Fede nella ricerca 1

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Fede nella ricerca 1

(del Venerabile Ajahn Jayasaro)

– Parte prima –

°°°
.. II dono del Dhamma supera ogni altro dono”
In conformità alla tradizione buddhista, questo libro è
offerto gratuitamente, nella speranza che sia di beneficio
a coloro che sono interessati a comprendere e a dare un
significato più profondo alla loro vita. La stampa di
questa opera si è basata interamente su donazioni. Ogni
ulteriore pubblicazione dipenderà dai fondi disponibili,
offerti a questo scopo. Se siete interessati a
sponsorizzare un “Dono del Dhamma” di questo genere,
vi preghiamo di contattarci al seguente indirizzo:

Santacittarama
Monastero Buddhista
Località Brulla
02030 Frasso Sabino (RI)
Italia.

Sito Internet: www.santacittarama.org
Email: pubblicazioni@santacittarama.org

°°°

– Prefazione –

Ouesto libro contiene la trascrizione di tre discorsi del Ven.
Ajahn Javasàro. Il primo e l’ultimo sono tratti dal volume
“Forest Path”, pubblicato nel 1999 a cura del Wat Pah Nana-
chat (Monastero Internazionale della Foresta), in Tailandia. E’
opportuno tener presente che questi due discorsi erano
indirizzati originariamente alla comunità monastica. Il
secondo, invece, è stato dato per un gruppo di laici riunitisi al
Monastero Santacittarama, in Italia, il 5 Giugno 1999. I
discorsi, originariamente in lingua inglese, sono stati tradotti
in italiano appositamente per la presente pubblicazione.

Ajahn Jayasàro è nato nell’Isola di Wight, in Inghilterra, nel
1958. Amante dei viaggi fin da ragazzo, terminati gli studi
partì in pullman alla volta dell’India. Oui, nei diciotto mesi di
ininterrotti’ spostamenti, entrò in contatto con le religioni
orientali e la meditazione. Tornato in Inghilterra, cominciò a
frequentare l’Hampstead Vihara di Londra, dove Ajahn
Sumedho si era da poco stabilito. Nel 1978 divenne un
anagarika. In seguito, giunto in Tailandia con l’intenzione di
diventare un bh/kkhu, ricevette l’ordinazione nel 1980 con
Ajahn Chah come precettore.

Impadronitosi rapidamente della lingua Thai, fu incaricato di
redigere la biografia ufficiale di Ajahn Chah, la cui versione
inglese è al momento in preparazione. Attualmente Ajahn
Jayasàro è abate del Wat Pah Nanachat, comunità fondata
nel 1975 per dare l’opportunità soprattutto ai non-tailandesi di
ricevere una formazione monastica tradizionale.

– La bellezza di Sila –

Ajahn Chah ci insegnava a ricordare sempre di essere dei
samana: persone che hanno lasciato alle spalle la vita
secolare per un’esistenza interamente dedita alla pace e al
risveglio. Soleva dire che ora dovevamo morire alle nostre
vecchie abitudini, ai comportamenti e ai valori mondani, per
votarci a un nuovo e più elevato stile di vita. Ma in cosa
consiste, esattamente, la via del samand? Nell’ Ovada
Patimokkha il Buddha espone i principi fondamentali del
sentiero del samana; fra questi la non-violenza occupa un
posto di primo piano. Vivendo come semene, offriamo al
mondo il dono della non-violenza. Il nostro stile di vita può
ispirare, suscitare indifferenza o in alcuni perfino disprezzo;
ma fra le varie reazioni che è possibile avere di fronte a un
monaco buddhista è assai improbabile che ci sia la paura. la
gente capisce subito che un monaco buddhista non è
pericoloso. Anche gli animali non lo percepiscono come una
minaccia. E’ un fenomeno interessante.

E’ estremamente insolito, non vi pare, trattare con tanto
scrupolo e gentilezza anche le creature più insignificanti –
non soltanto gli esseri umani o le creature che fanno
tenerezza e simpatia come un bel gatto vellutato o i pony
Shetland, ma perfino gli scorpioni velenosi, i gechi e le
formiche rosse. A chi segue sinceramente i precetti del
Vinaya per qualche tempo, l’idea di togliere la vita fosse pure
a un serpente velenoso o a un insetto nocivo risulta quasi
inconcepibile. Se si coltivano sila e metta bhavana 1, è una
scelta che semplicemente non si pone. Attraverso la nostra
pratica come samana possiamo osservare la stretta relazione
che c’è fra dedizione ai precetti morali e autentico altruismo e
benevolenza. Se continuiamo a nuocere agli altri esseri con il
corpo e le parole, le nostre espressioni di metta restano vuote
e non ci daranno pace. D’altro canto, cercare di mantenere
un livello rigoroso di sila senza uno spirito di bontà e
compassione, senza un cuore gentile e incline al perdono, ci
rende facili vittime del moralismo bigotto, un falso senso di
superiorità unito a disprezzo per i non virtuosi. In altri termini,
finiamo completamente fuori strada.

