o da un dettaglio del loro aspetto
fisico. Grazie a questa intenzione, ci eleviamo subito dal
cieco livello istintuale allo specifico umano. E’ un movimento
dal grossolano al sottile. In effetti, il termine paJi brahmaca-
riya, che si riferisce al celibato, significa letteralmente ‘la via
degli dèi’. Vale a dire, una vita casta liberamente scelta e
serenamente condotta è la forma di esistenza più pura,
elevata e felice possibile nella dimensione umana.
Il quarto principio di una vita nel Dharnrna è l’amore per la
verità. Ci proponiamo di custodire integrità e onestà in ogni
aspetto della nostra vita. Per onestà qui si intende non
ingannare, non essere subdoli o ipocriti, non cercare di
apparire in modi che non riflettono la verità di ciò che siamo.
Ciò implica non nascondere i nostri difetti o esagerare le
nostre doti. Lo scopo è sviluppare chiarezza e sincerità. Si
può vedere come un processo a due sensi. Più siamo onesti
con noi stessi riguardo ai nostri pensieri e sentimenti, più
troviamo facile esserlo con gli altri. Allo stesso modo, più ci
esercitiamo a essere onesti nei nostri rapporti con gli altri, più
sarà facile riconoscere con onestà ciò che proviamo interior-
mente.

Un grosso ostacolo all’onestà è il senso dell’io. Spesso ci
attacchiamo a un’idea di come siamo o come ci piacerebbe
essere. Ci rimane difficile, ci suscita resistenza, ammettere di
avere lati che non collimano con l’immagine di noi stessi con
cui ci identifichiamo. Proviamo imbarazzo, vergogna,
troviamo buone scuse per chiudere gli occhi. A tutti piace
essere apprezzati e rispettati. Nessuno ama perdere la
faccia.

L’integrità richiede coraggio. SguardO fermo e
dedizione alla verità: questi sono poteri, forze da coltivare.
L’altro giorno in un libro sui Jàtaka 8 ho letto una cosa che mi
ha colpito molto. Nel corso delle sue innumerevoli vite, il
Bodhisatta (ossia il futuro Buddha), rinascendo in migliaia di
regni diversi con le più svariate sembianze, infrange tutti i
precetti tranne uno. Il futuro Buddha non mente mai e non
afferma il falso.

Per quanto ne so, non c’è una sola storia nei
Jàtaka in cui il Bodhisatta distorca la verità. A volte può
uccidere, in qualche caso ruba, commette adulterio o si
ubriaca, ma non pronuncia mai una menzogna deliberata.
La verità è potere. In molte delle sue vite, il Bodhisatta
imbriglia il potere della parola tramite un’adhtlthana, un’inten-
zione risoluta: “In vita mia non ho mai fatto questo o
quest’altro; grazie al potere di questa affermazione, possa
accadere la tal cosa”. E accade sul serio. A un livello
profondo, inspiegabilmente, la verità esercita un impatto
tangibile sul mondo fisico. Può influenzare il corso degli
eventi nei modi più straordinari. Una volta accumulato il
potere della verità, si può far ricorso a quella forza di integrità
attraverso una sincera e solenne dichiarazione.

Perciò sul sentiero del risveglio proviamo gioia e un sano
orgoglio nel prenderci cura della verità. Riflettiamo su un
termine adoperato dal Buddha – saccanurak, ossia essere
fedeli alla verità, amare la verità, essere devoti alla verità e
riconoscere con onestà cos’è che sappiamo veramente.
Significa avere l’accortezza di usare solo parole che
sappiamo rispecchiare i fatti; essere aperti al punto di vista
degli altri senza credere di possedere la verità eterna e
assoluta; imparare a distinguere fra ciò che sappiamo, ciò
che riteniamo vero, ciò che pensiamo e ciò che percepiamo,
senza confonderli. Spesso si dice di sapere qualcosa quando
I
in realtà si vuoi, dire che lo si crede possibile. Le persone
religiose hanno la tendenza a prendere una fede molto viva
per conoscenza diretta. Il Buddha ha detto che serviamo la
verità quando distinguiamo accuratamente fra ciò che
sappiamo per esperienza diretta e quanto crediamo essere
vero.

