Episodi assolutamente inediti della vita di Yogananda

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Episodi assolutamente inediti della vita di Yogananda

tratti dall’ultimo libro di swami Kriyananda

dal recentissimo volume:

UN’AUTOBIOGRAFIA- Paramahansa Yogananda (con
riflessioni personali) – di Swami Kriyananda – Edizioni Ananda

Potrebbe essere interessante conoscere alcune delle caratteristiche salienti che osservai in Paramhansa Yogananda durante gli anni in cui vissi con lui. Per comodità, le esporrò qui di seguito sotto forma di elenco.

I. La caratteristica più straordinaria che osservai in lui era la sua completa assenza di ego. Quando lo guardavo negli occhi, era come guardare l’Infinito. Una volta Debi Mukerjee, un discepolo di Calcutta, disse qualcosa al Maestro riguardo alla sua umiltà. Il Guru rispose: «Come può esserci umiltà, quando non c’è alcuna coscienza dell’ ego?».

Un perfetto esempio di questa libertà dall’ ego è contenuto
in una storia che racconterò nel prossimo capitolo, relativa a un certo giudice. Ciò che voglio sottolineare è che il Maestro poteva accettare qualsiasi insulto senza esserne toccato. Come si vedrà, egli accettò il profondo disprezzo di quel giudice con un atteggia- mento di assoluta benevolenza. Non lo vidi mai neppure minima- mente toccato da ciò che gli altri dicevano di lui.

2. Un’altra sua caratteristica che mi stupiva sempre era il profondo rispetto impersonale che egli mostrava nei confronti di tutti. Il suo desiderio che Debi non criticasse un uomo perché era ubriaco; la sua perfetta disponibilità a lasciare l’ultima parola alle persone con cui non era d’accordo: questi sono soltanto esempi di una meravi- gliosa qualità da riscontrare in una persona, come Yogananda, così grande agli occhi del mondo.

3. Il Maestro aveva un senso dell’umorismo giocoso e assolutamente piacevole. Lo si può notare da alcune delle barzellette che raccon- tava, che per la maggior parte aveva sentito da altri.
Uno di questi giochi di parole era una sorta di falso compli- mento, che egli diceva con un sorriso infantile: «I tuoi denti sono come le stelle: vengono fuori di notte!».

Un’ altra barzelletta riguardava tre uomini, un irlandese, un inglese e uno scozzese: tutti e tre stanno bevendo del whiskey, quando una mosca atterra in ognuno dei loro bicchieri. L’irlandese inclina sem- plicemente il bicchiere, perdendo una buona quantità di whiskey in- sieme alla mosca. L’inglese fa uscire la mosca dal bicchiere dandole un colpetto con le dita, con grande attenzione. Lo scozzese, invece, spreme la mosca! Ricordo ancora nitidamente la leggera sfumatura di gaiezza con cui il Maestro pronunciava quella parola, “spreme”. In un’ altra barzelletta, tre scozzesi vanno in chiesa. Quando il cestino delle offerte si sta avvicinando, uno di loro sviene e gli altri due lo portano fuori.

Sono sicuro che gli sarebbe piaciuta molto anche questa storiel- la, anche se confesso di non essere sicuro che lui l’abbia mai sentita.

Una donna irlandese sta attraversando la dogana degli Stati Uniti con una bottiglia molto sospetta.
«Che cos’è questa?» le chiede l’ispettore doganale.
«Oh, signore, è solo acqua santa». L’ufficiale apre la bottiglia e ne annusa il contenuto.
«Ah!» esclama. «Come sospettavo: è whiskey irrrrlandese!».”
«Sia lode a Dio!» esclama la donna. «Un miracolo!».

. Il testo inglese rispecchia la pronuncia irlandese che rafforza la erre. (Nd.T.)