La nostra pratica di slts e metta comincia a maturare quando
non riteniamo la nostra vita e il nostro benessere più
importanti di quelli di una mosca o una zanzara. Perché mai
la nostra vita dovrebbe avere più valore di quella di una
zanzara anofele?

Ame non viene in mente nessun motivo
razionale. Il Buddha insegnava che poiché tutti gli esseri
viventi desiderano la felicità e temono il dolore proprio come
noi, dovremmo astenerci da ogni azione che li privi della
felicità e ne aumenti il dolore. Sila è un’offerta (dana), il dono
della protezione e della libertà dalla paura a tutti gli esseri
senzienti.

Per vivere una vita entro i confini definiti dai
precetti è necessaria una costante consapevolezza
dell’impegno assunto; richiede l’esercizio assiduo di sensibi-
lità e intelligenza. La saggezza e la comprensione della legge
del kamma ci portano ad astenerci dall’uccidere,
danneggiare e offendere qualunque essere senziente con le
nostre azioni o parole. A poco a poco, alle buone intenzioni
facendo seguito le azioni, sarà possibile ammorbidire le
nostre menti ribelli.

‘Non-fare’, astenersi, è una forma di creatività. Stamattina
conversavo con un gruppo di studenti e dicevo fra l’altro
quanto ammiro la pittura cinese. In queste opere d’arte si
dipinge solo una piccola porzione della tela: l’effetto e
l’efficacia del quadro stanno nel rapporto fra la forma, o lo
spazio, dipinti, e la parte non dipinta. In realtà è l’ampio
spazio vuoto della tela bianca a dare alle pennellate nere
forza e bellezza.

Perciò, se diceste a un pittore paesaggista
cinese “ma che spreco di carta, con tutta quella parte bianca
su cui non hai dipinto nulla!”, probabilmente si farebbe una
risatina. Ma in termini di comportamento umano il principio
non è così ovvio. Raramente, io credo, si capisce che certe
cose che facciamo hanno peso, bellezza, integrità e nobiltà
proprio in virtù di altre che non facciamo. Quell’astenersi
opportunamente dall’agire, da certi modi di parlare o da certe
forme di complicazione mentale o fantasie: questa è
creatività.

Artisti e scrittori ne parlano spesso. Sembrano concordi nel
ritenere che l’arte sta nella revisione, nella capacità di
tagliare. Molti scrittori vi diranno che è molto più difficile
scrivere con uno stile semplice che con uno stile fiorito,
elaborato. La semplicità è un’arte che va appresa, non viene
da sé. E questa è un’altra caratteristica del nostro modo di
vivere, non vi pare? Fare della semplicità la pietra di
paragone. ” nostro intento è di astenerci non soltanto
dall’immoralità, ma anche dall’agitazione gratuita. Possiamo
valutare la nostra pratica in base alla semplicità della vita che
conduciamo. Possiamo domandarci: la mia vita sta
diventando più complicata? Se è oosì, forse è venuto il
momento di rivedere le premesse di fondo. I quadri hanno
bisogno di cornici. Le nostre azioni, di limiti saggi. Altrimenti
ci ritroviamo con una vita sovraffollata e un eccessivo
dispendio di energie.

Apprezzare l’austera bellezza del semplice, trovare gioia
nella semplicità, pacifica la mente. Cosa c’è di più semplice
dei temi che utilizziamo nella meditazione samatha 2? Che si
tratti del processo della respirazione o della parola “Buddho”,
l’esperienza del raccoglimento meditativo va in direzione
diametralmente opposta rispetto alla tendenza alla prolifera-
zione emotiva e concettuale (papafica). Con la meditazione
acquistiamo il gusto della semplicità in ogni aspetto della vita.
Esternamente, nelle relazioni con gli altri e con l’ambiente
fisico, ci basiamo su certi principi che favoriscono la
semplicità cui aspiriamo. ” più importante è quello del non
opprimere noi stessi e gli altri.

In quanto samana, cerchiamo di infondere alle nostre azioni
reverenza per la vita, gentilezza d’animo, benevolenza e
altruismo. E impariamo a rendere incondizionata la reverenza
per la vita. La santità della vita e la presenza del potenziale
per il risveglio in ogni essere formano la base dei 227 precetti
del patimokkha.