Infine, il quinto principio e il quinto precetto è la dedizione alla
sobrietà. La parola ‘sobrietà’ può suonare poco attraente. A
me faceva pensare a gente beneducata e ben vestita seduta
compostamente a prendere il tè e parlare del tempo in salotti
tappezzati di carta a fiori. E’ grazie a Carlos Castaneda che il
termine ha assunto un nuovo significato per me. Ora ne
apprezzo l’accuratezza. Oui per sobrietà intendo quella
condizione di chiarezza e precisione che è infinitamente
superiore a una mente confusa, torpida o a qualunque stato
di coscienza alterata.

Dopo una serie di viaggi e avventure in Oriente, da laico,
sulla via del ritorno in Inghilterra feci una tappa sulle
montagne austriache per visitare un’amica. Dato che lei era
via, passai alcuni giorni in casa sua da solo. Curiosando fra i
suoi libri, mi capitò fra le mani la trascrizione di una sessione
di domande e risposte con Lama Govinda che si era tenuta a
Darjeeling per un pubblico di occidentali. Una delle sue
risposte mi colpì particolarmente. Oualcuno aveva
domandato a Lama Govinda cosa pensava delle droghe che
espandono la mente, e lui aveva risposto: “Bè, se hai una
mente ignorante tutt’al più puoi espandere l’ignoranza”. Tanto
bastò a convincermi: partita vinta alla sobrietà.

Le droghe che espandono e alterano la mente, gli stati di
coscienza alterati, rientrano ancora nella sfera dell’oscurità.
La scelta è fra manifestazioni diverse della stessa ignoranza.
Se anche si fa esperienza di nuovi livelli di realtà, senza la
saggezza e il discernimento di panna non se ne trae alcun
beneficio. Si può andare al di là di una particolare stanza
dell’ignoranza, ma si resta nello stesso edificio di non
consapevolezza. E se non si esce dall’edificio si resta in
prigione.

Quindi sobrietà significa prendere le distanze dalla
fantasmagoria delle esperienze anormali, visioni e stati
fisiologici e mentali accessibili attraverso bevande, fumo,
polveri e pillole. Significa radicarsi nella chiarezza semplice e
pratica della consapevolezza: gli occhi che vedono forme, le
orecchie che odono suoni, il naso che contatta odori, la
lingua che percepisce sapori, il corpo che prova sensazioni e
la mente che conosce idee. Vedere la vera natura di tutto
questo.

Essere con queste cose così come sono. E saperne gioire.
Gradualmente, rivolgere sempre più l’attenzione a ciò che
conosce, al conoscitore e al conoscere. Questo è il grande
mistero della nostra vita. Non vogliamo renderlo più fitto.
Vogliamo chiarirlo. Cominciando a ripulire la mente dal vario
ciarpame, l’esperienza del conoscere emerge più nitida e
precisa.

Luang Por Tate, uno dei discepoli anziani di Luang Boo Man,
mette l’accento su questa esperienza del conoscere. Parla di
;it e jy Per jy intende l’equanimità, la chiarezza del
conoscere; jit si riferisce al pensare, sentire, percepire. Lui si
esprime così. E insegna un modo semplicissimo per farsene
un’idea. Dice dì trattenere il respiro per qualche istante. I
pensieri si fermano. Quello è jy. Riprendete a respirare, e
quando i pensieri ricompaiono, quello è jit. E parla di entrare
sempre più in contatto con jy a mano a mano che la mente si
calma in meditazione. Non parla di cose come il ntmitte del
samadhi o rappresentazioni mentali del respiro, parla di
rivolgere l’attenzione a ciò che conosce il respiro. Quindi,
quando il respiro diventa più sottile, il senso del conoscere il
respiro emerge più chiaramente. A quel punto consiglia di
lasciar perdere il respiro e immergersi in ciò che conosce il
respiro. Quello vi condurrà al completo ssmddr» (apana
samadhi

Si tratta dunque di affinare l’esperienza del conoscere.
Conoscere ciò che conosce. Ed è questo che vi porta alla
pace. E questa abilità – abilità cioè di passare dal coinvolgi-
mento ossessivo conil contenuto dell’esperienza a/Io stato
del fare esperienza e a ciò che fa esperienza – ha il potere di
semplificare, di rendere la mente sempre. più raccolta. La
mente diventa sempre più calma e sempre più concentrata.
Perciò stasera vi invito a riflettere sui questi principi che
danno grazia, bellezza e significato alla vita. Prendete atto
della misura in cui già fanno parte della vostra vita e
continuate a coltivarli deliberatamente: non-violenza, onestà,
integrità, castità, amore e dedizione alla verità, sobrietà e,
principale fra tutti, costante chiarificazione e affinamento del
senso del conoscere.

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