DIRITTI E DOVERI

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DIRITTI E DOVERI

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

CULTURA PLANETARIA

I nuovi diritti e doveri planetari

Il processo di planetarizzazione comporta una radicale trasformazione del concetto di diritto e di
dovere. La consapevolezza degli effetti sociali, ecologici, etici delle nostre azioni quotidiane ci
offre un vasto campo di riflessione sulle nostre reali responsabilità.

In ogni campo delle attività umane si è da tempo iniziata una profonda discussione sui nuovi
comportamenti accettabili e sostenibili. Dalla bioetica, all’ingegneria genetica, dalle tasse, alle
relazioni famigliari, all’educazione si evidenziano nuove linee e tendenze.

Iniziamo a parlare dei diritti e dei doveri planetaria affrontando il tema secondo noi più centrale
e importante: la coscienza individuale e la sua libertà di espressione.

La violazione della libertà di coscienza: i condizionamenti religiosi

E’ necessario che ogni bambino del mondo possa essere ispirato e sospinto verso una esperienza
spirituale orientata alla pace, alla tolleranza e al riconoscimento di un’unica Divinità o Dio, che
ogni cultura chiama con i suoi nomi: Wanka Tanka, Buddha, Tao, Gesù, Manitu, Maometto o Grande
Spirito. Ma se il mondo è da millenni frammentato, significa che ogni cultura e religione ha in
qualche modo contribuito a questo. Di fatto che libertà spirituale esiste oggi sul pianeta, se ogni
nazione ha una sua religione? Che libertà spirituale ha un bambino di seguire il suo cammino
interiore se appena nato viene costretto a diventare cristiano, musulmano, ebreo, induista,
buddhista o altro ancora? Ma cos’è allora la vera fede se dobbiamo “credere” solo in quel Dio? Forse
la religione appartiene alla razza o alla cultura? È forse l’appartenenza ad una religione un
obbligo sociale? Lo deve scegliere la famiglia per noi?

Dare ad un bambino una religione è violare completamente la sua libera scelta. È un atto di
condizionamento del libero arbitrio che segnerà la sua intera vita come un marchio a fuoco, un vero
lavaggio del cervello. Se non reputiamo corretto dare ad un bambino la tessera del partito
semplicemente perché la sua famiglia o il suo gruppo sociale sono di quell’idea politica, a maggior
ragione dobbiamo opporci ad ogni atto di condizionamento religioso.

Dall’Habeas Corpus all’Habeas Animam

La libertà spirituale dovrebbe essere riconosciuta come il primo diritto umano, il più profondo
emblema del vero rispetto dei valori individuali.

Nella Magna Charta, firmata nel 1215 in Inghilterra da re Giovanni Senza Terra, appariva per la
prima volta il concetto di libertà individuale fisica, l’Habeas Corpus: hai un corpo e questo corpo
non può essere posseduto da altri che te, non può essere schiavizzato, percosso, rinchiuso o
esiliato da nessuno tranne che dalla legge; questo corpo è tuo.

Ma è l’anima la vera essenza di ogni essere umano. Come si può essere liberi se la propria anima è
condizionata ad esprimersi in una prescelta forma di religione? Oggi è necessario fare un passo
avanti e aggiungere ai diritti umani anche il riconoscimento e la tutela della coscienza individuale
in ogni suo aspetto; è il concetto di habeas animam: ogni individuo possiede la sua anima e nessuno
può violare questa parte essenziale dell’essere umano. L’anima, la coscienza interiore, l’atman, il
Sé o come lo si desideri chiamare non può essere condizionata o forzata. Se questo rispetto
diventasse un impegno socialmente accettato, il mondo diventerebbe un luogo sacro e libero. Se
soltanto i bambini venissero aiutati a crescere spiritualmente nel rispetto e nella tolleranza delle
innumerevoli scelte possibili, sarebbe una rivoluzione globale.

