E se il rock fosse lento?

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E se il rock fosse lento?

Da una newsletter di Buongiorno.it

In questo numero di liberopensiero la parola chiave è Rock

IL FATTO

E se il rock fosse lento?

Musica per le ombre

Nel 1976 a Winterland, San Francisco, il gruppo rock The Band tenne il suo ultimo concerto prima
dello scioglimento. Martin Scorsese dedicò all’evento un memorabile film documentario. Come si suole
dire in queste occasioni, un’intera generazione sfilò sul palco quasi a sancire la malinconica fine
di un’epoca. Da allora il rock non ha fatto altro che continuare a morire. Sebbene giovane
anagraficamente ha cominciato ad assomigliare a quegli anziani che, privi di un credibile futuro,
vivono solo di ricordi e di patetici, quanto ingenui e disperati, “come eravamo”. Ciò che era nato
per dare una voce inconfondibile ai “principianti assoluti” del nuovo mondo uscito dalle tenebre
della seconda guerra mondiale, nel volgere di pochi anni si era trasformato in una grande finzione
che doveva coprire con lustrini e cotillons il precoce invecchiamento di una generazione. Con il
concerto di chiusura della Band a San Francisco, il rock, secondo Martin Scorsese, diventa
definitivamente questa mesta musica di reduci con gli occhi fissi nel passato. A dispetto delle
chitarre elettriche e del loro rumore, il rock si fa musica elegiaca. Musica per i defunti, musica
per le ombre, musica che celebra un’irrimediabile assenza.

***

John Lydon e Sid Vicious

Di questo aspetto geriatrico del rock, proprio in quello stesso fatidico 1976, si rendono
perfettamente conto i punk. A differenza dei movimenti eretici che si battono per una
rivitalizzazione del sentimento religioso attraverso un ritorno alle origini, l’eresia punk non
volle affatto risuscitare il cadavere del rock’n roll. Anche le sue chitarre scordate e bistrattate
suonavano a morto, ma senza elegia, senza ombra di nostalgia, tradendo anzi un desiderio sfrenato di
affrettare la fine della creaturina. A caratterizzare il punk è un unico ritornello, ossessivamente
ripetuto, scandito con la dogmatica ottusità di un militante della rivoluzione culturale cinese: non
c’è nessun futuro e quindi il rock, che della speranza si diceva figlio, è solo una grande truffa.
Non occorre saper suonare, non servono i menestrelli e soprattutto non c’è bisogno di assomigliare
ai fiori. La nuova postura, la postura adeguata ai tempi della fine della storia, è quella dello
zombie maleodorante aggrappato al microfono, incerto sulle gambe e con occhi sgranati che non vedono
più nulla (John Lydon docet).

Il ballo, da propedeutica all’estasi dionisiaca, diventa scontro macchinico di corpi sudati che
rimbalzano l’uno contro l’altro sotto il palco come palline da flipper. Da chiavi che dovevano
“lentamente” spalancare le porte dell’immaginazione, droga e alcool diventano la via più breve che
conduce all’apatia. Alla fine del percorso c’è un ragazzetto che, in attesa di morire, girovaga per
il quartiere ebraico di Parigi con una maglietta con la croce uncinata (Sid Vicious). Non è
provocazione, ma azzeramento del valore di tutti i segni: un’incondizionata e quasi mistica
accettazione dello stato entropico verso il quale precipita ogni esistenza nel tempo del capitalismo
assoluto. Gus Van Sant ha visivamente reso questa indifferenziazione nel suo bel film sugli ultimi
giorni di Kurt Cobain (una morte che nel tempo della morte del rock nasce già come una citazione di
altre precedenti morti). Kurt si perde nel paesaggio dove vaga, è irriconoscibile, psicologicamente
non caratterizzato, pressoché impercettibile. E’ già letteralmente nulla prima di morire. Un vero
punk.

***

Il riff di Pitagora

Non dovendo rispondere ad istituzioni secolari, a tradizioni consolidate e ad accademie, il rock,
tra tutte le forme espressive, è quella che si può permettere il lusso della verità nuda e cruda.
Non ha bisogno, come le arti figurative, ad esempio, di nascondersi dietro il dito della “cultura”
per mascherare la propria natura di merce. I filosofi pitagorici sostenevano che i cieli muovendosi
secondo un impeccabile ordine matematico producevano un’armonia sublime che il nostro orecchio era
però incapace di ascoltare. Come sfondo costante della nostra esistenza, questa armonia non prende
infatti il rilievo necessario per essere tematizzato e, quindi, inteso. Non il movimento dei cieli
ma quello anonimo e impersonale delle merci costituisce lo sfondo delle nostre esistenze. Il rock è
l’eco ancora udibile di questo incessante movimento. Quando non lo si ascolterà più vorrà dire, che
com e l’inaudita armonia celeste dei pitagorici, anche la riduzione di tutta la nostra vita a merce
sarà diventata cosa così ovvia e generalizzata da essere impercettibile.

Rocco Ronchi

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