Didgeridoo, il suono del tempo del sogno

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Didgeridoo, il suono del tempo del sogno

di Stefano Fusi – auraweb.it

Ai piedi dell’arcobaleno, dice la leggenda, c’è la pentola dell’oro. L’arcobaleno è simbolo di pace
e riconciliazione, dello spirito che appare in terra sotto forma di colori e vibrazioni; vero e
reale anche se ‘illusorio’, perfetta metafora della nostra vita che è insieme concreta e fatta di
sogni. Come la musica. Che è magica: fisica e spirituale al tempo stesso, materiale e immateriale.

E cosa c’è di più musicale dell’arcobaleno? Lo scoprì un personaggio che oggi è noto nel mondo della
musica: Tanni, nome d’arte di Walter Mandelli. Era un grafico pubblicitario, poi incontro la musica
e il “Popolo dell’arcobaleno”. Quella rete di persone e gruppi che si incontrano ogni anno per
suonare e celebrare insieme, arrivando da ogni angolo del mondo e vivendo insieme nei teepee e nelle
tende per una decina di giorni: un moderno ‘pow-wow’ planetario di migliaia di persone che si
scambiano esperienze, musiche, canti: una nuova ‘tradizione’ nata in Messico e poi diffusasi con un
tam tam informale in tutto il mondo.

Un raduno in Italia fu tenuto due anni fa nell’Appennino Tosco-emiliano. È una storia raccontata nel
libro Il popolo dell’arcobaleno, ed. AAM Terra nuova.

Tanni vi si unì la prima volta nel Sinai, primo di uno dei numerosi viaggi che l’hanno portato in
contatto con le tradizioni dei popoli dell’Asia. Qui, fra una salita al monte Sinai e le suonate
notturne sulle dune alla luce della Luna, Tanni incontrò Luz (Luz Amparo Boerma),
colombiana-olandese, cantante e musicista, ora sua compagna nella vita e nella musica: insieme
suonano e tengono seminari. Con lei ha sviluppando un repertorio e uno stile personale che uniscono
musiche di differenti paesi e culture in una sintesi originale.

Nel Sinai, Tanni scoprì il didgeridoo, che è diventato la sua passione e attività: studia e pratica
la musica come strumento di meditazione e benessere, costruisce artigianalmente didgeridoo in vero
eucalipto, raccolto in Italia, utilizzando le tecniche tradizionali, e didgeridoo in agave e bambù
(anche questi producono sonorità suggestive e potenti, e sono utili per chi deve esercitarsi).
Quelli in eucalipto sono decorati con colori naturali secondo tecniche originali aborigene.

Tanni costruisce altri strumenti musicali etnici, pezzi unici: li produce artigianalmente su diretta
ispirazione e secondo le tecniche originarie tradizionali dei popoli nativi con cui è entrato in
contatto o di cui ha appreso le tecniche in diverse parti del mondo. Fra gli altri, con il bambù
realizza i flauti delle pianure dei nativi nordamericani e i flauti indonesiani; e ancora costruisce
il Taponaztli (il “tamburo parlante” azteco); il Guiro brasilaiano; le Campane a vento e il Bastone
della pioggia (tipico di Messico e Cile). Tanni insegna, tiene seminari, suona.

LO STRUMENTO PIU’ ANTICO E MODERNO

Il didgeridoo è probabilmente il più antico strumento musicale della storia umana. In origine era
uno strumento assolutamente naturale: un ramo di eucalipto “scavato” dall’interno dalle termiti,
suonato soffiando nel cavo. In seguito tuttavia venne anche “lavorato” e perfezionato e decorato con
motivi i totemici caratteristici degli aborigeni, per cui era soprattutto lo strumento sacro per le
cerimonie.

Il nome del didgeridoo deriva dall’interpretazione onomatopeica del suono ritmato data dagli inglesi
che, sbarcati in Australia, sentirono il suono ritmato “did-ge-ridoo” provenire dai rami di
eucalipto cavi suonati dagli aborigeni. Ma è chiamato in almeno cinquanta modi diversi a seconda del
luogo e delle etnie: djalupu, djubini, ganbag, gamalag, maluk, yidaki, yirago, yiraki, yigi yigi.

Le sue dimensioni variano: può essere lungo da uno a quattro metri, e avere un diametro interno da
un minimo di tre centimetri (all’imboccatura) fino a 30 o più (nella parte finale). Musicalmente è
classificato negli aerofoni ad ancia labiale e la sua nota fondamentale è data principalmente dalla
lunghezza.

Il didgeridoo ha accompagnato vita, feste e cerimonie degli aborigeni australiani, il popolo che al
mondo ha conservato le tradizioni più arcaiche al mondo (pare siano vissuti nello stesso modo per
40.000 anni, da quando arrivarono in Australia provenienti forse dal Sud-Est asiatico), che si
stanno rivelando tuttavia di una stupefacente attualità.