Il diritto alla ricerca dell’auto-trascendenza
di Vaclav Havel

Presidente della Repubblica Ceca

Il senso dei diritti umani spirituali e della coscienza planetaria tocca anche i capi di stato. Il
brano seguente è tratto da un discorso di Vaclav Havel, presidente della Repubblica Ceca, tenuto il
4 Luglio 1994, nella Sala dell’Indipendenza a Philadelphia. Riporto una sintesi di questo lungo
discorso dal titolo: “La ricerca dell’auto-trascendenza nel nostro mondo postmoderno”, in quanto è
uno dei più significativi esempi della nuova coscienza emergente, un vero segno dei tempi, con cui
ci sentiamo intimamente solidale; forse è il più elevato discorso mai tenuto da un capo di stato
moderno.

“Ci sono buone ragioni che ci suggeriscono che l’era moderna è finita. Molte cose indicano che
stiamo attraversando un periodo di transizione in cui sembra che qualcosa stia finendo e che
qualcos’altro stia nascendo dolorosamente. È come se qualcosa si stesse screpolando, stesse
decadendo ed esaurendosi, mentre qualcos’altro di ancora indistinto si stia innalzando dalle
macerie.

Le caratteristiche che distinguono un periodo di transizione sono il mescolarsi e l’amalgamarsi di
culture e la pluralità ed il parallellismo di mondi intellettuali e spirituali. Questi sono periodi
in cui ogni sistema consistente di valori crolla, in cui culture lontane tra loro nel tempo e nello
spazio vengono scoperte o riscoperte… È’ la prima civiltà che copre l’intero globo e lega insieme
tutte le società sottomettendole ad un comune destino globale…

Potremmo conoscere infinitamente di più sul nostro universo dei nostri antenati, eppure sembra
sempre più che loro conoscevano qualcosa di più essenziale di noi, qualcosa che a noi sfugge. La
stessa cosa si può dire sia della natura che di noi stessi. Più meticolosamente riusciamo a
descrivere tutti i nostri organi e le loro funzioni, le loro strutture interne e le reazioni
biochimiche che in essi avvengono, più sembriamo fallire nell’afferrare lo spirito, lo scopo ed il
significato del sistema che creano insieme e che ci dà l’esperienza unitaria e individuale nel
nostro Sé…

La civiltà planetaria a cui tutti apparteniamo ci confronta con delle sfide globali…

L’ordine mondiale artificiale dei decenni passati è crollato e non è ancora emerso un ordine nuovo e
più giusto. Quindi lo scopo centrale della politica degli ultimi anni di questo secolo è la
creazione di un nuovo modello di coesistenza tra le varie culture, genti, razze e sfere religiose
all’interno di una singola civiltà interconnessa… Ma gli sforzi in tal senso sono destinati a
fallire se non nascono da qualcosa di più profondo, da autentici valori comuni…

Paradossalmente, l’ispirazione per il rinnovamento di questa integrità perduta può nuovamente essere
ritrovato nella scienza. In una scienza nuova – postmoderna – che produce nuove idee che in un certo
senso le permettono di trascendere i propri limiti… Cos’è che rende il “principio antropico” e
“l’ipotesi Gaia” così ispiranti? Una semplice cosa: entrambi ci ricordano di quello che abbiamo
sospettato a lungo, di quello che abbiamo da tempo proiettato nei nostri miti dimenticati e cioè che
è sempre stato dormiente in noi come archetipo. E cioè, la consapevolezza di essere ancorati alla
Terra e all’universo – e la consapevolezza che non siamo qui da soli e neppure semplicemente per noi
stessi, ma che siamo parte integrante di entità misteriose più alte contro cui non è raccomandabile
bestemmiare.

La consapevolezza dimenticata

Questa consapevolezza dimenticata è codificata in tutte le religioni. Le culture lo anticipano in
varie maniere. È una delle cose che formano le basi della comprensione dell’uomo di se stesso, del
suo posto nel mondo ed infine del mondo come tale. Questa consapevolezza ci fornisce la capacità per
l’auto-trascendenza.

I politici nei forum internazionali potranno ripetere migliaia di volte che la base del nuovo ordine
mondiale deve essere il rispetto universale per i diritti umani, ma questo non significherà niente
finché questo imperativo non nasce dal rispetto del miracolo dell’Essere, il miracolo dell’universo,
il miracolo della natura, il miracolo della nostra stessa esistenza.

Solo colui che si sottomette all’autorità dell’ordine universale e della creazione, che valuta il
diritto di esserne parte e partecipe, può genuinamente valutare se stesso ed i suoi vicini e così
onorare anche i loro diritti.”