Una volta Ajahn Chah, chiedendo consiglio
ad Ajahn Man circa la disciplina monastica, espresse il timore
che le regole fossero troppe per farne una guida pratica al
comportamento.

Coltiva queste due cose, spiegò,
e la tua pratica del Vinaya sarà impeccabile. Nei commentari
si spiega che questi due dhamma si basano rispettivamente
sul rispetto per se stessi e il rispetto per gli altri. ” rispetto per
la vita, la nostra e quella altrui, è il fondamento della ‘nobile
condotta’, la condotta spiritualmente elevata. Dunque ci
esercitiamo a rafforzare la nostra dedizione all’innocenza –
innocenza verso gli altri, innocenza verso se stessi – in modo
da tener sempre presente il bene nostro e altrui. Più ci si apre
alla natura universale della sofferenza, più cresce la
compassione e di conseguenza l’attenzione alla qualità delle
nostre azioni. Ci si rende conto che ogniqualvolta non si è
parte della soluzione, si è necessariamente parte del
problema.

In realtà il proprio bene e quello degli altri sono complemen-
tari. Se capiamo veramente qual è il nostro bene, non trascu-
reremo il bene degli altri, perché aiutando gli altri cresciamo
in virtù. E se capiamo veramente qual è il bene degli altri non
trascureremo il nostro, perché più c’è pace e saggezza in noi
più siamo capaci di aiutare gli altri. Se sembra che ci sia
conflitto fra il nostro benessere e quello degli altri, è perché
siamo confusi su cosa sia veramente il benessere.

Il secondo principio fondamentale della nostra vita di samana
è l’essere inesigenti. Ci viene insegnato a coltivare gratitudine
e apprezzamento per le vesti, il cibo, l’alloggio e le medicine
che ci vengono offerti, indipendentemente dalla loro qualità.
Andiamo controcorrente rispetto al desiderio mondano di
avere il meglio, il più grande e il più bello. Siamo disposti ad
accontentarci della seconda o terza scelta. Scopriamo di
poter essere felici anche con gli scarti, le cose che nessun
altro vuole. E’ una scoperta meravigliosa. Teniamo a mente
che qualunque cosa ci diano per noi va bene: un mendicante
non ha preferenze. Anche i requisiti più scadenti che usiamo
sono stati offerti liberamente e con fede, purificati dalla bontà
del donatore. E’ nostra responsabilità far uso di quanto ci
viene dato con consapevolezza e saggezza. Il Buddha ha
detto che il merito 4 guadagnato dal donatore è direttamente
proporzionale alla purezza con cui riceviamo e usiamo il suo
dono. La nostra vita perciò, anche se spesa in solitudine,
influisce sugli altri ed è influenzata dagli altri.

Essere inesigenti significa che non sprechiamo tempo a
cercare di ottenere cose che non abbiamo o a cui non
abbiamo diritto. Il corpo e la mente sono liberi così di
impegnarsi in attività e pensieri più salutari. In quanto
samana, non guardiamo i borikan 5 degli altri monaci con
occhi invidiosi. Non tocchiamo neppure ciò che appartiene
ad altri a meno che non siamo invitati a farlo.

Il Vinaya espone molte regole dettagliate circa il modo di
comportarsi verso il mondo materiale. Nella tradizione della
foresta, anche rubare un oggetto insignificante del valore di
un baht (circa tre centesimi di dollaro) conta come trasgres-
sione meritevole di espulsione dall’ordine. Nel I ‘Anusat, che è
parte della cerimonia dell’ordinazione, il precettore insegna al
nuovo monaco a non prendere assolutamente nulla che non
gli appartenga, nemmeno un filo d’erba.

Assumere quel parametro- un singolo filo d’erba – è
l’essenza del ‘lasciare la casa’. Comporta un radicale
cambiamento di prospettiva rispetto agli atteggiamenti laici.
Tale parametro differisce non solo da quello dei criminali e
dei ladri, ma anche da quello del cittadino più onesto. Sono
pochi quelli che non si concederebbero una scappatella, se
fossero certi di restare impuniti: “Lo fanno tutti, sarei uno
sciocco a non tarlo”. Ovviamente non è che al di fuori del , ‘
monastero la rettitudine sia sconosciuta; non sto affatto’
dicendo che noi monaci abbiamo il monopolio dell’onestà.
Semplicemente, che una comunità dove certi principi sono
applicati scrupolosamente è cosa estremamente rara.

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