Nel dettare i suoi commenti alla Bhagavad Gita, il Maestro diede il consiglio di mangiare poco. ma spesso: «Stokam, stokam, anekoda». (Chiedo agli studiosi di sanscrito di perdonarmi se l’ho scritto nel modo sbagliato. È così che ricordo le parole dal suono esotico che Yogananda pronunciò.) Dorothy Taylor, la sua segretaria, trascrisse questa frase nel modo sbagliato, come: «Stone ‘em, stone ‘em [che significa, in inglese, prendili a sassate, prendili a sassate], poco ma spesso». Era una cosa troppo simpatica perché il Maestro in seguito non me la riferisse, ridendone di cuore.

Infine (ma potrei continuare all’infinito), ricordo che una volta egli entrò nella sala da pranzo dei monaci tra i pasti e vi trovò un imbarazzante disordine! Si limitò a dire con un sorriso: «Beh, po- trebbe essere peggio!». (Eppure certi discepoli lo descrivono come un rigido, persino accigliato, amante della disciplinai)

4. Yogananda comprendeva le persone dal loro intimo e non, come fanno gli altri, dall’esterno.

C’era un giovane discepolo, Abie George, che usava un linguag- gio un po’ “colorito” e non mostrava l’usuale rispetto per il suo guru. In realtà, nel suo intimo. era estremamente rispettoso, ma era stato allevato così. Si sedeva tenendo una gamba sul bracciolo men- tre parlava con il Maestro. Yogananda, però, vedeva dietro quella facciata. Dopo aver assistito a uno sfoggio particolarmente inusuale di quella che, negli altri discepoli, sarebbe stata una palese man- canza di rispetto, egli abbracciò Abie con un’ amorevole risata.

5. Yogananda era completamente centrato nel Sé Infinito. Come scris- se nella sua poesia “Samadhi”: «lo, Cosmico Mare, contemplo il piccolo ego che fluttua in Me». Perfino un maestro ha bisogno di una quantità sufficiente di ego per mantenere il proprio corpo in movimento e in attività in questo mondo; tuttavia, il vero centro di una persona come questa non si trova nel suo piccolo corpo. Ricordo che una volta stavo camminando con il Maestro nel suo ritiro nel deserto. Egli era in profonda comunione con lo Spirito. Due o tre volte dovetti addirittura sostenere il suo corpo per evitare che cadesse. Un giorno egli mi disse: «Sono in tutti i corpi. Faccio fatica a ricordare di mantenere in movimento proprio questo». Mi è stato detto che a Los Angeles, a volte, egli camminava su e giù lungo la Main Street, in una zona che ospitava molti locali notturni. Non diceva nulla, ma mi sembra chiaro che si stesse con- centrando sulle persone che si trovavano all’interno di quei locali, forse proteggendole dalle entità astrali inferiori che sono sempre desiderose di possedere coloro che sono sull’ orlo dell’incoscienza.

6. L’assenza di desideri era un’ altra caratteristica molto forte del Mae-
stro. Una volta James J. Lynn, un discepolo facoltoso, volle com- prargli un cappotto e per questo lo portò in un negozio di abiti maschili. Yogananda vide un cappotto che gli piaceva, ma quando lesse la targhetta con il prezzo distolse frettolosamente lo sguardo: quel cappotto era molto caro. Mr Lynn gli disse: «Vi ho visto guardare quel soprabito. Lasciate che ve lo compri». Yogananda dovette ac- consentire. Al cappotto, Mr Lynn aggiunse un cappello coordinato. Il Maestro si sentì sempre a disagio indossando quel soprabito costoso. Dopo qualche tempo, pregò: «Madre Divina, è troppo per me! Ti prego, portamelo via». Qualche giorno dopo entrò in un ristorante. (Egli stesso continuò la storia.) «La Madre Divina mi disse che me lo avrebbe portato via quella sera, così svuotai con cura le tasche. Quando il pasto fu finito, tornai all’ attaccapanni dove lo avevo lasciato: con mio grande sollievo, non c’era più. Poi, però, notai una dimenticanza. «Madre Divina!» pregai. «Ti sei scor- data di’prendere il cappellol».
Un giorno, a Mount Washington, il Maestro scese al piano di
sotto e vide un gruppo di noi che lo aspettava lì, in piedi. «Non fa caldo, oggi?» chiese.
Noi sapevamo che voleva darci dei soldi per un piccolo gelato, così rispondemmo: «Oh, non fa poi così caldo, signore».
«Siete proprio sicuri che non faccia un po’ caldo?»,
«Beh, se lo dite voi, signore».
Allora, con decisione, concluse dicendo: «Non riesco a tenere il denaro e non lo farò! Eccovi un po’ di soldi per il gelato. Andate a cornprarlo».
Non erano molti soldi. Tuttavia, non fu il denaro a toccarmi particolarmente, ma la sua affermazione: «Non riesco a tenere il denaro e non lo farò!». Non usai i miei soldi per comprare il gelato quel giorno, per poter conservare le banconote che il Maestro mi aveva dato. Ora si trovano nel piccolo museo-santuario sulla collina sopra la mia casa.