Vaclav Havel è stato insignito nel 1997 del “Planetary Consciousness Award”, il massimo tributo del
Club di Budapest che ogni anno viene offerto per meriti di livello internazionale orientati alla
coscienza planetaria..

La divina rivoluzione – Sollevare la Cortina di Ferro dello Spirito
di Vàclav Havel

da “Civilization” di Aprile/Maggio 1998.

Oggi l’umanità è ben consapevole dello spettro di minacce che pendono sulla sua testa.

Sappiamo che il numero delle persone che abitano il nostro pianeta sta crescendo vertiginosamente, e
possiamo aspettarci che arrivi ai dieci miliardi entro un periodo relativamente breve. Sappiamo che
l’abisso già profondo che divide le persone povere del pianeta da quelle ricche potrebbe peggiorare
ancora di più, e diventare sempre più pericoloso, anche a causa di questa crescita demografica.
Sappiamo anche che stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo, da cui dipende la nostra
esistenza, e che stiamo puntando verso il disastro permettendo la produzione di armi per la
distruzione di massa e la loro proliferazione.

E tuttavia, nonostante la consapevolezza di questi pericoli, non facciamo niente per evitarli. Mi
affascina quanto la gente sia preoccupata delle prognosi disastrose, quanti libri che contengono le
prove della crisi imminente diventano best-sellers, ma di quanto poco teniamo conto di queste
minacce nella nostra vita quotidiana. Non è forse vero che anche i bambini sanno che le risorse di
questo pianeta sono limitate, e che se vengono spese più velocemente di quanto possono rinnovarsi,
siamo spacciati? Però continuiamo le nostre abitudini di spreco, e questo non sembra neanche
disturbarci. Al contrario: il successo di una nazione si misura nell’aumento della propria
produzione, e non solo nei paesi poveri, dove questo aumento potrebbe essere giustificato, ma anche
in quelli ricchi, che tagliano il ramo su cui siedono con le loro ideologie di crescita prolungata
indefinitamente e senza un senso.

La cosa più importante che possiamo fare oggi è studiare le ragioni per cui l’umanità fa così poco
per affrontare queste minacce, e perchè ci permettiamo di proseguire spinti da un moto perpetuo,
senza lasciarci influenzare dalla nostra auto-consapevolezza o dal senso di possibilità future.

Sarebbe ingiusto ignorare l’esistenza di numerosi progetti per invertire questa pericolosa tendenza,
o negare che molto è già stato fatto. Tuttavia, tutti i tentativi di questo genere hanno una cosa in
comune: non toccano il seme da cui germogliano tutte le minacce di cui parlo, ma cercano soltanto di
diminuire il loro impatto. (Un esempio tipico di questo è la lista di leggi, ordinanze e trattati
internazionali che stipulano quanto materiale tossico questa o quella fabbrica possono liberare
nell’ambiente.) Non sto criticando queste salvaguardie; sto solo dicendo che sono trucchi tecnici
che non hanno nessun reale effetto sulla sostanza della questione.

Cos’è, allora, la sostanza della questione?

Che cosa potrebbe cambiare il corso della civiltà odierna?

E’ mia profonda convinzione che l’unica soluzione sia un cambiamento nello spirito, nella sfera
della consapevolezza umana. Non basta inventare nuove macchine, nuove regole, nuove istituzioni.
Dobbiamo sviluppare una nuova comprensione del vero scopo della nostra esistenza sulla terra.
Solamente facendo questa svolta fondamentale potremmo creare nuovi modelli di comportamento ed una
nuova serie di valori per il pianeta. In breve, penso che sia meglio iniziare della testa piuttosto
che dalla coda. Ogni volta che mi sono occupato di un serio problema globale – il taglio delle
foreste pluviali, l’intolleranza etnica o religiosa, la brutale distruzione delle culture indigene –
ho scoperto qualcosa nella lunga catena degli eventi che ha causato un assenza basilare di
responsabilità per il pianeta.