Col didgeridoo gli aborigeni riproducono il suono e l’atmosfera mistica del Tempo del sogno, il
periodo mitico della creazione, un Big Bang sonoro in cui gli Esseri ancestrali modellarono il mondo
col suono “emergendo” dalla terra. Il rituale musicale ri-crea il mondo: il Tempo del sogno è come
una dimensione parallela in cui gli aborigeni “rientrano” quando percorrono il deserto australiano
lungo le Vie dei canti: pellegrinaggi cantati ai luoghi segreti dove la creazione prese forma
emergendo dal buio e dal silenzio (lo racconta il grande viaggiatore Chatwin nel suo libro Le vie
dei canti).

Allo stesso modo, il didgeridoo fa riemergere sensazioni arcaiche e potenti, producendo una sorta di
Om che vibra in profondità in tutto l’essere di chi lo suona o l’ascolta, immergendolo in sensazioni
difficili da esprimere a parole: ricorda l’amen, i canti gregoriani, i suoni interiori percepiti
nella meditazione profonda; ma col didgeridoo si imitano anche suoni naturali e versi di animali. È
uno strumento versatile, dalle infinite possibilità: suonandolo si possono produrre armonici, si
possono raccontare storie pronunciando parole al suo interno, si può fare accompagnamento ritmico
colpendolo con bastoncini.

Paradossalmente, però, sembra di ascoltare anche l’ansare della moderna vita meccanica, il rumore
sordo di motori. Proprio perché se ne ottengono sonorità molto particolari e uniche, negli ultimi
anni il didgeridoo s’è molto diffuso anche in Occidente ed è sempre più utilizzato da gruppi
musicali, artisti e ricercatori ed esecutori di musica etnica, in tutto il mondo. È una guida nei
seminari e nelle cerimonie moderne dei ricercatori spirituali: il didgeridoo ha la straordinaria
capacità di portare in una dimensione interiore con il suo suono ipnotico e ancestrale.

Il didgeridoo viene anche usato a scopo terapeutico, anche se la musicoterapia accademica non ha
ancora riconosciuto le sue proprietà terapeutiche. Ma è certo e sperimentato l’effetto rilassante
del “massaggio sonoro” effettuato col didgeridoo.

LA RESPIRAZIONE CIRCOLARE

Oggi Tanni è uno dei maestri italiani più noti e apprezzati per la grande versatilità, tecnica,
originalità e anche per la capacità di insegnare a viverne l’atmosfera. Oggi tiene corsi e seminari
per imparare a suonare il didjeridu.

Dice Tanni: “Per suonarlo non occorre essere musicisti, è sufficiente un po’ di pratica per ottenere
risultati soddisfacenti; saranno poi l’estro, la fantasia e l’inspirazione di ciascuno a fare il
resto. Il suono, modulabile in infinite sfumature, si ottiene con un soffio continuo e circolare
governato dal diaframma: la ‘respirazione circolare’ ininterrotta (o ‘soffio continuo’: il suonatore
prende aria dal naso mentre espira quella contenuta nella bocca, affinché il suono sia continuo). È
una sorta di meditazione ‘attiva’, energetica come il Pranayama, la pratica Yoga del respiro e
dell’energia. Il didgeridoo risveglia in noi antiche sensazioni che il frenetico mondo tecnologico
ha sopito. Se per gli aborigeni è il veicolo del sogno, per noi, può essere anche un modo per
ristabilire un rapporto con la respirazione attraverso un esercizio”.

DISCOGRAFIA

In the beginning
insieme a Papi Moreno, registrazione in digitale a 24 bit.

Didjeridrum
Due maestri italiani di didgeridoo, Tanni e Papi Moreno, propongono una nuova impresa: dopo il CD In
the beginning, sono ora un trio con l’apporto di un batterista e percussionista di classe, Nero
(Gennaro Scarpato), che collabora fra gli altri con Edoardo Bennato. Didjeridrum è un’escursione
nelle sonorità ancestrali del didjeridu combinate con le percussioni in un percorso ritmico
crescente e coinvolgente.

Triad
Nel 2002 Tanni fonda insieme a Papi e al batterista/percussionista partenopeo Gennaro Scarpato il
gruppo Triad. Presentano le loro composizioni in una gamma di contaminazioni musicali che parte
dalle sonorità ancestrali e arriva alle ritmiche più attuali in un percorso crescente e
coinvolgente.

“Tannì” Walter Mandelli (didjeridu, shruti box, oceandrum), “Nero” Gennaro Scarpato (drums,
percussions, harmonica), Papi Moreno (didjeridu, didje multitonale, voice).

Parallelo Zero
Nel 2003 nel trio si inserisce anche il bassista Ezio Salfa, formando i “Parallelo Zero”. Insieme
portano a termine il progetto musicale “World Tour”. ParalleloZero ha voluto ricercare nuove
sonorità dove “la musica del mondo” fosse emblematicamente rappresentata nell’espressione dei suoi
generi, stili e tradizioni, dato che la musica è parte integrante della tradizione o della storia di
una nazione e con essa si evolve continuamente.

Parallelozero ha fuso melodie occidentali e orientali con le vibrazioni sonore del didgeridoo degli
aborigeni australiani, ottenendo una suggestiva atmosfera che trasporta il pubblico in questo
percorso itinerante. È un viaggio sonoro, dove il suono del mare e il dondolio di un treno sono il
filo conduttore.

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