7. Il completo non-attaccamento era un’ altra qualità di Yogananda. Verso la fine della sua vita, il Maestro aveva fatto dei progetti per andare in India e io ero una delle persone che egli desiderava portare con sé. Per due volte dovette cancellare i suoi piani. L’ultimo anno, quei progetti furono cancellati definitivamente dalla sua uscita defi- nitiva dal corpo. Il penultimo anno, gli chiesi: «Signore, andremo in India quest’anno?».
«Non sono curioso riguardo a queste cose» mi rispose. «Faccio quello che desidera la Madre Divina».
Non provava curiosità per un viaggio in India?! Ero sbalordito.

8. Il Maestro trattava tutti allo stesso modo e mostrava lo stesso ri- spetto sia per il meccanico di un garage, che per qualche personag- gio famoso del mondo della politica, degli affari o dell’ arte. Era solito camminare con un bastone, non perché ne avesse soli- tamente bisogno, ma perché per lui il bastone era come il danda, il bastone di legno che molti swami portano in India per ricordarsi di tenere dritta la spina dorsale e di vivere maggiormente nel proprio centro. Pochi giorni prima della sua morte, Yogananda entrò in un negozio dall’aspetto molto povero, per comprarne uno. Era un piccolo oggetto, ma il Maestro voleva essere un custode coscien- zioso dei fondi dell’ organizzazione e quindi contrattò scrupolosa- mente. Tuttavia, non appena ebbe ottenuto il prezzo che riteneva giusto, si guardò attorno. Vedendo com’ era povero quel negozio, diede al proprietario molto più denaro di quello che aveva rispar- miato contrattando.
«Siete un gentiluomo, signore!» gli disse quell’uomo, regalan- dogli un ombrello antico particolarmente bello.
Ore dopo, tornato a Mount Washington, il Maestro disse:
«Quell’uomo era così povero! Aveva un pavimento di linoleum! Penso che gli comprerò un tappeto».

9. Yogananda aveva la capacità di godere di ogni cosa con la gioia di Dio. Sotto questo aspetto, era notevolmente diverso dal sadhu che incontrai una volta a Puri, in India, il quale mi disse: «Non dovresti godere di nulla».
«Neppure di un bel tramonto?» gli chiesi.
«No, di nulla!»,
«Che visione arida» pensai. Il mio guru, invece, godeva quasi di ogni cosa! Nel farlo, tuttavia, non era attaccato a nulla. Il suo piacere era la gioia di Dio.
Il completo non-attaccamento era evidente perfino nei suoi oc- chi, che avevano sempre, in un certo senso, uno sguardo lontano da questo mondo.

I0. Yogananda era sorprendentemente innovativo. Per quanto io ne sappia, costruì il primo camper. Lo chiamava “casa-macchina” e lo usava per viaggiare in tutto il Paese, tenendo conferenze.
Mi disse di aver inventato il coperchio del water. Fu anche il primo a suggerire di mettere il cambio sull’ albero motore invece che sul pavimento della macchina. «Guidammo fino a Detroit con la nostra invenzione» mi raccontò. «Ne furono tutti molto colpiti».

Il. Notai anche che era sempre completamente positivo. Una volta gli raccontai qualcosa di umoristico su qualcuno, che però non era un complimento. Mi sgridò per la mia negatività.
«Sono davvero negativo, Maestro?» gli chiesi.
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