Ci sono innumerevoli responsabilità, più o meno urgenti, a secondo di chi è coinvolto. Ci sentiamo
responsabili per il nostro benessere personale, le nostre famiglie, ditte, comunità, nazioni. Ed in
tutti noi, da qualche parte nel profondo, c’è un piccolo senso di responsabilità per il pianeta e
per il suo futuro. Mi sembra che quest’ultima e più profonda responsabilità sia diventata una delle
ultime priorità – pericolosamente dimenticata – considerando che oggi, come mai prima, il mondo è
più interconnesso che mai e che a tutti gli effetti stiamo vivendo un destino globale.

Il nostro mondo è dominato da alcuni grandi sistemi religiosi le cui differenze sembrano sempre più
evidenti, e danno luogo ad innumerevoli conflitti armati e politici. La mia opinione è che questo
fatto – che sta, comprensibilmente, attirando molto l’attenzione dei media – nasconde in parte un
aspetto più importante: che le civiltà all’interno delle quali nascono queste tensioni religiose
sono, in essenza, profondamente atee. Infatti, la nostra è la prima civiltà autenticamente atea
della storia dell’umanità.

Forse il problema reale è la mancanza di rispetto per l’ordine morale che proviene dall’alto, o
semplicemente una crisi di rispetto per ogni tipo di autorità più alta del nostro essere più
terreno, con i suoi interessi materiali veramente effimeri. Forse la nostra mancanza di
responsabilità per il pianta è l’unica conseguenza logica del concetto moderno dell’universo come
fenomeno complesso controllato da certi leggi scientificamente identificabili, formulate per
Dio-sa-quale scopo. Concezione che non esplora il significato dell’esistenza e che rinuncia ad ogni
tipo di metafisica, incluse le sue stesse radici metafisiche. In questo processo abbiamo perso la
nostra certezza che l’universo, la natura, l’esistenza, le nostre stesse vite siano opere creative
che hanno un senso ed uno scopo definito. Questa perdita è accompagnata dalla perdita del senso
profondo che qualunque cosa facciamo deve essere visto alla luce di un ordine più alto di cui siamo
parte e la cui autorità dobbiamo rispettare.

Negli anni recenti le grandi religioni hanno svolto un ruolo sempre più importante nella politica
globale. Dalla caduta del comunismo, il mondo è diventato multipolare invece di bipolare, e molti
paesi fuori dalla sfera di dominanza culturale Euro-Americana hanno aumentato la propria influenza e
auto-stima. Ma più siamo uniti dai legami di una singola civiltà globale, più i vari gruppi
religiosi enfatizzano le loro diversità. Questa è un epoca di accentuata “diversità” (nell’originale
“otherness” n.d.r.) spirituale, religiosa e culturale. Come possiamo ristabilire nella mente umana
un’attitudine condivisa su quello che è sopra di noi, se ovunque la gente sente il bisogno di
sottolineare le loro diversità? Ha senso cercare di volgere la mente umana ai cieli quando questa
svolta potrebbe aggravare i conflitti fra le varie divinità? Io non sono, di sicuro, un esperto di
teologia, ma mi sembra che le grandi fedi principali abbiano in comune più di quanto sono disposte
ad ammettere. Esse condividono un simile punto comune di partenza – che questo mondo e la nostra
esistenza non sono dovuti al caso ma sono parti di un atto misterioso, ma integrale, le cui fonti,
direzioni, e scopi sono difficili da percepire per noi nella loro interezza. E condividono un
complesso di imperativi morali che questo atto misterioso implica. Nella mia opinione, qualsiasi
differenza possano avere queste religioni, queste non sono più importanti delle loro fondamentali
similitudini.

Forse la via di uscita dalla nostra cupa situazione può essere trovata cercando cosa unisce le varie
religioni – una ricerca dei principi comuni. Allora potremo coltivare la coesistenza umana mentre,
al contempo, coltiviamo il pianeta su cui viviamo, inondandolo dello spirito di questi principi
religiosi ed etici comuni – quello che chiamerei il minimo comune spirituale e morale. Potrebbe
essere questa la maniera per fermare il moto perpetuo che ci trascina verso l’inferno? Potranno le
parole persuasive dei saggi essere sufficienti per realizzare quello che dobbiamo fare? O ci vorrà
un disastro senza precedenti a provocare questo tipo di rivoluzione esistenziale – un recupero
universale dello spirito umano ed un rinnovato senso di responsabilità per la terra?

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